Post Office

14 Dic

Siccome che iniziare la giornata con una coda è parecchio snervante, ho cercato di ritardare il momento il più possibile. Siccome che iniziare un post scrivendo siccome che potrebbe tradire origini non certo nordiche, è necessario sottolineare che questo post inizia in un sabato mattina di dicembre, con il sole, il freddo, lo smog, insomma tutto il pacchetto standard, a Milano. 

Ho una certa latenza amministrativa, rifuggo dagli sportelli di qualsiasi genere, da troppo tempo. 

Le pratiche, bollettini, comunicazioni, raccomandate, promemoria, note esplicative, si accumulano da un paio di mesi ordinatamente nella parte destra in alto della mia scrivania, quella che riservo alle grandi rotture di coglioni. A sinistra ci tengo i ricordi piacevoli, in mezzo ci lavoro, a destra ci tengo le rotture di coglioni. Poi, solitamente, prendo in carico la cosa il venerdì mattina, combattendo contro la sorda burocrazia italiana o altri grandi mali mondiali. Arrivare alle undici del venerdì e constatare che la pila di carte sulla scrivania, in alto a destra, è sparita, è piacevole. Ti fa sentire un uomo migliore. Lo faccio sostanzialmente per questo. 

Non serve aver letto Tony Robbins per capire che questo sistema funziona, ma fino a un certo punto. Perchè poi c’è il venerdì in cui non posso occuparmene. Il venerdì in cui sono fuori sede. Il venerdì in cui sono in vacanza. Il venerdì in cui sono in Università. Il venerdì in cui ho una importante riunione da preparare. Il venerdì in cui, osservando la pila creatasi per via di tutti i venerdì che ho bucato, sospiro e mi giro dall’altra parte. 

Ecco, sono arrivato a questo dicembre più o meno in queste condizioni. 

Pertanto mi sono trovato costretto a un piano d’emergenza. Sono partito dalle urgenze. Ieri ho parlato al telefono, dopo quasi quarantacinque minuti di attesa, con una operatrice che mi ha confermato che avevo sbagliato numero. Però me ne ha dato uno giusto. Così un foglio è ritornato nella parte destra della scrivania, in alto, con un piccolo appunto su un nuovo numero. 

Poi ho cercato, in cinque modi diversi, di pagare l’asilo del Piccolo. Per farlo sul sito del comune, uno dei comuni più fighi, freak, e avanzati d’Italia, Milano, ci vuole un dottorato in ingegneria nucleare, ma soprattutto un misterioso aggeggio che legge la CRS, Carta Regionale dei Servizi. Che io non ho. Per farlo sull’home banking serve il codice del Comune, che sul sito del Comune non c’è. Per farlo in Posta, servirebbe essere alle poste. Per farlo in Banca, servirebbe la mia banca, che è situata a 19 kilometri dal mio ufficio, in centro. Sotto Natale, potrebbero anche essere sei o sette ore di macchina. Ho rimesso il bollettino sulla parte destra in alto della scrivania. 

Poi ho chiamato una operatrice dalla mia assicurazione. Sono gentilissime. Perchè la mia assicurazione costa un botto. E io non ho mai rotto i coglioni. Credo abbiano un database segreto dove si scrivono tra di loro il grado di rottura di coglioni a cui le sottoponi. Così quando richiami, sanno subito a che livello puoi arrivare. 

Forte della fattura del dentista da rimborsare, e di ottimo umore, prendo il numero di pratica e spiego che, avendo io speso seicento euro, e volendo loro rimborsarmi 36 euro, mi sovviene un alone di dubbio, senza mai voler accusare nessuno, sulle percentuali del rimborso. Trentasei euro, dal mio dentista, non mi bastano nemmeno per sedermi sulla poltrona. A saperlo prima, lasciavo morire i denti tra atroci sofferenze. Lei risponde, capisce. 

Silenzio.

Rumore di tastiera. 

La mia pratica non corrisponde. A cosa? Chiedo gentilmente. 

Non corrisponde. Si, ok. A cosa. 

Non corrisponde, non so se mi capisce. 

Eh no, se no non lo richiederei. 

Insomma, non corrisponde il numero di pratica al tipo di intervento.

E questo a cosa può essere dovuto?

Al numero sbagliato.

Questo mi sembra abbastanza chiaro.

Cosa posso fare?

Richiedere una nuova pratica. 

Ottimo.

E rimandare la fattura.

Ma la fattura l’ho mandata con la pratica vecchia. 

Silenzio.

Rumore di tastiera. 

Silenzio.

Pronto?

Si?

Quindi?

Cosa?

La fattura, dicevo, l’ho mandata con la pratica vecchia.

Deve richiedere la cancellazione della pratica.

