Penombre

1. 

Un particolare, assurdamente piccolo, assolutamente importante, prendeva tutta l’attenzione. 

Come se quelle dita, così sottili, così perfette, potessero racchiudere tutta la forza del mondo, tutto il piacere morboso e nascosto, mentre stringevano fortemente le lenzuola bianche. La mano sinistra la teneva nascosta, sottomessa, appena sotto le scapole, era la mano destra a sostenere tutto il corpo, e quelle dita che, poco prima di venire, iniziavano a stringere le lenzuola. 

Un gesto, pensava fumando dietro alla persiana verde, femminile. L’orgasmo femminile è una questione di spalle, di pancia, di mani, di ventre, di respiro, di capelli, di sudore. Un’orologio perfetto, dai movimenti appena accennati di tutto il corpo. 

Lui aveva imparato a leggere il tempo su quell’orologio. Un tempo tutto loro, nascosto nella penombra della stanza. 

Lasciavano aperta la piccola persiana verde, e rimanevano sul letto a fumare, osservando la polvere galleggiare nella luce riflessa, e ascoltando il traffico del centro. 

Sembravano pomeriggi infiniti. Parlavano poco, c’era poco di cui parlare. Lasciavano i vestiti appoggiati alla sedia di pelle, senza nemmeno guardarsi, e si buttavano sul vecchio letto con le sponde rovinate dalla ruggine e dalla vita di una coppia che qui avrebbe potuto anche morire, dopo aver vissuto così tanto nella stretta della sua mano destra. 

Lui sentiva mancare il fiato, ascoltava il suo sudore cadere lentamente sulla pancia, e osservava lei, che con gli occhi chiusi riviveva tutta la sua vita. 

Quando lei veniva, sembrava non ci fosse nient’altro da aggiungere alla vita. 

Quando lei veniva, lui sentiva tutta la forza e tutta la debolezza cadergli addosso. 

Questione di secondi. 

Poi si alzava a fumare, lasciandola nel letto. 

Si appoggiava alla finestra, per sentire l’aria fresca, per osservare dalla penombra, la luce del pomeriggio della città. 

Restare appesi in questa penombra, sospeso in questo cono di luce, polvere, aria, sole, ombra, come se tutta la vita fosse qui. 

Pensava cose così. Che poi dimenticava. 

Gli restavano impresse solo le mani di lei, solo il suo respiro, solo i suoi occhi chiusi, solo la schiena inarcata e solo quel modo di esplodere che lo riportava nel baratro delle anime perse. 

Appoggiato alla persiana, aspettava. 

Chi non ha paura di niente, aspetta nella penombra. 

Perchè non ha nessun motivo per scappare nella luce. 

 

2.

Aveva lavorato tutto il pomeriggio, fumando troppo, bevendo troppo caffè, pensando pochissimo, e aspettando pazientemente il suo mal di testa. L’aria calda della stanza non lasciava sperare, eppure il temporale stava arrivando, o almeno così avevano detto. 

Aveva provato a smettere di fumare molte volte. Avrebbe continuato a farlo. Ma serviva una scusa per spezzare tutta quella noia. 

Si era alzato per cercare un filo d’aria, accorgendosi della poca luce che passava dalla finestra. Iniziava il tramonto del sole. Quello del centro. Il sole del centro tramonta prima. Dietro i grandi palazzi. Si nasconde e ti chiede di andare a rincorrerlo fuori. Lontano da questi palazzi. 

Si era appoggiato su un cono d’ombra, lasciato dalle tende e dalle finestre aperte. Fumando l’ennesima sigaretta. Avrebbe voluto cambiare molte cose. Molte cose non sarebbero cambiate.

Sicuramente non restandosene li, appoggiati a un’ombra, nascondendosi dalla luce, credendo in un tramonto finto. 

Rimettersi in gioco, restandosene li, fermi, era pressochè impossibile. 

Figurarsi ricominciare. 

Un’altra, ennesima, ripartenza. 

Un’altra, ennesima, ripartenza.

Un’altra, ennesima, ripartenza. 

Fermo, fumando, nell’ombra. 

Provava, a mente, a disegnare le parole che sarebbero servite, per farlo. Provava, sfiorando il gesso della parete, a sentire l’effetto delle parole.

Ma non sentiva niente, se non il fresco della penombra. 

 

3. 

Grossomodo quattro. Quattro grossi cadaveri di piccione, difficilmente scambiabili per altro, erano appoggiati con poca grazia sul davanzale della finestra. 

Il dottore gli aveva chiesto di pensarci sempre due volte. Di provare a rendere oggettive le situazioni. Roba da strizzacervelli. 

Difatti, in questi quattro cadaveri di piccione c’era ben poco da oggettivare. 

Non c’è nulla di normale in quattro carcasse grigie, appoggiate a un sottile strato di cotto, marrone. 

Se non l’orrendo odore. 

Eppure, si era impegnato. Grossomodo quattro cadaveri di piccione, mentre aprivo la porta finestra, per far entrare luce e aria. 

Ecco, oggettivamente, si trattava di questo.

Aveva sentito il prurito, l’impellente, indispensabile, irragionevole, voglia di grattarsi le braccia, i polsi, le mani. 

Era l’inizio della fine.

Di un libro già scritto, che conosceva a memoria. 

Era facile, da dottore, dire di oggettivizzare. Rendere oggettivo. Ma Cristo, prudeva. Prudeva. Prudeva. 

Senza nemmeno accorgersene aveva iniziato a grattarsi. 

Lentamente, ma profondamente. Quasi a sentire male. 

Fino a sentire le unghie nella pelle del polso. 

Senza togliere lo sguardo dai piccioni, dalle loro carcasse, dalla situazione, dal davanzale, dal marciapiede di sotto.

C’era qualcosa, in questa cosa, che rendeva incredibilmente attraente restarsene lì, nella penombra a guardare. 

Sembrava non riuscisse a muovere i piedi, immobilizzato. 

Qualcosa lo paralizzava. Qualcosa prudeva.
Facile oggettivizzare.

Sentiva il respiro farsi pesante, i polmoni stringersi, il battito accellerare. 

Sentiva arrivare il peso di quella penombra, il peso di quello spettacolo. 

Scoppiò a piangere, di un pianto di quelli che capitano una volta sola.

Piangere, a volte, è molto più liberatorio che grattarsi nella penombra. 

Piangere risolve un prurito dell’anima.

Che altrimenti non si potrebbe risolvere. 

 

Tendenzialmente, sono.

Una delle leggende che circolano su mio nonno racconta di un misterioso carico di ebrei, nascosti in delle botti di vino e trasportati al sicuro nel mezzo degli Appennini. Mio nonno faceva il camionista. Prima il cocchiere, poi il camionista.

Insomma, trasportava cose, raramente persone.

Non è mai stato partigiano, anche se veniva dalle valli da cui venivano tutti i partigiani.  Quando passavano i bombardieri, che si ostinavano a tappezzare la zona di bombe credendo che i depositi della ferrovia fossero pieni di munizioni, mio nonno si nascondeva dentro la grossa cassapanca di legno nella corte, fumando un sigaro e aspettando.

I bombardamenti cittadini erano poco chirugici, quelli in aperta campagna erano davvero approssimativi. C’era una forte possibilità di non uscirne. E mio nonno la aspettava chiuso nella sua cassapanca. Aveva traslocato mio padre e sua sorella in mezzo ai  monti, protetti dal verde e dai partigiani, quelli veri, quelli rossi, quelli dei film.

Quelle valli, che da una parte davano al mare e dall’altra davano su infinite colline, erano la pancia della Resistenza.

Ed erano terra loro. Mia nonna e sua sorella, Antonia, cucinavano tutto il giorno, per i partigiani. Era la loro Resistenza. Uova sode, formaggio, bistecche seccate da portare nelle bisacce. I partigiani scendevano di notte, come la nebbia, prendevano da mangiare e tornavano alle loro postazioni.

Mio nonno, aspettava che tutto finisse alle porte della città, facendo l’unica cosa che sapeva fare, guidando un grosso camion Fiat a tre marce e osservando i tedeschi, che in fuga verso la Svizzera, facevano razzia di donne, quadri e soldi.

La sua Resistenza assomigliava a quella delle canne sul fiume. Era una mollezza apparente. Niente può sradicare una canna nel fiume. E le canne di fiume possono nascondere molte cose.

Così faceva mio nonno.

Non era un bel periodo per andarsene in giro, se eri ebreo, repubblicano, comunista o solamente fastidioso. Non era decisamente un bel periodo.

E mio nonno se li caricava e li portava in Svizzera, o a Genova.

Insieme al vino.

Nessuno ci scriverà un libro, nessuno gli ha dato una medaglia.

D’altronde non ha mai sparato. E una volta, messo al muro da una pattuglia tedesca, si era anche pisciato addosso.

Lo raccontava sempre, del caldo sulla gamba e della paura di morire.

Una ricerca di una presigiosa università ha rilevato che la ricchezza principale della nostra generazione proviene dagli sforzi dei nostri nonni. Non era difficile da capire.

Quello che tuo nonno ha seminato, tu raccogli. Se sei furbo, continui a seminare, se no ti limiti a raccogliere.

Mio nonno non ci ha lasciato molto. Una casa sul mare, inghiottita dal porto, che abbiamo venduto quando le cose si sono messe male, un sacco di volte fa, una serie di racconti sui camion, una lunga serie di storie sulle statali, che non c’erano le autostrade, e una leggendaria passione per i motori. Quelli sconci, che danno i calci all’anima e allo sterzo. Quelli dispettosi. I motori veri.

