La mia prima volta (Parental Advisory: Explicit Content)

10 Gen

Lei si era spogliata. Da sola. Non mi era molto chiaro, in generale, come procedere. 

Avevo, in effetti, osservato attentamente Freddie, in un sabato pomeriggio di giugno, inserire un goldone su una bottiglia di Coca Cola. Prove generali. Amici si diventa per esperienza e selezione. E per prove generali di uso goldoni. 

Avevo anche comprato una scatola. Di goldoni.  

Prove generali di intenzione. 

Avevo anche una fidanzata. Di cui ero disperatamente, perdutamente, fottutamente, innamorato. 

Volevo, con lei, una famiglia, dei bambini, dei cani, delle case, delle vacanze, insomma tutte le cose che si vogliono in quegli anni lì. Quando pensi all’università come a qualcosa di lontanissimo, e al matrimonio come qualcosa di vicinissimo. 

Avevo, a ragion veduta, tutti gli strumenti necessari per il grande passo. 

Non mi era molto chiaro, comunque, come procedere. 

Difatti, lei era bella. E con il riflesso di un faro alogeno, mi sarebbe piaciuto credere fosse la luna, ma della luna non c’era traccia, era ancora più bella. 

Aveva queste tette piccolissime, spiritosamente sparate verso il mondo. Delle gambe lunghissime e un solido, sereno, stabile, culo da ballerina. 

Era nuda. 

Seduta su di me. 

Che ero vestito.

E confuso. 

Perchè lei non era lei, prima di tutto. 

Cioè lei, al secolo Valeria, non era, precisamente, la donna con cui avrei voluto avere bambini, cani, case, futuro e tutto il resto. Valeria era la fidanzata di Marco. Ma la cosa sembrava non essere un problema. Ne per me, ne per lei. Forse per Marco. Ma Marco era rimasto a Milano. Invece io e Valeria eravamo in questa situazione, abbastanza compromettente, aggrappati sotto a un pontile, in un placido giugno.

Notte, sabbia, rumore del mare. Contesto abbastanza piacevole. Solo dopo un attento studio delle novantaquattro infiammazioni urogenitali che ho racimolato sulla spiaggia, ho scoperto che, igienicamente, la sabbia non è il massimo quando si tratta di infilare cose dentro cose. 

Rapidamente, osservando sorgere, compiaciuto, quello che meccanicamente può essere definito come un ottimo alzabandiera, mi sono reso conto di dover prendere una decisione. 

Può un uomo, innamorato alla follia, deciso a portare fino alla morte il suo amore per una donna, tradire infamemente la suddetta donna, tra l’altro con una donna conosciuta quarantotto ore prima e a sua volta fidanzata ed innamorata, compiendo l’atto più infame e sudicio proprio la prima volta, quella del passaggio nel mondo dei grandi, quella unica, indimenticabile, magica, volta, sapendo poi che questa prima volta non torna più e che il rimorso potrebbe inseguirlo insieme al terribile ricordo per anni, forse per sempre? 

Può.

Decisione presa. 

Restava aperta la questione del come. 

Dal mettere un goldone su una bottiglia di Coca Cola al passare all’azione, in effetti, c’era un bel salto. Soprattutto per il fatto che, il suddetto goldone non era facilmente reperibile. La scatola l’avevo comprata, si. Ma l’avevo anche lasciata a casa. Dove per altro sarebbe stata ritrovata da mio padre, a fine agosto, causandomi intense sessioni di Moral Orientation, essendo il preservativo un chiarissimo segnale di perdizione e dannazione. 

E’ forse corretto seguire i propri bassi, bassissimi, istinti e perpetrare un atto che si potrebbe rivelare fatale in quanto portatore di feroci malattie e di paternità quantomeno premature?

Beh, certo che no, avrebbe detto il cervello.

Se solo fosse stato collegato al cazzo.

Il quale, dimostrando leadership e grande indipendenza, aveva già deciso e preso iniziativa di proprio conto. 

Dal canto suo, Valeria dimostrava una disinibita capacità di gestione della cosa, che solo dopo un po’ di esperienza avrei saputo riconoscere come tratto distintivo di una particolare categoria di donne: le bottanazze affamate.

Pur essendo coetanei, Valeria mi stava dimostrando, a suon di mani e di bocca, una indiscutibile maturità sui temi del sesso e di come mantenere eterno questo incredibile miracolo della meccanica chiamato erezione. 