Ok. A chi posso chiederlo?

A me. 

Ottimo. 

Silenzio.

Quindi?

Cosa?

Mi cancelli la pratica?

Non posso.

In che senso?

Deve chiamare un’altra volta. 

Chi?

Me.

Non possiamo fare adesso?

No.

Ok, quindi devo mettere giù e richiamare?

Corretto.

Ho capito. Non si può fare sul sito?

Cosa?

Questa trafila.

Quale?

Niente. 

Perfetto.

Buona giornata.

Anche a lei. 

Rimetto la pratica sulla scrivania, in alto a destra. 

Prendo in mano l’ultima cosa. Un abbonamento che non sapevo di aver fatto, a una chiavetta internet (modem HDSPA, per essere corretti) che funziona solo nei giorni dispari dei mesi pari, prendendo una tacca di segnale anche se io la accendo da sotto a un ripetitore. Credevo fosse gratis, come scritto in grande e in rosso sul volantino, senza aver letto in piccolo e in blu che è gratis. In effetti. Ma solo venticinque giorni. Poi: S.C.T. (sono cazzi tuoi). 

Si applicano, infatti, le tariffe intercontinentali più care d’Europa. Anche se la cazzo di chiavetta non funziona. 

In pratica giro con un oggetto nella borsa che mi costa ogni fottuto minuto e che non funziona mai. 

Ma, dopo sedici minuti di attesa, e uno di conversazione, scopro di dover fare il tutto presso un Centro Servizi. 

E al Centro Servizi, essendo io un grande pianificatore di tragedie domestiche, decido di andarci di Sabato, sotto Natale, con un bambino di tre anni. 

Un coglione. 

Non il bambino.

Io.

Raggiungo il centro commerciale procedendo in contromano per quasi seicento metri. Una recita con presepe vivente ha attratto migliaia di uomini dal futuro incerto, che ingorgano un pezzo di periferia altrimenti deserto o abitato da travestiti. 

Meglio i travestiti dei pastorelli, dico ad alta voce. E il Piccolo, ovviamente, mi chiede cosa sia un travestito. 

Non sa, il Piccolo, che suo padre sta procedendo in contromano in una strada cieca. E’ felice. 

I travestiti, amore di papà, sono uno dei capisaldi del matrimonio cattolico. 

Non risponde. 

Parcheggio ostruendo un uscita di sicurezza del centro commerciale. 

Scavalco due banchi di promozione di palestre, spintono un volontario che fa i pacchetti di Natale per non so quale cazzo di associazione, tirando il Piccolo. 

Arrivo davanti al Centro Servizi. 

Il ciccione dietro alla scrivania è lo stesso che mi ha inculato con l’abbonamento multimilionario. 

Tra me e lui una coppia, lui quarantenne con camicia allacciata anche sul collo e lei sessantenne con un colore di capelli disponibile solo su ordinazione nelle carrozzerie di latinos. 

Mi sembra un buon risultato. 

In cinque minuti, i due finiranno i fatti loro.

In dieci minuti io finirò i fatti miei. 

In quindici minuti, io e il Piccolo saremo fuori. 

Due ore dopo, ho capito alla perfezione la situazione. Sono madre e figlio. Il figlio, che probabilmente surgela femori di travestiti di notte in box, dopo averli uccisi nella sua macchina, come tutti quelli con la camicia allacciata sul collo, ha comprato alla madre un laptop da migliaia di euro. 

La madre, che ha ancora addosso un figlio probabilmente maniaco sessuale, non ha fatto una piega. 

Il figlio ha comprato anche una chiavetta internet. 

Per collegare la madre a non so quale network. 

La madre non ha fatto una piega. 

Però, i due, non sanno come cazzo si accende un computer. 

Il ciccione, quindi, è costretto a procedere passo a passo in una accurata lezione di vita su come collegare una ultrasessantenne al mondo del porno e della pedofilia online. 

Potrei scommettere un centone che quel cazzo di computer, in meno di due sessioni di Explorer, sarà intasato di trojan pronti a clonare la carta di credito della nonnetta. 

Ma non ho tempo. 

Il Piccolo, dopo due ore di attesa, sta meticolosamente smontando un espositore di quelli dei weekend da sogno. Ha estratto tutti i cofanetti, spargendoli per tutto l’ingresso, e si sta arrampicando per smontare anche l’insegna. 

Un senegalese di circa quattro metri quadrati (al garrese), credo preposto alla sicurezza, lo guarda perplesso. 

Sono davanti a un bivio. 

O decido di riconoscere il Piccolo come mio figlio, e quindi rimettere tutto a posto, oppure faccio finta di niente.

Farei finta di niente, ma è il Piccolo a chiamarmi, felice, per farmi vedere una paginetta strappata da un volantino. 

