dieci ragazze il dieci agosto

Il Piccolo mi osserva in silenzio. Io cerco di darmi un tono, qualcosa che assomigli molto a:
“tuo padre sa quello che sta facendo, non ti preoccupare”.
Invece brancolo nel buio.
Solo che il Piccolo mi osserva. Quindi non posso brancolare nel buio. Fingo di eseguire delle mosse ben studiate, sentendo il peso dell’asse del letto sul piede.
Ho, scientificamente, divelto un letto. A mia discolpa va detto che il letto è fatto di nulla. Mi si è sgretolato in mano.
Fuori si alza il vento, il Libeccio. Porta pioggia, aria fresca, onde disordinate. Silenzio.
Riesco a distrarre il Piccolo, facendolo andare a sentire il vento sul balcone. Mi libero dall’asse sul piede, maledico una decina di albergatori, così per maledire il genere intero, e poi infilo tutto sotto la coperta.

Le abitudini sono, per noi, come punti cardinali. Il Piccolo si aggrappa alle sue, esegue i riti serali e si infila nel letto con la promessa di una giornata epica ad aspettarlo dopo la notte. Epica, per un bimbo di due anni, sta a voler dire: mangiare la banana, che è il frutto in assoluto più buono del mondo. Andare con la testa sott’acqua, che è l’avventura in assoluto più pericolosa al mondo. Camminare fino alla fine della stradina, dove finisce la luce dei lampioni, pura avventura. E poi, poter giocare con Carlotta, che sembra essere l’amore della sua vita. Amore, va detto, fatto di secchiello, paletta e qualche dispetto.

Ho preso il ritmo del Piccolo. Era inevitabile, e giusto. Ho scritto pochissimo, lavorato pochissimo, bevuto pochissimo, pensato pochissimo. Ho preso il ritmo di questo posto e dei suoi villeggianti. Non è male, una manciata di giorni l’anno. Non di più.

Ho fatto amicizia con i ragni che la sera camminano sul mio letto, ho litigato con il letto, e ho perso. Niente di più, niente di meno.

Ho bisogno di mare. Mio mare. Del molo, del silenzio, delle luci delle candele, dell’acqua azzurra, dell’assenza di turisti, di nuotare fino a non sentire più le braccia, di fumare guardando le stelle.
Questo ho bisogno adesso.

Il dieci agosto è sempre stata una serata chiave delle mie vacanze. Ero quello della prima quindicina. Ovvero quella metà di italiani che parte il primo agosto e torna il quindici.
Il dieci agosto era una serata di finali inaspettati. Si lavorava alacremente dal primo giorno, per arrivare al dieci agosto con un amore, possibilmente quello di una vita intera, pronto a passare la notte a guardare le stelle. E alle stelle che cadevano, si chiedeva sempre la stessa cosa. Di poter essere felici con quel grande amore. Romanticone del cazzo.

Claudia adesso fa la modella. Era già, a onor del vero, una bellezza da togliere il fiato. Parla poco italiano, ne parlava ancora meno, anche se, geografia politica, vive in Italia. Le ho scritto molte lettere. Per quasi un mese. Perchè la seconda quindicina, la fine del mese, si passava il tempo a scrivere lettere infinite, disperate, un mix letale tra Leopardi e Goethe. Spero la maggior parte siano state tenute. Potrebbero avere un valore storico.

Alessandra era più grande. Anagraficamente. Delle gambe infinite. Ma quell’anno pioveva, il dieci d’agosto. Così è stato più semplice contare i respiri tra una gamba e l’altra. E’ venuto bene, almeno credo.

Giulia era romana, divertente, sorrideva sempre, e mi aveva invitato a guardare le stelle sopra uno scoglio. Paola mi aveva rovesciato addosso una marea di paranoie, e lo fa ancora quelle poche volte che riesce a raggiungermi su Facebook. Maddalena io la guardavo e mi tremavano le gambe. Non avevo mai visto nulla di più perfetto nella mia vita. Francesca sembrava un maschio, e infatti aveva preferito fare il bagno di notte, facendo una gara di nuoto al largo.

Una volta ho passato la notte del dieci agosto su una spiaggia a Pacific Beach. Di stelle non se ne sono viste. Ma il Pacifico ha portato molta birra, molta erba, molta gente e tante ore che sinceramente non ricordo. Insieme all’Halloween passato a Shanghai, rimane uno dei momenti alcolici più bui della mia recente esistenza.

Riparto da questo mare. Voglio stare a Milano giusto il tempo di sentire il caldo, soffrire il caldo, lamentarmi per il caldo, andare dal sarto cinese, che tanto non capisce se mi lamento per il caldo, spiegargli a gesti le cose che voglio, passare in lavatrice magliette e sensi di colpa, e ripartire.
In moto. Verso il mare.
Il mio mare.

Sto aspettando, cercando nelle edicole con illusione infantile, l’ultimo numero di Kustom World. Dove ho scritto di nostalgia e viaggi. Mi hanno dato l’ultima pagina. Scrivo una rubrica che si chiama the voice of Franz.
O qualcosa del genere.
E scrivo pezzi per me.
Delle specie di promemoria motociclistici per la mia anima.
Finchè a loro sta bene, a me sta bene.

Mi spaventa la resa dei conti con il mare e il silenzio.
Ma è una guerra che va combattuta.
Noi della prima quindicina, la seconda quindicina la passiamo a scrivere lettere d’amore.
Ed è quello che farò.

Questo è chiaro.
Meno chiaro, decisamente fosco, chi siano i destinatari.

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