Lo faceva producendo particolari rumori di sottofondo che solo dopo qualche anno di esperienza avrei saputo definire come falsi mugolii di piacere. Un optional del pompino,  molto diffuso negli anni 90, quando le donne dovevano far credere di godere mentre risucchiavano alacremente i corpi contundenti del proprio partner. Poi la rivoluzione culturale le ha volute più depilate, più zoccole, ma anche più sincere, e la pantomima del mugolio è andata spegnendosi, rimanendo patrimonio di quella generazione di donne che hanno i dischi dei Pink Floid e che adorano Pretty Woman. Insomma, diciamo che da Lady Gaga in poi, è molto difficile trovare peli superflui e urletti superflui. 

Il problema era che, pur essendo Valeria in perenne movimento e decisa nel affrontare il suo compito, la questione, per esperienza personale, rischiava di chiudersi in poco tempo. Pochissimo tempo. Questione di secondi. 

Questo lo sapevo di mio. Non è bello che questo genere di questioni si chiudano troppo presto. 

Fui pertanto costretto ad inventare alcune manovre di distrazione, per recuperare fiato e ritornare sotto controllo. 

Non ero abituato a gestire un corpo diverso da quello della mia amata. Cercavo le grandi, grosse, tette che mi facevano sentire a casa. E trovavo questi acerbi accenni più simili a un forte pettorale. 

Rotolavamo appassionati sulla sabbia, decisamente incuranti del passaggio sul viale. 

A naso saranno state le undici. Forse le undici e mezza. 

Che per quegli anni è tardissimo. 

Poi crescendo, sposti l’orologio della tolleranza esibizionista sempre più avanti. Adesso ti sembra strano limonare alle tre di notte in pubblico. Ma allora le undici e mezza erano un orario più che corretto per avvinghiarsi nudi su una spiaggia. 

Avevo solo un grande pensiero. 

Ovvio. L’aids, la paternità, le malattie, il tradimento.

No.

Il portafoglio. Avevo lasciato i jeans appoggiati a una sdraio. Con le mie ultime ventimila lire. 

Valeria, nel tornare all’attacco, aveva eseguito una rapida manovra di blocco, lasciandomi sdraiato sotto di lei, impotente.

In senso metaforico, ovviamente. 

Per un attimo, fugace, mi era sorto un atroce dubbio. Può un uomo compiere questo genere di perverse azioni anche in mancanza di quello che i più definirebbero come amore? Può il cuore di un uomo essere staccato dal suo membro? Può un uomo agire senza amore? 

A oggi, con quasi vent’anni di esperienza nel settore, molti finti mugolii dopo, molte Valerie dopo, molte infiammazioni dopo, pochissimi goldoni dopo, posso con certezza affermare che la questione è delicatissima. 

Il rapporto tra amore e sesso è un PH delicatissimo, un valore inafferrabile, un meccanismo piccolo ma indispensabile. 

Ho amato donne con cui non ho avuto rapporti. Ho avuto rapporti con donne che non ho amato. Ho anche amato donne solo per il fatto che me la concedessero con semplicità francescana. E non ne sono ancora venuto a capo. 

Di certo c’era che non amavo Valeria. Non sapevo nulla di quella agile fanciulla, se non il nome del suo fidanzato e le sue misure. Dati, per altro, di secondo piano. In primo piano c’era, al momento, una sottile linea rossa e la mia indecisione sul varcarla o meno. 

Sembrava una questione davvero difficile. Infilarmi in questa situazione oppure rimanere qui, con il cerino in mano. 

Valeria non aveva dubbi. Spingeva il bacino, mentre mi ansimava nelle orecchie. Meccanicamente, simulava di essere già all’opera. Scientificamente, stavamo eseguendo una manovra di petting estremo. 

Sentivo un forte, grosso, doloroso, bisogno di concludere la questione. 

Dall’altra parte sarei rimasto lì, sospeso, ancora per un po’. 

Non era così male sentire ansimare una donna, pensavo. 

Ero ancora all’oscuro in merito all’esistenza dell’orgasmo femminile. Non mi ero mai posto la questione. E sarebbero passati ancora parecchi anni prima che una servizievole donzella di pugliesi origini mi spiegasse, annoiata dalle mie errate manovre di seduzione, la differenza tra clitoride, vagina, ginocchio e piede. 

Insomma, non mi ponevo il problema di quanto, come e dove Valeria stesse godendo. 

Con un gesto lento e teatrale, la mano destra di Valeria passo sul mio petto, sulla mia pancia, sul basso ventre, fino a prendere in mano la questione. 

Sorrideva. 

Io un po’ meno.

Anche solo un piccolo, impercettibile, movimento della mano mi avrebbe costretto ad ammettere che il mio tempo era giunto. 

E la mano, porca troia, iniziava a muoversi. 

Respira. Inspira, espira, respira. Pensa. A qualcosa di brutto. Tipo a uno che ti rapina, o a Gaia che per farti una sorpresa ha preso il treno delle nove e adesso sta osservando la scena dal lungo mare. O a tuo padre. O a Marco. Così giovane, così cornuto. 

