Poetry is an insurgent art

Osservo il ragno, nero, grosso come un mio alluce, darsi da fare per portare sotto il cassone della tapparella una mosca. Morta, suppongo. La natura fa il suo corso, in camera mia. Sono le tre. Domenica notte. Lunedì mattina. Dipende da come guardi la cosa. Non dormo. Sono già sveglio. Dipende da come guardi la cosa.

Ho provato con del Nero d’Avola. Caldo. Il vino uccide i pensieri, ma innaffia i ricordi. Sento profumo di lavanda. Dicono che prima di morire si senta forte il profumo della propria infanzia. Sto, forse, morendo. E’ una pessima notte per morire. Sono pieno di debiti con il mondo. Mi sembra stupido morire proprio stanotte. Sarebbe scorretto. Pago sempre i miei debiti, per quanto male possa fare.

Un forte profumo, pungente, di lavanda.

Il silenzio delle tre. Il caldo delle tre.

 

Una volta, qualche vita fa,  ricordo di essermi addormentato addosso a lei. Sudati fradici. Nudi. Il sonno dei giusti, si dice. Anche se non credo ci sia stato nulla di giusto nel mischiare le nostre carni e le nostre pelli. C’era penombra, c’era caldo. C’era vino. Molto vino. Odore di candele, carne, estate. E sonno. Mi sono svegliato in piena notte, riconoscendo sul soffitto tutte le crepe. Ero a casa mia. La casa dove sono cresciuto. Il letto dove ho dormito per tutti quegli anni. Eppure mi sentivo ospite. Allora ho mosso dolcemente le sue braccia e l’ho lasciata dormire, respiro profondo, osservandole i fianchi e le gambe. Sono uscito, nudo, sul terrazzo. Mi sono seduto vicino alla lavanda. E ho cercato di capire che cosa fosse una casa. Per uno come me.

 

Sono passate molte notti, molti letti, molte carni, molto vino, un modo complicato per dire molti anni. Ancora non ho capito cosa sia, davvero, una casa per me. So di stare bene insieme a pochissime persone. Questo, insieme all’odore del porto, alla lavanda, al camminare a piedi nudi, al sentire il fresco dell’ombra, questo è quello che adesso chiamo casa.

 

Aspetto, non ho niente di meglio da fare, che arrivi il sonno. O il mattino.

 

Lei aveva il potere, logorato dall’abitudine di divani e televisioni, di prendere il mio corpo con una fame tremenda. Fame, a dire il vero, di tutto tranne che del mio corpo. Era il suo modo di prendersi un pezzetto di felicitrà. Tutti hanno diritto, mi diceva, di essere felici. Almeno un giorno, almeno un ora.

Prendeva le mie mani, mi bloccava, respirava forte, a volte lasciava cadere le spalle sulle mie. Questo era il suo modo di prendersi, almeno un giorno, almeno un’ora, la sua felicità.

 

Portavo i fiori sulla tomba. Li porto ancora. E poi innaffiavo la lavanda. E stavo seduto sul marmo, caldo, senza fare troppe domande. Tutti hanno diritto, lo sapevo, a cercare la felicità come possono. Dove credono. Ho cercato di capire cosa fosse, per uno come me, la felicità. Come la casa.

 

Avessi avuto la fortuna di essere capace di trovarla, questa felicità, nel sudore di una schiena, mi sarei fermato molte notti fa, prendendo casa dentro un respiro profondo come il mare.

 

Ho sempre apprezzato molto il grande senso di maledizione dei beat. Per questo leggo i beat.

 

Ho un libro di Ferlinghetti sul mobile, davanti al letto, poco sotto al ragno. L’ho conosciuto in un pomeriggio di agosto. Ho trovato nelle sue rughe, nel suo tono di voce, nel suo modo di prendermi, quello che cercavo. Maledetti e beati.

 

Impossibile prendere casa in un respiro.

 

Non lo dico io, lo dicono i miei anni. 

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