Mi piace, non mi piace (updated version)

Brevemente:

Mi piace Roma.

Mi piacciono le sue strade, l’apparente disordine architettonico che la storia e le sue ferite, e una buona dose di abusivismo, hanno disegnato intorno agli alberi e ai gabbiani. 

Mi piace andarci in treno, a Roma. 

Per potermi lamentare del casino che fa la gente, per potermi addormentare in mezzo agli Appennini nella nebbia e potermi svegliare a Roma con il sole. 

Mi piace lo sguardo perso, un po’ spaventato, dei turisti dentro la stazione di Termini, 

assaliti da tassinari abusivi, parcheggiatori abusivi, barboni abusivi, bigliettai abusivi, mentre due poliziotti sbadigliano appoggiati a un pilone della stazione. 

Mi piace Roma.

Mi piace la sua gente. 

Mi piace tornare a Milano, sempre.

Constatare che fa più freddo, che è più umido, che è tutto buio, sommessamente lamentarmi della mia città e del suo impietoso tempo. 

Mi piace arrivare a Milano e guardarla come una donna bella.

Lasciando scivolare gli occhi su qualche particolare che chi non è innamorato non sa vedere. 

Mi piace la gente di Milano, quando riesco a guardarli con sufficiente distanza. 

Mi piace febbraio, perchè ogni volta spara dei modesti tentativi di allestimento di primavera.

E quando ti svegli all’alba e aspetti il taxi nel buio del mattino, senti gli uccellini fiduciosi cantare, e senti il freddo scappare. Mi piacciono i tentativi mal riusciti di febbraio. Febbraio è uno che ci prova. MI piace la gente che ci prova. Conta più provarci che il risultato. 

Mi piacciono i culi delle modelle. E’ l’unica cosa che mi piace delle modelle di Milano. Hanno scarpe orrende, pettinature soggettivamente ridicole, impianti mammari inesistenti, una magrezza spaventosa, ma dei culi geometricamente perfetti. Sospesi in jeans attillati. 

In generale, non mi piacciono le modelle di Milano. 

Mi piace andare al Mom. 

Ci vado da sempre.

Mi piace, l’andarci da sempre. 

Mi piace tornare in città sempre trafelato e stanco e arrivare al Mom e sentirmi a casa.

Mi piace sapere che prima o poi, come tutti i piccoli pezzi di storia di questa città, verrà cancellato inesorabilmente anche il Mom. Aprirà un tabaccaio cinese, o al massimo un negozio di scarpe. 

Perchè al danno, corrisponde sempre la beffa. 

La storia è così. 

Mi piace tirare la vita fino al limite. 

Lo faccio da sempre. 

E poi fermarmi di colpo. 

Mi piace guardare negli occhi i miei amici, e ritrovare i miei occhi. 

Riflessi. 

Mi piace osservare le moto parcheggiate. 

Girandoci intorno come un vecchietto fancazzista.

Mi piace fermarmi, sedermi, ordinare del rhum, in un orario in cui tutti bevono Spritz, e fare una lista delle cose che mi piacciono. 

Mi piace constatare che è una lista che, di tanto in tanto, si allunga. 

E’ bello saperlo. 

Mi piace. 

 

 

Il regalo perfetto per San Valentino

Non so. Credo si tratti di semplice stanchezza. Lavoro, dodici, quattordici, tredici in media, ore al giorno. Passo mezz’ora con il Piccolo, scivolando su qualche senso di colpa quando mi accorgo, in effetti, di non essere completamente padrone dei piccoli e grandi cambiamenti che sta affrontando. Tipo, adesso quando rutta, con un suono energico e cavernoso, chiede scusa. Deve averlo imparato da qualche parte, ma me ne sono accorto in ritardo. Per caso, sul divano. Forse, quando avrà diciannove anni, nel pieno delle sue facoltà emotive, in quell’età in cui si potrebbe dirottare un volo di linea per amore, mi rinfaccerà di non averlo seguito nei suoi passi più importanti, ad esempio quando ha imparato a ruttare e poi chiedere scusa. 

Sembra che all’inizio si faccia l’amore con una donna, e poi, osservata la nascita del frutto di questo amore, si inizi a scopare con i rimpianti. Anche se, tecnicamente, sono poi i rimpianti che ti scopano. 

In ogni caso sono stanco. Mortalmente. Trascino la mia ventiquattr’ore da una sala riunioni all’altra. Bevo acqua e orrendi caffè di distributori automatici, posso restare per ore a parlare di un grafico proiettato su un muro. 

Ci sono periodi così. 

In sala riunioni si suda. Fa caldo e la tensione sale. Una batteria di luoghi comuni viene sparata verso l’alto da uno strano soggetto che non mi è stato presentato ancora, perlomeno formalmente. 

I miei uomini attendono un mio intervento. Insomma, sarei pagato per questo. Solo per questo. 

Gioco con la penna, lasciandola scivolare tra le dita della mano destra. 

Entra una severa assistente, con uno strambo maglione diagonale e una cinquantina d’anni tutti appesi alle guance e alle pieghe del collo. 

Porta un vassoio di brioches. Sono le nove e ventisei. Non ho fatto ancora colazione. 

Mi sono fermato troppo tempo a giocare con il Piccolo. Era in corso, in mia difesa, una vera e propria emergenza. Quasi tutti i peluches, nel corso della notte sono stati vittima di un agguato da parte di un gatto bianco che li ha morsi e leccati. O perlomeno, questa è la versione del Piccolo. Pertanto si è reso necessario asciugare il gruppo con il phon e consolarli uno a uno. Specialmente la giraffa Melman, che sembra essere quella più traumatizzata. Una vera e propria emergenza umanitaria. 

Non potevo non fermarmi. 

Ho saltato la colazione. Sono arrivato direttamente in sala riunioni. Ho stretto il nodo alla cravatta, mi sono seduto. E sono qui. 

Aspetto pazientemente che qualcuno abbia il coraggio di ammettere che, a furia di sparare luoghi comuni verso il soffitto, si finisca in un punto di non ritorno. 

Prendo una brioches alla marmellata, ordino un caffè. 

Spannometricamente, tenendo conto di una media ponderata sul numero di ingegneri presenti nella sala riunioni, diviso per il numero di slides, moltiplicato per l’argomento, il tutto per il prezzo medio del prodotto, ritengo che la questione si andrà a chiudere autonomamente nel giro di un paio d’ore. 

Mangiamo brioches per stemperare la tensione. 

– aspettiamo i caffè e ricominciamo

– dovremmo cercare di trovare un punto di incontro

– marmellata o cioccolato?

– sarebbe necessario proporre una soluzione congiunta, per non farci trovare impreparati

– su Roma dobbiamo arrivarci pronti, se no ci scannano

– per chi è il macchiato caldo? 

– bella cravatta, davvero. Perlomeno non il solito blu

– grazie. Grigio su blu. Sembra un buon compromesso. 

– regalo di San Valentino dell’amante?

– no. 

– Ah, venerdì è San Valentino. Bisognerà trovare una soluzione… 

– Che palle.

– Odio le feste costruite sul consumo. Halloween, San Valentino, Pasqua.

– Mi costringi a farti notare che Pasqua, a livello storico, esiste da prima che inventassero il consumismo. 

– mah

– fidati, roba di ebrei, esodo, agnelli, erbette e egiziani incazzati. 

– ricominciamo? così chiudiamo per pranzo e chi deve andare su Roma domani ha tutte le informazioni. 

Il gergale “su” al posto del più canonico, e grammaticalmente corretto, “a”, è preso diretto dal dialetto areoportuale. 

– Domani sono su Londra, mercoledì su Parigi. 

E si usa per identificare la propria presenza sia in un luogo fisico, città o paesi, sia su un progetto di lavoro.

– Venerdì sono su Roma, ma giovedì sono tutto il giorno su Nestlè. 

E’ uno dei piccoli, confortanti, segnali di appartenenza alla casta. 

 

Venerdì sono su San Valentino. 

Io, personalmente, ho sempre avuto un problema ossessivo con San Valentino. 

Le amiche della mia fidanzata, al liceo, ricevevano regali molto più costosi e belli. 

Le amiche della mia compagna, qualche anno fa, venivano portate in ristoranti molto più chic. 

Le amiche di mia moglie organizzavano delle orgie di insoddisfazione umana, da vere single milanesi. 

Le mie amiche si nascondono, come faccio io, dietro qualche sorriso di convenienza. 

Per facilitare le vostre vite, ecco un piccolo manuale per ottenere grandi risultati con sforzi che, (solo internamente) sapremo essere molto piccoli. Eccovi le regole per un regalo perfetto:

 

1) Ascoltate la vostra compagna. Provate a farlo. E’ pericoloso, ma a piccole dosi può essere controllato. Solitamente, essendo donne, pubblicano vocalmente i loro desideri con sospetta frequenza. Un paio di scarpe, un week end, una cena, un gioiello. Ascoltate il nemico. 

2) Curate l’organizzazione. Una volta identificato il regalo desiderato, prendetevi cura del set. Insomma se vi è stato chiesto un cucciolo di labrador, non fatelo trovare chiuso nel bagagliaio. Se è un gioiello di Morellato (attualmente la cosa più brutta, scontata e trash che si possa regalare, non solo a San Valentino ma in tutte le feste), non appoggiatelo sul dentifricio in bagno. Se regalate dell’intimo, non fatelo trovare appoggiato sul sacchetto della differenziata. 

3) Sorridete. Lo so. Non c’è un cazzo da ridere. Ma ormai siete dentro il satanico meccanismo. Siate uomini, fatelo. 

