Ragazzi del Papete – Su le Maaaaaaniiiiiii (x 2, con tono felice)

Mia nonna Tita, la secolo Marina, aveva ragione su molte cose. Due cose dovete sapere su mia nonna Tita.

La prima è che non è mai stata diabetica. O per lo meno, non è mai stato provato che fosse diabetica, nonostante la profonda convinzione del suo dottore, il signor Italo, che a supporto della sua diagnosi riportava le altalene glicemiche a cui la nonna era soggetta. Altalene, però va detto, provocate da iraconde incazzature. Insomma, alla nonna saliva la glicemia quando si incazzava. E, per quanto ne so io, non è una forma di diabete. Le fu, per prevenzione, in ogni caso vietato qualsiasi contatto con i dolci. A mia nonna Tita, che viveva per i dolci. La seconda cosa che è necessario sappiate è che mia nonna ha scritto, ininterrottamente fino al giorno della sua morte, avvenuta per cause naturali quali malasanità e ritardo nei soccorsi, quintali di quaderni. Tassativamente a quadretti. Ha scritto tutti i giorni della sua vita. Ma mai una parola. Solo numeri. Mia nonna sapeva far di calcolo come nessun altro. Questo le ha permesso di mantenere un piccolo impero economico crescituo all’ombra di una Milano bombardata e distrutta e poi dilapidato dagli eredi, tra cui il sottoscritto, nella disperata ricerca di una casa. Solo numeri. Non ha mai scritto una parola. Non ha mai scritto cartoline. Ne le firmava, a dire il vero, volentieri. Anzi, brontolava rumorosamente quando arrivava il momento, tutte le estati, della processione alla Posta con il plico di cartoline per il parentado disperso in altri lidi. Di contro, poteva dire con precisione svizzera quanti gettoni fossero stati consumati nelle telefonate serali dalle cabine della Sip, che lei chiamava Stiptel.

Mia nonna Tita raramente rilasciava dichiarazioni ufficiali, limitandosi a un lieve borbottio appena percepibile al di sopra dell’uncinetto che sferruzzava quattordici ore al giorno, producendo tonnellate di centrini e copertine. Brontolava su tutto, ma mai ufficilamente.

Un giorno, quando ero abbastanza piccolo da non essere ancora nella lista dei suoi obbiettivi, le chiesi perchè non fosse mai venuta al mare. Mai. Lei stava sempre in montagna, sempre seduta sulla sedia, sempre con l’uncinetto. E quando noi migravamo, caricando la vecchia Peugeot di papà fino all’inverosimile, lei si limitava a guardarci e poi salutarci. Stava due settimane da sola in montagna. Rimpinzandosi di gelati e merendine.

Le chiesi, io che amavo il mare alla follia, come fosse possibile che lei non amasse il mare. E lei mi rispose, con una calma glaciale, che il mare lo amava, e anche tanto. Proprio per questo non veniva in quel porcilaio di “sabbia e umidità” dove mio padre ci portava. Che, per dovere di cronanca, era la Maremma dei campeggi, delle tende e delle pinete, dove il ceto medio migrava per quindici giorni ad agosto, con padri intenti a tener pulite le macchine, madri intente a cucinare e figli intenti a limonare in ogni modo e con chiunque.

La Maremma. Eppure la nonna non si sarebbe mai mossa. Era stata, in tempi remoti, le foto dimostravano l’esistenza delle macchine, di pettinature verticali alla Marge Simpson e di mia madre piccolissima, a San Remo. Di passaggio per andare a Lourdes. E di San Remo si era innamorata. Mica di Lourdes. A riprova che la nonna era tutto fuorchè stupida. Dei fiori, diceva, del mare, e degli scogli. E non voleva rovinarsi il ricordo. Di un mare così bello. O forse, adesso lo posso pensare liberamente, voleva semplicemente strafogarsi di zuccheri, facendo provviste per l’inverno in santa pace.

Pensavo a mia nonna, una volta arrivato qui. Nel cuore del cuore delle ferie italiane. Qui, dove gli alberghi finiscono quasi sul mare. Palazzi alti, finestre strette, balconi minimi. Qui dove le file di ombrelloni sono più di venti. E tra un lettino e l’altro c’è giusto lo spazio per una scoreggia. Nemmeno troppo forte. Qui dove il mare assomiglia pericolosamente al Gange. E i bagnanti a devoti indiani in pellegrinaggio.

Qui, insomma, dove il mare è una merda vera.

Mi si conceda, in memoria della mia amata nonna, di dire quello che penso. E che cazzo. Starci ci sto. Anche perchè osservo la felicità totale, completa, serena, del Piccolo. E sono felice anche io.

Lui, d’altronde, è troppo piccolo per poter apprezzare fino in fondo, l’ossessivo bisogno di amicizia che questi adulti hanno. Vicini d’ombrellone che, forzatamente, devono diventare amici, e avere una quotidianità da raccontarsi. Vicini di tavolo al ristorante che adorano commentare la cena insieme.

A me.

Che del mare adoro l’acqua cristallina, le onde, il silenzio, i profumi, il pesce, il tramonto nell’acqua. E che qui non c’è niente di tutto questo.

Mi hanno detto che questa città è una delle mete dei calciatori. Ora, la cosa mi genera due grandi dubbi. Può una informazione del genere migliorare la qualità della vita delle persone? Può un calciatore rendere la mia vita più felice?

In compenso, credo sia collegato, la città è popolata da una quantità inverosimile di giovani donne votate alla causa del cazzo. Non vorrei cadere nel trash. Perchè, mi dicono, sto diventando troppo trash. Vorrei rimanere aulico, fine e poetico. Osservo le allegre famigliole, milanesi bergamasche e russe. Il variopinto carosello di accenti e abitudini. Le gioiose urla dei bimbi, le drammatiche smagliature delle madri, i deprimenti borselli dei padri. Ma osservo pure, anche se al limite dei miei orari, scanditi dal Piccolo, l’affluenza di un numero considerevole di giovani donne che, al calare delle tenebre, quando il sole tramonta dalla parte sbagliata, lasciando anche il mare parecchio perplesso e solo, calano nelle reception degli hotel chiedendo taxi. Scie di profumi fruttati restano dietro di loro, che camminano su vertiginosi tacchi, avvolte in mini abiti, mini top, mini gonne. Trucco impeccabile e linea da urlo. Facciamo appena in tempo, io e il Piccolo, a vederle. Coincide, la loro uscita dalle camere, con il nostro rientro, armati di latte e rhum. Loro prendono un taxi per la bella vita, noi ci catapultiamo nei libri della Peppa Pig e Maurizio Sbordoni (leggetelo, se vi capita. Ne vale la pena. Scrive davvero bene: per un attimo potrebbe farmi dimenticare la tristezza balneare che vi circonda). Di contro il loro rientro coincide con il momento in cui io e il Piccolo usciamo, per controllare che ci sia il mare, camminare annusando gli oleandri e la lavanda e aspettare che apra il bar per la colazione. Provate da una notte intera, sono meno belle, ma restano sempre particolarmente appariscenti.

Io non avrei mai fatto, volontariamente, una vacanza qui. Con le mie amiche. Ho messo anche io, per qualche anno, le notti davanti ai giorni. Ma ho sempre preferito passare le ore di hangover su deliziose spiagge. Vomitare nel mare cristallino greco è decisamente meglio che in questo maledetto pentolone giallo.

Scelta loro.

Mi fa sorridere molto, ma ci tornerò sopra parecchie volte ancora, questo sciame di marche, borse griffate, macchine cabrio, occhiali con grandi loghi, magliette e ciondoli, sandali firmati, asciugamani di stilisti famosi. Un lusso da esibire, dandosi anche un certo tono, per poi tornare, mestamente, in questi albergoni con camere piccole, balconi piccoli, letti piccoli, davanti a un mare giallo e caldo.
Ho sempre preferito, e sempre lo farò, il mio costume sbiadito, i miei piedi nudi, la mia maglietta di Wired, ma stesi a una finestra che da su un mare perfetto come un delitto irrisolto.

Non ho nemmeno un asciugamano. E mi pesano le occhiate critiche delle mamme griffate quando rubo l’asciugamani del Piccolo, per asciugarmi la faccia.

Lui è felice. Io sono felice. Anche con un asciugamani solo.

Ma, dite quello che volete, mia nonna Tita aveva una grande ragione: non è che uno, abituato alla bellezza infinita di una cosa, può accontentarsi di una sua banale imitazione.

Per questo, dico, non capisco che cazzo c’entrino i calciatori.

Non è che se un calciatore mangia merda, a me la merda debba piacere.

