Lost in Adriatico

Per un purista del mare come me, la prima volta è stata davvero scioccante. Venivo da un mese di Isola D’Elba, che a dire il vero di mare ne avevo visto ben poco. Perdutamente innamorato, senza nessuna voglia di stare con i miei, ma con l’unica opzione di muovermi verso l’Adriatico per non passare il ferragosto a casa solo.
A vent’anni il Ferragosto a Milano fa tristezza, ti salta subito in mente l’ottobre freddo che arriva, l’università, il pavè bagnato…
Allora ho preso un treno, anzi tre.
Ho fatto il mio primo bagno credendo che ci fosse qualcosa di sbagliato nell’acqua. Calda, opaca, immobile. Mai visto un mare così. Ho fatto il primo bagno della mia vita senza punti di riferimento. Senza scogli, insenature, fondali. In un infinito caldo, unto, continuo.
I bagni, qui li chiamano chalet, tutti in fila, gli ombrelloni, i campi da beach volley. Non riuscivo ad orientarmi.
Ognuno ha un suo mare. Il mio è quello di Paraggi, di Camogli, di San Fruttuoso, di Recco e di Sori. Terra verticale, verde, rossa, gialla, olivi e glicini, scogli e acqua gelata. Gente di onde, di vento e di tempeste, santuari arroccati, la vecchia Aurelia come un serpente stanco, e il sole che tramonta in fondo al molo, dentro al mare.

Ho imparato, con il tempo, a vivere. Ad apprezzare i mari e gli oceani, come le persone e i luoghi. Viaggiare forse mi è servito prevalentemente a questo. Come acqua su uno scoglio, lentamente smussa, leviga, placa, tutti gli angoli ribelli di una mente.

Così adesso me ne sto, molto più in pace con me stesso di quando avevo vent’anni, a guardare l’Adriatico infinito, mosso da un vento caldo del Sud, e tutta la sua gente. Guardo i gabbiani immobili nel vento con mio figlio, e respiro il fresco delle colline alla mattina presto con mio padre. Senza aspettare niente. Guardo passare la gente, ordinatamente disordinata, vestiti da sera e tacchi alti. Ascolto il delizioso borbottio di tutte le Harley che passeggiano sul viale, bevo orrendo vino bianco gelato, leggo Baricco e un paio di altri libri, sfoglio giornali e passeggio tra gli ombrelloni seguendo i passi di mio figlio.

Ci sono storie che devono aspettare il tempo per venire a galla. E non è mai detto che ci arrivino.

Finalmente, fingendo distrattamente di essermi innamorato di un block notes e di una penna che costano come l’intera foresta che hanno abbattuto per farli, noto con piacere che sullo scaffale della libreria sono finalmente comparse le mie preferite. Snobbate dalle grandi catene, derise dai critici, rovinate dal popolo che vuole la storia da milleseicento pagine, le raccolte di racconti sono la cosa più importante da mettersi in borsa per l’estate. Del racconto e del romanzo, come del fare l’amore e dello sposarsi, non è il caso di parlare troppo a lungo.
Ma io sono uomo di racconti. Ci può essere solo una manciata di romanzi nella vita di un uomo, ma non devono mai mancare i racconti. Che sono il più bell’esercizio dello scrivere.

Poi, di dove finisca un racconto e inizi un romanzo, di quando smetti di sorridere per ridere, di dove finisca esattamente il mare, si potrebbe, forse si dovrebbe, parlare a lungo. Per ore. D’estate. Guardando il mare. L’Adriatico sembra fatto apposta per questo.

Due grandi questioni rovinano questa calma placida.
Pensavo a Lost. Io non ho mai visto Lost. Eppure ho provato a leggere la trama. Un dedalo di storie, colpi di scena, gente che non centrava nulla che di colpo è nel pieno di una serie di episodi. Succedono cose, cambiano persone, muoiono, trombano, si odiano, si perdono, si riprendono, si lasciano, trovano oggetti, recuperano passati. Roba tipo Beautiful, ma meno trash, più hipster, molto più trendy. Pensavo al genio, solitario, con la barba sfatta, una mezza pista di coca lasciata sul mobile del bagno, le chiavi della vecchia Toyota sul tavolo, musica low fi in sottofondo, che scrive tutto questo. Un genio. Che sicuramente come hobby surgela i femori delle sue vittime. O pensa di farlo. Un uomo sano, non puó produrre storie così.

Poi pensavo a Costantino Vitaliano. C’è uno in spiaggia, fisico fresco di palestra, depilazione ossessiva, mutanda bianca, che gli assomiglia in modo imbarazzante.
La mutanda bianca. La fine di tutto. La mutanda bianca. L’infinito che abbraccia la banalità. La mutanda bianca. La conferma della differente percezione della dignità umana. Lo slip da bagno. Lo slip bianco. Tutto muore. Eppure assomiglia a Costantino.
Che fine ha fatto Costantino? E perché io lo ricordo così bene da apprezzare le doti dei suoi sosia?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...