4) evitate tutti i tipi di ristorante. Non c’è cosa peggiore che un ristorante pieno di coppiette. E’ triste, le conversazioni procedono a singhiozzo, c’è sempre qualche maiala da sbarco che ruba la vostra attenzione, e si pagano un sacco di soldi per un tortino di cioccolato fondente servito caldo con panna e fragola. Lo fa la Cameo e costa due euro e cinquanta. Più ventisei secondi di forno a microonde. E poi finirete schiacciati dal Prosecco, gonfiati dagli spaghetti con l’astice, derisi dal polipo e patate. Una tristezza.

5) portatevi l’alcool necessario a superare la prova. Non fidatevi di nessuno. E poi presentarsi con una bottiglia ha sempre il suo fascino. 

6) Fingete un delizioso coinvolgimento in ogni fase della serata, anche quando vi verrà consegnato un braccialetto da uomo di Morellato, di argento e cauciù. Mettetelo. Ringraziate. Fate una foto sul cellulare e dite che la state mandando ai vostri amici, perchè siete felicissimi. (oggetto della chat su What’s up: “cristo guardate che merda”). 

6bis) ricordatevi di togliere questi ridicoli oggetti quando siete in un contesto lavorativo che vi permette di guadagnare più di tremila euro al mese. Non siete velisti, non siete simpatici, non siete sportivi, l’argento è l’oro dei poveri. Inoltre sono tutti velisti, o perlomeno tutti hanno una barca in Liguria o Grecia, tutti si sentono simpatici, tutti corrono la maratona e hanno tutti un cassetto del comodino pieno di braccialetti di Morellato. 

7) consegnando il vostro regalo evitate pericolosi paragoni. Avete comprato il ciondolo Breil che si trasforma in catena che avevate visto insieme su quel servizio della Canalis che si scopava il tronista che poi Cloney prendeva la sua Harley e andava a fare loro i complimenti? Bene, non paragonate la vostra compagna alla Canalis. Vi piacerebbe, ma non è così. A meno che non siate un tronista. O il compagno della Canalis. Ci sono,almeno, un dito e mezzo di cellulite, due o tre ore di parrucchiere e molti, moltissimi, pompini, che vi separano da quello standard. 

8) Ricordatevi di non portare in macchina anche il regalo per l’amante. Solitamente l’incontro avviene il 15 febbraio, al Mc Donald davanti al Motel. Perchè non volete essere squallidi. E andare al Motel o andare al Mc Donald. Ma poi ci finite sempre. Ma ricordatevi di non portare troppi regali insieme. 

9) mandate un messaggio a qualche ex. Senza nessuna logica. Fatelo. Una roba tipo: “ti pensavo, oggi”. Osservatene le conseguenze. Costa meno di un gioco sull’App Store, e potrebbe rivelarsi più divertente. 

10) bevete molto rhum. Nei momenti difficili aiuta. 

 

Post Scriptum: ovviamente, ma non devo certo dirvelo io, due sono i fondamentali per chi lavora su San Valentino: puntualità e due taglie in meno di qualsiasi capo d’intimo state per regalare. 

Il ritardo, e un perizoma troppo largo, sono il principale argomento con cui verrete derisi quando lei, dietro al Mc Donald di fianco al Motel, festeggerà il suo San Valentino con l’amante. 

 

Divertitevi. Siete obbligati a farlo. 

 

 

 

 

Febbre a 90

Alcune culture, prettamente orientali, vedono la febbre come uno dei possibili percorsi di purificazione umana. Molti monaci si fanno venire la febbre, sfregandosi foglie urticanti oppure passandosi il ghiaccio sul petto, per poi entrare in quello che viene chiamato stato di avvicinamento al Karma. In questa fase, mentre il corpo è abbattuto nella lotta contro i batteri e i virus, dicono si possano avere delle visioni e ricongiungersi con il proprio io. 

E’ sempre molto interessante capire come le differenti culture affrontano il male e la sofferenza. Sempre molto interessante. 

Osservo il termometro digitale, cercando di ricordare se vadano aggiunti 0.5 gradi o tolti. In ogni caso, la questione è abbastanza seria. Del mio Karma non c’è traccia, eppure la febbre è molto presente, decisamente troppo presente. Emano un odore che in alcune culture orientali servirebbe ad allontanare il karma delle altre persone. Qui da noi, semplicemente, non mi si avvicinerebbe nessuno, se non obbligato a farlo. Un misto tra cadavere, sporco e rifiuti del Mc Donald. Non so perchè, ma quando sto male puzzo di Burger King andato a male. 

Indosso un insieme di coloriti avanzi dell’armadio, che uso come sudario. Non sapevo nemmeno di avere un pile della Decathlon. In effetti, è una cosa decisamente brutta, ma molto funzionale. Anche delle calze burlington, che da sano non indosserei mai, nemmeno sotto tortura. 

Mio padre, in un impeto di pietoso affetto, mi ha anche portato un cappello di pile, dicendo che era mio e che lo mettevo al liceo. 

– Che cazzo me ne faccio di un cappello di pile?

– quando stai male sei scontroso. Mettilo, ti terrà coperta la fronte

– ma al liceo mettevo davvero queste robe?

– era il tuo preferito

Attendo speranzoso che il cocktail di ibuprofene, acido acetilsalico, vitamina C, e un paio di antibiotici, riporti il mio corpo nel mondo dei vivi. Sento il peso della schiena, il caldo delle coperte, un orrendo mal di testa, e una insana temperatura nelle parti basse, che tecnicamente passa sotto il nome di: coglioni a bagno maria. 

Ho chiamato il mio medico. Ho elencato i sintomi, mi sono sentito dire che era tutto normale, anzi, meglio così. 

– Meglio così in che senso?

– ti fai gli anticorpi

– per cosa?

– contro la prossima.

– ma siamo a febbraio, cristo, che cazzo vuoi che mi faccia gli anticorpi, per maggio?

– sei scontroso quando sei malato

– dammi gli antibiotici

 

Io il mio karma non l’ho incontrato. Ho sognato, in quarantott’ore di febbre, alcune complicate vicende, sullo sfondo di un paesello molto caldo, desertico, nel quale alcuni miei amici ed io eravamo impegnati a fare delle cose. 

Ho anche fatto sesso con una misteriosa donna, dalle sembianze di Sarah Palin. 

Ho caricato una jeep e sono scappato verso il confine, ma poi dei soldati del tutto simili a Denzel Washington ci hanno sparato a bruciapelo. Uno dei miei amici è morto. Io sono sopravvissuto. Ma non sono riuscito ad andare oltre il confine. 

Semplice influenza. 

Controllo sconfortato l’elenco di mail. Gente che mi scrive. Io non rispondo. Allora si risponde da sola. Poi mi riscrive, per sapere cosa ne pensavo della risposta. Poi, in totale autonomia, prende una decisione, quella sbagliata. 

Osservo compiaciuto questi uomini e queste donne prendere decisioni da soli, sbagliare, e poi entrare nel panico. Non per l’errore. Ma per la coscienza di aver preso una decisione. 

Finalmente, dopo quarantott’ore di letto, mi alzo, procedo verso lo specchio. Mi osservo. 

Sembro uscito da un incontro di boxe. 

E questo pile è davvero orrendo. 

Mi faccio un caffè, osservando il viale, con le macchine in coda. 

Mi accendo una sigaretta.

Ha lo stesso effetto di un joint di white widow. 

Mi gira la testa, sento freddo, torno a letto. 

 

Ritornerò. 

 

Live fast die old

Era da un po’ che non mi facevo un funerale. Siamo arrivati, a livello famigliare, a quel passaggio di mezza età in cui sono finiti i matrimoni, (i più in senso letterale, nel senso che sono proprio finiti), sono finite cresime, comunioni, battesimi e tutte quelle feste con la torta con la crema pasticcera e lo zio che si ubriaca. 

Siamo anche in quel limbo in cui non ci sono funerali. I nonni se ne sono andati da un pezzo, e la seconda generazione veleggia verso gli ottanta a colpi di stent e colonscopie. 

Il frusciante rumore della vita. 

Lo zio è morto in una notte di gennaio, semplicemente smettendo di respirare, come fanno tutti. La sua ultima uscita pubblica è stata il mio matrimonio, dove ha esagerato con lo champagne e poi si è messo a camminare senza bastone, quasi correndo, verso la cantante e il pianista. Poi più niente. 

Lo zio è stato un catalogo di pessime patologie. Tutte lui. 

Insomma, poveretto, meno male che è morto. O almeno così si dice in queste occasioni. 

Ero andato a trovarlo poco dopo Natale, lo avevo trovato nel lettone, imprigionato dalle sbarre, con il pannolone, un discreto odore di merda, l’alito devastante, lo sguardo vitreo e una magrezza spaventosa. 

Lo avevo baciato ed accarezzato. E, sussurrando, gli avevo detto le cose che volevo dirgli, ascoltando pazientemente il biascicante rumore con il quale voleva rispondermi. 

Ho molto rispetto della morte. Non paura. Ho paura della sofferenza. Come tutti voi, se ci pensate bene. 

Ho visto gli occhi di mia madre, persi nel nulla della morfina, ho visto la paura negli occhi di mio padre, ho ascoltato i rumori delle macchine di qualche terapia intensiva, ho ascoltato qualche dottore trovare pittoreschi nomi per cancri irremovibili. 

Adoro esserci, in quel momento esatto in cui tutti se ne vanno. Sentire le mani, magre e ossute, stringere, la bocca biascicare qualcosa. Quello è il momento in cui dovresti avere vicino le persone che ti hanno accompagnato nella vita. 

La chiesa è piena zeppa. C’è anche la banda del paese, con una giacca rossa di straordinario cattivo gusto. Le prime panche per la famiglia, le seconde per quelli che si credono importanti, e poi via via fino alla fine della chiesa. 

C’è il sole, fa freddo, c’è quel silenzio forzato che c’è in tutti i funerali. Qualcuno piange. 