E non è che se un calciatore veste maglie dal collo larghissimo, di colori sgargianti, con sneakers piene di borchie, io possa tollerare che lo facciate anche voi.

Oggi mi ero ripromesso due cose: di portare il Piccolo fino alla pineta, per cercare i merli neri, e fischiare per chiamarli. Cosa che riesce meglio a lui di me. E di non essere trash. Apprezzate, ve ne prego, il fatto che per tutto questo tempo io non abbia chiamato le troie da sbarco con il loro nome commerciale, ovvero troioni da sbarco, ma giovani donne.

Fischio e non dico parolacce.

Scrivo un racconto. Anche se il contesto, partendo dal sole che tramonta dalla parte sbagliata, mi disturba alquanto. E cammino con lo stesso passo del Piccolo, molto più lentamente di chi ha fretta, e molto più velocemente di chi si ferma ad essere infelice per cose stupide.

Le Quattro cose da fare tassativamente in Ferie

Più precisamente dodici. Me lo ripeto, mentre li riconto. Dodici bollettini da pagare. Lancio sul tavolo il telefono. Apro il frigo. Ho razionalizzato gli acquisti seguendo una logica post moderna molto in voga nei primi anni settanta nelle case degli spacciatori di LSD californiani. Ho due bottiglie d’acqua e una di rhum. 

Apro il rhum. 

Osservo la pila di cose da stirare. Apparentemente siamo di fronte a un crollo psico-domestico. Passando, delicatamente, il dito sulla mensola, si può raccogliere una pellicola di polvere. Cerco un bicchiere pulito. 

Niente. 

Non lavo i piatti. Sono uno dei primi sostenitori di quel prezioso elettrodomestico che passa inosservato nella maggior parte delle case moderne, ma che in verità salva interi matrimoni e addolcisce molte vite: la lavastoviglie. Che qui non è prevista. 

Ergo, non lavo i piatti. Quando finiscono, ho calcolato, conviene ricomprarli. E con un utilizzo intelligente, ovvero bevendo e mangiando nella stessa ciotola, si risparmia parecchio. 

Recupero una grossa tazza bianca con uno smile giallo. Roba da porno casalinghe. O da nerd segaioli. Credo che il precedente inquilino fosse del secondo tipo. Una porno casalinga non avrebbe lasciato così tante tracce di tristezza. Come le tende in tinta con il colore del muro. Arancione e giallo. Roba da nerd. Fidati. 

Mi siedo sul divano, spostando la posta. L’uso del divano come mensola risale alle mie più precoci abitudini domestiche. Mio padre è ossessivo compulsivo, nel senso buono del termine, se mai dovesse esistere un senso buono. Non butta nulla. Dalla notte dei tempi. Questo ha dei risvolti estremamente positivi. E’ in grado di recuperare carte di sei o sette anni fa. Documenti che nemmeno l’archivio storico tiene più. E ha dei lati negativi. La casa si è lentamente riempita di oggetti, carte, buste, scatole. Ovviamente lo sfruttamento delle superfici tradizionali si è presto dimostrato insufficiente. Il divano e i letti sono diventati scaffali a cielo aperto. Ho imparato molte cose da mio padre. Tra cui l’uso improprio del divano. 

Mi siedo, accendo una sigaretta. Controllo l’estratto conto. Faccio un breve calcolo. Con questo comportamento finanziario mi restano meno di sessanta giorni prima di un catastrofico collasso. Bancarotta domestica. 

Il mio sesto senso percepisce un inizio di straziante serata di auto commiserazione. Che, al netto di un paio di serate in cui i troppi Spritz mi hanno reso innocuo nei confronti di me stesso, è lo spettacolo in programma da qualche tempo a questa parte. 

Non ci sto. Reagisco. Come i veri uomini. Come i veri uomini fanno, in queste situazioni. Quando la vita ti prende per i coglioni, insomma. 

Finisco il rhum e riempio la tazza di nuovo. 

Mi accendo una sigaretta. Osservo la parete gialla e arancione. In effetti una televisione, piacevole stordimento, non guasterebbe. 

Metto Brendan Kelly. L’allegria del momento mi spinge anche ad accendere una candela alla lavanda. 

Aspetta, fratello, Rifletti. Non lasciare che dodici bollette, una casa allo sfascio, una situazione lavorativa pressochè compromettente e una vita sentimentale che assomiglia sempre di più a un brutto sogno possano calpestare il tuo umore. 

Finisco il rhum. 

Cominciamo a ragionare. 

Riempio la tazza, lasciando una piccola aggiunta. Darò la mancia a questo cameriere. 

In effetti, come dimostra il fatto che io sia, più o meno, ancora in piedi, difficilmente mi arrendo. E quando lo faccio, lo faccio da dio. Anche arrendersi richiede una certa classe. E’ nei fallimenti e nelle rese dei conti che si vede la vera classe. Vincere è facile. 

L’altro giorno ho gironzolato per una libreria del centro in cui non entravo da tanto tempo. Anni credo, visto che ho il ricordo netto di una fidanzata appartenuta a un passato remoto. Quando mi davo un tono, portando le mie vittime in libreria con una scusa qualsiasi e mostrando i muscoli intellettuali di chi ha letto Cent’Anni di Solitudine, Il Maestro e Margherita, L’amico Ritrovato, Seta, Oceano Mare, il piccolo Principe, e riesce a muoversi con destrezza attraverso gli scaffali. Offrivo vere e proprie prove di conoscenza letteraria nel disperato tentativo di compensare il resto. Funzionava. Non con tutte. Ma funzionava. 

Ho ciondolato per gli scaffali, cercando una lista di libri per quest’estate. Odio le librerie eccessivamente organizzate. Quelle con gli scaffali divisi per genere, con gli autori in ordine alfabetico. Ho passato i Gialli, i Grandi Autori (una miserevole marchetta a quei quattro stronzi che scrivono sequel di sequel di prequel di storie sado maso moderne, bastardi). Mi sono fermato a pescare un paio di libri e poi mi sono ritrovato incollato a un Manuale Per Schiave Sottomesse. 

Cristo Santo. 

Un Manuale Per Schiave Sottomesse. 

A pochi metri dal Piccolo Principe. 

Credo di essere rimasto a leggere per quasi mezz’ora. Scritto con dedizione e una certa vena poetica, il suddetto manuale si dimostra come un importante strumento per la coppia moderna, la coppia che sa quando e dove osare, nell’intimità di una casa che nasconde e allo stesso tempo lascia che le mura del preconcetto cadano a colpi di vibratori, manette, fruste, e altri oggetti che non credevo davvero potessero essere infilati negli sfinteri. 

Ho scoperto, con discreta soddisfazione, di essere nato decisamente padrone. E non schiavo. Anche perchè, non vorrei ripetermi, ma l’uso improprio di candele, coltelli, mattarelli e altri oggetti contundenti posso tollerarlo, ma non sui miei sfinteri. 

E ho anche scoperto che, in fondo, forse il mondo non sta andando così tanto a puttane come sembra. Ho tenuto il libro con me. Per lasciarlo vicino alla cassa. In bella mostra. Magari, che ne sai, salverò una coppia, quando una moglie svogliata, passata per comprare la serie completa dei DVD di Desperate Housewife, incuriosita, lo prende e lo porta a casa. 

Adesso la pila di libri è l’unica cosa apparentemente in ordine in casa. 

Domani mi spingerò fin nelle remote viscere di un supermercato, comprando prodotti che non capisco, con profumazioni che non tollero, per pulire superfici che non uso. Per quanto riguarda lo stiro, ritengo che sia arrivato il momento di lanciare una moda al passo con i tempi, per un maschio che non deve chiedere mai. Ne se può infilare un mattarello, ne se può mettere una maglietta non stirata. 

Poi comprerò dei piatti di plastica. E una nuova bottiglia di rhum. Che, manco a dirlo, è quasi finita. 

Poi, spinto da una insensata voglia di civiltà, pagherò i miei debiti e le mie bollette. Pago sempre. 

C’è qualcosa, in fondo a tutto questo, che lascia un filo d’amaro. 

Ma, al momento, è decisamente meglio passarci soavemente sopra. Limitandosi all’esecuzione di semplici azioni da cittadino civile. 

Evitare di svegliare il cane che dorme. Anche perchè questo non è un cane. E’ una belva. 

Che beve rhum.

