riabilitazione – salsedine, ruggini, gabbiani e vino bianco

Al mattino esco spedito, evitando facce e sorrisi, correndo quasi verso l’edicola. Compro i giornali, cammino ancora più veloce, compro la crostata, mi siedo sulla panchina che da sul porto.
Osservo la gente passare, attraverso la cronaca nazionale. Poi nuoto.

Nuotare è un rimedio abbastanza efficace. Prima di tutto sott’acqua posso fare quello che voglio. Parlare con le piccole orate, provare a piangere, ricordarmi le tue mani che stringono le lenzuola.
E poi mi sfianca. Nuotiamo, a debita distanza, tenendoci d’occhio a vicenda. Ognuno con la sua lotta. Nuotiamo fino alla fine del piccolo golfo. Arriviamo agli scogli in fondo alla baia. A volte ci fermiamo, a volte nuotiamo indietro subito. Come se ci fosse fretta, un valido motivo, per tornare.

Aspetto. So che si tratta di un lavoro lungo. Di solitudine, di ruggine, di salsedine. Sono venuto qui per questo.

Al pomeriggio prendo il piccolo battello, mi siedo sulla prua, mi prendo gli schiaffi del mare e cerco di guardare in fondo all’orizzonte.
Poi cammino tra gli ulivi, l’acqua di un azzurro da far quasi male, le cicale, le rocce, il silenzio infinito. E penso a quanto vorrei, a quanto sarebbe perfetto, a quanto fa male.
Nuoto, verso il mare aperto. Sento la corrente fredda, guardo i pesci, galleggio sospeso. Poi cammino fino alla piccola trattoria, prendo un caffè che sa di bruciato, dell’acqua, una mela. E mi siedo all’ombra delle piccole barche. Scrivo. Di te. Mai di me.
Scrivo fino a quando non mi fa male il braccio destro. Il sinistro tiene le pagine.
Poi strappo le pagine. Le piego, ordinatamente, in quattro. Le tengo strette in mano. Mentre mi tuffo dalla scogliera.
Nuoto verso il largo, verso la tonnara. Le lascio lì. Galleggiano per qualche istante. Come storie carine, senza una trama decente. Poi affondano. Si appoggiano sugli scogli.
Poi nuoto, ancora.

L’ultimo battello è sempre pieno. Di gente, di voci e di casino. Devo mettere musica, molto alta. Mi siedo in poppa. Il ritorno è così.

Arrivo in porto e lascio che il battello si svuoti. Poi scendo e cammino fino al bar. Mi siedo e ordino del vino, bianco.
Mi sembra giusto farlo.

Guardo le barche ormeggiate. Muoversi pigramente. Il sole tramontare. La gente uscire per cena. Ascolto i profumi delle donne. Cerco il tuo. Stendo i miei piedi nudi, e guardo le scarpe eleganti degli uomini, riflettere la luce del tramonto. Finisco sempre la bottiglia. Ho tempo. E un dolore enorme.
Una bottiglia non basterebbe. Ma con il buio preferisco la spiaggia.
Vuota. Il vento fresco che viene da sud ovest, le stelle, i ragazzini che scappano sotto gli scogli. Ormoni e silenzio.
Ho imparato a parlare il meno possibile. Mi sono reso conto che escono lame affilate, parole pesate. Faccio male a chi ho davanti. Allora non lo faccio. A meno che, come un cane spaventato, non mi provochino. Silenzio.
Camminerei fino a non sentire più i piedi, alla sera, per venire da te, con del rhum e delle stelle. Rubarti una sigaretta, un bacio e un sorriso.
Invece cammino a piedi nudi fino al bar del molo, ordino Zacapa e me lo porto via.
E’ un lavoro di solitudine, che fa sentire incredibilmente vivi.
C’è un momento della notte in cui la luna tramonta. Allora vado a letto. Mentre i pescatori armeggiano nel porto.
Cerco, nel piccolo letto di legno, di dormire quasi subito.

E’ un lavoro di solitudine e salsedine. I tempi di recupero, visti da qui, sembrano essere biblici. Ma il mare e la ruggine mi hanno insegnato a non avere fretta. Il vino bianco scrive poesie bellissime e i gabbiani sembrano capire e mi lasciano dormire.

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