Mi ricordo la pena infinita di dover aspettare il saluto di tutti. Era morta mia mamma, eppure nessuno veniva ad abbracciarmi. Venivano tutti a piangermi addosso. Straordinaria confusione dei ruoli. 

Il prete è giovane, sovrappeso, pelato, sincero. Va spedito al sodo. La banda intona una marcia funebre, i becchini portano fuori la bara, gli amici seguono correndo. 

Odore di incenso. 

Io resto appoggiato a una colonna a guardare la gente correre fuori. 

Succede così. Lo so già. Quando sei importante in vita, hai la chiesa piena al funerale. Anche la banda. E la gente che corre a rincorrerti mentre vieni infilato in una Mercedes lunghissima. 

Però, tutta questa gente si perde il meglio di te. Quei mesi quando ti caghi addosso, quando svieni nel letto e nessuno se ne accorge, quando bere un bicchiere d’acqua è un’impresa, quando hai quei pensieri pesanti che vorresti confessare a qualcuno e invece ti ritrovi una badante sudamericana, energica e sorridente, che ti dice sempre si e ti spalma la Nivea in faccia appena ti giri. 

E’ li, forse, che vorresti gli amici. Per parlare di quanta paura faccia, per sentire una mano vicina. 

Povero zio. 

Si era anche innamorato della badante. 

Ti innamori sempre di chi si prende cura di te. 

 

Mi hanno chiesto di fare un discorso. Non l’ho fatto. 

Non avevo niente da dire. Ricordo mio zio per quello che è stato. Un buon manager, un devoto sindaco, un infaticabile democristiano, un pessimo padre, un buon bevitore di champagne. Cose da non dire a un funerale. 

Mi portava a sciare, sci di fondo. E io che gli dicevo: zio io odio la montagna. 
Mi portava a mangiare la carne cruda. E io che gli dicevo: zio io odio la carne. 

Insomma, non sono la persona più adatta per un discorso. 

Ho visto i fratelli ritrovarsi sulla stessa panca, dopo anni in cui si erano dimenticati di amarsi. Ho visto mariti, ex, in imbarazzo con mogli, ex. E figli, quelli non diventano mai ex, a reggere la situazione. 

Insomma, una famiglia difficile. 

E ho pensato, guardando la bara con le rose rosse, che uno dovrebbe vivere odiando il meno possibile e non perdendo tempo. 

Ecco, questo lo avrei detto volentieri. 

Ma poi la banda ha attaccato il suo pezzo. 

Ho fumato una sigaretta guardando la processione di parenti, amici, conoscenti, avversari politici, detrattori, promotori, la badante sorridente e disoccupata fino al prossimo vecchio da pulire. 

Sono salito in macchina, per andare in fiera. 

Ho messo Frank Turner. 

 

Niente, quando mi cagherò addosso, spero di aver vicino qualcuno con cui parlarne. 

 

 

B Ghellonando

Lo diceva, camminando avanti e indietro per l’aula semi deserta, l’esimio professore che ci iniziava alle sacre pratiche del management, in un tetro sabato sera di febbraio. Voi sarete molte cose. Voi sarete la soluzione, voi sarete la risposta, voi sarete la fine di un problema. 

Lo faceva, credo lo faccia tutti gli anni, tra le altre cose per motivare l’incredibile esborso di contanti che occorre per accedere a questo genere di formazione esclusiva. 

Noi non prepariamo soldati per il fronte, noi prepariamo condottieri per il futuro. 

E così via. Devo anche dire che, tra le quattro cose che mi hanno positivamente impressionato, questo cazzodurismo d’annata è stata la più importante. I pavimenti lucidi, le aule impeccabili, la pasticceria, insomma l’ambiente ha fatto tanto. 

L’esorbitante quantità di figa che ronza intorno alla cosa avrebbe potuto stupirmi. Ma, lo sapete meglio di me, dove il portafoglio è gonfio batte il clitoride (impacchettato religiosamente in intimo sexy da 350 euro). 

 

Ho imparato moltissime cose. Sono sempre contento di imparare cose nuove. 

Quasi alla fine di quel sabato pomeriggio, dopo una lunga e articolata invettiva contro le scuole concorrenti, quasi sottovoce, l’esimio professore dal numero esponenziale di cattedre e collaborazioni, citò Smith. 

Tutti quelli che hanno a che fare con l’economia citano Smith. 

E disse: la leadership è un lavoro notturno. Non dormirete, lavorerete di notte. Produrrete. Vi trascurerete. 

E sti cazzi, pensavo. 

Qualche mese dopo, senza dormire, lavorando di notte, trascurato e molto produttivo, pensavo:

e sti cazzi. 

Certe cose si fanno solo di notte. 

Ho abusato delle mie ore notturne, e di una discreta quantità di vino rosso, per fare tutte quelle cose che voglio fare. 

Ho dormito pochissimo, viaggiato tantissimo, parlato troppo, corso tanto, letto poco, mangiato male. 

Insomma, tutto nella norma, tutto bene. 

Ho scritto tanto. Di donne. 

E mi è tornato su (oltre al vino rosso e a un incredibile bianco greco resinato acido come uno sgrassante per sanitari) tutto il mio passato. Tutte le donne della mia vita. 

Ho vissuto molte vite. Il mio corpo le racconta tutte. Io non lo faccio, quasi, mai. 

In tutte le mie vite ho avuto delle donne al mio fianco. Anche sopra, meglio sotto. 

Metti questo pezzo, prima di andare avanti a leggere. 

Ho scritto di donne nuove, che ho conosciuto per strane ragioni. Sul prossimo numero di Kustom World le troverete tutte. 

Sono stato con loro molto tempo. Ho toccato un tatuaggio appena fatto, ho aiutato e aggiustato una scollatura, ho ascoltato una voce suadente, mi sono innamorato dell’energia e della perseveranza, ho guardato un paio di fotografi lavorarci sopra. 

Poi sono tornato a casa, per scrivere le mie cose. 

E mi sono venute su tutte queste donne, del mio passato.

Ho amato, non potete nemmeno sapere quanto, donne incredibili, puttane fameliche, geniali artiste, semplici particolari, anime che sembravano scogliere, oceani di chiacchiere. 

E ho scritto il pezzo finale di Kustom World sulle donne della mia vita. Mi sembrava giusto farlo. 

Quando uscirà, mi piacerà rileggere solo quello. E tutto il cuore e i polmoni che ci ho messo. 

 

Nanda ed io ci siamo incontrati in un bar davanti alla Feltrinelli. Non è stato facile convincerla. Ma dovevo dirle, era urgente, quanto io l’amassi. Quanto io amassi il suo sorriso, le sue parole, il suo lavoro, le sue mani, e quel modo soffice e delicato di appoggiarsi sulle storie più belle del secolo. Le ho detto:

Nanda, credo di amarti. 

Lei ha riso. Tantissimo. 

E poi mi ha preso le mani, le ha portate al petto, e mi ha detto:

grazie. 

Poi ci siamo rivisti, ci siamo ri parlati, ci siamo rincorsi. Poi Nanda è andata in quel paradiso dove stanno tutte le donne meravigliose. 

Per rivedere quel sorriso mi riguardo questo video, girato in un pomeriggio di maggio in Guastalla, uno di quei quattro o cinque posti magici di Milano. 

Con il suo sorriso, la sua sciarpa bianca e quel suo modo di ringraziare. 

Niente, per una sera, scrivendo, mi sono fermato e mi sono commosso pensando al mio passato. 

Non succedeva da un pezzo.

Questo 2014 parte bene.

 

Comunicazione di Servizio: 

parteciperò a molte cose, in queste prossime settimane. Alla mia vita, in primis, come co protagonista. Siete tutti invitati. Al Motor Bike Expo, questo sabato a Verona. Siateci se vi piacciono le moto e la figa. Anche non in quest’ordine. C’è anche una riunione di blogger a cui parteciperò senza alcun titolo ne diritto. Poi a un Poetry Slam, tra un paio di settimane, in cui porterò qualche produzione di RadioCorrida e qualche inedito, sulle donne. Farò una comparsata anche alla presentazione di un libro sui viaggi. Sempre senza diritto e titolo. Ma mi invitano e si beve gratis. A San Valentino cercherò, finalmente, di ritornare sui passi di Chinasky a Milano. 

Insomma, siateci. Sono tutte buone occasioni per offrirmi da bere. 

Life is short, fritz. Leadership is a night job. 

Blow it. 

 

 

La mia prima volta (Parental Advisory: Explicit Content)

Lei si era spogliata. Da sola. Non mi era molto chiaro, in generale, come procedere. 

Avevo, in effetti, osservato attentamente Freddie, in un sabato pomeriggio di giugno, inserire un goldone su una bottiglia di Coca Cola. Prove generali. Amici si diventa per esperienza e selezione. E per prove generali di uso goldoni. 

Avevo anche comprato una scatola. Di goldoni.  

Prove generali di intenzione. 

Avevo anche una fidanzata. Di cui ero disperatamente, perdutamente, fottutamente, innamorato. 

Volevo, con lei, una famiglia, dei bambini, dei cani, delle case, delle vacanze, insomma tutte le cose che si vogliono in quegli anni lì. Quando pensi all’università come a qualcosa di lontanissimo, e al matrimonio come qualcosa di vicinissimo. 

Avevo, a ragion veduta, tutti gli strumenti necessari per il grande passo. 

Non mi era molto chiaro, comunque, come procedere. 

Difatti, lei era bella. E con il riflesso di un faro alogeno, mi sarebbe piaciuto credere fosse la luna, ma della luna non c’era traccia, era ancora più bella. 

Aveva queste tette piccolissime, spiritosamente sparate verso il mondo. Delle gambe lunghissime e un solido, sereno, stabile, culo da ballerina. 

Era nuda. 

