ti spiego perchè

Bloccato. Ventotto gradi, puro Medellin. Umido, torrido, grigio, opaco, fulmini a Ovest. Se immagini il Sud del mondo, eccoti servito. Tangenziale Est, Milano, mezzanotte. Martedì di luglio.

Vedo le luci dei grattacieli. Lampeggiare, ritmicamente. Milano sta cambiando. Tutto cambia.

Mi ero già annoiato terribilmente all’inizio della serata. Hipster, frikkettoni, fighetti e normali puttanazze da palinsesto Mediaset riempivano il posto. Che dovrebbe essere un raduno ascetico per bikers e surfers. E che quindi, seguendo la logica di Milano, è diventato un fosco ritrovo per pallidi professionisti che manifestano con orgoglio la loro partita iva, la loro evasione, i loro Rolex e le loro vite appese alla Circonvallazione Interna. Resti umani.
Milano. Normale gestione.
Non puoi compiangere la verginità di una puttana.
Puoi farlo, in verità, ma lo stupido sei tu.

Poi mi sono infilato in una noiosissima cena. Commenti sul vino, sull’industria del vino, sull’uva, sulla laicità dello stato, sull’industriosità dei viticoltori, sull’orgoglio veneto, sull’uva bianca.
Sentivo scendermi lentamente una goccia di sudore tra i pettorali. Sudavo per noia. Per fare qualcosa.

Poi mi sono infilato in un posto, per bere del rhum. Ho sbagliato posto, ero con la compagnia sbagliata, mi hanno dato Pampero Anniversario. E c’era la gente sbagliata. Uno, in particolare.

Una volta, tempo fa, ho deciso di non volere, ad ogni costo, essere come lui. Essere rampante, felicità a misura di Spritz. Aggressivo nel taglio sartoriale, deciso nella scelta cromatica della macchina, ma impotente davanti al dolore della vita. Ho deciso, tempo fa, di prendermi tutto questo disagio, tutto questo dolore, tutto questo casino. E bermelo fino in fondo.

Inizio a sudare, la macchina si è spenta. Si spegne da sola. Mi lascia sudare, per non inquinare. Bel gesto.

Meriterebbe una poesia, questa città, che riesce ad essere così stupida, così ignorante, così ottusa, e poi bellissima. Basta darle il tempo.

Devo, di fronte a lui, di fronte a gente come lui in generale, controllare gli spasmi. La chiamano rabbia, ma è il dolore della mia anima, che ruggisce. Come se tutto potesse risolversi in semplice odio. Razzismo al contrario. Sono il negro che infila nel ghetto il mio latifondista. Ma in fondo, non serve a nulla. Odiare lui, odiare gente come lui. Odiare il loro modo, arrogante, di ignorare la vita, le urla di dolore delle loro anime.
Non serve a nulla.
Non siamo la stessa gente.
Non parliamo la stessa lingua.
Anche se,
a volte,
desideriamo
la
stessa
cosa.

Se provi a concentrarti si sente, in fondo all’odore della notte, un rimasuglio di odore di mare. Dev’essere il temporale.
Io sto bene li, seduto sul bordo del porto. Un confine. Dove, in fondo, si può decidere di restare.

Ti spiego perchè.
Perchè ti farà più male di quanto pensi.

Ma te lo dirò di persona, davanti a un bicchiere di vino.

Bloccato, in coda ai miei pensieri.

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