 

PS: in ferie ricordatevi di fare alcune cose fondamentali. La prima: ricordatevi di essere in ferie. Con tutto quello che ne consegue. Menarsela di meno, lasciare che il cellulare riposi, provare a camminare a piedi nudi, ricordarsi di avere un’anima, eccetera. La seconda: leggete. Se proprio proprio non riuscite a leggere nulla di sano, correte a comprare il Manuale Per Schiave Sottomesse. Diciotto euro ben spesi. La terza: a metà delle vostre vacanze, poco prima che inizi a insidiarsi la pericolosa serpe della depressione da rientro, sedetevi. Con calma. Meglio se soli. (o, in caso abbiate una schiava, sulla vostra schiava, ma fatela stare zitta). E scrivete una lettera. A qualcuno che amate, che avete amato, che state amando. Scrivete tutto quello che pensate. Una lettera. D’amore. Metteteci la data. Rimettetela dentro la borsa. Tornati, deciderete se spedirla o consegnarla, o tenerla, (o farla ingoiare alla vostra schiava). Quarto: smettetela di gironzolare in internet cercando regole per qualsiasi cosa facciate. Le cinque regole delle persone felici. Le sei regole delle mamme perfette. Le tre regole della schiava moderna, i quattro cardini per gli addominali da sballo. Che due coglioni. Voi e le vostre cazzo di regole. Prendete una decisione che sia una. Da soli. Senza nessuno che vi detti regole. E poi dettatevele voi, le vostre regole. Siate padroni di voi stessi e non schiavi delle regole. 

L’idea di aver cercato in internet “le cose da fare tassativamente quest’estate” mi da un grande senso di tristezza. Spero davvero non lo abbiate fatto. Spero. Ci credo. Non voglio credere il contrario. 

Infine, se desiderate maggiori informazioni su alcuni divertenti e (apparentemente) legali usi di mattarelli e palle da tennis, contattatemi. Ho una certa cultura in merito. Manco di esperienza, ma in questo caso la ritengo una fortuna.

 

Grazie Al Cazzo (affrontare l’estate pieni di stimoli)

Entro in libreria ancora un po’ scosso. 

Seduto sul bordo della piscina, mi chiede: “che regalo le fai?”.

“un libro, mi sembra ovvio”.

“un libro è un regalo del cazzo”. 

Un libro non è un regalo del cazzo, cazzo. I regali del cazzo sono altri. Che so, le tre paia di calzini bianchi di spugna che per dodici anni consecutivi la vecchia Zia Mat mi ha regalato. Io non metto calzini bianchi. Diffido degli uomini con i calzini bianchi. Quello era un regalo del cazzo. 

Entro in libreria, dicevo, e mi sento in bilico. Forse, dopotutto, è un regalo del cazzo. 

Allora esco. La fortuna dei centri commerciali. Faccio sei metri lineari, entro in un negozio molto cool, molto figo, molto giusto. Luce soffusa, profumo sparato, video di surfisti. Se non fossi nell’hinterland milanese, mi sentirei in California. 

Magliette colorate. Arcobaleno. Frasi molto fighe, molto cool, molto giuste. Scollature abbondanti, vedo non vedo, pizzetti. Bermuda, pigiami. E’ tutto molto figo. Molto anoressico ma molto figo. Suppongo sia molto figo poter mettere un vestitino figo. Ma non me la sento di regalarlo. 

Esco, faccio tre metri lineari, entro in una gioielleria. Osservo pendoli e ciondoli. Ti regalo un ciondolo d’oro. Investo nell’oro. Così quando muori, morirai coperta d’oro. 

Ritorno in libreria. 

Un libro non è un regalo del cazzo. Ne compro due per lei e quattro per me. Avrò molto tempo per leggere questa estate. 

Ti regalo un libro. E’ come se ti regalassi una finestra. Poi se vuoi, la apri tu. Affacciati, se vuoi, sul mondo. 

Arrivo, con i miei due libri, alla festa. Adoro le feste di compleanno. E’ proprio una cosa che mi piace. 

Ordino spritz. Bevo spritz. Non bevevo spritz. Adesso bevo spritz. Lo Spritz ha una bella storia. Inventata, come tutte le belle storie. Meglio di quella del cuba libre. I soldati austriaci allungavano il vino veneto, troppo alcoolico, con acqua. Lo Spritz. Allungare il vino con l’acqua frizzante. Una bestemmia. Molto di moda. Insomma, bevo spritz. Mi piace. 

Mangio tramezzini e pasticcini. Ascolto e osservo. Adoro le feste di compleanno. La gente si rilassa. Ho regalato due libri. Non è un regalo del cazzo. Anzi. 

Conosco un artista. E’ figo. Essere artista, dico. C’è quella discreta percentuale di possibilità di finire poveri, tristi e depressi. Ma lo devi mettere in conto. La tristezza degli artisti è come i legamenti dei calciatori. Shit happens. 

Non capisco, con esattezza, il confine tra arte e “mi faccio i cazzi miei e voi me li pagate”. Ma anche quando Fante scriveva di Bandini nessuno lo capiva. Dicevano che non erano romanzi. Dicevano che i racconti di Carver non erano racconti. 

Insomma, meglio stare nella zona grigia, apprezzando con distacco poetico l’impegno e il lavoro e aspettando che i posteri decretino se si sia trattato di arte o di un gran modo di sopravvivere. 

Il problema delle feste di compleanno di domenica è che poi c’è il lunedì. O forse è il problema dell’eccessivo consumo di spritz. Mi piace lo spritz. Lo ho già detto? 

E non mi piace regalare oggetti ai quali è stato dato un valore irreale. Lo ho già detto? Insomma, magliette, ciondoli, creme, erbe, tisane. Meglio i libri. 

Metti che poi, come spesso succede, io ti abbia davvero regalato il libro della tua vita. Quella finestra che, inconsciamente, apri e “voilà”, la tua vita cambia in meglio. 

Difficilmente succederà di lunedì. Ma, potrebbe succedere. 

Il lunedì mattina la maggior parte dei dentisti ha compulsivi disordini mentali rapportati al suicidio. Lo leggevo sull’Economist. 

Meglio gli artisti, che camminano sul filo teso, sapendo bene quanto si possa andare su e giù. 

Ho un’amica che passa la maggior parte della sua vita a piangere. La vera notizia è che ho un’amica. Una volta digerita questa sensazionale notizia, la restante parte è: passa la maggior parte della sua vita a piangere. 

Piangere è una cazzata. Come regalare ciondoli e tisane. 

Serve, per carità. Ma non si può basare tutta una vita sul pianto. 

Piangere è omaggiare il passato, regalando meriti a persone, sensazioni e posti che hanno avuto un ruolo importante. Fossero davvero così importanti, sarebbero ancora qui. Nel presente. Dove è inutile piangere. 

Meglio fare l’amore, dico io. O bere spritz spulciando nella vita di sconosciuti rilassati a una festa di compleanno. 

Io non capisco proprio, tutta questa impellente necessità di pianto. Però lei vuole piangere. Non le dico che non serve a nulla. Non lo capirebbe. Lo capirà da sola, finite le lacrime. Finito di restare appesa tra un passato ingombrante e un futuro già deciso. Vivendo il presente. 

Dove non serve piangere. Non c’è nessun bisogno di piangere, se le cose non succedono, ma le fai succedere. 

E’ lunedì. Chiari segnali di una lenta e inesorabile ripresa economica rendono gli ottusi più ottimisti. La maggior parte di voi prepara cartelline ordinate di plastica trasparente con biglietti aerei. La guida, i biglietti, le medicine. E’ lunedì. 

Un libro non è un regalo del cazzo, in fondo. 

E piangere non serve a nulla. 

E, non me ne vogliano i veneti, gli austriaci, il marketing del Campari e tutti quelli che credono disperatamente che una festa in spiaggia sia la felicità: lo spritz è buono, ma un buon rhum è altra cosa. 

Solo che mi pareva brutto arrivare in un posto, tra l’altro frequentato da artisti e giovani promettenti promesse del mondo del business, e ordinare rhum. 

Dai sempre quell’idea di scappato di casa. Uno spritz è più cool. 

E’ lunedì. 

Voglio scrivere e leggere. 

E bere del rhum. 

Piangerei anche io. Ma non serve a un beneamato cazzo. 

E poi mi viene male. Ho il nasone. Mi si arrossa tutto. Roba brutta, da vedere. 

Mi fa paura l’incredibile scontro tra il mio passato e il mio futuro. Per questo mi siedo, nel presente, e aspetto. 

E’ lunedì. Le feste di compleanno alla domenica lasciano un vago odore di spritz. Sui capelli. 

Entro in riunione. Un brainstorming creativo di lunedì mattina. Facce abbronzate. Sandaletti estivi. I primi braccialetti senza senso. Ordino caffè per tutti. E poi chiedo: 

“Credete di aver pianto a sufficienza nella vostra vita?”