Seduta su di me. 

Che ero vestito.

E confuso. 

Perchè lei non era lei, prima di tutto. 

Cioè lei, al secolo Valeria, non era, precisamente, la donna con cui avrei voluto avere bambini, cani, case, futuro e tutto il resto. Valeria era la fidanzata di Marco. Ma la cosa sembrava non essere un problema. Ne per me, ne per lei. Forse per Marco. Ma Marco era rimasto a Milano. Invece io e Valeria eravamo in questa situazione, abbastanza compromettente, aggrappati sotto a un pontile, in un placido giugno.

Notte, sabbia, rumore del mare. Contesto abbastanza piacevole. Solo dopo un attento studio delle novantaquattro infiammazioni urogenitali che ho racimolato sulla spiaggia, ho scoperto che, igienicamente, la sabbia non è il massimo quando si tratta di infilare cose dentro cose. 

Rapidamente, osservando sorgere, compiaciuto, quello che meccanicamente può essere definito come un ottimo alzabandiera, mi sono reso conto di dover prendere una decisione. 

Può un uomo, innamorato alla follia, deciso a portare fino alla morte il suo amore per una donna, tradire infamemente la suddetta donna, tra l’altro con una donna conosciuta quarantotto ore prima e a sua volta fidanzata ed innamorata, compiendo l’atto più infame e sudicio proprio la prima volta, quella del passaggio nel mondo dei grandi, quella unica, indimenticabile, magica, volta, sapendo poi che questa prima volta non torna più e che il rimorso potrebbe inseguirlo insieme al terribile ricordo per anni, forse per sempre? 

Può.

Decisione presa. 

Restava aperta la questione del come. 

Dal mettere un goldone su una bottiglia di Coca Cola al passare all’azione, in effetti, c’era un bel salto. Soprattutto per il fatto che, il suddetto goldone non era facilmente reperibile. La scatola l’avevo comprata, si. Ma l’avevo anche lasciata a casa. Dove per altro sarebbe stata ritrovata da mio padre, a fine agosto, causandomi intense sessioni di Moral Orientation, essendo il preservativo un chiarissimo segnale di perdizione e dannazione. 

E’ forse corretto seguire i propri bassi, bassissimi, istinti e perpetrare un atto che si potrebbe rivelare fatale in quanto portatore di feroci malattie e di paternità quantomeno premature?

Beh, certo che no, avrebbe detto il cervello.

Se solo fosse stato collegato al cazzo.

Il quale, dimostrando leadership e grande indipendenza, aveva già deciso e preso iniziativa di proprio conto. 

Dal canto suo, Valeria dimostrava una disinibita capacità di gestione della cosa, che solo dopo un po’ di esperienza avrei saputo riconoscere come tratto distintivo di una particolare categoria di donne: le bottanazze affamate.

Pur essendo coetanei, Valeria mi stava dimostrando, a suon di mani e di bocca, una indiscutibile maturità sui temi del sesso e di come mantenere eterno questo incredibile miracolo della meccanica chiamato erezione. 

Lo faceva producendo particolari rumori di sottofondo che solo dopo qualche anno di esperienza avrei saputo definire come falsi mugolii di piacere. Un optional del pompino,  molto diffuso negli anni 90, quando le donne dovevano far credere di godere mentre risucchiavano alacremente i corpi contundenti del proprio partner. Poi la rivoluzione culturale le ha volute più depilate, più zoccole, ma anche più sincere, e la pantomima del mugolio è andata spegnendosi, rimanendo patrimonio di quella generazione di donne che hanno i dischi dei Pink Floid e che adorano Pretty Woman. Insomma, diciamo che da Lady Gaga in poi, è molto difficile trovare peli superflui e urletti superflui. 

Il problema era che, pur essendo Valeria in perenne movimento e decisa nel affrontare il suo compito, la questione, per esperienza personale, rischiava di chiudersi in poco tempo. Pochissimo tempo. Questione di secondi. 

Questo lo sapevo di mio. Non è bello che questo genere di questioni si chiudano troppo presto. 

Fui pertanto costretto ad inventare alcune manovre di distrazione, per recuperare fiato e ritornare sotto controllo. 

Non ero abituato a gestire un corpo diverso da quello della mia amata. Cercavo le grandi, grosse, tette che mi facevano sentire a casa. E trovavo questi acerbi accenni più simili a un forte pettorale. 

Rotolavamo appassionati sulla sabbia, decisamente incuranti del passaggio sul viale. 

A naso saranno state le undici. Forse le undici e mezza. 

Che per quegli anni è tardissimo. 

Poi crescendo, sposti l’orologio della tolleranza esibizionista sempre più avanti. Adesso ti sembra strano limonare alle tre di notte in pubblico. Ma allora le undici e mezza erano un orario più che corretto per avvinghiarsi nudi su una spiaggia. 

Avevo solo un grande pensiero. 

Ovvio. L’aids, la paternità, le malattie, il tradimento.

No.

Il portafoglio. Avevo lasciato i jeans appoggiati a una sdraio. Con le mie ultime ventimila lire. 

Valeria, nel tornare all’attacco, aveva eseguito una rapida manovra di blocco, lasciandomi sdraiato sotto di lei, impotente.

In senso metaforico, ovviamente. 

Per un attimo, fugace, mi era sorto un atroce dubbio. Può un uomo compiere questo genere di perverse azioni anche in mancanza di quello che i più definirebbero come amore? Può il cuore di un uomo essere staccato dal suo membro? Può un uomo agire senza amore? 

A oggi, con quasi vent’anni di esperienza nel settore, molti finti mugolii dopo, molte Valerie dopo, molte infiammazioni dopo, pochissimi goldoni dopo, posso con certezza affermare che la questione è delicatissima. 

Il rapporto tra amore e sesso è un PH delicatissimo, un valore inafferrabile, un meccanismo piccolo ma indispensabile. 

Ho amato donne con cui non ho avuto rapporti. Ho avuto rapporti con donne che non ho amato. Ho anche amato donne solo per il fatto che me la concedessero con semplicità francescana. E non ne sono ancora venuto a capo. 

Di certo c’era che non amavo Valeria. Non sapevo nulla di quella agile fanciulla, se non il nome del suo fidanzato e le sue misure. Dati, per altro, di secondo piano. In primo piano c’era, al momento, una sottile linea rossa e la mia indecisione sul varcarla o meno. 

Sembrava una questione davvero difficile. Infilarmi in questa situazione oppure rimanere qui, con il cerino in mano. 

Valeria non aveva dubbi. Spingeva il bacino, mentre mi ansimava nelle orecchie. Meccanicamente, simulava di essere già all’opera. Scientificamente, stavamo eseguendo una manovra di petting estremo. 

Sentivo un forte, grosso, doloroso, bisogno di concludere la questione. 

Dall’altra parte sarei rimasto lì, sospeso, ancora per un po’. 

Non era così male sentire ansimare una donna, pensavo. 

Ero ancora all’oscuro in merito all’esistenza dell’orgasmo femminile. Non mi ero mai posto la questione. E sarebbero passati ancora parecchi anni prima che una servizievole donzella di pugliesi origini mi spiegasse, annoiata dalle mie errate manovre di seduzione, la differenza tra clitoride, vagina, ginocchio e piede. 

Insomma, non mi ponevo il problema di quanto, come e dove Valeria stesse godendo. 

Con un gesto lento e teatrale, la mano destra di Valeria passo sul mio petto, sulla mia pancia, sul basso ventre, fino a prendere in mano la questione. 

Sorrideva. 

Io un po’ meno.

Anche solo un piccolo, impercettibile, movimento della mano mi avrebbe costretto ad ammettere che il mio tempo era giunto. 

E la mano, porca troia, iniziava a muoversi. 

Respira. Inspira, espira, respira. Pensa. A qualcosa di brutto. Tipo a uno che ti rapina, o a Gaia che per farti una sorpresa ha preso il treno delle nove e adesso sta osservando la scena dal lungo mare. O a tuo padre. O a Marco. Così giovane, così cornuto. 

In effetti, quella storia di pensare ad altro, riusciva a farmi rientrare in una dimensione umana. 

Ma il sorriso di Valeria si era fatto più malizioso. Con un rapido movimento del collo, si era messa a leccarmi l’orecchio. 

Avrei dovuto ricordarmi di lavare le orecchie. Dovevo segnarmelo. 

Mi aveva sussurrato: sai di sale.

Eh, lo so. 

Hai voglia?

Si.

E’ la prima volta?

Si. Credo proprio di si. 

Anche per me.

Che tenerezza. Ci credevo. Che amabile ragazzo di campagna. Ci avevo creduto. 

Lo facciamo?

Si.

Hai un preservativo?

Si.

Okkei. 

Ma a casa.

Sali a prenderlo?

A casa a Milano.

Aveva alzato il collo e mi osservava come fossi stato una medusa mezza sciolta sulla sabbia.

Quindi niente. 

Niente?

No, Franz. Ho troppa paura.

Di cosa?

Di te.

In che senso?

Non capivo, in effetti, come una donna, seduta sulle mie gambe, che teneva saldamente nella mano destra il mio cazzo, potesse affermare di aver paura di me. Puzzavo, forse, così tanto? Questa cosa della doccia sembrava particolarmente importante. Mah. 

Nel senso che ho paura che non ti controlli. 

Come darle torto? A tutti gli effetti avevo già rischiato di capitolare sei volte negli ultimi quattro minuti. 

Non ti devi preoccupare.

Non so.

No, fidati, Vale. 

Ma non lo hai mai fatto.

Si, ma so controllarmi. 

Avevo iniziato a passare il mio dito sulla sua schiena, un gesto estremamente dolce, per due sconosciuti. 

Ho troppa voglia di te. Mettilo dentro.

Si.

