Donna Nana Tutta Tana

Combatto l’impulso di colpirlo con un destro allargato, sul naso, direttamente. Sangue, denso, rosso scuro, poi puro flusso, osso fratturato in più punti, scena di dolore, panico, vestiti macchiati. Lieve dolore alle falangi della mano. Per questo vado di destro. La mano destra conosce già questo dolore. E le sue conseguenze.

Ma niente.

Resto fermo. Immobile. Respiro. Tecnica base: quattro secondi inspira. Quattro tieni, sei espiri. Inspiri con il naso, butti fuori con la bocca. Sei volte. Poi sei volte ancora. Funziona.

So bene cosa mi aspetta. Il dopo. Il dolore rende consapevoli. Lui è grosso. Palestra. Pacchetto base per prova costume o per scopata. Percorso aerobico, pesi, gambe, pettorali. 29 e novanta al mese. Consapevolezza delle proprie possibilità non inclusa.

Corpo e mente, sodomizzati da influenze culturali ridicole. Insalatine a pranzo, beverone di proteine e addio ai carboidrati. Poche letture, cinema una volta al mese, nessuna capacità di distinguere azione e reazione, unica lettura giudicata interessante quella dell’estratto conto online, per verifica breve a fine mese. Capire se si può fare un fine settimana al mare, una cena di pesce, una serata più cara del solito.

L’eutanasia dell’uomo moderno.

Cerca donne magre, slanciate, puttane. Ma se glielo chiedi, puttane non lo dice. Cerca donne slanciate e magre. Palestra, cinema. Casa in condivisione. Dieta ferrea, una stretta cerchia di amici. Ristoranti sulle colline, serate a ballare, pensare a un bambino e invece comprare il cane. Pensare di essere finalmente indipendenti, e ritrovarsi con due padri e due madri al posto di uno.

Facciamo quasi ridere, messi vicini. Lui ha jeans da duecento euro, mocassini decisamente alla moda, una maglietta aderente che fa risaltare l’utile per il rimorchio della suddetta puttana. Io sembro uscito da una lavatrice.

Dopo una centrifuga.

Sono uscito da una lavatrice. Per anime.

Ho le rughe, i capelli schiacciati, mi cadono i pantaloni e ho la stessa camicia da sedici ore. Sembro un agente di commercio sfinito. Un rappresentante di stanchezza. Umana e spirituale.

Ci stiamo animatamente confrontando su delle divergenze parecchio importanti. Parrebbe che io mi sia permesso di guardare troppo a lungo una delle puttane magre, lampadate, toniche e ben vestite, che lo accompagnavano.

Credo che per lui sia una questione di dominio del territorio. Cane mangia cane. Questo è quello che pensa. Parecchi bassotti hanno l’insana consapevolezza di essere dei dobberman. E’ il potere degli innesti. Troppi mischioni fatti da allevatori senza scrupoli. Per noi bastardi scappati da canili di periferia è una manna.

Cane mangia cane.

Io mangio sempre per ultimo.

Soprattutto quando ho sufficiente rhum in corpo da farmi dimenticare l’incredibile dolore di setti nasali e costole rotte.

Lui urla, sufficientemente per essere sentito dal gruppo. Che non si capisce se approva o meno. Rimangono immersi nel loro mojito. Con quello che costa. Ci sono altri due uomini.

Sono, matematicamente, spacciato.

Talvolta mi chiedo dove cazzo siano i miei bastardi, i miei amici, quando servono. Tipo adesso.

Vuole il suo momento di show. Abbaia per questo. E piscia sul suo territorio.

Io sono uscito, da solo. Per smaltire la rabbia, per smaltire una interessante serie di problemi. Troppi per essere un mercoledì. Ho bevuto del vino a cena. Ho bevuto del rhum. Sto bevendo del rhum. Ho mangiato rabbia e rimorsi. Non digerisco bene, ultimamente.

Sentivo le ossa lasciarsi lentamente andare. Mi sono seduto appoggiato a una serranda. In fondo questo posto è anche un po’ casa mia. Lasciavo che parlassero, ridessero, passassero, davanti a me. Ascoltavo buona musica, da solo.

In effetti mi sono soffermato con lo sguardo su di lei. Vagavo con la mente. Niente di malizioso. Osservavo l’innesto della caviglia nella scarpa con il tacco, e il tallone calloso. Il polpaccio definito. Ne vorrei uno così. Solo che lei mi ha visto. Guardarla dal basso. Allora ho sorriso. E lei non ha preso bene il mio sorriso.

Sembro un maniaco. Me ne rendo conto.

Io resto seduto, mentre lui mi parla davanti. Non ho la forza di alzarmi. E’ scorretto. Perchè basterebbe un calcio, per rovinarmi. Ma ho provato ad alzarmi. Mi è solo venuta voglia di andarmene. Mai dare le spalle.

Controllo le gambe e le mani, mentre gesticola.

Respiro. Quattro. Quattro. Sei.

Sento la rabbia montare. Troppa. Troppa. Troppa.

Sento il braccio sinistro iniziare a tremare, lievemente.

Devo, assolutamente, andarmene.

Mi alzo.

Mi guarda, si avvicina. Credo che abbia inteso che io voglia discutere. Vorrei sparire, morire, lasciarmi cadere per terra, dimenticare, svegliarmi domattina.

Lo vorrei fare spesso. Ultimamente.

Mi giro, lentamente. Me ne vado. Sento una tachicardia piacevole, epinefrina in circolo.

Aumento del battito, aumento della pressione, dilatazione della pupilla. Inavvertitamente, è il piacevole effetto dell’epinefrina, consumo calorie.

Mi allontano, con il bicchiere in mano. Lo riporterò stasera. Ho bisogno di rhum.

Mi appoggio a un edicola.

Lascio scendere tutto.

Avrei fatto bene a rimanere. A rispondere con frasi taglienti. A giocare la mia partita. Avrei fatto bene è una delle frasi che non vorrei mai sentirmi dire.

Mai.

Stringo il bicchiere.

Mi viene da dire: e adesso?

Perchè in fondo stavo bene seduto là per terra.

Osservo da lontano il gruppo parlare. Uno mi guarda. Non abbasso lo sguardo. Non chiedetemi troppo.

E smettetela di prendervi così tanto sul serio.

Stringo il bicchiere.

Lo lancio con tutta la forza che ho contro il muro.

 

Forse è per questo che normalmente danno bicchieri di plastica.

 

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