Dovessi vivere di quello che mi ha lasciato mio nonno, sarei senza una lira. La ricerca lo diceva, che è solo un quaranta percento delle persone che hanno un reddito molto abbondante lo devono ai nonni. Gli altri, la ricerca non lo menziona letteralmente, si sono arrangiati, attaccati al cazzo, inventati una vita.

 

Ho preso Ernesto e lo ho portato lungo le statali che portano sulle colline, poi sulle montagne, poi dritto al mare.

Volevo esagerare perchè in fondo io a Ernesto non ho ancora preso le misure.  Ed è pericoloso sedersi su due tonnellate e mezzo di ferro, accellerare e spingere fino in fondo, se non si hanno le misure.

Abbiamo lasciato Milano mentre tutta la gente voleva entrarci, passando per quella periferia fatta di dormitori e tristi centri commerciali che mi angoscia da morire.

Abbiamo iniziato insieme le colline e siamo arrivati fino alle montagne.

Ernesto non è una moto facile. Ha un motore sproporzionato, freni inadeguati, una ciclistica sorpassata, un rapporto di compressione pressochè inesistente, un angolo di sterzo nullo, un angolo di piega impossibile, e delle vibrazioni che sembrano diventare martelli pneumatici piantati nelle braccia e nella schiena non appena si superano i quindici orari.

Quindi Ernesto è perfetto.

E’ una moto perfetta.

Le statali che abbiamo fatto sono quelle di mio nonno. Disegnate quando ancora si potevano pensare curve così strette, sembrano le linee d’ombra di una mano maliziosa che si infila nelle gambe di una splendida donna. E seguirle è davvero uno spasso.

L’umido del mattino, le piccole frane, le foglie bagnate, gli agricoltori con il loro trattore, rendono perfetto questo viaggio che stanca, massacra le ossa e libera la testa.

Ernesto si è comportato egregiamente. Ha fatto quello per cui è stato comprato. Mi ha seguito nelle curve, mi ha anticipato nelle frenate, e si è fatto guidare più o meno docilmente per tutti i 400 kilometri, per tutte le 263 curve, lasciando sull’asfalto un po’ di graffi perchè ha una carrozzeria molto goffa.

Avevo finito l’Aurelia.

Abbiamo finito la SS 412, poi tutta la SS 461, poi ancora tutta la SS 45.

Ingordi.

O forse solo io. Ingordo.

Ernesto mi segue, anche se si capisce lontano un miglio che non ne ha voglia.

Non vuole muoversi troppo.

E’ una moto da bar.

Ha sbagliato proprietario.

Ha sbagliato anima.

Non sono certo io che ho sbagliato moto.

 

 

 

Biologia (trittico di Pasqua)

Albe e tramonti 

Sono uscito di casa che le puttane sul viale stavano decidendosi a rientrare, faceva ancora freddo e il buio avvolgeva tutto. Ho guidato per un sacco di kilometri, che la strada è tutta dritta e puoi fare i tuoi pensieri comodamente, senza dar troppo retta al traffico. Curioso tra le frequenze FM. Trovo radio che, a ore impensabili della notte, mandano canzoni impensabili anche per il giorno. E trovo uno di quei pezzi che non sentivo da almeno una decina d’anni. Uno di quei gruppi che Freddie aveva trovato indispensabile conoscere. Con il suo entusiasmo per qualsiasi disco, me lo aveva passato su cassetta e io mi ero fidato. Mi fido sempre di lui. Anche se il suo entusiasmo per qualsiasi porcata che passi sotto il nome di Indie o Punk lo ha portato a possedere dischi che esseri umani normali definirebbero “delle cazzate tremende”. Questo non era male. E ho consumato la cassetta, una TDK 90, andando avanti e indietro sui pezzi. E’ un po’ che non scrivo. Lei si accorgeva di questi periodi. Non stavamo esattamente insieme. Portavamo i cani a pisciare nello stesso giardino, contro le mura del castello. E poi, se capitava, ci baciavamo. Tanto. Aveva labbra morbidissime. E orecchini ridicoli. Sorrideva e si faceva leggere quello che scrivevo. Quando non scrivevo se ne accorgeva. Non avevo niente da leggere, e stavo zitto, guardando i cani. Non era nemmeno mio, il cane. Facevo il dog sitter. Mi piaceva essere pagato per stare con i cani. E rimediare un giro su quelle labbra morbide. Organizzavo l’esame di Diritto Pubblico e la partenza per la Grecia. Faceva caldo. E non avevo voglia di studiare. Non che con il freddo fosse meglio. Anzi. Ma con il caldo di Milano, e con la scusa dei cani, stavo sempre nei piccoli giardini contro le mura del castello. Pensavo si potesse fare, come lavoro per la vita, quello di stare seduti su dei muri a leggere mentre i cani pisciano, ringhiano, si annusano, insomma vivono. 

Poi lei è partita per le vacanze, e a portare il cane ci veniva il padre. Calvo, alto e molto serio. Aveva le stesse labbra, si notavano, gonfie e rosse. Non sorrideva mai. Avrei voluto chiedergli quando sarebbe tornata. Non mi aveva detto niente. Invece stavo li, seduto a leggere un libro lunghissimo, bellissimo, un pezzo importante, incredibilmente importante, della mia vita. 

Senza saperlo. Come tutti i pezzi importanti della vita. Arrivano così. Uno ci si prepara per un sacco di tempo. Alle svolte. Invece le svolte, lo dice la parola, non te le devi aspettare. Arrivano da sole. Basta andare avanti. Con il tuo passo. 

Fermo la macchina. Sono arrivato presto. Non mi ricordavo di queste labbra. Erano labbra di molte vite fa. E nemmeno dei cani. Ho cambiato pelle molte volte, per arrivare dove sono. Per arrivare dove sono, ho guidato tanto, troppo. C’erano ancora le puttane in strada quando sono partito. E adesso, al mio arrivo, ci sono i bambini che entrano a scuola. E le montagne tutto intorno. 

 

Solo Spine

Ho tempo prima della riunione, e faccio due passi, per sentire il rumore della schiena. Cammino verso le montagne, seguendo l’unica strada che porta al paese. Sento l’aria frizzante, il sole caldo, il ragionevole mal di testa. Ho tempo. Entro in un market. Ci sono le piante grasse, le composizioni in piccoli vasetti, in offerta. Mi piacciono le piante grasse. Sono esseri molto pazienti. Difficilmente regalano fiori, ma possono sopravvivere, pazientemente, a molte rivoluzioni, a molte siccità, a molti cambiamenti. 

Compro un piccolo vaso quadrato. C’è scritto qualcosa in francese. Che non c’entra nulla con le piante. E nemmeno con il posto. Ma lo prendo uguale. Staranno bene sul balcone. Sapranno farsi valere, insieme alle altre. Il capostipite, Aureliano, è sopravvisuto a otto lunghi anni di matrimonio, restando sempre fedele alla sua filosofia e aspettando pazientemente l’acqua. 

Torneranno a casa con me, viaggiando moltissimo per arrivare a un’ora in cui le puttane sul viale iniziano a mettersi in riga, vicine alle stazioni di benzina, quasi sotto i lampioni. 

Mi sono perso un giorno, quasi tutto passato guidando e sognando ad occhi aperti. Mentre scorre l’autostrada, mentre rimbalza la vita tra una radio e l’altra. 

 

Goccie (finale di partita) 

Lei arriva puntuale scendendo da una piccola utilitaria grigia. Ha le gambe lunghe, le scarpe basse, i ricci neri e gli occhi vispi. 

Sembra molto giovane. Non mi riguarda, penso. 

Ci presentiamo, stringendoci la mano. Le faccio vedere la stanza. 

E’ il compleanno del Piccolo, è sabato, piove, aprile. 

Milano infame, quasi fredda, ha fatto sole fino a ieri. Le cose vanno sempre così, se le vuoi vedere così. 

Entra nella stanza mentre rimango sulla porta a fumare. 

Inizia a spogliarsi. Ha i seni davvero acerbi. Sembra troppo piccola. Ma ormai ho pagato. La lascio spogliare. 

Indossa un paio di pantaloni molto larghi, un sottile velo sulle spalle e un cappello largo. 

Il costume di scena.

Mi parla senza guardarmi mentre mette i soldi nella borsetta.

Forse da un padre ci si sarebbe aspettati di meglio. 

Ogni tanto lo penso. 

Ma poi penso che le vere partite, da padre, me le giocherò tra qualche anno. 

Aspettando pazientemente il ritorno del Piccolo dai suoi turbolenti fallimenti, senza giudicarlo, senza compatirlo, con una grossa bottiglia di birra gelata. Quelle saranno le mie partite. 

Dalla borsa tira fuori una busta, mi guarda e mi sorride. 

Il cappello, ogni volta che sorride, si piega di lato. Come un burattino. 

Adoro le donne quando sanno sorridere in situazioni in cui per un uomo sarebbe addirittura impossibile respirare. 

Eppure, per soldi, lo fanno. Per amore, lo fanno. Difficilmente per altro. 

Le donne. 

Ho pagato.

Pretendo la mia prestazione. 

Come un vecchio bavoso, la guardo e aspetto. 

Nonostante i seni acerbi e l’apparenza, la ragazza si sa muovere, e sa fare il suo lavoro. 

Per soldi. 

I bambini sembrano rapiti, la seguono, ridono, corrono. 

Sono feste, all’età del Piccolo, fatte per l’autocompiacimento dei genitori. 

Ai bambini, a quest’età, viene difficile anche ricordare il senso di una settimana. Figurarsi di un’anno intero. 

Eppure, la seguono, giocano e ridono. 