Poi, qualche anno dopo ho capito che non è strettamente indispensabile rispondere a questo tipo di affermazioni. Basta eseguire. Il si è ridondante. 

Entrai in quel posto caldo, strano, nuovo, stretto, mica tanto stretto, lungo, largo, perfetto, non troppo. Un casino insomma. Ci entrai tutto. Mi sembrava semplicemente perfetto. Dio come si stava bene, li dentro. 

Mentre lo pensavo, ho gestito una manovra di uscita che mi è costata una protusione lombare. Con un rapido movimento di bacino sono uscito, proprio mentre venivo. 

Credo, a distanza di tempo, di poter affermare che la sua gioia fosse decisamente falsa. 

Sorrideva, e poi mi abbracciava. 

Mi ha anche detto: è stato bello. Non bellissimo. Bello. 

Credo, a distanza di tempo, che non si possa parlare di bello, o bellissimo, essendo in se mancato il vero e proprio atto. 

Siamo rimasti nudi, appoggiati a una sdraio. A fumare. Senza dire nulla. 

Poi mi ha preso la mano. 

E’ stata davvero la tua prima volta?

Si.

Non l’hai mai fatto con Gaia?

Aspettavamo quest’estate.

Anche io e Marco.

Bei figli di puttana che siamo.

Perchè? E’ stato bellissimo. 

Mi brucia la punta. 

Cosa?

Mi brucia la punta.

Di cosa?

La punta. La punta del coso. 

Vuoi un bacino, che ti passa?

 

E ancora una volta, senza che il cervello potesse opporsi con fermezza e dignità, il cazzo prese il comando con decisione. 

 

Per dovere di cronaca, la mattina dopo ho salutato Valeria dopo colazione, tornando a Milano. Aveva davvero un brutto naso. Imparando che un brutto naso ti può far perdere un bel culo. 

Non ci siamo mai più visti. Ho potuto notare su Facebook che è ancora insieme a Marco, e hanno una splendida bambina, che sorride sempre. 

A Gaia non ho mai detto nulla. E, come pianificato, abbiamo fatto l’amore quell’estate. Pensavo, mentre lei si rivestiva vicino al letto, che era a tutti gli effetti la mia prima volta. E che senza sabbia era tutto molto più facile e meno infiammatorio. Ma le probabilità di un pompino post coitale scendevano drammaticamente. 

Per dovere di cronaca, anche Gaia sta con Marco. Un altro Marco. Almeno credo.

Tutto questo casino sulle prime volte io non lo ho mai capito.

Ma ho capito, da quella sera di giugno, che quella sottile linea rossa sarebbe stata argomento molto presente nelle mie decisioni negli anni a seguire. 

 

Ogni tanto ripasso da quella spiaggia. L’anno scorso ci sono passato in moto, andando a Roma. Cercavo l’angolo dove milioni di piccoli Franz sono andati dispersi nella sabbia, ma ci hanno messo i bidoni della differenziata. 

 

 

Bruno (il modello per avere successo)

Ho trovato Bruno su uno scaffale, abbandonato tra le promozioni post natalizie. Io ho un grande, grosso, grasso problema con le piante grasse ( o succulente, se vogliamo darci un tono): provo una fortissima attrazione, quasi sessuale, per ogni tipo di pianta grassa. Ho posseduto sedici tipi differenti di sempervivum, e la madre di tutti i sempervivum che stanno sul mio balcone ha quasi otto anni. Ogni anno, il venerdì prima di Pasqua, rifaccio la terra ai miei vasi, comprando nuove palline di argilla, terriccio non fertilizzato, due dita di cotone idrofilo, e inondando la cucina di terra. 

L’anno scorso, Macondo, la mia prima sempervivum, ha fiorito. E’ una cosa bellissima. Possono passare anni, ci vuole grande cura e molto culo. Ho avuto molto culo. Le piante grasse, dopo aver fiorito, muoiono. 

Ciao ciao Macondo. 

Avevi anche un nome da travestito. In fondo non ti piangerò a lungo, pensavo. 

Bruno, invece, è un cazzo di cactus dell’Ikea. Nel mio ufficio mancava una pianta. Me lo hanno sempre detto. Ho diritto, per il mio livello, a un ficus benjamin. Che è, dopo la felce, la pianta più triste e anni 80 che esista al mondo. Ho sempre rifiutato il ficus. 

Adesso c’è Bruno. 

Che è meglio di un ficus. E poi è tozzo e fuori misura, in un vaso troppo piccolo, con la terra troppo arida e tutte le spine mozzate da (suppongo) i trasporti. 

Mi sembrava carino trovare una casa a Bruno. 

Bruno, fin dall’inizio, mi è sembrato chiaramente di destra e decisamente colluso con Confindustria. Alcune posizioni che prende, ascoltando le mie telefonate, parlano chiaramente: ho un cactus post fascista. Ma io, che sono tollerante, posso conviverci. 

Ho dovuto chiedere a Don Lino se per lui andava bene. E’ Don Lino che comanda nel mio ufficio. Ormai da quattro anni. 

Don Lino è un ragno fedele, compagno sincero, deciso mangia mosche. Io proteggo Don Lino da Serjo, il colombiano che pulisce gli uffici, e Don Lino protegge me dalle mosche. 

A Don Lino Bruno sembra piacere. 

Buon per loro. 

Don Lino apprezza molto i cambiamenti d’arredamento. Sono due anni che ha fatto una ragnatela tra una bottiglia di Cannonau e un faldone di documenti. Ma quando ho messo il nuovo cestino, si è subito spostato. 

Tenendo conto che io in ufficio ci passo dalle otto alle sedici ore alla settimana, mi pareva anche corretto e umano trovare un compagno a Don Lino. 

Un fascista spinoso e colluso con gli ambienti industriali è un buon compagno di discussione. 

Il mio sogno sarebbe un giardino verticale. Quando passeggio per Madrid, rimango sempre a fumare davanti a quella splendida parete di verde che c’è tra le vie del centro, vicino al Prado. 

Bruno ha anche un inaspettato taglio da gran lavoratore. E’ un ottimo fermacarte. 

Non credo che le piante abbiano un anima. Non lo credo nemmeno per certe persone. 

In ogni caso, nella mia  grande etica, ho deciso di pagare Bruno, inserendo nel vaso un euro ogni volta che lo uso come fermacarte.

A quanto ne so, pagare qualcuno per fare qualcosa, che abbia un anima o meno, è un segno di grande civiltà. 

Ho infilato sotto Bruno un invito. 

Che ho ricevuto oggi. 

Ho aperto la busta credendo di ricevere ancora qualche biglietto di auguri. 

Invece era un invito. Su cartoncino blu. 

Per parlare a una conferenza. 

Mamma, quanto saresti orgogliosa. 

Ho un cactus fermacarte!

Sono l’ultimo speaker. E questo, nella lingua delle conferenze significa che chiudo la giornata. Che nella lingua dei partecipanti significa: o sei la cosa più interessante al mondo, oppure sii breve e spiccio che ho da prendere i bambini a scuola. 

Dicono di pagarmi il biglietto aereo e l’albergo. 

A Roma.

Forse non hanno ricevuto notizia dell’inaugurazione della diligenza ferroviaria. 

Andrò.

Chiedono che parli di modelli di cambiamento.

Matrici. 

 

Spiegavo a Bruno che, correntemente, esistono 98 modelli di definizione del cambiamento. 

Potrei parlarne per ore. 

A patto che mi venga offerto da bere. 

Ecco, non so come dirlo, nella cortese risposta richiesta all’invito.

Che mi va bene farlo a Babbo Morto, godendo solo dello squallido rimborso spese. 

Ma almeno una piccola botticella di rhum… 

 

Un ridente futuro anteriore

Un sottile e suadente odore di piscio mi accoglie quando apro la porta. Ancora prima di accendere le luci mi rendo conto di quanto precaria sia, in fin dei conti, questa cosa di avere un ufficio. Non mi serve, non lo voglio, eppure lo riempio di cose.

Perchè io non butto mai niente. E’ un disturbo ossessivo compulsivo. Disposofobia. Niente di cui preoccuparsi, paragonato alle vostre patologie.

Colleziono tutto. Quasi inconsapevolmente. Ogni tanto butto via. A malincuore.

Accendo la candela alla lavanda, deterrente anti piscio.

Verrebbe da chiedersi come sia possibile che questo puzzo di piscio, perfetto per una scala della metropolitana o per un angolo di una stazione, si sia fermato placidamente dentro il mio ufficio. Ma non me lo chiedo.

Il rientro, ogni fottuto rientro, è per me un lungo e doloroso viaggio.

Fatico sempre a rientrare in un contesto.

Ho staccato, completamente, per una decina di giorni.

Nessuno, tra i grandi capi di stato, le più importanti ONG e i miei colleghi, si è accorto della mia assenza.

Ho scritto. Un racconto carino. Che però finisce male. E non mi piace. Questa fine.

Inizia dalla fine, come tutte le storie fighe. Nell’area di sosta dell’Agip di Cascina Gobba. Che dovrebbe comparire presto nei cinque luoghi da visitare assolutamente a Milano, in una guida seria e ragionata. E’ un non luogo abbastanza infelice e tetro, infilato tra uno stradone che non ha mai visto la luce della civiltà, Via Rizzoli, e il disordine creativo mafioso del San Raffaele. Ci faceva capolinea la metropolitana, che da qualche stazione prima corre alla luce del sole. Ci arriva la tangenziale e un paio di statali che vomitano pendolari verso il centro. Controvoglia, il gestore dell’area di servizio ha dovuto togliere i DVD porno e ridurre il piazzale di sosta. I camion non si fermavano più. Stava diventando pericoloso. Incredibile a dirsi. Dietro al parcheggio si è creato un piccolo miracolo umano. Hanno deciso di farci capolinea i piccoli mini van che arrivano dall’Est. Romania, Bulgaria, Slovenia, e altri cinque o sei stati senza euro, senza speranza, senza fibra ottica ma con un sacco di cose belle da esportare. Puttane, schiavi bambini, batteri, cianfrusaglie, e parecchia gente onesta che cerca di rifarsi una vita.

