Ragazzi del Papete – Su le Maaaaaaniiiiiii (x 2, con tono felice)

Mia nonna Tita, la secolo Marina, aveva ragione su molte cose. Due cose dovete sapere su mia nonna Tita.

La prima è che non è mai stata diabetica. O per lo meno, non è mai stato provato che fosse diabetica, nonostante la profonda convinzione del suo dottore, il signor Italo, che a supporto della sua diagnosi riportava le altalene glicemiche a cui la nonna era soggetta. Altalene, però va detto, provocate da iraconde incazzature. Insomma, alla nonna saliva la glicemia quando si incazzava. E, per quanto ne so io, non è una forma di diabete. Le fu, per prevenzione, in ogni caso vietato qualsiasi contatto con i dolci. A mia nonna Tita, che viveva per i dolci. La seconda cosa che è necessario sappiate è che mia nonna ha scritto, ininterrottamente fino al giorno della sua morte, avvenuta per cause naturali quali malasanità e ritardo nei soccorsi, quintali di quaderni. Tassativamente a quadretti. Ha scritto tutti i giorni della sua vita. Ma mai una parola. Solo numeri. Mia nonna sapeva far di calcolo come nessun altro. Questo le ha permesso di mantenere un piccolo impero economico crescituo all’ombra di una Milano bombardata e distrutta e poi dilapidato dagli eredi, tra cui il sottoscritto, nella disperata ricerca di una casa. Solo numeri. Non ha mai scritto una parola. Non ha mai scritto cartoline. Ne le firmava, a dire il vero, volentieri. Anzi, brontolava rumorosamente quando arrivava il momento, tutte le estati, della processione alla Posta con il plico di cartoline per il parentado disperso in altri lidi. Di contro, poteva dire con precisione svizzera quanti gettoni fossero stati consumati nelle telefonate serali dalle cabine della Sip, che lei chiamava Stiptel.

Mia nonna Tita raramente rilasciava dichiarazioni ufficiali, limitandosi a un lieve borbottio appena percepibile al di sopra dell’uncinetto che sferruzzava quattordici ore al giorno, producendo tonnellate di centrini e copertine. Brontolava su tutto, ma mai ufficilamente.

Un giorno, quando ero abbastanza piccolo da non essere ancora nella lista dei suoi obbiettivi, le chiesi perchè non fosse mai venuta al mare. Mai. Lei stava sempre in montagna, sempre seduta sulla sedia, sempre con l’uncinetto. E quando noi migravamo, caricando la vecchia Peugeot di papà fino all’inverosimile, lei si limitava a guardarci e poi salutarci. Stava due settimane da sola in montagna. Rimpinzandosi di gelati e merendine.

Le chiesi, io che amavo il mare alla follia, come fosse possibile che lei non amasse il mare. E lei mi rispose, con una calma glaciale, che il mare lo amava, e anche tanto. Proprio per questo non veniva in quel porcilaio di “sabbia e umidità” dove mio padre ci portava. Che, per dovere di cronanca, era la Maremma dei campeggi, delle tende e delle pinete, dove il ceto medio migrava per quindici giorni ad agosto, con padri intenti a tener pulite le macchine, madri intente a cucinare e figli intenti a limonare in ogni modo e con chiunque.

La Maremma. Eppure la nonna non si sarebbe mai mossa. Era stata, in tempi remoti, le foto dimostravano l’esistenza delle macchine, di pettinature verticali alla Marge Simpson e di mia madre piccolissima, a San Remo. Di passaggio per andare a Lourdes. E di San Remo si era innamorata. Mica di Lourdes. A riprova che la nonna era tutto fuorchè stupida. Dei fiori, diceva, del mare, e degli scogli. E non voleva rovinarsi il ricordo. Di un mare così bello. O forse, adesso lo posso pensare liberamente, voleva semplicemente strafogarsi di zuccheri, facendo provviste per l’inverno in santa pace.

Pensavo a mia nonna, una volta arrivato qui. Nel cuore del cuore delle ferie italiane. Qui, dove gli alberghi finiscono quasi sul mare. Palazzi alti, finestre strette, balconi minimi. Qui dove le file di ombrelloni sono più di venti. E tra un lettino e l’altro c’è giusto lo spazio per una scoreggia. Nemmeno troppo forte. Qui dove il mare assomiglia pericolosamente al Gange. E i bagnanti a devoti indiani in pellegrinaggio.

Qui, insomma, dove il mare è una merda vera.

Mi si conceda, in memoria della mia amata nonna, di dire quello che penso. E che cazzo. Starci ci sto. Anche perchè osservo la felicità totale, completa, serena, del Piccolo. E sono felice anche io.