 

Quarantacinque 

Finito di pulire, dai resti di patatine, dai resti di festa, dai resti di vita, faccio due passi verso casa. Ha smesso di piovere, c’è traffico sulla grande rotonda. Mi fermo in un bar, per prendere cinque minuti a questa giornata e regalarmi una birra. Ghiacciata. 

C’è coda, è l’unico bar aperto. Cinesi al bancone, slavi alle slot machines, africani ai tavolini. 

Potrebbe andarmi peggio, penso. 
Potrei incontrare gente che conosco. 

Prendo la birra e mi trovo uno spazio. Seduto verso la grande rotonda inizio a scrivere.

Sto scrivendo questa poesia sui ricordi che ti inseguono. E sono già dieci notti che la scrivo. E sono già dieci notti che dormo male. 

Non dormo proprio, a dire il vero.

Sento che, con gli occhi chiusi, mi cade tutto addosso.

E mi tocca di aprirli di corsa.

E respirare. 

Poi riesco a cambiare pensiero per un po’.

E mi torna il sonno.

Poi ritorna il ricordo.

Dettagli incredibili, che sembra di sentirne il respiro sulla mia faccia, l’odore sulla mia pelle, il rumore nel fondo del mio cuore. 

Allora mi tocca alzarmi, prendere la bottiglia di rhum di Haiti e bere un piccolo sorso. 

E scrivere un piccolo verso.

E un piccolo sorso.
E un piccolo verso.

E lasciare che il vomito e la stanchezza mi facciano addormentare. 

Funzionano così, certi ricordi. 

Funzionano così, certe persone. 

 

Lavoro talmente tanto e dormo talmente poco che ogni tanto, la sera, verso il tramonto, ho voglia di sdraiarmi sotto la scrivania, e chiudere tutto per un po’.

Senza che nessuno mi trovi. 

Anche se la mia scrivania tutti sanno dov’è.

Anche se la mia vita tutti sanno dov’è. 

 

Post Scriptum: 

Quando ho letto la notizia della morte di Gabriel Garcia Marquez ho sentito un piccolo vuoto. E non sapevo cosa pensare. Perchè mica mi è morto un parente, pensavo. Mica mi è morto un amico, pensavo. Eppure faceva male. Proprio male. 

E anche se non era ora, sono andato a sedermi a un tavolo che dava sulla strada, davanti al traffico, e ho ordinato un rhum. 

Non che non me lo aspettassi. Era da tanto tempo che si stava spegnendo. Era da tanto tempo che rimbalzava questa voce, che non avrebbe più scritto una parola. Succede con tutti. 

Ma lui era, è stato, sarà ancora per un po’, il migliore. 

Il migliore.

Senza nessun dubbio. 

Ho scoperto i suoi libri proprio nel periodo degli esami. E passavo i pomeriggi a leggere, divorando le pagine. Che ci sono pagine, dentro quelle storie, che mi hanno cambiato la vita. Ci sono pagine brutte, e pagine immense. Ma sono molte di più le pagine immense. 

Con Garcia Marquez ho scoperto le storie belle, che finiscono come devono finire, non bene. Come devono finire. Ho scoperto la poesia di un mondo, la Colombia, gli odori, le distanze, l’amore, l’infinito in un momento. 

Ho divorato tutto quello che ha scritto. Tutto quello che su di lui hanno scritto. E tutto quello che c’era da sapere sul Sud America. E sulle sue storie. Ho sognato, pianto e riso. E non ho mai regalato a nessuno nessun libro di Garcia Marquez. Una cosa troppo personale. 

Ho amato e amo moltissimi scrittori. Credo che sia un dono, quello di saper scrivere, di raccontare storie, che sia superiore a qualsiasi altro dono. Perchè la parola, scritta, ha il potere di lasciare tantissimo all’immaginazione, e di accompagnare un sogno. 

Ho amato Neruda, ho amato Kundera, ho amato Pennac. E poi, di colpo e per caso, come solo l’amore sa fare, ho scoperto Garcia Marquez. Senza che nessuno me lo avesse mai raccontato o suggerito.

E mi sono, perdutamente, innamorato. 

Ho deciso che mio figlio avrebbe dovuto portare un solo nome. Aureliano Buendia. 

Poi la vita va diversamente. 

Ecco, non mi aspettavo facesse così male.

Ma credo sia così, quando se ne va il migliore. 

Due, rapidissime, osservazioni: 

– di tutta la controcultura che ha fatto di Macondo e di Cent’anni di Solitudine una bandiera di sinistra non me ne è mai fottuto un cazzo. Ci saranno almeno quattorcento centri sociali che si chiamano Macondo. E almeno sedici canzoni che si chiamano cent’anni di solitudine. Una delle più orrende è quella dei Modena City Ramblers. 

– Ogni volta che il discorso cade su Cent’anni di Solitudine, l’ottantacinque percento della pololazione se ne esce con un flebile: ah si ho provato a iniziarlo ma è un mattone. Che detto a me suona come un brutto coito interrotto di un uomo o una donna che non ha il patrimonio genetico giusto per riprodursi. Se il mondo fosse giusto, uno farebbe figli solo dopo aver letto, ed amato, Cent’anni di Solitudine. 

Ma il mondo è un posto di merda (Cit.) 

 

Tre chicche per menarvela al Bar con gli amici (su Garcia Marquez):

Un regalo per darvi un tono al bar con gli amici o rimediare un gustoso pompino da una assetata sinistroide che ha sempre amato la contro letteratura e gli anfibi in gioventù. 

Un regalo che non meritate, ma sono generoso. 

In primis, tutti i vostri amici citeranno:

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla

E’ la cosa più scontata, è una citazione vecchia e brutta. Se tolta dal suo contesto. 

Ditelo ai vostri amici. E a quelli che la pubblicano su Facebook, togliete l’amicizia.

 

E stupiteli/stupitele con: 

 

1) Citazione amorosa/orgasimica (davanti alla quale le post sinistroidi trentenni si sciolgono): definizione del pianto d’amore. 

Lei lo lasciò finire, grattandogli la testa con i polpastrelli delle dita, e senza che lui le avesse rivelato che stava piangendo d’amore, lei riconobbe immediatamente il pianto più antico della storia dell’uomo.

2) citazione per gli amici al bar (che almeno ti offrono una birra) 

Niente assomiglia tanto all’inferno quanto un matrimonio felice

3) Fatevi una cultura, prima che lei si faccia voi: 

Non può piovere per sempre non è una frase del Corvo, o meglio lo è. Ma con una trentina di anni d’anticipo, Aureliano Secondo se ne è uscito con: 

 

Non può piovere per tutta la vita. 

Anche se la mia preferita è

Si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna, il cuore ha più stanze di un bordello (G.G. Marquez) 

Mio fratello è figlio unico

C’è una discreta lista di cose che mi piacciono della mia nuova residenza parigina. La piccola pensione è gestita da una coppia di africani, con un bimbo molto piccolo, molto nero, molto tenero. Sembra uscito da una pubblicità. E sorride sempre. Agli altri. A me mai. Credo di fargli paura. 

E’ un piccolo palazzo di quattro piani, che sopravvive sprofondato in una zona di grattacieli solo grazie al fatto che nessuno costruirebbe un palazzo così tanto vicino alla ferrovia. 

Ci sono ventisei mini appartamenti. Una decina sono affittati. Tutti a gente come me. 

Che ti dicono che ti danno una casa, e poi finisci in questi posti qui. 

Abbiamo un grosso salone al piano terra, con un pianoforte e dei divani. Abbiamo una grande cucina dove si può fare colazione tutti insieme. La signora mette sempre dei fiori freschi sul tavolo di marmo alla mattina. Come se fosse una casa. 

Non ho ancora avuto modo di socializzare con i miei vicini. 

Non è, a dire la verità, mai successo. Non a Madrid, non a Varsavia, non succederà adesso.

Questi posti non sono fatti per gente che ama la gente. 

Seguimi bene. 

Se fosse gente che ama la gente, ovviamente non farebbe un lavoro dove deve stare lontano dalla sua gente per incontrare altra gente. Chiaro? 

Ho lasciato, un mese fa, un paio di libri sul comodino. Giusto per sentirmi a casa. 

La settimana scorsa ho lasciato un paio di mutande, involontariamente. Le ho ritrovate, lavate e stirate nel cassetto. 

Adoro le donne che stirano le mutande. 

Non ne frequenterei mai una, ma le adoro. Sapere che esistono donne che stirano le mutande mi fa stare meglio. 

Aprivo il cassetto per cercare la mia bottiglia mignon di rhum. 

Perchè i padroni di casa, ci tengono a dirlo appena entri, non vogliono che si beva e che si porti gente in appartamento. 

In merito alla gente, credo si riferiscano alle due puttane che battono al semaforo dopo il nostro.

In merito al bere, ovviamente, ho eseguito una manovra di alta esperienza per aggirare il divieto. 

Stiamo in una zona che di giorno conta circa un milione di persone. 

Uno più uno meno.

E di notte, ho verificato su wikipedia, meno di ventimila. 

Il pub irlandese davanti a casa chiude appena chiudono gli uffici. Il ristorante marocchino all’angolo davanti alla posta chiude a mezzanotte ma non serve alcool. 

Ho provato a cenare e riflettere con dell’ottimo the alla menta. 

Non funziona.

La vecchia trattoria sotto il portico non ha superalcolici. 

Così, nella lista della spesa che la mia operosa assistente ha fatto, ho aggiunto, dopo “dentifricio, carta igenica, shampoo alla camomilla” un anonimo ma molto chiaro: “bottiglia mignon rhum o venezuelano o haitiano”. 

Lei non ha fatto una piega. 