Fuori dal parcheggi ci stanno sempre due pattuglie dei Vigili Urbani. Fanno una tenerezza infinita.

Il mio racconto iniziava e finiva qui.

Ma lo riscriverò.

Ho anche aperto il mio quaderno viola. Ho preso la penna, deciso a scrivere un bilancio del 2013.

Gesto estremamente pericoloso.

Ho chiuso il quaderno. Ho respirato a fondo. E lo ho buttato dentro un fosso, nel parco vicino all’aeroporto.

Osservavo, fumando, le pagine inzupparsi e cadere verso il fondo. Proprio vicino a un pacchetto di Fonzie.

Se non lecchi, godi solo a metà.

Rifarei tutto. Ancora. E ancora.

Tengo tutto. Non riesco mai a buttare niente. Nemmeno i peggiori errori.

 

La notte della vigilia, camminavo allungando il rientro a casa, per finire con calma un Montecristo. Sentivo il freddo umido entrare ovunque, il silenzio, guardavo le luci accese nelle case, e cercavo di capire perchè, in trentacinque anni di onorato servizio, io non sia mai riuscito a fare una lista delle cose da buttare.

Mi sono fermato a parlare con una puttana. Una ragazza dell’est. Bionda. Piccolina. Con dei lunghissimi stivali bianchi di vernice. Quel genere di stivali che possono mettere solo le puttane. E le donne che vogliono fare le puttane. Insomma, un best seller.

E’ strano che una puttana bazzichi questa zona. Pensavo.

Forse lo pensava anche lei.

Parlava poco italiano. Si dichiarava maggiorenne, diceva di avere freddo, e quaranta euro tutto, tranne il culo.

Ho risposto che si, faceva parecchio freddo, no, non sembrava maggiorenne, e quaranta euro erano un prezzo davvero ragionevole.

Lei mi ha chiesto, dove andiamo? A casa tua? Hai una macchina?

Le ho risposto no. Le ho augurato buon natale e me ne sono andato.

Mentre le davo le spalle, ha aggiunto: quindici un pompino qui.

Mi sono girato. Qui dove?

Qui.

Qui, intendi sul marciapiede, proprio di fianco al semaforo?

Si. Dietro siepe.

Ho sorriso.

Lei mi ha fatto cenno di avvicinarmi.

Suppongo che un pompino dietro una siepe, spoglia, contro un semaforo, la notte della vigilia di Natale, al freddo, sia una delle cinque esperienze che un uomo potrebbe, e forse dovrebbe, definire squallide.

Ti capita spesso?

Si. Tutti vogliono. Qui, dietro siepe.

Cristo.

Ho buttato il sigaro e mi sono incamminato verso casa.

Uno dei giorni tra Natale e Capodanno sono andato a surfare. L’acqua gelata, il rumore del mare, il sale. Come se fosse la medicina migliore. Sentivo il freddo passare la muta e, non so perchè, mi è tornata in mente l’idea di un pompino al freddo.

Ho abbandonato tutti i libri di studio. Ho iniziato un paio di buone letture. Ho letto Winslow in meno di due giorni. E ho iniziato “Lui è tornato”.

Ho fatto colazione, tutti i santi giorni, insieme al Piccolo.

Ho preso il suo ritmo.

Ogni tanto, scendevamo in box per accarezzare l’ultima arrivata, una deliziosa Guzzi Cross 50.

Al posto di buttare cose, compro cose.

La sera di Capodanno sono riuscito a stare con i miei fratelli, non tutti, ma quelli più importanti.

Ci stavamo dimenticando di mezzanotte. Qualcuno aveva fretta di iniziare il 2014, qualcuno non voleva lasciare il 2013.

Sono tornato a casa prima del solito, meno ubriaco, più felice.

Ho evitato, saggiamente, tutti i possibili buoni propositi. Lasciando semplicemente scappare il 2013.

Ho in testa profumi, odori, sensazioni, cose che non se ne andranno mai.

Non ho mai vissuto così tanto come in quest’anno.

Vorrei rifarlo.

Ho capito come si fa.

Non butto via niente.

Lo rifarò.

 

Adesso, odore di piscio a parte, sono rientrato nei ranghi. Ho un paio di biglietti pronti per la settimana prossima. Una decina di giorni in giro. Ho quattro viaggi in mente. Pochi soldi. Ho voglia di una moto nuova. Insomma, sono tornato.

Per dovere di cronaca, la ragazza giovane di origini est europee con gli stivali bianchi non si è fatta più vedere.

Con ogni probabilità, il business plan del pompino dietro alla siepe non ha attecchito come sperato.

Vai tu a capirli, questi uomini.

 

PS: come ogni anno, allego brevissimo sunto sul Bradipo.

Il giorno di massima gloria ha visto 1230 visitatori unici. Un record.

Il Bradipo è posizionato bene, nella classifica dei siti più visti d’Italia. Al milionesimo posto. O giù di li. Credo che il sito della Fratellanza Austriaca e quello sulla cucina vegana della comunità filippina di Oristano facciano più share. Ma non me ne fotte un cazzo.

Il termine di ricerca usato più volte per arrivare qui è, ovviamente, il nuovo bradipo. Segue a ruota: proprietà benefiche del rum. E fighe pelose. In classifica, appena sotto: belle fighe girate di culo, ode al pesce, serata devasto, fabio volo, fallimento bradipo travel.

Insomma, una pletora consistente di affezionati lettori.

Life is short fritz! Surf it

 

L’importanza dello Champagne (Navigli)

Scendendo dall’aereo percepisco la fine di un sogno. Così, a mezz’aria. Sospesa tra il gelo e la scaletta della Easyjet, nel mezzo della penombra nebbiosa. 

Che cazzo di posto brutto per vivere. Un posto dove il gelo e la nebbia ti confondono così tanto le idee. 

La fine di un sogno, come ogni anno. Siamo entrati nel rush finale. In meno di una settimana ho tre cene di lavoro, quattro pranzi e pure una colazione. 

La colazione di lavoro, va detto, fa veramente molto figo. Il problema, che ho già sperimentato sulla mia pelle in precedenza, è che io solitamente a colazione ci arrivo in hangover, puzzolente, di pessimo umore e con un declinante senso di morte apparente. 

Sono fatto così, mi spiace. 

Uno a Natale dovrebbe fare cose tipo, coperta sul divano, rhum invecchiato con gli amici, sigari, scopare, ancora, e ancora, e ancora, mangiare senza gonfiarsi, ascoltare il rumore del freddo da dentro la finestra, leggere, scopare (lo ho già detto?), leggere (lo ho già detto?). 

Insomma, procedere sereno, veleggiare, verso la fine dell’anno. Pieno di ispirante ottimismo. 

Lo penso mentre cammino, più correttamente pattino, visto lo strato di ghiaccio, verso la macchina. 

Cerco, di riflesso un sigaro. Suona il cellulare. Cerco, di riflesso, gli auricolari. 

Non trovo ne auricolari ne sigaro. Quindi non rispondo. 

Questa delle cene di lavoro di Natale, se la guardate da vicino, è una tragedia evitabile. 

Solo che, puntualmente, ci finisco dentro tutti i fottuti anni. 

Guido serenamente in corsia preferenziale. 

Cerco i sigari nel vano porta oggetti, e con la mano sinistra cerco di mettere su un cd di Frank Sinatra. Se mi devono fermare gli sbirri, che mi fermino con un sottofondo musicale adeguato. 

Milano sotto Natale è impercorribile. Non che ci sia una ragione particolare. Vanno tutti in giro, incazzatissimi, stressatissimi, bruttissimi. Droni dello shopping. 

Parcheggio dentro un portone, troppo piccolo per essere un passo carrabile, troppo grande per passare inosservato come plausibile posteggio. 

Mentre salgo le scale, cerco di pensare a dove cazzo abbia messo i fottutissimi sigari. 

Ovvio, nella vaschetta di plastica del controllo di sicurezza di Schiphol. Un cazzo di olandese adesso si sarà imboscato placidamente una splendida scatoletta di mini Montecristo. 

Shit happens. 

Cerco il numero del ristorante. Non lo conosco. Non che ci sia da stupirsi. Mangio sempre nello stesso, unico, posto. Sempre. 

Abitudinario a trentaquattro anni. 

Risponde, con marcato accento sardo, un educato signore. 

Chiedo se, gentilmente, sia possibile mettere il nostro tavolo il più isolato possibile. 

E’ una cena di lavoro. Non di Natale, di lavoro. 

Il silenzio dall’altra parte della cornetta è abbastanza eloquente. Come solo il silenzio di una cornetta telefonica sa esserlo. 

Si tratta, mi dice, di un difficile mercoledì. E’ pieno zeppo. E sono tutte cene di Natale. Uno studio dentistico, uno studio di commercialisti, uno studio di notai. 

Il che, in effetti, mi conferma il dubbio su quanto potessero essere credibili degli antipasti da 40 euro a piatto. 

Bene, non si preoccupi. A mali estremi estremi rimedi. 

Avete champagne? Si? Perfetto, posso chiederle di metterne in fresco tre bottiglie? Si, lo so che siamo in tre. Non si preoccupi. 

Entro dal dentista. 

Che è il mio dentista di famiglia. Ovverosia ha una partnership religiosa molto forte con mio padre, e i loro padri tra di loro. Quello che Dio unisce, non si permetta l’uomo di dividere. 