Nessuno risponde. Sono qui per un brainstorming creativo. Partorire idee, eseguire. Rivedere. Correggere, eseguire. Rivedere. Correggere, modificare, eseguire. 

“perchè se non avete pianto abbastanza nella vostra vita, vuol dire che il vostro passato non è mai stato così figo come lo ricordate”. 

E’ lunedì.

Adoro osservare il disordine dell’anima venire a galla, con una semplice domanda. 

In fondo al mare, proprio vicino a te.

“Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai, potranno prendere imbarchi diversi, saranno sempre due marinai”

Dal piccolo balcone si vede un triangolo di mare. Piatto, infame, giallo e azzurro. Si vedono gli scogli, messi li a proteggere dalla forza dell’inverno, così inutili in questa quiete d’estate. Sento il rumore del ventilatore, e il profumo di lavanda. La casa è talmente piccola che quel piccolo barattolo riesce ad arrivare fin sul balcone. Alle spalle le colline, gialle, verdi e marroni. Sembrano aspettare un tramonto, e null’altro. I vigneti immobili. Cade della cenere. 

Sudo. Fermo immobile. 

Non sono arrivato in tempo, per fermare l’urlo del mio dolore. Non ho fatto in tempo, e adesso resto immobile a guardarne le conseguenze. Struggenti. Immobile come il mare. 

In questa estate, in questo posto, sembra non possa esistere nessun autunno, perchè non può esistere l’inverno qui. Respiro a fondo, bevo acqua ormai tiepida.

Ci sono stati occhi che non mi hanno fatto dormire. Occhi che non mi hanno fatto mangiare. Occhi che mi hanno fatto scrivere. 

Ho portato via quello che potevo, scatoloni di roba che hanno l’ambizione di essere tutto un mondo. Poi ti accorgi di quanto poco valga, tutta questa roba. Sento di avere tutto, proprio perchè mi sono reso conto di non avere nulla. 

Tutte le mattine, cercando di muovermi nel buio, perdo la scommessa con il passato, scontrandomi contro il presente. Ho le gambe piene di lividi. Sbatto contro le misure che non ho ancora preso. Non voglio prenderle. 

Ho portato qualche libro, e dei vecchi quaderni. E una cartellina azzurra, macchiata di caffè. Fogli gialli, tantissimi. Tutto quello che ho scritto, anni fa, per rimediare al dolore di quegli occhi, che ho rivisto pochissimo tempo fa. E che non mi fanno più male. Pensare che credevo di non poter nemmeno sopravvivere a un dolore così. E scrivevo, scrivevo, scrivevo. 

Quando non sono capace di vivere, mi fermo e scrivo. Niente da capire. Scrivere. 

Ho portato un sacco di piccoli oggetti. Che non servono a nulla, se non a farmi sentire a casa. 

C’era un periodo in cui buttavo i ricordi nel mare. Immaginavo di vederli andare a fondo, insieme agli oggetti che lanciavo. Andavo sul vecchio molo, di fronte alla chiesa, e lanciavo tutto. Sentendomi liberato, non appena la mano liberava la presa. Poi tornavo a casa. Un pezzo di passato in meno. 

Ci vorrebbe della pioggia. Per me, per queste colline. Per mettere a tacere questi pezzi di conversazione, che scappano dall’ordinato controllo del mio dolore. 

Non adesso. 

Non succede. 

Non piove. Sto seduto, sudando e ricordando di quando scrivevo, scrivevo, scrivevo. 

Il mare immobile, le colline immobili, l’aria immobile. 

Una notte lunga da attraversare. 

Poi per forza di giorno cammino solo, stanco, come un malato, con una voglia infinita di buttare le mani contro un muro, appoggiarmi, stare li. 

Io capisco di mare, capisco di motori, capisco di rumori dell’anima. 

Ma non capisco molto d’amore. 

Questo sembra chiaro. 

Resto seduto, immobile come tutto quello che c’è intorno. Aspetto semplicemente che passi. Almeno per oggi. Accendo un’altra sigaretta. Ripenso a tutto quello che ho fatto. Faccio sogni strani, in queste notti. 

I quaderni che mi sono portato raccontano storie scritte veloci. 

Se mai dovessi vederla, ricordale tutti i miei errori. Lo dico al gabbiano che mi si è seduto davanti. Cova, gorgogliando, sulla caldaia, con il becco che cerca aria. Ricordale di non preoccuparsi troppo. Ricordale di provarci, almeno una volta. 

Ad essere quel profumo che fa dimenticare tutto il male. 

Ad essere quegli occhi che possono davvero togliere il sonno. 

 

Cerco, nel piccolo frigorifero, dell’alcool. C’è del vino, bianco. 

Scommetterei, ma ultimamente perdo tutte le scommesse. 

Ogni tanto mi capita di fermarmi, e pensarci. 

A quanto io abbia scritto al posto di parlare, urlare, piangere. 

Aspetto, insieme ai pescatori, che questo mare porti qualcosa di buono. 

 

 

Quell’insana voglia di sfoglia-sfoglia (Nicole Minetti is my president)

Se vuoi rovinarmi la serata, parliamo di politica o di calcio. Perchè del calcio non mi interesso per nulla, se non per il variopinto carosello di figa che accompagna i calciatori. Invece di politica mi sono interessato anche troppo. Decisamente troppo. Ho creduto nella forza dirompente dell’opinione, nell’incontrastabile potere di un giudizio, nella democrazia. 

Per poi cadere, come tutti voi, nelle mani di un teatro levantino di interessi, mignotte e piccoli imbrogli. Voto, ci mancherebbe. E voto sempre lo stesso partito. Anche se ormai siamo rimasti in sei. Io e i cinque candidati. 

Ma non chiedetemi di parlare di politica. 

Da quando non posseggo più un televisore sono ben felice di avere più tempo per me, ma non so bene cosa farmene visto che quel preciso tempo lo avrei volentieri investito nel rapportarmi con un televisore. Allora, costretto ai metodi alternativi di intrattenimento, mi sono buttato sul digitale. Cazzeggio digitale avanzato. 

Nel buoi della mia cameretta, ritrovo l’emozione di essere aggiornato sui fatti del mondo, in tempo reale. Meno su quelli locali, che sono tutti a pagamento. Insomma non sapevo del terremoto a Numana, ma sapevo di quello in Nuova Zelanda. 

Poi, sul tardi, la sera, cado nella tentazione dello sfoglia-sfoglia. Quel processo di disattenta lettura che facevi dal parrucchiere, con Cronaca Vera e Chi. Magari senza nemmeno conoscere la metà dei personaggi.

Lo sfoglia sfoglia digitale si fa su Facebook, su Instagram e su Flipboard. 

Così, casualmente, ti capito sulla pagina Instagram di Nicole Minetti. E mi ritrovo a tirare l’alba. Non tanto sulle foto di Nicole Minetti. Che tutti sappiamo essere una discreta, timida, chiusa, ragazza di provincia. Ma sui commenti alle foto di Nicole Minetti. Che pubblica foto, questo va detto, degne di sostituire il funzionale catalogo Postalmarket anni 80 e anche le puntate migliori di Colpo Grosso. 

Si tratta, dopo tutto, di una parlamentare regionale, impegnata civilmente e politicamente in numerose battaglie sociali. Una bella figa, d’accordo. Ma pur sempre rappresentante del governo che gestisce, con inesorabile capacità di fallimento, la regione in cui vivo. 

Ecco, ho letto i commenti a molte foto. E a un certo punto non guardavo più nemmeno le foto. 

Ho provato lo stesso allarmante senso di nausea di quando guardo i commenti alle notizie su corriere.it

E mi sono ricordato perfettamente il motivo per il quale mi sono allontanato da ogni possibile espressione politica. 

Un giorno, a mio figlio, cercherò di spiegare questi anni bui. La generazione X e la generazione Y. 

Io la Minetti non l’ho mai votata, nemmeno indirettamente. Ma ho subito capito, già dalle foto di quando era una semplice igenista dentale, le potenzialità politiche della donna in questione. La sua lungimiranza e il suo spigliato senso del potere. 

E ho sentito forte il bisogno di buttare tutti i libri della Pivano, di Ada Merini, e di tutte le grandi donne che hanno fatto grandi le donne. 

Poi ho letto i commenti sotto le sue foto di instagram. 

Come è corretto aspettarci, c’è di tutto. 

A me quel tutto, che voi chiamante “La GGente”, mi terrorizza.