In effetti, quella storia di pensare ad altro, riusciva a farmi rientrare in una dimensione umana. 

Ma il sorriso di Valeria si era fatto più malizioso. Con un rapido movimento del collo, si era messa a leccarmi l’orecchio. 

Avrei dovuto ricordarmi di lavare le orecchie. Dovevo segnarmelo. 

Mi aveva sussurrato: sai di sale.

Eh, lo so. 

Hai voglia?

Si.

E’ la prima volta?

Si. Credo proprio di si. 

Anche per me.

Che tenerezza. Ci credevo. Che amabile ragazzo di campagna. Ci avevo creduto. 

Lo facciamo?

Si.

Hai un preservativo?

Si.

Okkei. 

Ma a casa.

Sali a prenderlo?

A casa a Milano.

Aveva alzato il collo e mi osservava come fossi stato una medusa mezza sciolta sulla sabbia.

Quindi niente. 

Niente?

No, Franz. Ho troppa paura.

Di cosa?

Di te.

In che senso?

Non capivo, in effetti, come una donna, seduta sulle mie gambe, che teneva saldamente nella mano destra il mio cazzo, potesse affermare di aver paura di me. Puzzavo, forse, così tanto? Questa cosa della doccia sembrava particolarmente importante. Mah. 

Nel senso che ho paura che non ti controlli. 

Come darle torto? A tutti gli effetti avevo già rischiato di capitolare sei volte negli ultimi quattro minuti. 

Non ti devi preoccupare.

Non so.

No, fidati, Vale. 

Ma non lo hai mai fatto.

Si, ma so controllarmi. 

Avevo iniziato a passare il mio dito sulla sua schiena, un gesto estremamente dolce, per due sconosciuti. 

Ho troppa voglia di te. Mettilo dentro.

Si.

Poi, qualche anno dopo ho capito che non è strettamente indispensabile rispondere a questo tipo di affermazioni. Basta eseguire. Il si è ridondante. 

Entrai in quel posto caldo, strano, nuovo, stretto, mica tanto stretto, lungo, largo, perfetto, non troppo. Un casino insomma. Ci entrai tutto. Mi sembrava semplicemente perfetto. Dio come si stava bene, li dentro. 

Mentre lo pensavo, ho gestito una manovra di uscita che mi è costata una protusione lombare. Con un rapido movimento di bacino sono uscito, proprio mentre venivo. 

Credo, a distanza di tempo, di poter affermare che la sua gioia fosse decisamente falsa. 

Sorrideva, e poi mi abbracciava. 

Mi ha anche detto: è stato bello. Non bellissimo. Bello. 

Credo, a distanza di tempo, che non si possa parlare di bello, o bellissimo, essendo in se mancato il vero e proprio atto. 

Siamo rimasti nudi, appoggiati a una sdraio. A fumare. Senza dire nulla. 

Poi mi ha preso la mano. 

E’ stata davvero la tua prima volta?

Si.

Non l’hai mai fatto con Gaia?

Aspettavamo quest’estate.

Anche io e Marco.

Bei figli di puttana che siamo.

Perchè? E’ stato bellissimo. 

Mi brucia la punta. 

Cosa?

Mi brucia la punta.

Di cosa?

La punta. La punta del coso. 

Vuoi un bacino, che ti passa?

 

E ancora una volta, senza che il cervello potesse opporsi con fermezza e dignità, il cazzo prese il comando con decisione. 

 

Per dovere di cronaca, la mattina dopo ho salutato Valeria dopo colazione, tornando a Milano. Aveva davvero un brutto naso. Imparando che un brutto naso ti può far perdere un bel culo. 

Non ci siamo mai più visti. Ho potuto notare su Facebook che è ancora insieme a Marco, e hanno una splendida bambina, che sorride sempre. 

A Gaia non ho mai detto nulla. E, come pianificato, abbiamo fatto l’amore quell’estate. Pensavo, mentre lei si rivestiva vicino al letto, che era a tutti gli effetti la mia prima volta. E che senza sabbia era tutto molto più facile e meno infiammatorio. Ma le probabilità di un pompino post coitale scendevano drammaticamente. 

Per dovere di cronaca, anche Gaia sta con Marco. Un altro Marco. Almeno credo.

Tutto questo casino sulle prime volte io non lo ho mai capito.

Ma ho capito, da quella sera di giugno, che quella sottile linea rossa sarebbe stata argomento molto presente nelle mie decisioni negli anni a seguire. 

 

Ogni tanto ripasso da quella spiaggia. L’anno scorso ci sono passato in moto, andando a Roma. Cercavo l’angolo dove milioni di piccoli Franz sono andati dispersi nella sabbia, ma ci hanno messo i bidoni della differenziata. 

 

 

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