Posso pagarlo quando preferisco, mi riceve in orari davvero poco canonici, e ogni volta mi manda via con una immaginetta di Jose Maria Escriva De Balaguer. E’ questa sua incrollabile fede, insieme al fatto che io possa pagare le salatissime, ma molto cattoliche, fatture quando voglio, che me lo rende simpatico. 

Mentre scava alla ricerca di non so più quale radice di quale dente, sento quel piacevole tremolio di tutta la scatola cranica. Mi sovviene il dubbio che la mia masticazione, mancando quaranta minuti alla cena, non sarà perfetta. 

Aggiungerei, potessi parlare, un’altra bottiglia di champagne alla prenotazione.

Fumo camminando sul bordo del Naviglio. Mi viene sempre in mente la Milano calibro 9, quello spostato di Pinketts, e il grande Sandrone Dazieri, quando cammino sui Navigli. Mi viene addosso anche una straordinaria tristezza, di solito. Ma il pensiero dello champagne mi rilassa parecchio.

Il ristorante è stra colmo. Umanità vestita a festa, sudore, caldo infernale, umido che cola dai vetri, facce rosse, troppo vino. Troppo casino. 

Mi siedo, ordino pesce. 

Questa è l’unica cena che mi interessava fare. 

Il benefico effetto di champagne, anestesia, calore e umidità mi fa rilassare, intorpidire, cadere in quello stato bucolico in cui si potrebbe stare per ore ad ascoltare, senza nemmeno muovere un dito. 

La posizione del tavolo è da denuncia penale. A sei centimetri dalla porta del bagno. Ma il continuo passaggio di esseri umani è un buon deterrente per la mia pazienza. 

Lei passa tra i tavoli ancheggiando come tutte le donne dovrebbero saper fare.

E’ vestita di nero. Tutto nero. Ha i capelli nero corvino, lisci, che cadono sulle tette. Che non cadono. Dio benedica le tette, penso. 

Lo penso sempre, a dire il vero. 

C’è un diamante, sospeso sulla scollatura. La stella polare che nella notte illumina il viaggio di ogni sguardo. La delicatezza di un piccolo richiamo, piccolissimo. 

Ha quell’abbondanza mediterranea per cui i fianchi riescono a darti l’idea di grandi scopate e di grandi famiglie allo stesso tempo. Ha le mani talmente curate da darti l’idea di avere molto tempo. Ha una fede al dito talmente grossa da darti l’idea di avere un marito davvero ossessionato e dai pessimi gusti. 

Al suo ritorno dal bagno mi faccio trovare preparato, in quella che tecnicamente si chiama pole position da guardone. Mi godo il modo di camminare, e gli sguardi del resto del ristorante. 

E’ stupendo leggere negli occhi degli uomini, l’opaco desiderio. 

La cena procede, la serata anche. L’anestesia lascia il posto a un pulsante dolore. Devo fumare. 

Esco, e mi appoggio alla ringhiera gialla del Naviglio. Posso vedere, dalla mia posizione, la multa appoggiata sul vetro della mia macchina. 

Ho addosso una stanchezza disumana. Un anno feroce e bellissimo. Ma troppo lungo. 

Lei esce a fumare. Ve lo aspettavate anche voi. 

Me lo aspettavo anche io. Le donne così sensuali fumano per forza. 

Lo so di mio. 

E io la guardo, questo lo sapevate anche voi. 

E’ mio dovere morale farlo. 

Ho i capelli, la barba, la camicia e abbastanza champagne in corpo per poterlo fare. 

Ai fini statistici va detto che la situazione ha due vie di uscita.

– 20% di probabilità che ottenga il numero di telefono, una promessa di uscita e qualche segnale che a tanto beccheggiare di bacino corrisponda altrettanta fame di carne.

– 80% di probabilità di essere scaricato, In molti modi differenti. 

Adoro le sfide. Vivo di questo. 

E, posso serenamente dirlo, è pura routine. La fede al dito, la noia negli occhi, la cura dei dettagli, sono binari di una ferrovia che porta diretta nei peggiori motel della circonvallazione. Un treno chiamato desiderio. 

Datemi tempo, dieci minuti, e quel venti percento di possibilità ve lo trasformo in ottanta. Novanta, come la paura. E’ il mio lavoro. 

Ed è quello che lei cerca. Lo dicono le parigine, che si notano a metà della coscia, strette nei pantaloni aderenti neri. 

Eppure.

Eppure, ecco la verità.

Sono felice dove sono.

Appoggiato a una ringhiera gialla, fumando un sigaro, ascoltando lo champagne che mi parla dolcemente, osservando i movimenti delle mani di una donna, a cinque metri di distanza. E capendone fino in fondo le paure e i desideri. 

Che significa, al netto di una sbornia da champagne, un sensibile invecchiamento. 

Invecchio. Come tutto. 

Chiudo la cena con una, la terza, bottiglia di champagne. Adesso sono, pienamente, consapevolmente, piacevolmente, sbronzo. 

Natale è bello anche per questo. Per le sbronze di champagne. 

Per le multe. 

Per la consapevolezza. 

Esco in strada, ci fermiamo a parlare. 

Lei esce. Con due amiche.

Sguardi che si incrociano. 

Suppongo si chiami Marta.

O al massimo Martina.

Così, a naso. 

Saluto i colleghi. 

Si salutano anche loro. 

 

– Allora ciao!

– a presto!

– a presto Carlotta. 

Sto perdendo colpi, cazzo.

 

 

Post Scriptum: 

E’ comunque difficile pensare a una notte di bagordi, abbondanza e calore, con una che si chiama Carlotta, quando dovrebbe invece chiamarsi Marta. 

Al massimo Martina. 

Carlotta non è un nome che urli mentre stai venendo. 

Per forza che poi le coppie non funzionano… 

Post Office

Siccome che iniziare la giornata con una coda è parecchio snervante, ho cercato di ritardare il momento il più possibile. Siccome che iniziare un post scrivendo siccome che potrebbe tradire origini non certo nordiche, è necessario sottolineare che questo post inizia in un sabato mattina di dicembre, con il sole, il freddo, lo smog, insomma tutto il pacchetto standard, a Milano. 

Ho una certa latenza amministrativa, rifuggo dagli sportelli di qualsiasi genere, da troppo tempo. 

Le pratiche, bollettini, comunicazioni, raccomandate, promemoria, note esplicative, si accumulano da un paio di mesi ordinatamente nella parte destra in alto della mia scrivania, quella che riservo alle grandi rotture di coglioni. A sinistra ci tengo i ricordi piacevoli, in mezzo ci lavoro, a destra ci tengo le rotture di coglioni. Poi, solitamente, prendo in carico la cosa il venerdì mattina, combattendo contro la sorda burocrazia italiana o altri grandi mali mondiali. Arrivare alle undici del venerdì e constatare che la pila di carte sulla scrivania, in alto a destra, è sparita, è piacevole. Ti fa sentire un uomo migliore. Lo faccio sostanzialmente per questo. 

Non serve aver letto Tony Robbins per capire che questo sistema funziona, ma fino a un certo punto. Perchè poi c’è il venerdì in cui non posso occuparmene. Il venerdì in cui sono fuori sede. Il venerdì in cui sono in vacanza. Il venerdì in cui sono in Università. Il venerdì in cui ho una importante riunione da preparare. Il venerdì in cui, osservando la pila creatasi per via di tutti i venerdì che ho bucato, sospiro e mi giro dall’altra parte. 

Ecco, sono arrivato a questo dicembre più o meno in queste condizioni. 

Pertanto mi sono trovato costretto a un piano d’emergenza. Sono partito dalle urgenze. Ieri ho parlato al telefono, dopo quasi quarantacinque minuti di attesa, con una operatrice che mi ha confermato che avevo sbagliato numero. Però me ne ha dato uno giusto. Così un foglio è ritornato nella parte destra della scrivania, in alto, con un piccolo appunto su un nuovo numero. 

Poi ho cercato, in cinque modi diversi, di pagare l’asilo del Piccolo. Per farlo sul sito del comune, uno dei comuni più fighi, freak, e avanzati d’Italia, Milano, ci vuole un dottorato in ingegneria nucleare, ma soprattutto un misterioso aggeggio che legge la CRS, Carta Regionale dei Servizi. Che io non ho. Per farlo sull’home banking serve il codice del Comune, che sul sito del Comune non c’è. Per farlo in Posta, servirebbe essere alle poste. Per farlo in Banca, servirebbe la mia banca, che è situata a 19 kilometri dal mio ufficio, in centro. Sotto Natale, potrebbero anche essere sei o sette ore di macchina. Ho rimesso il bollettino sulla parte destra in alto della scrivania. 

Poi ho chiamato una operatrice dalla mia assicurazione. Sono gentilissime. Perchè la mia assicurazione costa un botto. E io non ho mai rotto i coglioni. Credo abbiano un database segreto dove si scrivono tra di loro il grado di rottura di coglioni a cui le sottoponi. Così quando richiami, sanno subito a che livello puoi arrivare. 

Forte della fattura del dentista da rimborsare, e di ottimo umore, prendo il numero di pratica e spiego che, avendo io speso seicento euro, e volendo loro rimborsarmi 36 euro, mi sovviene un alone di dubbio, senza mai voler accusare nessuno, sulle percentuali del rimborso. Trentasei euro, dal mio dentista, non mi bastano nemmeno per sedermi sulla poltrona. A saperlo prima, lasciavo morire i denti tra atroci sofferenze. Lei risponde, capisce. 

Silenzio.

Rumore di tastiera. 

La mia pratica non corrisponde. A cosa? Chiedo gentilmente. 

Non corrisponde. Si, ok. A cosa. 

Non corrisponde, non so se mi capisce. 

Eh no, se no non lo richiederei. 

Insomma, non corrisponde il numero di pratica al tipo di intervento.