E io sono tornato nella mia piccola dimora con una bottiglia mignon di rhum, pronta per le emergenze. 

La bottiglia è stata trovata dalla ragazza delle pulizie. 

Che ha portato il corpo del reato al mio padrone di casa. 

Che si è incazzato con me. 

In francese. 

La prendono sul serio qui. In verità prendono sul serio qualsiasi cosa. 

Pensali a far l’amore, con tutta questa serietà.

 

Finisco sempre  dopo cena, a camminare lungo la ferrovia. 

Mi hanno detto che è molto pericoloso. Mi hanno detto che non si deve fare. Mi hanno anche raccontato qualche tragico episodio. 

Il miglior invito di sempre. 

Prendo la piccola piazzetta, lasciandomi alle spalle il supermercato e il panettiere, imbocco la strada buia che costeggia la ferrovia e cammino. 

C’è un carrozziere, molto grande. Poi un magazzino da cui entrano ed escono ragazzi di colore molto indaffarati. 

La percentuale di bianchi in questa zona è decisamente inferiore a quella di nordafricani. Io sono la minoranza. E sono pure immigrato, a voler ben guardare. Loro sono padroni della zona. 

Poi c’è un night club, con le vetrine scrostate e un buttafuori, di colore, sulla porta. 

Poi ci sono i giardini, dove di giorno giocano i bambini. 

E poi la ferrovia si perde verso un punto imprecisato. 

 

Seduto sul muretto della ferrovia, guardavo le luci gialle dei lampioni, I francesi hanno questa cazzo di cosa di mettere le luci gialle.

Le mettevano anche alle macchine. Uno vedeva le luci gialle e pensava: cristo guarda, una macchina francese. Beh, seduto a guardare le luci gialle dei lampioni ripensavo alla mia casa di Madrid, alla mia casa di Dana Point, alla mia casa di Varsavia. 

Che non sono mai state mie. Ho fatto in tempo a viverci e  a scriverci. Sono destinato ad avere solo una casa, come tutti. Ma a vivere in molte, diverse, lontane, case. 

Mi sono lasciato cullare dal ricordo di alcune serate, quelle serate in cui ho iniziato a conoscere le città dove mi avevano sbattuto. 

E mi è tornata in mente una sera precisa, Parigi con il caldo, io con una giacca inadeguata. 

E, pericolosamente, posso dire, il punto più vicino alla felicità.

 

Chiedimi a cosa assomiglia la felicità.

 

Anzi non farlo.

 

Non è il momento

 

Life is Short Fritz

Surf it fast 

 

Rivisitazioni a Levante

Mi siedo. 

Finalmente. 

Il sole inizia a nascondersi dietro a un palazzo di vetro, silenzio e grandi finestre. 

E’ una di quelle vie del centro di Milano che nessuno conosce. A parte chi ci abita. E chi ci lavora. Ma chi ci abita, con questo sole, è al mare da qualche parte in Liguria, o a finire affannosamente gli ultimi scampoli di affitto in montagna. E chi ci lavora non ci lavora certo a quest’ora di domenica. Lo so per certo. Vengo a limonarci, rimuginare, bere da solo, leggere o semplicemente a sedermi da un sacco di anni. 

Mi siedo.

Dicevo.

Da solo.

C’è anche un incredibile silenzio. 

Quando è nato il Piccolo sono venuto qui, alla notte, a bere una birra. E’ sfiancante assistere inconsapevolmente al cambiamento più grande della propria vita. E mi sono seduto. 

Quando ho deciso di farlo, correva l’anno duemila e tredici, sono venuto qui. E mi sono seduto. 

Insomma, vengo qui più di quanto si possa pensare. 

Ogni tanto passano i gatti, che si infilano nel cancello dell’ospedale o dietro al vecchio chiostro. 

Ogni tanto si ferma qualcuno. 

Dubitando si tratti di Milano. 

Ogni tanto vengo qui a sedermi. 

Quando la vita mi rincorre per troppo tempo. 

Respiro l’odore dei fiori. Dev’essere forte se pure io riesco a sentirlo. 

Mi tolgo le scarpe e le calze. Appoggio i piedi sulla panchina. 

Lo facevo dieci anni fa. Lo faccio anche adesso.

Accarezzo il legno della panchina. 

Hanno cancellato il preciso lavoro di intarsio che avevo fatto a suo tempo. 

Le nostre iniziali. Che tenerezza.

Cancellano i segni del mio passato, non possono cancellare i ricordi. 

Una sera ci sono venuto talmente ubriaco che mi sono addormentato, stravolto, respirando affannosamente. 

E mi sono svegliato al mattino, presto, insieme ai primi infermieri che uscivano dal cancello. 

Un pomeriggio ho letto, tutto d’un fiato, L’Inverno Del Generale, finendolo a sera. 

Una sera ci siamo messi qui sopra e, scientificamente, abbiamo fatto quello che tutti dovrebbero fare più spesso.

Abbiamo mischiato le tue tette con le mie mani, la tua pancia con la mia pancia. 

Insomma, abbiamo fatto bene uno all’altra.

E, per assurdo, qui ti ho tradita, prima con il pensiero, e poi con una di cui non ricordo il nome. E’ facile non ricordarlo. 

Non aveva niente di particolare, se non una incredibile fame di fallimento. 

Ed io ero il migliore fallimento possibile. 

Per dovere di cronaca qui ci sono tornato con altre donne. 

Ma stasera sono solo.

Finalmente.

Mi siedo.

Respiro.

Ci sono cose, di quest’anno, che mi stanno rincorrendo voracemente. 

E che non posso raccontare a nessuno. 
Se non a me stesso.

Che, per fortuna, ho il grande pregio di non ascoltarmi mai. 

Inizio, pazientemente, l’elenco delle buone ragioni per le quali il mio passato mi sta, gloriosamente, rincorrendo da un paio di mesi. 

Avrei bisogno di un bicchiere di qualcosa di forte.

E di una sigaretta. 

E di una distrazione.

Leggera, come la primavera. 

Mi viene, d’impulso, d’alzarmi e scappare.

Succede a tutti.

Resto seduto, il battito accelera. 

Ho vissuto molte vite. 

La mia è, al momento, la migliore.

Mi arriva, dritto nel naso, l’odore di pollo, di cena, di casa, di famiglia.

Mi arriva, dritto in testa, il rumore che facevamo, poco tempo fa, mentre mettevamo in disordine le nostre vite. 

Ho voglia di scrivere. 

Sono contento di partire.

In questi periodi faccio moltissima fatica a parlare.

Non si nota, parlo sempre. Per distrarre. 

Sono contento di andare a Parigi. 

Nessuno mi conosce, nessuno si domanda che cazzo ci faccia io seduto su quel tavolino, con un bicchiere di rhum e un budello di ricordi da smaltire. 

Sono contento.

In effetti.

 

 

 

Domani smetto

La cosa che mi da più fastidio è il passare da una metropolitana all’altra, insaccato come un’oliva essicata in busta, tentando di scivolare verso il fondo del vagone, respirando il fiato caldo dell’umanità in calore, osservando come tutti tentino disperatamente di isolarsi. 

Ma devo farlo. 

Arrivo sempre in aeroporto stanco, spettinato, in disordine. Mi siedo nell’ultimo tavolo dello Starbucks in fondo al terminal, con la vetrata che da sui finger e sugli aerei in partenza, osservo distrattamente il traffico operoso dell’aeroporto, bevo un caffè, e poi esco a fumare. 

Di solito leggo. Scrivo, disegno, osservo la gente che ordina da mangiare, osservo la gente che si da un tono, appoggio lo sguardo sui particolari, sulle smagliature delle calze, sulle occhiaie, sui brutti libri che la gente brutta legge, sulle camicie stropicciate. 

Invece niente. 

Niente.

Osservo sempre. 

Disegno sempre.

Leggo meno. Perchè mi sono avventurato in un pesantissimo libro su pesantissime situazioni in pesantissimi contesti. 

Mah.

E non scrivo.

Niente.

Niente di niente.

Succede.

Non ho nulla da scrivere. 

 

Salgo sulla moto, accendo il motore ascoltando i giri del motore che scendono lentamente. Vibra tutto. Uno sballo. 

Aspetto qualche istante.

Mi viene in mente, non so dirti perchè, la vecchia milf bionda che ieri al banco della sicurezza armeggiava in una borsetta immensa per recuperare il biglietto. 

Osservavo le screpolature sulle tette, ustionate da troppe lampade, e il muoversi ritmico di tutto l’oro sulle braccia.

Una delle cose più brutte del mondo è non accettare gli inesorabili cambiamenti della vita.

Come la vecchiaia.

Come la distruzione.

Come il non avere niente da scrivere. 

 

Non ho nulla da aggiungere.

Al momento 

 

 

Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta ( Come essere felici adesso in quattro semplici mosse)

Il Piccolo inizia a socializzare con i gatti della zona. A me i gatti mi stanno sul cazzo. Come, nella maggior parte dei casi, anche i loro proprietari. Ma ritengo, da un punto di vista pedagogico, che il Piccolo debba fare tutte le scelte che ritene opportune per conoscere il mondo. Anche se lanciarsi di peso verso un gatto, potrebbe portare l’animale a delle reazioni non controllate. 

Una cosa sola riesce a superare lo stupore per i gatti. Le bacche rosse delle siepi del quartiere. 

