L’importanza dello Champagne (Navigli)

20 Dic

Scendendo dall’aereo percepisco la fine di un sogno. Così, a mezz’aria. Sospesa tra il gelo e la scaletta della Easyjet, nel mezzo della penombra nebbiosa. 

Che cazzo di posto brutto per vivere. Un posto dove il gelo e la nebbia ti confondono così tanto le idee. 

La fine di un sogno, come ogni anno. Siamo entrati nel rush finale. In meno di una settimana ho tre cene di lavoro, quattro pranzi e pure una colazione. 

La colazione di lavoro, va detto, fa veramente molto figo. Il problema, che ho già sperimentato sulla mia pelle in precedenza, è che io solitamente a colazione ci arrivo in hangover, puzzolente, di pessimo umore e con un declinante senso di morte apparente. 

Sono fatto così, mi spiace. 

Uno a Natale dovrebbe fare cose tipo, coperta sul divano, rhum invecchiato con gli amici, sigari, scopare, ancora, e ancora, e ancora, mangiare senza gonfiarsi, ascoltare il rumore del freddo da dentro la finestra, leggere, scopare (lo ho già detto?), leggere (lo ho già detto?). 

Insomma, procedere sereno, veleggiare, verso la fine dell’anno. Pieno di ispirante ottimismo. 

Lo penso mentre cammino, più correttamente pattino, visto lo strato di ghiaccio, verso la macchina. 

Cerco, di riflesso un sigaro. Suona il cellulare. Cerco, di riflesso, gli auricolari. 

Non trovo ne auricolari ne sigaro. Quindi non rispondo. 

Questa delle cene di lavoro di Natale, se la guardate da vicino, è una tragedia evitabile. 

Solo che, puntualmente, ci finisco dentro tutti i fottuti anni. 

Guido serenamente in corsia preferenziale. 

Cerco i sigari nel vano porta oggetti, e con la mano sinistra cerco di mettere su un cd di Frank Sinatra. Se mi devono fermare gli sbirri, che mi fermino con un sottofondo musicale adeguato. 

Milano sotto Natale è impercorribile. Non che ci sia una ragione particolare. Vanno tutti in giro, incazzatissimi, stressatissimi, bruttissimi. Droni dello shopping. 

Parcheggio dentro un portone, troppo piccolo per essere un passo carrabile, troppo grande per passare inosservato come plausibile posteggio. 

Mentre salgo le scale, cerco di pensare a dove cazzo abbia messo i fottutissimi sigari. 

Ovvio, nella vaschetta di plastica del controllo di sicurezza di Schiphol. Un cazzo di olandese adesso si sarà imboscato placidamente una splendida scatoletta di mini Montecristo. 

Shit happens. 

Cerco il numero del ristorante. Non lo conosco. Non che ci sia da stupirsi. Mangio sempre nello stesso, unico, posto. Sempre. 

Abitudinario a trentaquattro anni. 

Risponde, con marcato accento sardo, un educato signore. 

Chiedo se, gentilmente, sia possibile mettere il nostro tavolo il più isolato possibile. 

E’ una cena di lavoro. Non di Natale, di lavoro. 

Il silenzio dall’altra parte della cornetta è abbastanza eloquente. Come solo il silenzio di una cornetta telefonica sa esserlo. 

Si tratta, mi dice, di un difficile mercoledì. E’ pieno zeppo. E sono tutte cene di Natale. Uno studio dentistico, uno studio di commercialisti, uno studio di notai. 

Il che, in effetti, mi conferma il dubbio su quanto potessero essere credibili degli antipasti da 40 euro a piatto. 

Bene, non si preoccupi. A mali estremi estremi rimedi. 

Avete champagne? Si? Perfetto, posso chiederle di metterne in fresco tre bottiglie? Si, lo so che siamo in tre. Non si preoccupi. 

Entro dal dentista. 

Che è il mio dentista di famiglia. Ovverosia ha una partnership religiosa molto forte con mio padre, e i loro padri tra di loro. Quello che Dio unisce, non si permetta l’uomo di dividere. 

Posso pagarlo quando preferisco, mi riceve in orari davvero poco canonici, e ogni volta mi manda via con una immaginetta di Jose Maria Escriva De Balaguer. E’ questa sua incrollabile fede, insieme al fatto che io possa pagare le salatissime, ma molto cattoliche, fatture quando voglio, che me lo rende simpatico. 

Mentre scava alla ricerca di non so più quale radice di quale dente, sento quel piacevole tremolio di tutta la scatola cranica. Mi sovviene il dubbio che la mia masticazione, mancando quaranta minuti alla cena, non sarà perfetta. 

Aggiungerei, potessi parlare, un’altra bottiglia di champagne alla prenotazione.

Fumo camminando sul bordo del Naviglio. Mi viene sempre in mente la Milano calibro 9, quello spostato di Pinketts, e il grande Sandrone Dazieri, quando cammino sui Navigli. Mi viene addosso anche una straordinaria tristezza, di solito. Ma il pensiero dello champagne mi rilassa parecchio.