E questo a cosa può essere dovuto?

Al numero sbagliato.

Questo mi sembra abbastanza chiaro.

Cosa posso fare?

Richiedere una nuova pratica. 

Ottimo.

E rimandare la fattura.

Ma la fattura l’ho mandata con la pratica vecchia. 

Silenzio.

Rumore di tastiera. 

Silenzio.

Pronto?

Si?

Quindi?

Cosa?

La fattura, dicevo, l’ho mandata con la pratica vecchia.

Deve richiedere la cancellazione della pratica.

Ok. A chi posso chiederlo?

A me. 

Ottimo. 

Silenzio.

Quindi?

Cosa?

Mi cancelli la pratica?

Non posso.

In che senso?

Deve chiamare un’altra volta. 

Chi?

Me.

Non possiamo fare adesso?

No.

Ok, quindi devo mettere giù e richiamare?

Corretto.

Ho capito. Non si può fare sul sito?

Cosa?

Questa trafila.

Quale?

Niente. 

Perfetto.

Buona giornata.

Anche a lei. 

Rimetto la pratica sulla scrivania, in alto a destra. 

Prendo in mano l’ultima cosa. Un abbonamento che non sapevo di aver fatto, a una chiavetta internet (modem HDSPA, per essere corretti) che funziona solo nei giorni dispari dei mesi pari, prendendo una tacca di segnale anche se io la accendo da sotto a un ripetitore. Credevo fosse gratis, come scritto in grande e in rosso sul volantino, senza aver letto in piccolo e in blu che è gratis. In effetti. Ma solo venticinque giorni. Poi: S.C.T. (sono cazzi tuoi). 

Si applicano, infatti, le tariffe intercontinentali più care d’Europa. Anche se la cazzo di chiavetta non funziona. 

In pratica giro con un oggetto nella borsa che mi costa ogni fottuto minuto e che non funziona mai. 

Ma, dopo sedici minuti di attesa, e uno di conversazione, scopro di dover fare il tutto presso un Centro Servizi. 

E al Centro Servizi, essendo io un grande pianificatore di tragedie domestiche, decido di andarci di Sabato, sotto Natale, con un bambino di tre anni. 

Un coglione. 

Non il bambino.

Io.

Raggiungo il centro commerciale procedendo in contromano per quasi seicento metri. Una recita con presepe vivente ha attratto migliaia di uomini dal futuro incerto, che ingorgano un pezzo di periferia altrimenti deserto o abitato da travestiti. 

Meglio i travestiti dei pastorelli, dico ad alta voce. E il Piccolo, ovviamente, mi chiede cosa sia un travestito. 

Non sa, il Piccolo, che suo padre sta procedendo in contromano in una strada cieca. E’ felice. 

I travestiti, amore di papà, sono uno dei capisaldi del matrimonio cattolico. 

Non risponde. 

Parcheggio ostruendo un uscita di sicurezza del centro commerciale. 

Scavalco due banchi di promozione di palestre, spintono un volontario che fa i pacchetti di Natale per non so quale cazzo di associazione, tirando il Piccolo. 

Arrivo davanti al Centro Servizi. 

Il ciccione dietro alla scrivania è lo stesso che mi ha inculato con l’abbonamento multimilionario. 

Tra me e lui una coppia, lui quarantenne con camicia allacciata anche sul collo e lei sessantenne con un colore di capelli disponibile solo su ordinazione nelle carrozzerie di latinos. 

Mi sembra un buon risultato. 

In cinque minuti, i due finiranno i fatti loro.

In dieci minuti io finirò i fatti miei. 

In quindici minuti, io e il Piccolo saremo fuori. 

Due ore dopo, ho capito alla perfezione la situazione. Sono madre e figlio. Il figlio, che probabilmente surgela femori di travestiti di notte in box, dopo averli uccisi nella sua macchina, come tutti quelli con la camicia allacciata sul collo, ha comprato alla madre un laptop da migliaia di euro. 

La madre, che ha ancora addosso un figlio probabilmente maniaco sessuale, non ha fatto una piega. 

Il figlio ha comprato anche una chiavetta internet. 

Per collegare la madre a non so quale network. 

La madre non ha fatto una piega. 

Però, i due, non sanno come cazzo si accende un computer. 

Il ciccione, quindi, è costretto a procedere passo a passo in una accurata lezione di vita su come collegare una ultrasessantenne al mondo del porno e della pedofilia online. 

Potrei scommettere un centone che quel cazzo di computer, in meno di due sessioni di Explorer, sarà intasato di trojan pronti a clonare la carta di credito della nonnetta. 

Ma non ho tempo. 

Il Piccolo, dopo due ore di attesa, sta meticolosamente smontando un espositore di quelli dei weekend da sogno. Ha estratto tutti i cofanetti, spargendoli per tutto l’ingresso, e si sta arrampicando per smontare anche l’insegna. 

Un senegalese di circa quattro metri quadrati (al garrese), credo preposto alla sicurezza, lo guarda perplesso. 

Sono davanti a un bivio. 

O decido di riconoscere il Piccolo come mio figlio, e quindi rimettere tutto a posto, oppure faccio finta di niente.

Farei finta di niente, ma è il Piccolo a chiamarmi, felice, per farmi vedere una paginetta strappata da un volantino. 

Il senegalese mi punta. 

Mi tocca mettere tutto a posto. 

Nel frattempo la lezione base su come usare un personal computer procede a gonfie vele. 

Tanto che, sembrerebbe, i due sono intenzionati a verificare altri possibili abbonamenti internet, convinti dal ciccione. 

Il Piccolo punta il reparto cucine, appendendosi a uno sportello di un forno. Lascio la coda, procedo, stacco il Piccolo dal forno, mi becco l’occiataccia di una vecchia promotrice di cialde per macchinette del caffè.

Dovrebbe stare attento, mi dice. 

Non rispondo. Non posso. 

Il senegalese mi osserva. 

Brutta puttana finita a promuovere cialde del cazzo, infilati una aspirapolvere senza sacchetto nel culo e accendila. 

Ma lo penso solamente. 

Intensamente. 

Torno in coda, e mi accorgo che, con grande destrezza, il tipo dopo di me ha preso il mio posto. 

Il Ciccione lo sta ascoltando mentre guarda lo schermo del pc. 

La vecchietta e il figlio serial killer mi passano di fianco felici del loro piano all inclusive da 5 Gb al mese. 

Procedo verso la postazione. 

Guardo il tipo che mi ha fottuto il posto, appoggio i miei fogli sul tavolo e dico al ciccione:

tocca a me. 

Il tizio mi guarda e mi dice: la lascio sedere solo per il bambino.

Non me ne fotte un cazzo. Lasciami sedere, penso. 

Non dovrebbe portare un bambino in un posto del genere di sabato mattina. 

Me lo dice guardandomi negli occhi. 

Ha ragione. Rispondo.

Perchè ha ragione, in fondo. 

Il ciccione ci guarda con deferenza. E’ sovrappeso, lavora in un posto dove incontra solo gente incazzata o rincoglionita, non ha futuro professionale, e con lo stipendio non può comprarsi niente di quello che il posto in cui lavora vende. 

Una cazzo di frustrazione assurda. 

Inizia con la mia pratica. 

Sento battermi sulla spalla. 

E’ il tipo di prima, quello che mi ha fottuto il posto. 

Mi dice, con tono petulante:

Guardi che suo figlio è scappato ancora. 

In effetti il Piccolo si è concentrato su un espositore di prese di corrente, vicino a una cassa. Le toglie tutte, e le sparge per terra, in mezzo all’indifferenza del popolo, che gli gira intorno. 

Ignoro la cosa. Sono a un passo dal successo. 

Mi scusi.

Si?

E’ pericoloso, davvero.

Cosa?

che suo figlio giochi con le prese di corrente. 

Ma testa di cazzo, non vedi che sono impacchettate? Che cazzo di pericolo c’è? Sono avvolte nel lattice. Cosa che, fosse successa al cazzo di tuo padre, ci avrebbe evitato rotture di coglioni. 

Questo lo dico. 

Ad alta voce. 

il Ciccione mi osserva, forse apprezza la poesia. 

Il tizio è colto alla sprovvista. 

Mi guarda, poi si gira verso la coda e inizia un comizio su di me, forte della disapprovazione di un paio di donne. 

Ho in mano la disdetta, ho vinto. 

Mi alzo, guardo il tizio e vado a recuperare il Piccolo che nel frattempo ha trovato un compagno di giochi con il quale stanno tentando di far cadere un espositore di pile. 

Prendo il Piccolo e esco. 

Osservo la macchina che blocca l’uscita d’emergenza. 

Forse avrei potuto dare fuoco a tutto e aspettare di vedere la faccia del tizio sporgere appena dalla porta d’emergenza, insieme al fumo e alle urla di terrore. 

Sposta la macchina, stronzo. 

Non posso, è una Toyota. Sono macchine intelligenti. 

Ma sono un padre modello, non posso farlo. Dare fuoco a un centro commerciale potrebbe essere diseducativo. 

Procedo verso un bar. 

Mi bevo un caffè mentre il Piccolo lancia pezzi di tovagliolo per terra. Fuori il sole splende, con un po’ di freddo che costringe i tizi del presepe vivente a tenere i cappotti. Sono tutti gonfi sotto i costumi. Pastori e angeli obesi, con teste molto piccole. Il centro commerciale vomita una quantità infinita di persone, che escono con grossi pacchi colorati. 

Pago il caffè e chiedo scusa per i tovaglioli spezzettati per terra. La ragazza sorride.

Fa niente, sono bambini. 

Ok. Grazie.

Prego. Buon Natale.

Buon Natale un cazzo.

 

Camminando verso la macchina il Piccolo mi chiede: 

Papi, buon natale un cazzo cosa vuol dire?