A me quel tutto, che voi chiamate “Democrazia”, mi toglie il fiato. 

 

Perchè capisco di essere, socio politicamente, una minoranza schiacciata da una larga maggioranza.

Non è che a noi non ci piace la figa. E’ che, presupponendo che la perfetta depilazione del suddetto organo, il rigonfiamento mammellare, lo sbiancamento anale e l’appassionante uso in licenza di tali organi, dati in cambio di potere o soldi,  non rappresentino sintomi di intelligenza, non ci aspettiamo che la figa comandi solo per il fatto di essere figa. 

A noi ci piace la figa. Ma leggendo la Pivano, ci si blocca il respiro. Le grandi donne sono altre. 

Mi è passata la voglia di sfoglia-sfoglia. E anche di “GGente”. 

 

Il cliente rompicoglioni (deluxe edition) Le Sette Regole Del Successo

Tolto lo zoccolo duro di pervertiti e maniaci sessuali che capitano su questo sito grazie a keywords quali: fighe pelose, vecchie milf, tette sudate, peni enormi, il cazzone del mio amico negrone, il resto dei visitatori cerca molte, divertenti, cose. Due sono gli argomenti principe:

le proprietà terapeutiche del rhum

i clienti rompicoglioni

Keywords che portano dritte dritte a due post pubblicati anni fa.Entrambi i post, come quasi tutti i post pubblicati, hanno un titolo che non centra nulla con il contenuto. Credo che questo possa generare qualche malcontento negli utenti che capitano qui con ricerche specifiche. Cerchi fighe pelose e si parla di beat generation, cerchi clienti rompicoglioni e si parla di serate alcooliche. Desidero quivi (quivi… cazzo che cultura), dare una chance a chi qui è capitato cercando “clienti rompicoglioni”. Una seconda chance. Per essere persone migliori. 

Sulle proprietà terapeutiche del rhum scriverò più avanti. In ogni caso sarà anche importante riconoscere che l’ingrossamento del fegato, la non corretta coniugazione di verbi, la nausea e l’alterazione delle capacità sessuali non sono proprietà terapeutiche ma dirette conseguenze di un appropriato e continuativo consumo di rhum. Ne parleremo più avanti. Se mai me ne ricorderò. 

Sul cliente rompicoglioni posso andare più a fondo. Adesso .Perchè è adesso che le vostre vite di venditori e venditrici stanno pericolosamente cedendo sotto il peso di una crisi che, nella migliore delle ipotesi, lascerà sopravvivere solo un decimo di voi. Non i migliori. Non i più forti. I più cazzuti. 

Se cerchi in internet “clienti rompicoglioni” hai per forza a che fare con il delicato mondo delle vendite. Tu devi vendere un prodotto, un servizio, una soluzione, una consulenza, un bilancio, un’otturazione, un massaggio a qualcun’altro. Esso, nella dinamica della vendita, è disposto a riconoscerti un valore per il prodotto/servizio, che solitamente si esprime in moneta corrente. Diffida da chi desidera pagarti con abbracci o pacche sulla spalla. Difficilmente, a livello di sistema economico, potrai poi rivendere i suddetti abbracci per comprarti da mangiare. Il vecchio, frusciante, denaro è sempre la soluzione migliore. 

Il fatto è che, nel corso degli anni, hai seguito innumerevoli seminari e corsi per migliorare le tue possibilità di vendere il suddetto prodotto e la suddetta soluzione al tuo cliente. Un notevole investimento intellettuale, da parte tua. Spesso non corrisposto in termini di denaro. Insomma, non sei diventato molto più ricco di prima, nonostante tu abbia seguito le dodici audio lezioni di coaching di vendita, pagate per altro 129 euro. 

Questo perchè, è bene che tu lo sappia, per vendere devi semplicemente avere una fortunata serie di combinazioni genetiche favorevoli, una buona dose di culo e molta perseveranza. L’uomo giusto, al momento giusto, nel posto giusto. 

Seguendo la teoria del “chi sa fa, chi non sa insegna” molti falliti venditori si sono imbattuti in felici carriere da coach. Allenatori di venditori. Tu ti faresti mai allenare da un ciccione cardiopatico per dimagrire? Bene. Perchè prima di pagare i 129 non hai chiesto al tuo coach quali incredibili successi di vendita lui abbia a supporto del prezzo del suo corso? Come mai un venditore smette di vendere per insegnare agli altri a vendere? Come è possibile che un uomo, nel pieno delle sue facoltà mentali, possa pensare di smettere una cosa estremamente piacevole come generare denaro, per insegnare ad altri a farlo? Hai mai visto Fabrizio Corona interrompere una ardita session di sesso orale con Nina Morich, scendendo in strada ed invitando i passanti a provare? Magari dando lezioni su come fare? 

Bene, hai buttato nel cesso 129 euro. Consolati, è solo l’inizio. 

In ogni caso, hai investito tempo e denaro su te stesso per migliorare, in fondo, la tua relazione con il cliente. Il tuo cliente. Che, a fasi alterne, odi e ami. Ne hai di buoni, che ti danno un sacco di soddisfazioni, e di cattivi, che ti fanno sentire l’acidità del pranzo salire, anche se il pranzo non l’hai ancora iniziato. 

Dall’alto di più di dieci anni di esperienza con i clienti, mi sento di poterti dire che quello che sbaglia sei tu. Per farlo, per dirlo, ho studiato e letto molto. E sono più di dieci anni che mi relaziono con i miei clienti. Vendendo loro, come richiesto dalla mia professione, cose di cui non hanno bisogno e che non si possono permettere.

Eccoti, (per ringraziarmi puoi scrivermi), alcuni importanti suggerimenti, utili nella vita lavorativa e nella vita privata. Sette regole. Poi ti spiego perchè sono sette. 

 

1) Il Ciccione Che ti fa dimagrire: smetti immediatamente di fare corsi. Informati prima. Se il tuo coach è un fallito, imparerai il fallimento. Andresti mai da un prete a chiedere delucidazioni sui lubrificanti anali? (beh, ok, ma non andare da un ciccione a chiedere come ha fatto a dimagrire).

2) smetti subito di prenderti sul serio. Il grosso rischio dei venditori è una delle patologie più pericolose dell’epoca moderna: il rigonfiamento dell’ego. Insomma, tiratela di meno. Resta sempre uno splendido novellino. Non te la menare. Ci sono venditori migliori di te, per fortuna, e peggiori di te. Tieni un profilo basso con te stesso. Funziona. Fattelo come mantra. Stay down. Tiratela davvero il meno possibile. Se proprio devi, chiuditi in bagno e sparati delle sessioni di rigonfiamento dell’ego davanti allo specchio. Da solo. O al telefono con un tuo amico. (ricordati anche che il fatto di essere un venditore di successo non ti rende migliore di molti altri animali e non aumenta le tue possibilità di riprodurti. E’ già pieno il centro storico di avvocati e commercialisti che esplodono nei loro vestiti su misura, dopo una positiva trattativa con un cliente. Non aggiungerti anche tu, ti prego). 

3) Smettila di fingerti amico dei tuoi clienti. Farsi amici i clienti è, psicologicamente, abbastanza normale. Comportamento deviato, ma normale. C’è una parte di umanità che confonde le solide basi di un contratto con l’affetto. Sono quelli che vanno a puttane e si innamorano. Abbastanza perverso. Fidati. Ci sono passato anche io. (ok, no. Non mi sono mai innamorato di una puttana. Ma cazzo, fidati, era bellissima e dolcissima. Duecento euro di puro amore, ma poi ci siamo lasciati). Il fatto che tu e il tuo cliente beviate insieme, pranziate insieme, parliate insieme, non significa nulla nella tua vita professionale. Se non che, pranzando con lui stai perdendo tempo per visitare un altro cliente. La Customer Intimacy, la nuova moda del momento di tutti i coach fighi, è roba da antiquario della vendita. Usali, come loro usano te. Fottili. Ma non farti fottere. Persuadili. Insomma, tutte le validissime regole che usi in una relazione sentimentale di successo.

4) Pere con Pere, Mele con Mele. Se sei arrivato anche tu alla fatidica frase “ehy, ma lei non compara pere con pere e mele con mele” vuol dire che hai un grande, grosso, problema di prezzo. Il tuo cliente ha trovato qualcosa di meglio. Lo paga di meno. Tu ti fissi sui particolari. Nella tariffa che vendi tu, i minuti di telefonate con il Congo Belga di notte sono 21. Il tuo concorrente ne ha solo 10. Ma il tuo cliente, in fondo, in Congo Belga non chiamerà mai. Lo sapevi fin dall’inizio. Incazzati con il tuo marketing, che ha creato un prodotto fallimentare. Non con il tuo cliente. Che ha tutto il diritto di comparare pere con limoni e banane con meloni. In fondo, quello che compra sono cazzi suoi. Non metterti mai nella condizione, poco dignitosa, di comparare pere con pere. Una volta scoperta tua moglie con l’installatore di Sky, ti metteresti davvero a misurare il suo pene e compararlo con il tuo? (tenendo conto che tu non puoi dare gratis a tua moglie il pacchetto Cinema e quella dannata somiglianza con il modello D&G?)

