Live fast die old

27 Gen

Era da un po’ che non mi facevo un funerale. Siamo arrivati, a livello famigliare, a quel passaggio di mezza età in cui sono finiti i matrimoni, (i più in senso letterale, nel senso che sono proprio finiti), sono finite cresime, comunioni, battesimi e tutte quelle feste con la torta con la crema pasticcera e lo zio che si ubriaca. 

Siamo anche in quel limbo in cui non ci sono funerali. I nonni se ne sono andati da un pezzo, e la seconda generazione veleggia verso gli ottanta a colpi di stent e colonscopie. 

Il frusciante rumore della vita. 

Lo zio è morto in una notte di gennaio, semplicemente smettendo di respirare, come fanno tutti. La sua ultima uscita pubblica è stata il mio matrimonio, dove ha esagerato con lo champagne e poi si è messo a camminare senza bastone, quasi correndo, verso la cantante e il pianista. Poi più niente. 

Lo zio è stato un catalogo di pessime patologie. Tutte lui. 

Insomma, poveretto, meno male che è morto. O almeno così si dice in queste occasioni. 

Ero andato a trovarlo poco dopo Natale, lo avevo trovato nel lettone, imprigionato dalle sbarre, con il pannolone, un discreto odore di merda, l’alito devastante, lo sguardo vitreo e una magrezza spaventosa. 

Lo avevo baciato ed accarezzato. E, sussurrando, gli avevo detto le cose che volevo dirgli, ascoltando pazientemente il biascicante rumore con il quale voleva rispondermi. 

Ho molto rispetto della morte. Non paura. Ho paura della sofferenza. Come tutti voi, se ci pensate bene. 

Ho visto gli occhi di mia madre, persi nel nulla della morfina, ho visto la paura negli occhi di mio padre, ho ascoltato i rumori delle macchine di qualche terapia intensiva, ho ascoltato qualche dottore trovare pittoreschi nomi per cancri irremovibili. 

Adoro esserci, in quel momento esatto in cui tutti se ne vanno. Sentire le mani, magre e ossute, stringere, la bocca biascicare qualcosa. Quello è il momento in cui dovresti avere vicino le persone che ti hanno accompagnato nella vita. 

La chiesa è piena zeppa. C’è anche la banda del paese, con una giacca rossa di straordinario cattivo gusto. Le prime panche per la famiglia, le seconde per quelli che si credono importanti, e poi via via fino alla fine della chiesa. 

C’è il sole, fa freddo, c’è quel silenzio forzato che c’è in tutti i funerali. Qualcuno piange. 

Mi ricordo la pena infinita di dover aspettare il saluto di tutti. Era morta mia mamma, eppure nessuno veniva ad abbracciarmi. Venivano tutti a piangermi addosso. Straordinaria confusione dei ruoli. 

Il prete è giovane, sovrappeso, pelato, sincero. Va spedito al sodo. La banda intona una marcia funebre, i becchini portano fuori la bara, gli amici seguono correndo. 

Odore di incenso. 

Io resto appoggiato a una colonna a guardare la gente correre fuori. 

Succede così. Lo so già. Quando sei importante in vita, hai la chiesa piena al funerale. Anche la banda. E la gente che corre a rincorrerti mentre vieni infilato in una Mercedes lunghissima. 

Però, tutta questa gente si perde il meglio di te. Quei mesi quando ti caghi addosso, quando svieni nel letto e nessuno se ne accorge, quando bere un bicchiere d’acqua è un’impresa, quando hai quei pensieri pesanti che vorresti confessare a qualcuno e invece ti ritrovi una badante sudamericana, energica e sorridente, che ti dice sempre si e ti spalma la Nivea in faccia appena ti giri. 

E’ li, forse, che vorresti gli amici. Per parlare di quanta paura faccia, per sentire una mano vicina. 

Povero zio. 

Si era anche innamorato della badante. 

Ti innamori sempre di chi si prende cura di te. 

 

Mi hanno chiesto di fare un discorso. Non l’ho fatto. 

Non avevo niente da dire. Ricordo mio zio per quello che è stato. Un buon manager, un devoto sindaco, un infaticabile democristiano, un pessimo padre, un buon bevitore di champagne. Cose da non dire a un funerale. 

Mi portava a sciare, sci di fondo. E io che gli dicevo: zio io odio la montagna. 
Mi portava a mangiare la carne cruda. E io che gli dicevo: zio io odio la carne. 

Insomma, non sono la persona più adatta per un discorso. 

Ho visto i fratelli ritrovarsi sulla stessa panca, dopo anni in cui si erano dimenticati di amarsi. Ho visto mariti, ex, in imbarazzo con mogli, ex. E figli, quelli non diventano mai ex, a reggere la situazione. 

Insomma, una famiglia difficile. 

E ho pensato, guardando la bara con le rose rosse, che uno dovrebbe vivere odiando il meno possibile e non perdendo tempo. 

Ecco, questo lo avrei detto volentieri. 

Ma poi la banda ha attaccato il suo pezzo. 

Ho fumato una sigaretta guardando la processione di parenti, amici, conoscenti, avversari politici, detrattori, promotori, la badante sorridente e disoccupata fino al prossimo vecchio da pulire. 

Sono salito in macchina, per andare in fiera. 

Ho messo Frank Turner. 

 

Niente, quando mi cagherò addosso, spero di aver vicino qualcuno con cui parlarne. 

 

 

2 Risposte to “Live fast die old”

  1. Matti 31 gennaio 2014 a 20:33 #

    The trouble is you think you have time … O almeno qualcuno la vede così..

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