Tre regole per sorpassare in moto

Riconosco i posti, seguo pigro il panorama mentre la strada si infila nelle montagne. Le montagne che separano la città dal mare. Dal mio mare. Il motore borbotta allegro. Si è mangiato un kilo d’olio, ingordo, e adesso gode dell’aria che finalmente soffia dal mare. Strano vento, grandi nuvole. Riconosco i casolari, le fabbriche abbandonate, la statale che si snoda dentro la valle, sotto l’Autostrada.

Prima di partire per ogni viaggio in moto è bene controllare il carico, assicurarsi che sia legato a dovere e che non balli.

Ad ogni curva sento il grosso zaino nero ballare, a destra e a sinistra. Immagino sia anche brutto da vedere. Le corde, me lo ricordo, le ho trovate nel bauletto del Vecchio Generale Buendia, quando lo ritirai dal suo vecchio proprietario. Credo abbiano l’età del Vecchio Generale Buendia. Di elastico non hanno più nulla. Ma tengono ancora. O, perlomeno, hanno tenuto fino ad oggi. Lo zaino è più grosso del solito. Ho messo dentro troppi libri. Nemmeno un paio di scarpe. Non servono, qui, le scarpe. Non serve, qui, la camicia. O, perlomeno, non servono a me. Ogni camion che mi sorpassa, sposta lo zaino verso il fondo della moto. Devo, dovrei, fermarmi. Controllare. Dovrei. Tiro dritto fino al mare.

Essenziale, per un moto viaggiatore, è la protezione del corpo, durante il viaggio. Sia per eventuali urti e incidenti, sia dagli agenti atmosferici, insetti, sassi, sporco.

In effetti, ve lo dico per esperienza, un insetto qualsiasi, scagliato contro la mia faccia a centoventi kilometri all’ora, provoca un dolore acuto, immediato, fastidiosissimo. Viaggio in prima corsia, sto controllando il rumore della cinghia, che sembra essersi stufata di seguire il resto del motore. Ascolto la moto, con la testa appena abbassata. Non c’è nulla da fare. Se non fermarsi, in un officina. La settimana di ferragosto. Tiro dritto. Sento il colpo sul labbro, acuto, dolorosissimo. Ogni volta mi viene da chiedermi che tipo di insetto sia. Qualche volta, la rimozione del cadavere dalla faccia e dalle braccia richiede scavi archeologici di pinzette e forbicine. Sento il labbro pulsare. Fa male. Tiro dritto.
Sento, in bocca, il sapore del mio sangue. Roba non buona. Mi tocca fermarmi.
Nei cessi dell’autogrill, constato che la questione è seria. Servirà del rhum, questa notte.

Il vero motoviaggiatore è consapevole dei suoi limiti, capisce dove osare e dove non, e rispetta pienamente il suo mezzo.

Ogni tanto bisogna tirare oltre il limite, in moto, nella vita, per capire che poi l’andatura giusta è un’altra. Ha un bicilindrico generoso. Americano. Fatto per statali dritte, velocità fisse, distanze infinite. Appena a strada si fa nervosa, infilandosi nelle valli, rimpiango, lo faccio sempre, il Vecchio Generale Buendia. Matrice tedesca, motore parco, baricentro alto, curve facili facili. Con Triple Es è diverso. Lei non fa le curve. Le fai tu. Lei ti segue, quando ce la fa. Faccio urlare il motore, tiro al limite la terza, butto la moto sulle curve, puntando l’angolo morto, sento la ruota arrivare alla fine. Qualche volta tocco le pedane. Sono graffi importanti, sono cicatrici eroiche che Triple Es porta in giro. A memoria del fatto che mi segue, quando voglio fare le cose stupide, le strade ripide, la vita veloce.
La strada inizia a scendere verso il mare. Porto alla fine il motore, tengo stretto l’acceleratore. Rabbia cieca, potenza limitata.

Ogni moto viaggiatore ha rispetto degli altri utenti della strada, e del codice della strada. Non mette mai in pericolo se stesso o altri.