5) Il cliente rompicoglioni. Se sei ancora convinto di poter dividere i tuoi clienti in fasce di gradimento, sei in un periodo felice della tua vita da venditore.Ne hai tanti e diversi. Arriverai al duro momento in cui la maggior parte dei tuoi clienti saranno rompicoglioni. Chiamate fuori orario, richieste impossibili, tono sprezzante, alitosi da tartaro. Ma in fondo, come recita il vecchio adagio: se tutti ti sembrano pazzi, forse il pazzo sei tu. Traduci: se tutti sono rompicoglioni, forse sono i tuoi coglioni ad essere divenuti estremamente fragili. In questo caso, fidati che ci arriverai, ti rimane solo una cosa da fare: fattene una ragione. Oppure cambia lavoro. E’ come cambiare bar per smettere di bere, ma ti farà sentire meglio. 

6) Provaci ancora Tommy! essendo la vendita una semplice questione di tempismo umano, ovverosia essere al momento giusto nel posto giusto, la regola aurea è: provaci ancora. E ancora. E ancora. Ti ricordi di quella incredibile figa con cui hai ininterrottamente intrattenuto una relazione di finta amicizia per dodici anni? tu eri innamorato perso, lei no. Beh, in quel caso hai fallito per evidenti limiti estetici. Il tuo corpo non risponde alle prerogative di maschio alfa che provocano la reazione positiva dei ferormoni delle superfighe. Non puoi farci nulla. Anche se alcune ricerche hanno dimostrato che uno stipendio superiore ai 200 mila euro e una macchina tedesca con i cerchi in carbonio possono aiutare notevolmente la tua provvisoria condizione di cesso. Ma questo è un altro argomento. Provaci. Non smettere mai. Cazzo. Sei pagato per questo. E prenderai soldi per questo. Provaci, non smettere mai. Il fallimento non esiste. E’ solo un’altra occasione per provarci. (è quello che mi piace farti credere. Un vero venditore non fallisce mai, le seconde chance si danno solo agli sconfitti).

7) Smettila di leggere libri di Steve Jobs. Quando Steve Jobs è morto è iniziato un lunghissimo periodo di profanazione intellettuale della salma. Una delle frasi più ripetute era quella che lui avrebbe detto un giorno ai suoi collaboratori: se non ami quello che fai, smetti di farlo. Ecco, tu ti sei sentito immediatamente motivato. Incredibile. La stessa, fresca, sensazione, che hai quando dopo sei mojito la sera prima ti basta una bottiglia di Uliveto per sentirti di nuovo in forma. Un perfetto idiota succube del marketing basico. Se vendi aspirapolveri porta a porta o tariffe telefoniche, potrai anche dire in giro di essere innamorato di quello che fai. Ma chi cazzo ti crede, sballone del cazzo? Come cazzo fai ad amare delle aspirapolveri? Smettila di leggere libri di Steve Jobs. Focalizzati sulla vendita. Fai soldi a palate e poi cambia settore. Oppure fai solo soldi a palate. Cazzo, fai il venditore, ti vergogni di fare soldi? Hai mai visto una soubrette vergognarsi di darla via? Non vergognarti mai dei soldi. Ma usali bene. Dai, sempre, almeno il dieci per cento di quello che guadagni in beneficenza. Questo è fondamentale. Lo dice anche la Torah. E, cazzo, se lo fanno gli ebrei, fallo anche tu. Fai tutto quello che fanno gli ebrei. Fanno un sacco di soldi. Ci sarà un perchè. Se vuoi, evita di segarti il prepuzio. Ma per il resto, seguili. Una delle regole che i libri non ti dicono, se no non ci sarebbe gioco, è quella delle scimmie. Dalle quali, converrai, non ti distingui un gran che. Le scimmie quando nascono non sanno mangiare le banane. Imparano a farlo con una tecnica davvero difficile. Guardano quelle che lo sanno fare. E copiano. Infatti:

7+1) Scimmia vede, scimmia copia, la Golden Rule.  Vuoi veramente imparare a vendere: osserva i migliori venditori. Fai come hai fatto con Rocco e il sesso. Ore di filmati e ora sei un vero hard core player. Peccato che la tua fidanzata non sia una ventenne ungherese pronta a tutto, specialmente a farsi infilare la testa nella tazza del cesso. Peccato. Vuoi veramente vendere? Impara dai grandi venditori. Sembra semplice, ma non lo fai. Fatti una lista: chi vorresti imitare. Perchè. Ecco, poi fallo. Vuoi imparare a bere? Eccomi. Solo un esempio. Vale anche per il successo, estremo, nella vita. Chiedimi pure. Non essere timido

 

Eccoti spiegato, in fondo, perchè il cliente rompicoglioni non esiste. Sei tu il problema. Non sono l’unico a dirtelo. Fattene una ragione. 

Sai perchè le regole erano solo sette? E’ dimostrato da diversi studi che il tuo livello di attenzione, nel migliore dei casi, non supera i sette minuti. La tua memoria è in grado di ricordare poche cose. Per questo tutti i tuoi coach ti daranno poche e chiare regole. Nella speranza che tu ricordi. E ritorni per pagare ancora. 

Una volta, quando ero giovane, più o meno mentre scrivevo il mio primo post sui clienti rompicoglioni, ho letto un libro: Le Sette Regole del Successo. E mi sono innamorato. E’ un libro che dovresti leggere. E ricordarti solo la prima regola: devi essere fottutamente proattivo. Compratelo davvero, è un buon punto di partenza. Non fare l’errore, poi, di fermarti. Io distinguo le persone che incontro tra chi ha letto le Sette Regole Del Successo e i diversamente intelligenti. Se non vuoi leggerlo, ricordati almeno la prima regola: proattivo. Fatteli prima che loro si facciano te. 

Ecco. 

Non posso prolungarmi molto. Perchè nei prossimi anni prevedo di scrivere un libro, facile facile, su come avere uno straordinario successo nella vita. Seguendo la teoria del: chi sa fa, chi non sa insegna. 

Avanti, fattene una ragione, il problema sei tu. 

 

 

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

Un pomeriggio di sabato. Giugno. Sole, caldo.

Io non sono mai stato capace di chiedere quello che realmente volevo. Mai. Eppure lei mi aspettava semplicemente al varco, con i suoi grandi occhi pazienti e quei grembiuli a fiori che facevano tanto casa. Uno pensa a casa sua e vede l’immagine di quei grandi grembiuli a fiori. Fiori che poi, a dirti la verità, erano difficili da trovare in natura.

Avevamo parlato, con calma, della mia pagella. Un riassunto drammatico della mia netta propensione per le materie umanistiche. Quelle, in pratica, dove bastava leggere. Peccato che fossi in un liceo scientifico. Avevo provato a spiegarle, sinceramente, quello che poi la vita mi ha confermato: mi mancano le basi intellettuali per poter comprendere le leggi matematiche che governano il mondo.

Lei aveva sorriso, alla fine. Sorrideva sempre. Sembrava ci fosse più sole, quando mi sorrideva. Ricordo la sua voce, il suo tono nasale. Mi aveva chiesto di impegnarmi, di studiare, di andare a fondo, e di chiudere questo maledetto liceo.

Poi mi aveva chiesto di lei. E mi era venuto un tuffo al cuore. Un balzo. Lei sapeva di lei. Ovviamente. Lei sapeva tutto.

– Credo di amarla, mamma. Amo lei. Voglio sposarla. Essere felice, proprio come te e papà.

Si era messa le mani nelle grandi tasche del grembiule e aveva riso, di gusto. Poi mi aveva accarezzato.

– Adesso studia. Tutta l’estate. Poi, a settembre ti spiego che cos’è l’amore.

Ecco, io sono rimasto li sospeso.

Non per altro. E’ morta. A ottobre. Senza avermi spiegato che cosa sia l’amore.

A settembre eravamo troppo impegnati con la morfina.

Non si può dire che sia stata colpa sua, se poi dell’amore io ne abbia abusato e io con l’amore abbia fatto piccoli e grandi casini. Però mi sarebbe piaciuto stare a vedere la risposta alla mia domanda, uscire dal grembiule a fiori con un sorriso e una carezza.

