B.V. (bivi)

4 Mar

Ritardo, quantificabile in mezz’ora, dovuto a approfondita lettura di un articolo sulla Crimea in uno sperduto Autogrill. 

Possibilità di recupero: 65%. 

Soluzione: procedere a velocità sostenuta. 

Scivolamento laterale dovuto a slittamento su uno dei giunti del cavalcavia. Fondo stradale allagato a fine rampa, volante morbido, sistemi elettronici di sicurezza della vettura (approssimativamente diecimila euro di roba) in tilt.

Reazione standard: forte pressione sul pedale del freno, tensione negli arti superiori, possibile emissione vocale di forti urla.

Possibilità di finire contro il muro a fine curva: 89%

Possibilità di sopravvivenza: 50%

Reazione consigliata: lieve pressione discontinua del pedale del freno, utilizzo del freno motore, due marce in meno, braccia distese, puntare il lato esterno, eventualmente pregare.

Possibilità di finire contro il muro a fine curva: 22%

Possibilità di sopravvivenza: 99%

Conseguenze immediate: tachicardia, dilatazione pupilla, propagazione adrenalina, attivazione sistema nervoso centrale, sub lavoro emisfero destro del cervello, possibile tremolio agli arti sia inferiori sia superiori.

Cristo, che tempo di merda, penso mentre cerco di recuperare una playlist decente, visto che la radio, in mezzo alle montagne, non prende nulla di decente. Mi accorgo che qualcosa non va dal colpo sonoro sullo sterzo e dal fatto che le spie gialle della macchina lampeggino tutte insieme. Roba psichedelica.

La curva, in fondo alla discesa, è allagata. Questo lo vedo da me.

Scalo due marce, devo tenere a bada il piede destro che si butterebbe a pesce sul pedale del freno.

Faccio in tempo a pensare che in fondo, tutta questa cazzo di elettronica la ho pagata profumatamente.

Sarebbe un peccato vederla fallire.

Impatto imminente, rilasso le braccia.

Curvo lievemente verso l’esterno.

Mi fermo cinque minuti dopo con ancora il cuore in gola, letteralmente.

Che morte del cazzo. Che sarebbe stata. Bello, poterlo dire. 

Mi accendo una sigaretta.

Aspiro guardando le montagne.

Aspetto che mi passi, perlomeno, il tremolio alla gamba destra.

Riprendo a guidare.

Sono in macchina dall’alba.

E non sono ancora arrivato.

 

E’ un periodo in cui ho bisogno di roba forte, pensavo guidando. Ho bisogno di una sbronza con amici, ho bisogno di una sbronza con una bottiglia di vino rosso, e un paio di tacchi importanti. Ho bisogno di un viaggio in moto. Ho bisogno di una moto nuova. Ho bisogno di un bel libro. Ho bisogno di un libro che combatta con il sonno che mi ruba vita appena ritorno a casa. 

Ho bisogno di passare tempo con le mie cose. Ho bisogno di scrivere. 

E non faccio quasi nulla. 

Uno dei vantaggi di un inverno così, è che la primavera piomberà così forte e inaspettata, quasi da confonderla come estate, su tutti noi. E sarà bellissimo.

 

Uno degli svantaggi è nel rischio di non sopravviverci, a questo inverno. 

Ma l’elettronica tedesca e cinese sulle vetture svedesi aiuta parecchio. 

Non riesco a ricordare un inverno così.

Per questo, qualche giorno fa, anonimamente e senza preavviso, ho preso Triple Es, ho scaldato appena il motore e sono andato a cercare la sua erede.

Ho bisogno di una moto che sia pronta a scappare da questo fottuto inverno. Ho bisogno di una moto che mi porti nelle viscere delle situazioni in cui adoro trovarmi. Ho bisogno di una moto che scivoli sulle serate, che mi porti a casa quando non ce la faccio, che mi porti via quando non ce la faccio. 

Ho bisogno di un rumore folle, indecifrabile, fastidioso. 

Ho bisogno di potenza, quanto basta per sentire quel piacevole brivido dell’incosciente stupidità. 

Ho bisogno di cavalli, tanti, ho bisogno di due cilindri, perchè con tre non mi trovo. 

Ho bisogno di una sella che porti me, e di un posto per un passeggero. 

Forse. 

Ho bisogno di nero, di sporco, di olio, e di odore di benzina. 

Lui mi aspetta appoggiato al muro. Dimenticato da un distratto proprietario troppo attento alle mode. 

Occasione ideale, dice il venditore. 

Io sono un venditore. 

E non mi fido di nessun venditore. Nemmeno di me stesso.

Però l’occasione è ghiotta.

E’ un lui. E’ una moto maschio. 

Grasso. Eccessivamente. 

Appariscente, arrogante, altezzoso. 

Dallo scarico esce un sordo rumore, come una nota stonata che rimbomba tra i palazzi. 

Ha sufficiente spinta per assomigliare a uno di quei mostri di plastica e ingegneria giapponesi che piacciono tanto agli uomini senza gusto. 

Ha sufficiente frenata per farmi evitare la morte. Apparentemente. 

E’ sufficientemente scomodo per scoraggiare un passeggero ad affezionarsi, ma ha una sella che invita a credere in una moto per famiglie. 

Il motore scalda, vibra, butta olio, come è giusto che sia per un perfetto oggetto imperfetto. 

E’ fuori moda, forse pure fuori tempo massimo, è nero. Tutto nero.

E’ perfetto.

Si chiama Hernest. 

E’ il successore di Triple Es. 

Cronologicamente è la mia quinta moto. 

Sarebbe stupido e illusorio dire l’ultima. 

La prendo. 

Un piccolo, commuovente rimorso nel lasciare Triple Es. 

Un peccato, vendere una moto. 

Un vero peccato. 

 

Benvenuto Hernest. 

Portiamoci, a passo spedito, verso una bottiglia di vino e una primavera. 

Facciamolo, prima che sia troppo tardi.

 

Life is short Fritz

 

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