Mi fermo a fumare, seduto sull’Aurelia. La mia Aurelia. Provo a tirare su lo zaino, che ormai è aggrappato alla targa. Fiori viola, spuntano dai muri delle ville. Pini, oleandri, limoni. E’ un banchetto per un bulimico dei colori. Mangiare la vita. Mi resta questo, da fare, quest’estate.
Risalgo, inizio le curve. L’Aurelia, quando passa nei paesi, dalla Francia al Lazio, è un isterico serpente, di curve storte, di dossi maledetti, di rotonde ridicole. Conosco a memoria queste curve. E questi posti. Lui mi sorpassa arrogante, mangia strada schiacciando l’acceleratore. Una grossa macchina. Una grossa macchina tedesca. Scappottata.
Credo, a livello scientifico, si tratti di testosterone.

E’ semplicissimo sorpassare in moto. Basta seguire tre, fondamentali, regole.
Guardarsi intorno. Specchietti, altra corsia, eventuali passi carrai o fonti di pericolo. Scalare la marcia solo se necessario, effettuare una manovra ad elastico uscendo ed entrando armoniosi. Una manovra semplicissima.

Scalo due marce. Seconda. Urla, il bicilindrico. Quasi piange. Vibra, sull’asfalto sconnesso. La curva cieca da su una discesa che porta a un piccolo supermercato. Butto la moto nell’altra corsia, scivolo centimetri su asfalto bollente, gomme stanche, apro il gas fino a quando non c’è più ragionevole dubbio, sento la ruota posteriore disordinata nella risposta. Ci sono moto per correre e moto per viaggiare. Il saggio sa cogliere la differenza. Mi rimetto in corsia appena in tempo per finire la curva, cercando di non finire dritto contro il muretto di protezione. Deve far male. Deve far male quando sbagli le misure nella vita.
Alzo la mano sinistra, lascio che il dito medio si erga libero. Mi assicuro nello specchietto che lui veda. Poi do ancora gas, manca poco.

Al mio mare.
Al mio posto.
Un posto che nessuno conosce bene come me. Un posto dove non ci sono tracce dei miei fallimenti e delle mie paure, dove il mio passato conta pochissimo. Proprio perchè qui il mio passato io ce l’ho portato il meno possibile.
Un posto magico, dove il mare e la terra fanno l’amore senza pietá, senza nascondersi.
Un posto dove il rumore del porto, di notte, accompagna il vino e il rhum, fino a quando ne hai bisogno tu.
Il mio mare.

Arrivo, parcheggio, lascio che il caldo mi faccia sudare. Cammino tra i turisti, senza scarpe, sento tutto il mio passato rallentare, smettere di inseguirmi.

Cercavo questo.

Bisogna camminare molto. Fuori allenamento ci vuole quasi un’ora. Cinquecento scalini, nessna pietá. E poi la discesa verso il mare. Il piccolo molo, l’acqua e il vento.
Seduto, aspetto paziente che tutto arrivi.
Sarebbe immaturo sperare che tu non mi abbia lasciato cicatrici enormi. Sarebbe immaturo. Ma l’ho fatto, dandoti meno importanza di quanta te ne abbia data il mio cuore.
Allora mi siedo, aspetto il mare, il vento, l’acqua.
Sono venuto qui, come sempre.
Come ogni anno. Aspetto che arrivi. Cammino tra la gente, festosa. Scrivo sui miei quaderni, bevo caffè guardando il mare e la spiaggia riempirsi la mattina. Nuoto, fino a che non sento cadere le braccia. Mi fermo sugli scogli. Io e il mare.
Non rispondo alle mail, non rispondo al telefono. Ascolto conversazioni estive, su cellulite e abbronzanti.
Cammino, insieme a due dei miei fratelli. Parliamo pochissimo. Siamo tutti qui, come sempre, per leccarci le ferite.
La sera è il momento peggiore. La sera è il momento migliore.
Rubiamo quel momento in cui il sole si nasconde dietro le montagne bevendo vino sul molo deserto. Lasciamo che il freddo ci trovi nudi, alticci, e senza nessuna voglia di aggiungere altro.

Aspetto, paziententemente, che arrivi.

Quello che faccio qui, resta qui.
E qui faccio quello che tu non stai facendo.
Ascolto il mio cuore.

Bhudda disse un giorno: “il problema è che credete di avere tempo”.

Ogni anno qui, seduto alla fine delle luci del piccolo porto, faccio i conti su quanto tempo abbia sprecato.
Una volta bruciavo nei buoni propositi, adesso ascolto il vermentino, il rumore del porto, le luci, i tacchi delle signore a passeggio, il brusio di anime, e mi riprometto una sola cosa.

Amare.
Davvero.
Come se dovessi morire domani.

Sopravvivo a me stesso. E non è poco di questi tempi.

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