Luglio, notte, caldo, cerco il telecomando del condizionatore, poi mi ricordo di non avere un condizionatore. Mi alzo, le lenzuola sono fradice. Sintetiche. Ho sbagliato il colore, ho sbagliato il tessuto, ho sbagliato.

Cammino nella penombra verso la cucina. Entra una luce forte, artificiale, dalla finestra. Sono i lampioni del parcheggio. Apro la finestra. Mi siedo per terra, mi appoggio allo stipite e mi accendo una sigaretta.

Se lo prendi così, per intero, l’argomento non è facile. L’amore, dico. Impossibile. Troppe implicazioni, in un bacio, in un sorriso, in una carezza. Ti tocca prenderlo a pezzi. E’ decisamente meglio. Piccoli pezzi.

Non ci sono più le risposte, nel grembiule blu a fiori. Ho visto mio padre, qualche giorno fa, ripiegare ordinatamente il grembiule e metterlo in un armadio. Mio padre non ha ancora buttato nulla. L’amore non ha data di scadenza. I ricordi nemmeno.

Così ho controllato, per scaramanzia, se ci fosse, dentro la grossa tasca del grembiule, una risposta per me.

Non c’era.

Il pavimento è caldo. Tutto è caldo. Eppure mi è stata venduta come una casa fresca. Col cazzo. Col cazzo che è fresca.

Col cazzo che l’amore si può negoziare.

Ho studiato, anni, libri, dispense, video, corsi, seminari, workshop, coaching. La lettura dell’essere umano. Il fine negoziale.

L’amore non si può negoziare.

Le ferite dell’amore restano aperte. La notte è come sale, sulla ferita viva.

Poi mi chiedono perchè io dorma male.

Ho amato troppo, per dormire bene. Ho amato troppo male per dormire sognando.

C’è un momento preciso in cui, un uomo saggio, dovrebbe fermarsi a capire. Cos’è l’amore. Quell’amore preciso. Perchè non si può capire l’amore di tutti. Tutti amano a modo loro. Poi, tutti hanno bisogno d’amore. Infinito.

Metti quella tipa che confondeva l’amore con l’essere docilmente inculata in un parcheggio dell’hinterland. E metti quel tipo che vuole solo parlare, e parlare e parlare. Forse potranno amarsi. Notti di parole e incularello al parcheggio del centro commerciale.

L’uomo saggio di cui sopra, dovrebbe fermarsi proprio li, in quel preciso momento in cui i piedi sentono lo sgretolio dello scoglio. In cui ci si sta per tuffare. In cui il peso propende troppo verso il mare. Ormai sei in volo, anche se i piedi sono ancora sullo scoglio. Ormai sei un tuffatore, non sei più un uomo sullo scoglio.

Fermarsi. Esitare.

Magia dell’indecisione.

E guardare giù, un’altra volta.

Fermarsi giusto per sentire, ancora una volta, quel tuffo al cuore che precede il lancio. Ascoltare i piedi, che involontariamente cedono, sentire le spalle che si portano verso il vuoto, respirare profondamente, prima di trattenere il respiro.

Nell’acqua, come tutti, nuoterai. Chi meglio, chi peggio. Nell’acqua, come tutti, berrai, ti sentirai perso, sollevato, freddo. E’ quando ti tuffi che, perlomeno, dovresti sentirti unico.

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore proprio non lo so.

Ma so che un piccolo particolare può rendere unico un intero mare.

Esitare.

Fermarsi.

Poi tuffarsi.

 

 

ti spiego perchè

Bloccato. Ventotto gradi, puro Medellin. Umido, torrido, grigio, opaco, fulmini a Ovest. Se immagini il Sud del mondo, eccoti servito. Tangenziale Est, Milano, mezzanotte. Martedì di luglio.

Vedo le luci dei grattacieli. Lampeggiare, ritmicamente. Milano sta cambiando. Tutto cambia.

Mi ero già annoiato terribilmente all’inizio della serata. Hipster, frikkettoni, fighetti e normali puttanazze da palinsesto Mediaset riempivano il posto. Che dovrebbe essere un raduno ascetico per bikers e surfers. E che quindi, seguendo la logica di Milano, è diventato un fosco ritrovo per pallidi professionisti che manifestano con orgoglio la loro partita iva, la loro evasione, i loro Rolex e le loro vite appese alla Circonvallazione Interna. Resti umani.
Milano. Normale gestione.
Non puoi compiangere la verginità di una puttana.
Puoi farlo, in verità, ma lo stupido sei tu.

Poi mi sono infilato in una noiosissima cena. Commenti sul vino, sull’industria del vino, sull’uva, sulla laicità dello stato, sull’industriosità dei viticoltori, sull’orgoglio veneto, sull’uva bianca.
Sentivo scendermi lentamente una goccia di sudore tra i pettorali. Sudavo per noia. Per fare qualcosa.

Poi mi sono infilato in un posto, per bere del rhum. Ho sbagliato posto, ero con la compagnia sbagliata, mi hanno dato Pampero Anniversario. E c’era la gente sbagliata. Uno, in particolare.

Una volta, tempo fa, ho deciso di non volere, ad ogni costo, essere come lui. Essere rampante, felicità a misura di Spritz. Aggressivo nel taglio sartoriale, deciso nella scelta cromatica della macchina, ma impotente davanti al dolore della vita. Ho deciso, tempo fa, di prendermi tutto questo disagio, tutto questo dolore, tutto questo casino. E bermelo fino in fondo.

Inizio a sudare, la macchina si è spenta. Si spegne da sola. Mi lascia sudare, per non inquinare. Bel gesto.

Meriterebbe una poesia, questa città, che riesce ad essere così stupida, così ignorante, così ottusa, e poi bellissima. Basta darle il tempo.

Devo, di fronte a lui, di fronte a gente come lui in generale, controllare gli spasmi. La chiamano rabbia, ma è il dolore della mia anima, che ruggisce. Come se tutto potesse risolversi in semplice odio. Razzismo al contrario. Sono il negro che infila nel ghetto il mio latifondista. Ma in fondo, non serve a nulla. Odiare lui, odiare gente come lui. Odiare il loro modo, arrogante, di ignorare la vita, le urla di dolore delle loro anime.
Non serve a nulla.
Non siamo la stessa gente.
Non parliamo la stessa lingua.
Anche se,
a volte,
desideriamo
la
stessa
cosa.

Se provi a concentrarti si sente, in fondo all’odore della notte, un rimasuglio di odore di mare. Dev’essere il temporale.
Io sto bene li, seduto sul bordo del porto. Un confine. Dove, in fondo, si può decidere di restare.

Ti spiego perchè.
Perchè ti farà più male di quanto pensi.

Ma te lo dirò di persona, davanti a un bicchiere di vino.

Bloccato, in coda ai miei pensieri.

Poetry is an insurgent art

Osservo il ragno, nero, grosso come un mio alluce, darsi da fare per portare sotto il cassone della tapparella una mosca. Morta, suppongo. La natura fa il suo corso, in camera mia. Sono le tre. Domenica notte. Lunedì mattina. Dipende da come guardi la cosa. Non dormo. Sono già sveglio. Dipende da come guardi la cosa.

Ho provato con del Nero d’Avola. Caldo. Il vino uccide i pensieri, ma innaffia i ricordi. Sento profumo di lavanda. Dicono che prima di morire si senta forte il profumo della propria infanzia. Sto, forse, morendo. E’ una pessima notte per morire. Sono pieno di debiti con il mondo. Mi sembra stupido morire proprio stanotte. Sarebbe scorretto. Pago sempre i miei debiti, per quanto male possa fare.

Un forte profumo, pungente, di lavanda.

Il silenzio delle tre. Il caldo delle tre.

 

Una volta, qualche vita fa,  ricordo di essermi addormentato addosso a lei. Sudati fradici. Nudi. Il sonno dei giusti, si dice. Anche se non credo ci sia stato nulla di giusto nel mischiare le nostre carni e le nostre pelli. C’era penombra, c’era caldo. C’era vino. Molto vino. Odore di candele, carne, estate. E sonno. Mi sono svegliato in piena notte, riconoscendo sul soffitto tutte le crepe. Ero a casa mia. La casa dove sono cresciuto. Il letto dove ho dormito per tutti quegli anni. Eppure mi sentivo ospite. Allora ho mosso dolcemente le sue braccia e l’ho lasciata dormire, respiro profondo, osservandole i fianchi e le gambe. Sono uscito, nudo, sul terrazzo. Mi sono seduto vicino alla lavanda. E ho cercato di capire che cosa fosse una casa. Per uno come me.

