Tempi e modi del verbo avere (Possession)

11 Mar

Mi sono fatto quattro ore e mezza di macchina, passando da un’alba distratta di città alla luce soffice del mattino dell’autostrada, attraversando tre regioni, passando dalla valle al lago, dal lago alle montagne, da un confine che sembrava abbandonato, fino a paesi dimenticati, arrampicati su montagne che sembrano pietosamente tenerli in bilico tra il passato e il presente. 

Del futuro non c’è traccia, in queste valli. 

Apparentemente. 

A un occhio distratto, difatti, potrebbero passare inosservati e in secondo piano i piccoli particolari che nascondono una grande ricchezza, e quindi un decisamente roseo futuro. 

Chiese ordinate, caffè perfettamente tenuti, piazze con più cestini che cittadini, infissi perfettamente verniciati, la quasi totale assenza delle grandi superfici commerciali, i cancelli che malcelano lucidi SUV e giardini perfetti. 

Indiscutibili segnali di un solido benessere. 

Sto, inevitabilmente, invecchiando. Perdo lo smalto e in questo genere di giornate si sente. 

Mi fermo a fumare su una piazzola che da sulla vallata. E’ tutto così ordinato. Anche la mia stanchezza. Tutto perfetto. 

Alzo il volume dell’autoradio. 

ascolto questo pezzo. Da quasi due settimane. 

Sarebbe stato perfetto l’anno scorso, per il 10 marzo dell’anno scorso. 

E’ perfetto anche quest’anno. 

Aggiusto la cravatta, mi guardo nello specchietto, risalgo in macchina. 

Ho dato alla valle qualcosa di cui parlare. 

Il capannone è quasi nascosto da due vigneti che vanno a infilarsi nelle montagne, a perdita d’occhio. Il riflesso del sole batte sul citofono smaltato. 

Adoro sentire la mia voce dire il mio nome e vedere le porte aprirsi. E’ una sensazione, per un lurido venditore, capirete, bellissima. 

Faccio anticamera, giusto il tempo che la graziosa receptionist sparisca dietro a una porta di legno massello per poi ricomparire con un sorriso accogliente. 

Mi fa accomodare in una sala riunioni, tutta di legno massello. Anche le pareti. Lievemente angosciante. L’ordine con cui sono stati posati i cavi fa pensare a un metodico e ossessivo criterio, o a una pattuglia di ingegneri a cui è stata data carta bianca per esprimere tutte le oscure perversioni. I telecomandi, proiettore e schermi piatti, sono messi in ordine sul tavolo. Dal più piccolo al più grande. 

I riconoscimenti, cristallo finto, porcellana, forse oro, sono messi in fila, in discreto ordine cronologico, sul mobile davanti alla finestra. 

Che da sul vigneto. 

Quattro penne blu, quattro matite, quattro bloc notes sono ordinati in fondo al tavolo. 

Quattro bicchieri di carta e quattro bottiglie di plastica. 

Qui qualcuno è seriamente ossessivo. 

Chi si copre di un ordine così drastico esternamente può avere solo un’anima in perenne disordine. 

In effetti posti come questi, a gente come me, fanno venire solo voglia di una determinata e definitiva distruzione. 

Ovvero, io, qui dentro ci farei un elenco di cose che, sicuramente, farebbero impallidire buona parte degli abitanti di queste valli. 

L’ordine mi fa salire il bisogno di disordine. 

Non credo che la mia gomma alla liquiriza sia apprezzata da gente del genere. 

Cerco un cestino. Ne trovo due.

Agli angoli opposti della stanza.

Ovviamente. 

Preparo quattro biglietti da visita. 

Devo riuscire a trovare gli accordi di questa dannata canzone. 

Ha un testo perfetto, per essere cantata davanti al mio mare. 

Entrano bussando prima alla porta.

Un gesto d’altri tempi. 

In effetti sono in quattro. 

Quattro banalissime cravatte. Quattro camicie bianche. Quattro completi grigi. 

Cellulari sul tavolo. Mettere la vibrazione. 

Calorose strette di mano. 

Scambio di bigliettini, come le sorprese di Natale. 

Ma dai, incredibile. Ci sei anche tu. 

I titoli corrispondono alle Audi parcheggiate fuori. 

E ai redditi che alimentano l’ordine di queste villette disperse, dimenticate dal Fisco e dal mondo. 

L’ossessivo dell’ordine è il principale. 

L’imprenditore. 

Appena seduto mette la penna e la matita ai bordi del bloc notes. 

Il mio biglietto davanti. 

E mi guarda. 

Unghie tagliate perfettamente, orologio di dubbio gusto ma di grande impatto, occhiali a montatura sottile, un filo di gel a tenere i capelli indietro, di un bianco naturale che si confonde con il cielo alle spalle. 

Sto invecchiando, me ne rendo conto. 

Sto perdendo il mordente. Ero una iena. Un fottuto figlio di puttana. 