Le bacche rosse delle siepi del quartiere sono una manna dal cielo. Prima di tutto, a differenza di molti giochi, sono abbondanti, infinite, facilmente reperibili. Inoltre sono pericolose da prendere. Ci sono le spine. Una figata. E poi possono diventare quello che il Piccolo vuole. Prevalentemente, le bacche rosse, diventano due cose:

– incredibili ricette di cucina, probabilmente origliate ai giardinetti, pronte da essere servite dopo qualche secondo di cottura nel forno (la mano destra) e servite dritte dritte in bocca al papa’, (genitore 1), accompagnate dal dito indice della mano sinistra che da solo porta almeno quattro milioni di batteri, feci di animali, piscia di cane, e due o tre virus sconosciuti. 

– insospettabili attrezzi per riparare la bici o la moto. Basta sdraiare la bici per strada, sedersi sul manubrio e infilare la bacca rossa dove ti pare. Ecco che la bici, per magia, torna ad essere una perfetta ambulanza, una nave dei pirati o la moto di papa’. 

Il secondo uso mi piace decisamente di piu’, perche’ mangiare bacche, se non in casi di estrema necessita’, fingendo pure che il pollo con verdure soffritte mi piaccia, e’ una cosa che ritengo non salutare. 

In ogni caso, il sabato mattina, la nostra lenta processione verso il bar e’ un percorso a tappe tra gatti e bacche. 

A volte, guardando il Piccolo armeggiare, mi sovviene un lievissimo senso di perplessita’ nel pensare a quali ragioni vi abbiano portato a non fare figli. 

A volte, guardando il Piccolo, mi sovviene un dubbio su come cazzo riusciate nelle vostre ostinate ricerche dell’Infelicità’.

Questo stesso pensiero mi sovviene quando scorro gli scaffali delle librerie del centro, dove il cinquanta percento dei libri sono manuali di auto aiuto e promozione del se, scritti da misteriosi personaggi sorridenti. 

Questo stesso pensiero mi sovviene quando la mia pagina Facebook e’ riempita di dissocianti messaggi sul senso della vita, sulla felicita’, sul vero amore, sull’amicizia, scritti da persone che evidentemente hanno bisogno di sentirselo dire. 

Poi, cazzo, io Facebook lo tengo per osservare le possibili modifiche ai terminali di scarico della moto e per osservare i fallimenti famigliari dei miei compagni di classe, non certo per essere motivato da guru del cazzo. 

Avete un bisogno incredibile di essere felici. 

Correte, con scarpe leggere e cuore pesante, per mordere la liberta’. Che e’ una cosa raggiungibile stando seduti, immobili, con gli occhi chiusi. Chiedete a Mandela. 

Mangiate roba cruda e non cucinata, per alleggerire il vostro intestino confondendolo con la vostra anima. 

Insomma, ammettetelo, fate un numero incredibile di minchiate, credendo che siano correlate alla felicita’.

Niente di male, per carita’. 

A giorni alterni, lo penso davvero, pianifico di incularvi un po’ anche io. Con un libretto, qualche corso, sulla felicita’. 

Ho troppo amor proprio per farlo. E sono troppo giovane per avere una ricetta stabile da vendervi. 

Ma a voi basterebbe un libretto facile facile, una mezza verita’, qualche regola egoistica sullo sviluppo del se, due sorrisi, e una pagina bianca per prendere appunti. 

Appunto. 

Ho letto un interessante post che spopola su Facebook. Vivere Zen.

Dieci cose da fare tutti i giorni per essere felici. 

Cristo. 

Un milione di persone che desiderano essere felici. Leggendo questa lista. 

Devo scrivere il mio libro. 

Con un introduzione strappalacrime su come io abbia ribaltato il mio destino. Grasso, infelice, fumatore, arrogante e senza amore. E poi, padre di famiglia, innamorato, magro, salutista, felice e paziente. 

Un incubo. 

Poi, il solito passaggio: se ci sono riuscito io, potete farlo anche voi. 

E voi, chiusa la pagina, nel caldo delle vostre camerette da ormai quasi quarantenni, sospirerete e penserete: ce la posso fare. 

Poi tornerete a chattare con la persona sbagliata, mangiando grassi saturi e fumando sigarette, ma pensando che tutto questo sta per finire. Finalmente. Grazie a un libro. E a un uomo. Io.

Che sulla copertina, lievemente photoshoppato, sorrido abbracciandovi virtualmente tutti. 

Anni di seri studi su serie materie buttati nel cesso. 

Libro in promozione all’Autogrill, incontri in libreria, misteriose associazioni che mi invitano a parlare a misteriose conferenze. 

Tutto bene.

Finalmente posso comprarmi lo stemma per il serbatoio, la fedele replica dello stemma anni 50′. 

A seguire, un libro sulla dieta. Perche’ per essere felici come dico io, dovete mangiare come dico io. Che ho ricercato per voi la dieta perfetta. 

Da abbinare, ovviamente a sano movimento quotidiano. Corse, nuoto, cross fit, yoga, yougurth, frutta, verdura colorata, poche proteine e molta acqua. 

Wow.

Dopo, quando sarete tutti felici, sara’ un problema. Allora bisognera’ scrivere un libro per rendervi consapevoli che non siete poi cosi’ tanto felici. 

Ma ci penseremo dopo. 

Adesso, incredibilmente, condivido con voi la parte centrale del libro. Tanto poi, quando saro’ un coach salutista, dovro’ cancellare questo blog. Perche’ il passato di tutti i coach di successo e’ fumoso e misterioso come una sala da biliardo negli anni 80. 

Ilnuovobradipo non esistera’ piu’, immolato insieme alle sigarette che fumero’ di nascosto mentre andro’ a puttane insieme a qualche marito di qualche onorevole parlamentare. Con i vostri soldi. 

Eccomi qui. 

Entrate nel mood. 

La vita e’ bella.

La vita e’ meravigliosa. 

Se solo voi…

Io ad esempio ero grasso, fumavo, perdevo capelli, avevo il mal di testa, e anche l’alito cattivo. E non mi piaceva il lavoro che facevo. E nemmeno la moglie che mi facevo. E nemmeno il posto dove vivevo. Una vera merda. 

Poi, dopo una grossa crisi, ho scoperto il segreto della felicita’. Nel libro devo riempire cinquanta pagine tra l’intro e questo pezzo, ma adesso, in anteprima, lo condivido con voi subito subito.

E sti cazzi. 

Sedetevi comodi, respirate profondamente, richiamate a voi pensieri positivi e ricordi piacevoli. 

Ecco, occorrono solo quatto semplici regole per essere felici. 

Siete pronti?

Lo volete veramente?

Volete veramente essere felici? 

Si, ma felici come cosa? come chi? Quando?

(e via con cinquanta paginette fitte fitte)

 

Riassunto provvisorio del libro di gran successo che mi portera’ ad essere ricco e, finalmente, felice alla facciazza vostra. 

 

1) Smettete di fare cose che, alla fine vi fanno male. Chiaro che devo trovare un modo piu’ ignorante per dirlo. Se no vi sentite accusati di essere idioti. Solo un idiota continua a fare cose che gli fanno male. Evidentemente. E voi non volete sentirvi idioti. 

Sara’ qualcosa tipo: prendete le cose brutte della vita, elencatele qui di fianco. Adesso scrivete quale sarebbe la soluzione. Poi pensateci ancora. Per una decina di pagine. Poi facciamo una lista. Poi…. 

Smettete di fare cose che vi fanno male. Nessuno, se non voi stessi, vi obbliga a farle. Cristo, piantatela. Quando sarete 3 feet under the grass, nessuna vostra ex vi ringraziera’ di averla chiamata, nessuno stronzo capo vi ringraziera’ per averlo sopportato eccetera. 

2) Iniziate a fare tutte quelle cose che le persone con i coglioni fanno per spalare la merda che la vita mette tra voi e gli altri. 

Ovvio, anche qui, bisognera’ lavorare sul senso della frase. Perche’ e’ dai tempi delle elementari che vi da fastidio spalare merda, fare compiti, e cose simili. 

Eppure, dietro a tutti i video estremamente motivanti che passano in rete di grandi uomini di successo, c’e’ sempre una notevole quantita’ di merda spalata, ingoiata, rimossa. 

Se non hai tempo, alzati prima. Se non riesci a fare le cose, impara. Se hai due rotture di coglioni, falle entrambe. Se la situazione si fa brutta, resta e trova una cazzo di soluzione. 

Questa regola, da sola, basterebbe a farvi risparmiare migliaia di euro in cocktail, psicologi, benzodiazepine, e inutili telefonate agli amici. 

Spalate quella cazzo di merda, idioti. Scappare non serve.

Una delle proprieta’ cinetiche della merda, e’ che e’ capace di inseguirvi senza sosta. 

E se hai fallito con tre fidanzati di fila, forse, brutta stronza, il problema sei tu. E se hai bucato sei anni di fila al lavoro, mediocre figlio di puttana, sara’ il caso che tu ti metta sotto e ti sprema come un limone. 

Oppure, benzodiazepine, toyboy, weekend fuori porta per scaricare, e anche, volendo, gatti siamesi pagati un millino. 

Ovvio, devo lavorarci. Devo smussare gli angoli. Se no, poi mollate il libro. E sarebbe un peccato. 

3) Vivete come se fosse il vostro ultimo giorno. Senza aver troppa paura di morire, ma come se vi toccasse domani. Il purgatorio esiste solo per quelli che hanno rimorso. 

Provatele tutte. Fatevi del male facendolo. Qui, il libro si fermera’ molto sull’alimentazione e sul ruolo della ginnastica. Cosi’ provo anche a fare una partnership con una palestra di Yoga e con un brand di tute. Devo lavorarci un po’. Ormai tutti sanno che lo yoga e’ meglio del tapis roulant ma peggio di una sana chiavata. Devo riposizionare il prodotto. Trenta pagine. Non di piu’.