 

Sono passate molte notti, molti letti, molte carni, molto vino, un modo complicato per dire molti anni. Ancora non ho capito cosa sia, davvero, una casa per me. So di stare bene insieme a pochissime persone. Questo, insieme all’odore del porto, alla lavanda, al camminare a piedi nudi, al sentire il fresco dell’ombra, questo è quello che adesso chiamo casa.

 

Aspetto, non ho niente di meglio da fare, che arrivi il sonno. O il mattino.

 

Lei aveva il potere, logorato dall’abitudine di divani e televisioni, di prendere il mio corpo con una fame tremenda. Fame, a dire il vero, di tutto tranne che del mio corpo. Era il suo modo di prendersi un pezzetto di felicitrà. Tutti hanno diritto, mi diceva, di essere felici. Almeno un giorno, almeno un ora.

Prendeva le mie mani, mi bloccava, respirava forte, a volte lasciava cadere le spalle sulle mie. Questo era il suo modo di prendersi, almeno un giorno, almeno un’ora, la sua felicità.

 

Portavo i fiori sulla tomba. Li porto ancora. E poi innaffiavo la lavanda. E stavo seduto sul marmo, caldo, senza fare troppe domande. Tutti hanno diritto, lo sapevo, a cercare la felicità come possono. Dove credono. Ho cercato di capire cosa fosse, per uno come me, la felicità. Come la casa.

 

Avessi avuto la fortuna di essere capace di trovarla, questa felicità, nel sudore di una schiena, mi sarei fermato molte notti fa, prendendo casa dentro un respiro profondo come il mare.

 

Ho sempre apprezzato molto il grande senso di maledizione dei beat. Per questo leggo i beat.

 

Ho un libro di Ferlinghetti sul mobile, davanti al letto, poco sotto al ragno. L’ho conosciuto in un pomeriggio di agosto. Ho trovato nelle sue rughe, nel suo tono di voce, nel suo modo di prendermi, quello che cercavo. Maledetti e beati.

 

Impossibile prendere casa in un respiro.

 

Non lo dico io, lo dicono i miei anni. 

Donna Nana Tutta Tana

Combatto l’impulso di colpirlo con un destro allargato, sul naso, direttamente. Sangue, denso, rosso scuro, poi puro flusso, osso fratturato in più punti, scena di dolore, panico, vestiti macchiati. Lieve dolore alle falangi della mano. Per questo vado di destro. La mano destra conosce già questo dolore. E le sue conseguenze.

Ma niente.

Resto fermo. Immobile. Respiro. Tecnica base: quattro secondi inspira. Quattro tieni, sei espiri. Inspiri con il naso, butti fuori con la bocca. Sei volte. Poi sei volte ancora. Funziona.

So bene cosa mi aspetta. Il dopo. Il dolore rende consapevoli. Lui è grosso. Palestra. Pacchetto base per prova costume o per scopata. Percorso aerobico, pesi, gambe, pettorali. 29 e novanta al mese. Consapevolezza delle proprie possibilità non inclusa.

Corpo e mente, sodomizzati da influenze culturali ridicole. Insalatine a pranzo, beverone di proteine e addio ai carboidrati. Poche letture, cinema una volta al mese, nessuna capacità di distinguere azione e reazione, unica lettura giudicata interessante quella dell’estratto conto online, per verifica breve a fine mese. Capire se si può fare un fine settimana al mare, una cena di pesce, una serata più cara del solito.

L’eutanasia dell’uomo moderno.

Cerca donne magre, slanciate, puttane. Ma se glielo chiedi, puttane non lo dice. Cerca donne slanciate e magre. Palestra, cinema. Casa in condivisione. Dieta ferrea, una stretta cerchia di amici. Ristoranti sulle colline, serate a ballare, pensare a un bambino e invece comprare il cane. Pensare di essere finalmente indipendenti, e ritrovarsi con due padri e due madri al posto di uno.

Facciamo quasi ridere, messi vicini. Lui ha jeans da duecento euro, mocassini decisamente alla moda, una maglietta aderente che fa risaltare l’utile per il rimorchio della suddetta puttana. Io sembro uscito da una lavatrice.

Dopo una centrifuga.

Sono uscito da una lavatrice. Per anime.

Ho le rughe, i capelli schiacciati, mi cadono i pantaloni e ho la stessa camicia da sedici ore. Sembro un agente di commercio sfinito. Un rappresentante di stanchezza. Umana e spirituale.

Ci stiamo animatamente confrontando su delle divergenze parecchio importanti. Parrebbe che io mi sia permesso di guardare troppo a lungo una delle puttane magre, lampadate, toniche e ben vestite, che lo accompagnavano.

Credo che per lui sia una questione di dominio del territorio. Cane mangia cane. Questo è quello che pensa. Parecchi bassotti hanno l’insana consapevolezza di essere dei dobberman. E’ il potere degli innesti. Troppi mischioni fatti da allevatori senza scrupoli. Per noi bastardi scappati da canili di periferia è una manna.

Cane mangia cane.

Io mangio sempre per ultimo.

Soprattutto quando ho sufficiente rhum in corpo da farmi dimenticare l’incredibile dolore di setti nasali e costole rotte.

Lui urla, sufficientemente per essere sentito dal gruppo. Che non si capisce se approva o meno. Rimangono immersi nel loro mojito. Con quello che costa. Ci sono altri due uomini.

Sono, matematicamente, spacciato.

Talvolta mi chiedo dove cazzo siano i miei bastardi, i miei amici, quando servono. Tipo adesso.

Vuole il suo momento di show. Abbaia per questo. E piscia sul suo territorio.

Io sono uscito, da solo. Per smaltire la rabbia, per smaltire una interessante serie di problemi. Troppi per essere un mercoledì. Ho bevuto del vino a cena. Ho bevuto del rhum. Sto bevendo del rhum. Ho mangiato rabbia e rimorsi. Non digerisco bene, ultimamente.

Sentivo le ossa lasciarsi lentamente andare. Mi sono seduto appoggiato a una serranda. In fondo questo posto è anche un po’ casa mia. Lasciavo che parlassero, ridessero, passassero, davanti a me. Ascoltavo buona musica, da solo.

In effetti mi sono soffermato con lo sguardo su di lei. Vagavo con la mente. Niente di malizioso. Osservavo l’innesto della caviglia nella scarpa con il tacco, e il tallone calloso. Il polpaccio definito. Ne vorrei uno così. Solo che lei mi ha visto. Guardarla dal basso. Allora ho sorriso. E lei non ha preso bene il mio sorriso.

Sembro un maniaco. Me ne rendo conto.

Io resto seduto, mentre lui mi parla davanti. Non ho la forza di alzarmi. E’ scorretto. Perchè basterebbe un calcio, per rovinarmi. Ma ho provato ad alzarmi. Mi è solo venuta voglia di andarmene. Mai dare le spalle.

Controllo le gambe e le mani, mentre gesticola.

Respiro. Quattro. Quattro. Sei.

Sento la rabbia montare. Troppa. Troppa. Troppa.

Sento il braccio sinistro iniziare a tremare, lievemente.

Devo, assolutamente, andarmene.

Mi alzo.

Mi guarda, si avvicina. Credo che abbia inteso che io voglia discutere. Vorrei sparire, morire, lasciarmi cadere per terra, dimenticare, svegliarmi domattina.

Lo vorrei fare spesso. Ultimamente.

Mi giro, lentamente. Me ne vado. Sento una tachicardia piacevole, epinefrina in circolo.

Aumento del battito, aumento della pressione, dilatazione della pupilla. Inavvertitamente, è il piacevole effetto dell’epinefrina, consumo calorie.

Mi allontano, con il bicchiere in mano. Lo riporterò stasera. Ho bisogno di rhum.

Mi appoggio a un edicola.

Lascio scendere tutto.

Avrei fatto bene a rimanere. A rispondere con frasi taglienti. A giocare la mia partita. Avrei fatto bene è una delle frasi che non vorrei mai sentirmi dire.

Mai.

Stringo il bicchiere.

Mi viene da dire: e adesso?

Perchè in fondo stavo bene seduto là per terra.

Osservo da lontano il gruppo parlare. Uno mi guarda. Non abbasso lo sguardo. Non chiedetemi troppo.

E smettetela di prendervi così tanto sul serio.

Stringo il bicchiere.

Lo lancio con tutta la forza che ho contro il muro.

 

Forse è per questo che normalmente danno bicchieri di plastica.