In fondo al mare, proprio vicino a te.

“Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai, potranno prendere imbarchi diversi, saranno sempre due marinai”

Dal piccolo balcone si vede un triangolo di mare. Piatto, infame, giallo e azzurro. Si vedono gli scogli, messi li a proteggere dalla forza dell’inverno, così inutili in questa quiete d’estate. Sento il rumore del ventilatore, e il profumo di lavanda. La casa è talmente piccola che quel piccolo barattolo riesce ad arrivare fin sul balcone. Alle spalle le colline, gialle, verdi e marroni. Sembrano aspettare un tramonto, e null’altro. I vigneti immobili. Cade della cenere. 

Sudo. Fermo immobile. 

Non sono arrivato in tempo, per fermare l’urlo del mio dolore. Non ho fatto in tempo, e adesso resto immobile a guardarne le conseguenze. Struggenti. Immobile come il mare. 

In questa estate, in questo posto, sembra non possa esistere nessun autunno, perchè non può esistere l’inverno qui. Respiro a fondo, bevo acqua ormai tiepida.

Ci sono stati occhi che non mi hanno fatto dormire. Occhi che non mi hanno fatto mangiare. Occhi che mi hanno fatto scrivere. 

Ho portato via quello che potevo, scatoloni di roba che hanno l’ambizione di essere tutto un mondo. Poi ti accorgi di quanto poco valga, tutta questa roba. Sento di avere tutto, proprio perchè mi sono reso conto di non avere nulla. 

Tutte le mattine, cercando di muovermi nel buio, perdo la scommessa con il passato, scontrandomi contro il presente. Ho le gambe piene di lividi. Sbatto contro le misure che non ho ancora preso. Non voglio prenderle. 

Ho portato qualche libro, e dei vecchi quaderni. E una cartellina azzurra, macchiata di caffè. Fogli gialli, tantissimi. Tutto quello che ho scritto, anni fa, per rimediare al dolore di quegli occhi, che ho rivisto pochissimo tempo fa. E che non mi fanno più male. Pensare che credevo di non poter nemmeno sopravvivere a un dolore così. E scrivevo, scrivevo, scrivevo. 

Quando non sono capace di vivere, mi fermo e scrivo. Niente da capire. Scrivere. 

Ho portato un sacco di piccoli oggetti. Che non servono a nulla, se non a farmi sentire a casa. 

C’era un periodo in cui buttavo i ricordi nel mare. Immaginavo di vederli andare a fondo, insieme agli oggetti che lanciavo. Andavo sul vecchio molo, di fronte alla chiesa, e lanciavo tutto. Sentendomi liberato, non appena la mano liberava la presa. Poi tornavo a casa. Un pezzo di passato in meno. 

Ci vorrebbe della pioggia. Per me, per queste colline. Per mettere a tacere questi pezzi di conversazione, che scappano dall’ordinato controllo del mio dolore. 

Non adesso. 

Non succede. 

Non piove. Sto seduto, sudando e ricordando di quando scrivevo, scrivevo, scrivevo. 

Il mare immobile, le colline immobili, l’aria immobile. 

Una notte lunga da attraversare. 

Poi per forza di giorno cammino solo, stanco, come un malato, con una voglia infinita di buttare le mani contro un muro, appoggiarmi, stare li. 

Io capisco di mare, capisco di motori, capisco di rumori dell’anima. 

Ma non capisco molto d’amore. 

Questo sembra chiaro. 

Resto seduto, immobile come tutto quello che c’è intorno. Aspetto semplicemente che passi. Almeno per oggi. Accendo un’altra sigaretta. Ripenso a tutto quello che ho fatto. Faccio sogni strani, in queste notti. 

I quaderni che mi sono portato raccontano storie scritte veloci. 

Se mai dovessi vederla, ricordale tutti i miei errori. Lo dico al gabbiano che mi si è seduto davanti. Cova, gorgogliando, sulla caldaia, con il becco che cerca aria. Ricordale di non preoccuparsi troppo. Ricordale di provarci, almeno una volta. 

Ad essere quel profumo che fa dimenticare tutto il male. 

Ad essere quegli occhi che possono davvero togliere il sonno. 

 

Cerco, nel piccolo frigorifero, dell’alcool. C’è del vino, bianco. 

Scommetterei, ma ultimamente perdo tutte le scommesse. 

Ogni tanto mi capita di fermarmi, e pensarci. 

A quanto io abbia scritto al posto di parlare, urlare, piangere. 

Aspetto, insieme ai pescatori, che questo mare porti qualcosa di buono. 

 

 

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