4) ovviamente, dopo aver smesso di fare cose che vi fanno male e aver iniziato a spalare merda, sareste decisamente felici e tranquilli. Ma, anni di disinformazione e sedute dallo psicologo vi hanno insegnato che non e’ cosi’ facile. Ovvio, lo psicologo deve tenervi attaccati a quella cazzo di sedia. Anche lui ha diritto alla sua Harley da venticinque mila euro e alla sua casetta in Liguria.

Anni di analisi a ragionare sul ruolo del padre, sull’assenza del fratello, sulla verginita’ anale persa troppo presto. 

Anni di libri sulle proprieta’ terapeutiche del the verde, sul ruolo centrale della soia, e sul sesso tantrico, non possono essere buttati via. 

Eppure, senza rendervene conto, avrete smesso di fare cose stupide e avrete iniziato a rimuovere le merdate. 

Ovverosia avrete iniziato ad amarvi. 

Mettiamocela la regola quattro.

4) amate gli altri, le altre cose, le altre vite che vi scorrono di fianco. Sceglietene qualcuna, poche, ma amatele davvero.

Non gira tutto intorno a voi. 

Per fortuna, considerando le vostre intelligenze medie. 

Amate le cose che fate, ma amate anche chi vi accompagna. 

Comprate bei libri, state in bei posti, mangiate buone cose, tipo le bacche rosse, fate figli, tanti, che poi e’ l’amore piu’ gratuito che ci sia, innamoratevi delle cose nuove, limonate sotto la pioggia, toccate la neve, arrivate tardi, fate l’amore in un’ascensore, non abbiate paura di chiedere, non abbiate paura di dare. 

 

Ovvio.

Poi sarete felici davvero.

E li, appunto, saranno cazzi.

A convincervi ancora, dico, a comprare i libri, a frequentare life coach, a sedute dallo psicologo.

Ma troveremo un modo. 

Non vi preoccupate.

 

Io sono felice, qui adesso. 

Credo, spannometricamente, di aver bisogno di una gastroscopia, perche’ sento le bacche a spasso nell’intestino. 

Credo anche che sia un duro lavoro, essere felici. 

Ma e’ gratis. 

Mica cazzi

 

 

Tempi e modi del verbo avere (Possession)

Mi sono fatto quattro ore e mezza di macchina, passando da un’alba distratta di città alla luce soffice del mattino dell’autostrada, attraversando tre regioni, passando dalla valle al lago, dal lago alle montagne, da un confine che sembrava abbandonato, fino a paesi dimenticati, arrampicati su montagne che sembrano pietosamente tenerli in bilico tra il passato e il presente. 

Del futuro non c’è traccia, in queste valli. 

Apparentemente. 

A un occhio distratto, difatti, potrebbero passare inosservati e in secondo piano i piccoli particolari che nascondono una grande ricchezza, e quindi un decisamente roseo futuro. 

Chiese ordinate, caffè perfettamente tenuti, piazze con più cestini che cittadini, infissi perfettamente verniciati, la quasi totale assenza delle grandi superfici commerciali, i cancelli che malcelano lucidi SUV e giardini perfetti. 

Indiscutibili segnali di un solido benessere. 

Sto, inevitabilmente, invecchiando. Perdo lo smalto e in questo genere di giornate si sente. 

Mi fermo a fumare su una piazzola che da sulla vallata. E’ tutto così ordinato. Anche la mia stanchezza. Tutto perfetto. 

Alzo il volume dell’autoradio. 

ascolto questo pezzo. Da quasi due settimane. 

Sarebbe stato perfetto l’anno scorso, per il 10 marzo dell’anno scorso. 

E’ perfetto anche quest’anno. 

Aggiusto la cravatta, mi guardo nello specchietto, risalgo in macchina. 

Ho dato alla valle qualcosa di cui parlare. 

Il capannone è quasi nascosto da due vigneti che vanno a infilarsi nelle montagne, a perdita d’occhio. Il riflesso del sole batte sul citofono smaltato. 

Adoro sentire la mia voce dire il mio nome e vedere le porte aprirsi. E’ una sensazione, per un lurido venditore, capirete, bellissima. 

Faccio anticamera, giusto il tempo che la graziosa receptionist sparisca dietro a una porta di legno massello per poi ricomparire con un sorriso accogliente. 

Mi fa accomodare in una sala riunioni, tutta di legno massello. Anche le pareti. Lievemente angosciante. L’ordine con cui sono stati posati i cavi fa pensare a un metodico e ossessivo criterio, o a una pattuglia di ingegneri a cui è stata data carta bianca per esprimere tutte le oscure perversioni. I telecomandi, proiettore e schermi piatti, sono messi in ordine sul tavolo. Dal più piccolo al più grande. 

I riconoscimenti, cristallo finto, porcellana, forse oro, sono messi in fila, in discreto ordine cronologico, sul mobile davanti alla finestra. 

Che da sul vigneto. 

Quattro penne blu, quattro matite, quattro bloc notes sono ordinati in fondo al tavolo. 

Quattro bicchieri di carta e quattro bottiglie di plastica. 

Qui qualcuno è seriamente ossessivo. 

Chi si copre di un ordine così drastico esternamente può avere solo un’anima in perenne disordine. 

In effetti posti come questi, a gente come me, fanno venire solo voglia di una determinata e definitiva distruzione. 

Ovvero, io, qui dentro ci farei un elenco di cose che, sicuramente, farebbero impallidire buona parte degli abitanti di queste valli. 

L’ordine mi fa salire il bisogno di disordine. 

Non credo che la mia gomma alla liquiriza sia apprezzata da gente del genere. 

Cerco un cestino. Ne trovo due.

Agli angoli opposti della stanza.

Ovviamente. 

Preparo quattro biglietti da visita. 

Devo riuscire a trovare gli accordi di questa dannata canzone. 

Ha un testo perfetto, per essere cantata davanti al mio mare. 

Entrano bussando prima alla porta.

Un gesto d’altri tempi. 

In effetti sono in quattro. 

Quattro banalissime cravatte. Quattro camicie bianche. Quattro completi grigi. 

Cellulari sul tavolo. Mettere la vibrazione. 

Calorose strette di mano. 

Scambio di bigliettini, come le sorprese di Natale. 

Ma dai, incredibile. Ci sei anche tu. 

I titoli corrispondono alle Audi parcheggiate fuori. 

E ai redditi che alimentano l’ordine di queste villette disperse, dimenticate dal Fisco e dal mondo. 

L’ossessivo dell’ordine è il principale. 

L’imprenditore. 

Appena seduto mette la penna e la matita ai bordi del bloc notes. 

Il mio biglietto davanti. 

E mi guarda. 

Unghie tagliate perfettamente, orologio di dubbio gusto ma di grande impatto, occhiali a montatura sottile, un filo di gel a tenere i capelli indietro, di un bianco naturale che si confonde con il cielo alle spalle. 

Sto invecchiando, me ne rendo conto. 

Sto perdendo il mordente. Ero una iena. Un fottuto figlio di puttana. 

Bisogna stare attenti, nel mio lavoro. Il passaggio da fottuto figlio di puttana a semplicemente fottuto è un rapido scambio di sorrisi, un meeting andato male, un mancato sorriso. 

Dettagli. 

Mi pagano perchè, nelle pieghe di queste piccole ossessioni, io so trovare le debolezze di questi capitani d’impresa. 

Entro come la pioggia nel legno. Gocce d’acqua in impercettibili fessure. 

E il legno è mio. 

Decido di optare per uno dei miei pezzi forti. Parto da lontano. Mi accompagnano, fedeli, le parole che conosco a memoria. 

Ascolto la mia musica, e osservo i miei ballerini, che iniziano a seguirmi. 

Sarà più dura del previsto. 

Gente diffidente, la gente di montagna. 

Io sono il male. Io sono la città. 

Io sono le ridicole università che nella nostra città vomitano esaltati del bermuda e della cabrio che in queste valli sono ricordati come una brutta malattia.

 

Tutto ruota sul verbo avere.

Perchè io ho qualcosa che loro vorrebbero avere. E loro hanno qualcosa che io voglio. 

Perchè i cittadini quando hanno lo devono far sapere a tutti. 

Invece queste verdi siepi nascondono l’avere di questa gente. 

Quello che ho non mi serve a quasi niente. Se non a fare il mio mestiere. 

Io vorrei avere pochissime cose. 

Le ho tutte. 

Quello che voglio oggi mi serve. 

Mi torna in mente questa canzone. 

Maledetti quelli che non capiscono le parole. 

Non sanno cosa si perdono.

Come quelli che non capiscono i dettagli.

Non sanno cosa si perdono. 

Osservo, mentre inizio a dire cosa voglio, un impercettibile disagio negli occhi di quest’uomo che, in fondo, è l’unico a poter decidere di darmelo. 

Allora mi fermo.

Un passo indietro.

La musica è la mia. 

Il ritmo lo decide sempre la tua ballerina. 

Riprovo, qualche minuto dopo. 

Fa meno male. 

Lo sapevamo tutti e due. 

Diciamocelo.

Io ho quello che ti serve. 

Tu hai quello che io, inevitabilmente, mi prenderò.

Mi serve per sopravvivere. 

Serve ai miei capi, da qualche parte a sei fusi orari di distanza, per rilassarsi mentre giocano a golf e le loro puttane cuociono in una piscina. Le mogli, a casa, aspettano il rientro da un’altra massacrante trasferta di lavoro. Hanno amanti che non hanno anime. Ma non mi riguarda. 

Mi serve sapere a cosa serve. 