Il ristorante è stra colmo. Umanità vestita a festa, sudore, caldo infernale, umido che cola dai vetri, facce rosse, troppo vino. Troppo casino. 

Mi siedo, ordino pesce. 

Questa è l’unica cena che mi interessava fare. 

Il benefico effetto di champagne, anestesia, calore e umidità mi fa rilassare, intorpidire, cadere in quello stato bucolico in cui si potrebbe stare per ore ad ascoltare, senza nemmeno muovere un dito. 

La posizione del tavolo è da denuncia penale. A sei centimetri dalla porta del bagno. Ma il continuo passaggio di esseri umani è un buon deterrente per la mia pazienza. 

Lei passa tra i tavoli ancheggiando come tutte le donne dovrebbero saper fare.

E’ vestita di nero. Tutto nero. Ha i capelli nero corvino, lisci, che cadono sulle tette. Che non cadono. Dio benedica le tette, penso. 

Lo penso sempre, a dire il vero. 

C’è un diamante, sospeso sulla scollatura. La stella polare che nella notte illumina il viaggio di ogni sguardo. La delicatezza di un piccolo richiamo, piccolissimo. 

Ha quell’abbondanza mediterranea per cui i fianchi riescono a darti l’idea di grandi scopate e di grandi famiglie allo stesso tempo. Ha le mani talmente curate da darti l’idea di avere molto tempo. Ha una fede al dito talmente grossa da darti l’idea di avere un marito davvero ossessionato e dai pessimi gusti. 

Al suo ritorno dal bagno mi faccio trovare preparato, in quella che tecnicamente si chiama pole position da guardone. Mi godo il modo di camminare, e gli sguardi del resto del ristorante. 

E’ stupendo leggere negli occhi degli uomini, l’opaco desiderio. 

La cena procede, la serata anche. L’anestesia lascia il posto a un pulsante dolore. Devo fumare. 

Esco, e mi appoggio alla ringhiera gialla del Naviglio. Posso vedere, dalla mia posizione, la multa appoggiata sul vetro della mia macchina. 

Ho addosso una stanchezza disumana. Un anno feroce e bellissimo. Ma troppo lungo. 

Lei esce a fumare. Ve lo aspettavate anche voi. 

Me lo aspettavo anche io. Le donne così sensuali fumano per forza. 

Lo so di mio. 

E io la guardo, questo lo sapevate anche voi. 

E’ mio dovere morale farlo. 

Ho i capelli, la barba, la camicia e abbastanza champagne in corpo per poterlo fare. 

Ai fini statistici va detto che la situazione ha due vie di uscita.

– 20% di probabilità che ottenga il numero di telefono, una promessa di uscita e qualche segnale che a tanto beccheggiare di bacino corrisponda altrettanta fame di carne.

– 80% di probabilità di essere scaricato, In molti modi differenti. 

Adoro le sfide. Vivo di questo. 

E, posso serenamente dirlo, è pura routine. La fede al dito, la noia negli occhi, la cura dei dettagli, sono binari di una ferrovia che porta diretta nei peggiori motel della circonvallazione. Un treno chiamato desiderio. 

Datemi tempo, dieci minuti, e quel venti percento di possibilità ve lo trasformo in ottanta. Novanta, come la paura. E’ il mio lavoro. 

Ed è quello che lei cerca. Lo dicono le parigine, che si notano a metà della coscia, strette nei pantaloni aderenti neri. 

Eppure.

Eppure, ecco la verità.

Sono felice dove sono.

Appoggiato a una ringhiera gialla, fumando un sigaro, ascoltando lo champagne che mi parla dolcemente, osservando i movimenti delle mani di una donna, a cinque metri di distanza. E capendone fino in fondo le paure e i desideri. 

Che significa, al netto di una sbornia da champagne, un sensibile invecchiamento. 

Invecchio. Come tutto. 

Chiudo la cena con una, la terza, bottiglia di champagne. Adesso sono, pienamente, consapevolmente, piacevolmente, sbronzo. 

Natale è bello anche per questo. Per le sbronze di champagne. 

Per le multe. 

Per la consapevolezza. 

Esco in strada, ci fermiamo a parlare. 

Lei esce. Con due amiche.

Sguardi che si incrociano. 

Suppongo si chiami Marta.

O al massimo Martina.

Così, a naso. 

Saluto i colleghi. 

Si salutano anche loro. 

 

– Allora ciao!

– a presto!

– a presto Carlotta. 

Sto perdendo colpi, cazzo.

 

 

Post Scriptum: 

E’ comunque difficile pensare a una notte di bagordi, abbondanza e calore, con una che si chiama Carlotta, quando dovrebbe invece chiamarsi Marta. 

Al massimo Martina. 

Carlotta non è un nome che urli mentre stai venendo. 

Per forza che poi le coppie non funzionano… 

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  1. compleanno fidanzata, a milano: dove la porto a cena? | cerchi un posto dove mangiare ? - 19 gennaio 2016

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