Bisogna stare attenti, nel mio lavoro. Il passaggio da fottuto figlio di puttana a semplicemente fottuto è un rapido scambio di sorrisi, un meeting andato male, un mancato sorriso. 

Dettagli. 

Mi pagano perchè, nelle pieghe di queste piccole ossessioni, io so trovare le debolezze di questi capitani d’impresa. 

Entro come la pioggia nel legno. Gocce d’acqua in impercettibili fessure. 

E il legno è mio. 

Decido di optare per uno dei miei pezzi forti. Parto da lontano. Mi accompagnano, fedeli, le parole che conosco a memoria. 

Ascolto la mia musica, e osservo i miei ballerini, che iniziano a seguirmi. 

Sarà più dura del previsto. 

Gente diffidente, la gente di montagna. 

Io sono il male. Io sono la città. 

Io sono le ridicole università che nella nostra città vomitano esaltati del bermuda e della cabrio che in queste valli sono ricordati come una brutta malattia.

 

Tutto ruota sul verbo avere.

Perchè io ho qualcosa che loro vorrebbero avere. E loro hanno qualcosa che io voglio. 

Perchè i cittadini quando hanno lo devono far sapere a tutti. 

Invece queste verdi siepi nascondono l’avere di questa gente. 

Quello che ho non mi serve a quasi niente. Se non a fare il mio mestiere. 

Io vorrei avere pochissime cose. 

Le ho tutte. 

Quello che voglio oggi mi serve. 

Mi torna in mente questa canzone. 

Maledetti quelli che non capiscono le parole. 

Non sanno cosa si perdono.

Come quelli che non capiscono i dettagli.

Non sanno cosa si perdono. 

Osservo, mentre inizio a dire cosa voglio, un impercettibile disagio negli occhi di quest’uomo che, in fondo, è l’unico a poter decidere di darmelo. 

Allora mi fermo.

Un passo indietro.

La musica è la mia. 

Il ritmo lo decide sempre la tua ballerina. 

Riprovo, qualche minuto dopo. 

Fa meno male. 

Lo sapevamo tutti e due. 

Diciamocelo.

Io ho quello che ti serve. 

Tu hai quello che io, inevitabilmente, mi prenderò.

Mi serve per sopravvivere. 

Serve ai miei capi, da qualche parte a sei fusi orari di distanza, per rilassarsi mentre giocano a golf e le loro puttane cuociono in una piscina. Le mogli, a casa, aspettano il rientro da un’altra massacrante trasferta di lavoro. Hanno amanti che non hanno anime. Ma non mi riguarda. 

Mi serve sapere a cosa serve. 

Il cedimento, parziale, minimo, discreto, inizia quando una segretaria entra con dei caffè.

Quattro tazzine. Quattro bustine. Quattro cucchiaini. 

Devo trovare gli accordi di questa dannata canzone. 

Mi da l’idea di un pezzo bello per un tramonto sul mare.

Mi lascia delle parole decisamente belle. 

Serviranno altri incontri. 
Quello che chiedo è troppo. Per il momento. 

Quello che mi offrono è nulla, per il momento. 

Nessuno saprebbe dire chi è il cacciatore e chi la preda. 

A me serve, non saperlo.

Che non si sappia. 

Perchè il serpente mangia il coniglio.

Ma l’aquila mangia il serpente. 

La lince divora l’aquila. 

Dobbiamo, in ogni caso, fare presto. 

Prima che gli avvoltoi partano dalle grandi città. Con le loro macchine tedesche, l’orologio svizzero, l’abbronzatura alpina, la coca colombiana, il profumo americano, l’arroganza tutta italiana delle loro partite iva e delle loro professionali e orrende Piquadro di pelle colorata. 

Ecco, io, quando arrivano loro, non voglio esserci. 

Non ci sono mai. 

Mangio prima. 

Lascio anche per loro. 

Perchè non sono ingordo. 

Prendo quello che voglio avere. 

Lascio quello che non mi serve avere. 

Saluto cordialmente, mentre vengo accompagnato alla porta. 

Guido per qualche minuto senza sapere dove andare. 

Arrivo su una collina che prende il sole perfettamente sulla pancia. 

Come le vecchie signore al mare. 

Mi fermo. 

Rimetto questa canzone. 

I’d leave it all. 

Lascerei tutto.

Per te,

lascerei tutto. 

Riprendo la strada, aspetto che il navigatore mi ordini dove andare, aspetto che il telefono inizi a suonare. 

Il lunedì, a molti, serve per riprendersi dalle domeniche. Ad altri a lamentarsi. Ad altri, per sperare in un altro venerdì. 

Tornerò in queste cazzo di vallate. 

Mi piace la mia nuova moto, Ernesto, perchè ha un motore arrogante. 

Che da fastidio.

Un look davvero indisponente. 

Che piace.

Mi piace la mia nuova moto, Ernesto. 

Ma questo è un altro discorso. 

 

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