Il cedimento, parziale, minimo, discreto, inizia quando una segretaria entra con dei caffè.

Quattro tazzine. Quattro bustine. Quattro cucchiaini. 

Devo trovare gli accordi di questa dannata canzone. 

Mi da l’idea di un pezzo bello per un tramonto sul mare.

Mi lascia delle parole decisamente belle. 

Serviranno altri incontri. 
Quello che chiedo è troppo. Per il momento. 

Quello che mi offrono è nulla, per il momento. 

Nessuno saprebbe dire chi è il cacciatore e chi la preda. 

A me serve, non saperlo.

Che non si sappia. 

Perchè il serpente mangia il coniglio.

Ma l’aquila mangia il serpente. 

La lince divora l’aquila. 

Dobbiamo, in ogni caso, fare presto. 

Prima che gli avvoltoi partano dalle grandi città. Con le loro macchine tedesche, l’orologio svizzero, l’abbronzatura alpina, la coca colombiana, il profumo americano, l’arroganza tutta italiana delle loro partite iva e delle loro professionali e orrende Piquadro di pelle colorata. 

Ecco, io, quando arrivano loro, non voglio esserci. 

Non ci sono mai. 

Mangio prima. 

Lascio anche per loro. 

Perchè non sono ingordo. 

Prendo quello che voglio avere. 

Lascio quello che non mi serve avere. 

Saluto cordialmente, mentre vengo accompagnato alla porta. 

Guido per qualche minuto senza sapere dove andare. 

Arrivo su una collina che prende il sole perfettamente sulla pancia. 

Come le vecchie signore al mare. 

Mi fermo. 

Rimetto questa canzone. 

I’d leave it all. 

Lascerei tutto.

Per te,

lascerei tutto. 

Riprendo la strada, aspetto che il navigatore mi ordini dove andare, aspetto che il telefono inizi a suonare. 

Il lunedì, a molti, serve per riprendersi dalle domeniche. Ad altri a lamentarsi. Ad altri, per sperare in un altro venerdì. 

Tornerò in queste cazzo di vallate. 

Mi piace la mia nuova moto, Ernesto, perchè ha un motore arrogante. 

Che da fastidio.

Un look davvero indisponente. 

Che piace.

Mi piace la mia nuova moto, Ernesto. 

Ma questo è un altro discorso. 

 

B.V. (bivi)

Ritardo, quantificabile in mezz’ora, dovuto a approfondita lettura di un articolo sulla Crimea in uno sperduto Autogrill. 

Possibilità di recupero: 65%. 

Soluzione: procedere a velocità sostenuta. 

Scivolamento laterale dovuto a slittamento su uno dei giunti del cavalcavia. Fondo stradale allagato a fine rampa, volante morbido, sistemi elettronici di sicurezza della vettura (approssimativamente diecimila euro di roba) in tilt.

Reazione standard: forte pressione sul pedale del freno, tensione negli arti superiori, possibile emissione vocale di forti urla.

Possibilità di finire contro il muro a fine curva: 89%

Possibilità di sopravvivenza: 50%

Reazione consigliata: lieve pressione discontinua del pedale del freno, utilizzo del freno motore, due marce in meno, braccia distese, puntare il lato esterno, eventualmente pregare.

Possibilità di finire contro il muro a fine curva: 22%

Possibilità di sopravvivenza: 99%

Conseguenze immediate: tachicardia, dilatazione pupilla, propagazione adrenalina, attivazione sistema nervoso centrale, sub lavoro emisfero destro del cervello, possibile tremolio agli arti sia inferiori sia superiori.

Cristo, che tempo di merda, penso mentre cerco di recuperare una playlist decente, visto che la radio, in mezzo alle montagne, non prende nulla di decente. Mi accorgo che qualcosa non va dal colpo sonoro sullo sterzo e dal fatto che le spie gialle della macchina lampeggino tutte insieme. Roba psichedelica.

La curva, in fondo alla discesa, è allagata. Questo lo vedo da me.

Scalo due marce, devo tenere a bada il piede destro che si butterebbe a pesce sul pedale del freno.

Faccio in tempo a pensare che in fondo, tutta questa cazzo di elettronica la ho pagata profumatamente.

Sarebbe un peccato vederla fallire.

Impatto imminente, rilasso le braccia.

Curvo lievemente verso l’esterno.

Mi fermo cinque minuti dopo con ancora il cuore in gola, letteralmente.

Che morte del cazzo. Che sarebbe stata. Bello, poterlo dire. 

Mi accendo una sigaretta.

Aspiro guardando le montagne.

Aspetto che mi passi, perlomeno, il tremolio alla gamba destra.

Riprendo a guidare.

Sono in macchina dall’alba.

E non sono ancora arrivato.

 

E’ un periodo in cui ho bisogno di roba forte, pensavo guidando. Ho bisogno di una sbronza con amici, ho bisogno di una sbronza con una bottiglia di vino rosso, e un paio di tacchi importanti. Ho bisogno di un viaggio in moto. Ho bisogno di una moto nuova. Ho bisogno di un bel libro. Ho bisogno di un libro che combatta con il sonno che mi ruba vita appena ritorno a casa. 

Ho bisogno di passare tempo con le mie cose. Ho bisogno di scrivere. 

E non faccio quasi nulla. 

Uno dei vantaggi di un inverno così, è che la primavera piomberà così forte e inaspettata, quasi da confonderla come estate, su tutti noi. E sarà bellissimo.

 

Uno degli svantaggi è nel rischio di non sopravviverci, a questo inverno. 

Ma l’elettronica tedesca e cinese sulle vetture svedesi aiuta parecchio. 

Non riesco a ricordare un inverno così.

Per questo, qualche giorno fa, anonimamente e senza preavviso, ho preso Triple Es, ho scaldato appena il motore e sono andato a cercare la sua erede.

Ho bisogno di una moto che sia pronta a scappare da questo fottuto inverno. Ho bisogno di una moto che mi porti nelle viscere delle situazioni in cui adoro trovarmi. Ho bisogno di una moto che scivoli sulle serate, che mi porti a casa quando non ce la faccio, che mi porti via quando non ce la faccio. 

Ho bisogno di un rumore folle, indecifrabile, fastidioso. 

Ho bisogno di potenza, quanto basta per sentire quel piacevole brivido dell’incosciente stupidità. 

Ho bisogno di cavalli, tanti, ho bisogno di due cilindri, perchè con tre non mi trovo. 

Ho bisogno di una sella che porti me, e di un posto per un passeggero. 

Forse. 

Ho bisogno di nero, di sporco, di olio, e di odore di benzina. 

Lui mi aspetta appoggiato al muro. Dimenticato da un distratto proprietario troppo attento alle mode. 

Occasione ideale, dice il venditore. 

Io sono un venditore. 

E non mi fido di nessun venditore. Nemmeno di me stesso.

Però l’occasione è ghiotta.

E’ un lui. E’ una moto maschio. 

Grasso. Eccessivamente. 

Appariscente, arrogante, altezzoso. 

Dallo scarico esce un sordo rumore, come una nota stonata che rimbomba tra i palazzi. 

Ha sufficiente spinta per assomigliare a uno di quei mostri di plastica e ingegneria giapponesi che piacciono tanto agli uomini senza gusto. 

Ha sufficiente frenata per farmi evitare la morte. Apparentemente. 

E’ sufficientemente scomodo per scoraggiare un passeggero ad affezionarsi, ma ha una sella che invita a credere in una moto per famiglie. 

Il motore scalda, vibra, butta olio, come è giusto che sia per un perfetto oggetto imperfetto. 

E’ fuori moda, forse pure fuori tempo massimo, è nero. Tutto nero.

E’ perfetto.

Si chiama Hernest. 

E’ il successore di Triple Es. 

Cronologicamente è la mia quinta moto. 

Sarebbe stupido e illusorio dire l’ultima. 

La prendo. 

Un piccolo, commuovente rimorso nel lasciare Triple Es. 

Un peccato, vendere una moto. 

Un vero peccato. 

 

Benvenuto Hernest. 

Portiamoci, a passo spedito, verso una bottiglia di vino e una primavera. 

Facciamolo, prima che sia troppo tardi.

 

Life is short Fritz

 

Sahara

6.30 AM CET 

Rispondo prendendo il cellulare con due mani, come i bambini quando bevono. Nel frattempo scendo delicatamente dal letto e procedo verso la cucina. Il numero è uno di quei due a cui bisogna rispondere per forza. Per essere in questa lista devi semplicemente aver fatto una di queste  due cose: pagarmi profumatamente oppure avermi concepito. Piastrelle congelate in cucina, e fuori il primo traffico del mattino. Che cazzo di vita che fanno i pendolari, penso. 

Metto giù. Che cazzo di vita che faccio, penso. 

8.12 AM CET

Sto leggendo un libro molto carino sulla gestione cognitiva delle emozioni. E’ bello saper dire, tutto d’un fiato, gestione cognitiva delle emozioni. Ma è ancora più bello saper dare un nome a quello che si prova, decifrandolo. 

Eviterebbe parecchi casini, avere in mente la definizione di quello che si sente. Anche saperlo comunicare in modo corretto.

Tipo: 

– vorrei solo scoparti, ma così, di tanto in tanto. Ce la facciamo? 

al posto di:

– credo di amarti, sai? 

Il tipo che ho davanti è lo stereotipo dell’uomo che è in grado di annoiarmi in tempi brevissimi, soprattutto se è seduto nel mio ufficio alle 8.12 del mattino. Non so se la noia sia un’emozione, non sono ancora arrivato alla pagina del libro. Ma provo anche compassione per lui, per la sua camicia bianca lisa, per lo squallido gilet con bottoni di osso, per l’odore di dopobarba del Carrefour e per la pila di documenti che si è portato. Non credo si possa provare compassione per una pila di documenti. Ma io la provo. Genericamente. 