Il senegalese mi punta. 

Mi tocca mettere tutto a posto. 

Nel frattempo la lezione base su come usare un personal computer procede a gonfie vele. 

Tanto che, sembrerebbe, i due sono intenzionati a verificare altri possibili abbonamenti internet, convinti dal ciccione. 

Il Piccolo punta il reparto cucine, appendendosi a uno sportello di un forno. Lascio la coda, procedo, stacco il Piccolo dal forno, mi becco l’occiataccia di una vecchia promotrice di cialde per macchinette del caffè.

Dovrebbe stare attento, mi dice. 

Non rispondo. Non posso. 

Il senegalese mi osserva. 

Brutta puttana finita a promuovere cialde del cazzo, infilati una aspirapolvere senza sacchetto nel culo e accendila. 

Ma lo penso solamente. 

Intensamente. 

Torno in coda, e mi accorgo che, con grande destrezza, il tipo dopo di me ha preso il mio posto. 

Il Ciccione lo sta ascoltando mentre guarda lo schermo del pc. 

La vecchietta e il figlio serial killer mi passano di fianco felici del loro piano all inclusive da 5 Gb al mese. 

Procedo verso la postazione. 

Guardo il tipo che mi ha fottuto il posto, appoggio i miei fogli sul tavolo e dico al ciccione:

tocca a me. 

Il tizio mi guarda e mi dice: la lascio sedere solo per il bambino.

Non me ne fotte un cazzo. Lasciami sedere, penso. 

Non dovrebbe portare un bambino in un posto del genere di sabato mattina. 

Me lo dice guardandomi negli occhi. 

Ha ragione. Rispondo.

Perchè ha ragione, in fondo. 

Il ciccione ci guarda con deferenza. E’ sovrappeso, lavora in un posto dove incontra solo gente incazzata o rincoglionita, non ha futuro professionale, e con lo stipendio non può comprarsi niente di quello che il posto in cui lavora vende. 

Una cazzo di frustrazione assurda. 

Inizia con la mia pratica. 

Sento battermi sulla spalla. 

E’ il tipo di prima, quello che mi ha fottuto il posto. 

Mi dice, con tono petulante:

Guardi che suo figlio è scappato ancora. 

In effetti il Piccolo si è concentrato su un espositore di prese di corrente, vicino a una cassa. Le toglie tutte, e le sparge per terra, in mezzo all’indifferenza del popolo, che gli gira intorno. 

Ignoro la cosa. Sono a un passo dal successo. 

Mi scusi.

Si?

E’ pericoloso, davvero.

Cosa?

che suo figlio giochi con le prese di corrente. 

Ma testa di cazzo, non vedi che sono impacchettate? Che cazzo di pericolo c’è? Sono avvolte nel lattice. Cosa che, fosse successa al cazzo di tuo padre, ci avrebbe evitato rotture di coglioni. 

Questo lo dico. 

Ad alta voce. 

il Ciccione mi osserva, forse apprezza la poesia. 

Il tizio è colto alla sprovvista. 

Mi guarda, poi si gira verso la coda e inizia un comizio su di me, forte della disapprovazione di un paio di donne. 

Ho in mano la disdetta, ho vinto. 

Mi alzo, guardo il tizio e vado a recuperare il Piccolo che nel frattempo ha trovato un compagno di giochi con il quale stanno tentando di far cadere un espositore di pile. 

Prendo il Piccolo e esco. 

Osservo la macchina che blocca l’uscita d’emergenza. 

Forse avrei potuto dare fuoco a tutto e aspettare di vedere la faccia del tizio sporgere appena dalla porta d’emergenza, insieme al fumo e alle urla di terrore. 

Sposta la macchina, stronzo. 

Non posso, è una Toyota. Sono macchine intelligenti. 

Ma sono un padre modello, non posso farlo. Dare fuoco a un centro commerciale potrebbe essere diseducativo. 

Procedo verso un bar. 

Mi bevo un caffè mentre il Piccolo lancia pezzi di tovagliolo per terra. Fuori il sole splende, con un po’ di freddo che costringe i tizi del presepe vivente a tenere i cappotti. Sono tutti gonfi sotto i costumi. Pastori e angeli obesi, con teste molto piccole. Il centro commerciale vomita una quantità infinita di persone, che escono con grossi pacchi colorati. 

Pago il caffè e chiedo scusa per i tovaglioli spezzettati per terra. La ragazza sorride.

Fa niente, sono bambini. 

Ok. Grazie.

Prego. Buon Natale.

Buon Natale un cazzo.

 

Camminando verso la macchina il Piccolo mi chiede: 

Papi, buon natale un cazzo cosa vuol dire?

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