Lui, d’altronde, è troppo piccolo per poter apprezzare fino in fondo, l’ossessivo bisogno di amicizia che questi adulti hanno. Vicini d’ombrellone che, forzatamente, devono diventare amici, e avere una quotidianità da raccontarsi. Vicini di tavolo al ristorante che adorano commentare la cena insieme.

A me.

Che del mare adoro l’acqua cristallina, le onde, il silenzio, i profumi, il pesce, il tramonto nell’acqua. E che qui non c’è niente di tutto questo.

Mi hanno detto che questa città è una delle mete dei calciatori. Ora, la cosa mi genera due grandi dubbi. Può una informazione del genere migliorare la qualità della vita delle persone? Può un calciatore rendere la mia vita più felice?

In compenso, credo sia collegato, la città è popolata da una quantità inverosimile di giovani donne votate alla causa del cazzo. Non vorrei cadere nel trash. Perchè, mi dicono, sto diventando troppo trash. Vorrei rimanere aulico, fine e poetico. Osservo le allegre famigliole, milanesi bergamasche e russe. Il variopinto carosello di accenti e abitudini. Le gioiose urla dei bimbi, le drammatiche smagliature delle madri, i deprimenti borselli dei padri. Ma osservo pure, anche se al limite dei miei orari, scanditi dal Piccolo, l’affluenza di un numero considerevole di giovani donne che, al calare delle tenebre, quando il sole tramonta dalla parte sbagliata, lasciando anche il mare parecchio perplesso e solo, calano nelle reception degli hotel chiedendo taxi. Scie di profumi fruttati restano dietro di loro, che camminano su vertiginosi tacchi, avvolte in mini abiti, mini top, mini gonne. Trucco impeccabile e linea da urlo. Facciamo appena in tempo, io e il Piccolo, a vederle. Coincide, la loro uscita dalle camere, con il nostro rientro, armati di latte e rhum. Loro prendono un taxi per la bella vita, noi ci catapultiamo nei libri della Peppa Pig e Maurizio Sbordoni (leggetelo, se vi capita. Ne vale la pena. Scrive davvero bene: per un attimo potrebbe farmi dimenticare la tristezza balneare che vi circonda). Di contro il loro rientro coincide con il momento in cui io e il Piccolo usciamo, per controllare che ci sia il mare, camminare annusando gli oleandri e la lavanda e aspettare che apra il bar per la colazione. Provate da una notte intera, sono meno belle, ma restano sempre particolarmente appariscenti.

Io non avrei mai fatto, volontariamente, una vacanza qui. Con le mie amiche. Ho messo anche io, per qualche anno, le notti davanti ai giorni. Ma ho sempre preferito passare le ore di hangover su deliziose spiagge. Vomitare nel mare cristallino greco è decisamente meglio che in questo maledetto pentolone giallo.

Scelta loro.

Mi fa sorridere molto, ma ci tornerò sopra parecchie volte ancora, questo sciame di marche, borse griffate, macchine cabrio, occhiali con grandi loghi, magliette e ciondoli, sandali firmati, asciugamani di stilisti famosi. Un lusso da esibire, dandosi anche un certo tono, per poi tornare, mestamente, in questi albergoni con camere piccole, balconi piccoli, letti piccoli, davanti a un mare giallo e caldo.
Ho sempre preferito, e sempre lo farò, il mio costume sbiadito, i miei piedi nudi, la mia maglietta di Wired, ma stesi a una finestra che da su un mare perfetto come un delitto irrisolto.

Non ho nemmeno un asciugamano. E mi pesano le occhiate critiche delle mamme griffate quando rubo l’asciugamani del Piccolo, per asciugarmi la faccia.

Lui è felice. Io sono felice. Anche con un asciugamani solo.

Ma, dite quello che volete, mia nonna Tita aveva una grande ragione: non è che uno, abituato alla bellezza infinita di una cosa, può accontentarsi di una sua banale imitazione.

Per questo, dico, non capisco che cazzo c’entrino i calciatori.

Non è che se un calciatore mangia merda, a me la merda debba piacere.

E non è che se un calciatore veste maglie dal collo larghissimo, di colori sgargianti, con sneakers piene di borchie, io possa tollerare che lo facciate anche voi.

Oggi mi ero ripromesso due cose: di portare il Piccolo fino alla pineta, per cercare i merli neri, e fischiare per chiamarli. Cosa che riesce meglio a lui di me. E di non essere trash. Apprezzate, ve ne prego, il fatto che per tutto questo tempo io non abbia chiamato le troie da sbarco con il loro nome commerciale, ovvero troioni da sbarco, ma giovani donne.

Fischio e non dico parolacce.

Scrivo un racconto. Anche se il contesto, partendo dal sole che tramonta dalla parte sbagliata, mi disturba alquanto. E cammino con lo stesso passo del Piccolo, molto più lentamente di chi ha fretta, e molto più velocemente di chi si ferma ad essere infelice per cose stupide.

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