8.22 AM CET

Mi squilla il cellulare, vengo risvegliato dal torpore in cui ero caduto per colpa del tipo e della sua mortale presentazione. E’ un messaggio del mio capo. Il mio nuovo capo. Quello che mi paga profumatamente. Sotto c’è anche un messaggio di mio padre. Quello che mi ha concepito. Rispondo a tutti e due: ” mi libero tra venti minuti e ti chiamo”. 

Inizio a liquidare il tipo, cerco un avanzo di qualcosa da mangiare nei cassetti della scrivania, mi rollo una sigaretta e accarezzo l’agenda, lasciando che il dito scorra sul rilievo lasciato dalla penna. 

Guardo fuori dalla finestra. Mi manca il deserto. Non credo esista, come emozione. 

Sulla carta. 

Spengo il telefono, chiudo la porta, apro la finestra. 

Respiro.

Arrivano sparsi. Come tutti i ricordi. E freschi, come tutte le emozioni. 

Il mare di sabbia 

il deserto è come l’oceano, dice biascicando le parole. Il deserto è il nostro mare. Non guarda mai negli occhi, quando parla. Guarda sempre oltre il riflesso del sole. Siamo stanchi. Seduti, sul bordo di una pista di asfalto che attraversa il Sahara. Una delle piste. Sono felice di essermi lasciato alle spalle quella merda per turisti fatta di albergoni, spa, hammam, the alla menta, narghilè, sdraio imbottite girate verso il sole da personale troppo servizievole. Mi sentivo a disagio, in mezzo a gente vomitata lì da charter partiti dal freddo, con l’unico obbiettivo di mangiare questo lusso tossico, fingendo di stare bene. 

Il deserto è un mare strano, in effetti.

Come il mare non inizia e non finisce in un punto preciso. 

Inghiotte e rapisce, uccide e conquista, come il mare. 

Dovreste sentire il silenzio che si assaggia seduti nel mezzo del deserto. 

Una 

cosa

totale

Il sapore del vento caldo che secca la bocca, mentre la sabbia ti conquista lentamente, infilandosi ovunque. 

Guardo, desolato, le ruote arrugginite e la marmitta piena di sabbia. 

Nella lotta, vince sempre il più forte. 

Abbiamo smesso di parlare da un pezzo. E’ difficile misurare il tempo qui in mezzo. 

Hai sempre fame, sempre sete, e c’è sempre il sole. 

Forse abbiamo smesso perchè non avevamo niente da dirci.

Forse questo silenzio ci ha messo a tacere. 

Ci rimettiamo in moto. 

Andare in carovana è mortalmente noioso, ma vitalmente indispensabile se a guidarla c’è un tizio che sembra davvero conoscere queste strade. 

Il ricordo delle Lacoste verde mela e dei bermuda con mocassino è, fortunatamente, lontano. 

Ha di buono questo, il deserto. Cancella l’inutile. 

Dovrei venire qui più spesso. 

 

Vittorio

Abbiamo recuperato di che fumare. Inizia ad esserci una stellata incredibile. Eppure il cielo è lo stesso. Un ragazzo dal nome impronunciabile ci ha procurato del fumo, libico. Non sapevo che i libici producessero fumo. E’ buono, non pizzica in gola. Fumiamo in silenzio, in quattro. Avevamo quattro vite molto lontane, siamo seduti insieme a Sud di moltissime cose, girati verso Est, osservando i nostri bagagli penzolare sui parafanghi. La città è viva, brulica di traffico, piena di voci e di rumori. Siamo abbastanza storditi. 

Non credo si tratti del fumo libico. 

Vittorio arriva con una sospetta motoretta inglese del secolo scorso, ingiallita dalla ruggine. 

E’ straordinario come io conosca solo fantastici uomini che si chiamano Vittorio.

Vive in mezzo a questa stellata da parecchi anni, troppi per pensare di tornare, pochi per pensare di andare via. 

Ci porta nelle budella della città, le strade si fanno fango, l’acqua riempie gli scoli, poi arrivano le rocce e siamo ancora nel deserto, alle porte della città. 

L’acqua nel deserto. 

Oasi.

Mangiamo con una fame violenta, questo si che è il fumo libico, penso mentre osservo le mie mani ravanare nel pentolone di verdure. 

Parliamo di tante cose, che qui viene più facile. 

Sembra che nessuno ascolti quando parli rivolto al deserto.

Per questo racconti tutto. 

Cado in un sonno devastante ancora prima che la discoteca dell’albergo apra. 

Mi sveglio all’alba, ancora prima che la discoteca dell’albergo chiuda. 

Faccio colazione senza scarpe. 

Sono troppo pesanti. 

Mangio frutta, con le mani, osservando una ordinata coppia di turisti americani aspettare in coda la loro pancetta fritta. 

Ho detto cose, davanti alla sabbia, che non ripeterei davanti a nessun uomo. 

Anche perchè la verità non va mai ripetuta. 

 

Mondo Troia

Consapevoli del fatto che sia tutto finito, fumiamo davanti al parcheggio dell’hotel. Sono passati giorni, difficilmente misurabili, ma comunque giorni. 

Uscendo dal deserto, lentamente ritorni nel mondo e il mondo ti ritorna dentro. 

L’albergo ha un numero di camere sufficiente per ospitare la popolazione di un grosso villaggio di montagna.

Invece sono tutti tedeschi.

Tutti.

Seicento sessanta camere vista mare. Extra lusso. 

Cinque stelle.

Mica cazzi. 

C’è anche il bingo. 

E la gente accalcata davanti alla televisione per guardare un reality.

Pensavo, il giorno prima, seduto su un sasso a mangiare un misterioso panino piccante, a quanto sia singolare questa cosa.

Prendi i dromedari.

Animali fortunati.

Pascolano ai bordi del deserto. Un maschio, molte femmine, qualche cucciolo. 

Se i dromedari passassero parte della loro vita ad osservarsi da soli, guardando trasmissioni sui dromedari, un uomo saggio, anche solo un saggio pastore, ucciderebbe i dromedari.

Nessuno vuole che un animale scemo procrei altri animali scemi che passano la vita ad osservarsi al posto che mangiare, attraversare il deserto, amare, dormire. 

Nessun dromedario, in effetti, passa la sua vita ad osservare altri dromedari che cucinano, che scopano, che parlano tra di loro. 

Invece questa cazzo di reception è piena di palme finte, di fontanelle, e di schermi piatti con un reality tedesco. E tedeschi che, al netto del fuso, si sono fatti quattro o cinque ore di volo per venire fino a qui a guardare un reality tedesco.

Un saggio pastore ucciderebbe un animale stupido.

Per evitare altri animali stupidi. 

La nostra guida ci ha abbandonato. Dobbiamo arrivare all’aeroporto, che sembra essere l’unica cosa segnalata ovunque. 

Basterebbe seguire il rumore. 

Mangiamo pesce. 

Beviamo vino. 

Cerchiamo storie interessanti come quelle del deserto.

Abbiamo ancora fame. 

C’è questa leggenda di queste donne, europee, che arrivano fino a qui per gli uomini di qui. 

Curiosa leggenda in una terra di uomini con i baffi come Freddy Mercury, la corporatura di Messi e l’odore di un dromedario. 

Entriamo nel posto.

Un irish pub, con karaoke arabo, vino italiano, donne tedesche, tantissime, e un sacco di fumo. 

Bevo un whiskey caldo appoggiato al bancone, mentre osservo il movimento rapido e meccanico con cui le cacciatrici scelgono le prede. 

Al momento, sessualmente parlando, credo di rientrare nella categoria delle prede. 

Beviamo ancora.

Abbiamo malinconia del deserto. 

Poi seguiamo il flusso, ci spostiamo. 

La discoteca è piena, la musica è assordante, e tutti questi cazzo di uomini hanno i baffi. 

E ci sono le loro donne. 

Dio che belle. 

Donne.

E ci sono le cacciatrici tedesche.

Che si muovono veloci.

Hanno fame.

Conosco la sensazione. 

Bevo un cuba libre che sa di benzina. 

Forse è benzina. 

Osservo le mani di un uomo finire molto dentro i pantaloni di una donna. 

Che ride.

E l’amica che prende un altro uomo. 

E ballano.

E due donne, appena fuori forma, appena pallide, e appena sorridenti, entrare e buttarsi nella mischia. 

Osservo troppo.

Ho sonno. 

Mi addormento subito. 

Mi sveglio troppo presto.

Perlomeno per il mio hangover. 

Suona il telefono. 

Arriviamo in aeroporto decisamente debilitati. 

Ci sediamo a fumare sotto un grosso cartello che vieta il fumo ordinando il loro caffè, che è una miscela di acqua sporca e residui di calcare marroni. 

Le due donne appena fuori forma, appena pallide ci passano di fianco. Non sono più sorridenti, ma sono molto truccate. Sono due hostess. 

Ho una storia in più da raccontare. 

Di quelle storie per riempire i vuoti nel nulla di una serata noiosa.

Di queste due hostess che vanno a puttani. 

Come se non lo facessero tutti, tutti i santi giorni, a casa loro. 

 

Ho una storia molto più grande, che parla di deserto.

E me la scriverò con calma. 

Magari mi toccherà tornarci.

 

8.44AM CET

Chiudo la finestra, mi siedo, riaccendo il telefono. 

E’ solo una questione di priorità. Su chi chiamare prima. Su cosa ricordare prima. Su dove andare prima.