Tendenzialmente, sono.

Una delle leggende che circolano su mio nonno racconta di un misterioso carico di ebrei, nascosti in delle botti di vino e trasportati al sicuro nel mezzo degli Appennini. Mio nonno faceva il camionista. Prima il cocchiere, poi il camionista.

Insomma, trasportava cose, raramente persone.

Non è mai stato partigiano, anche se veniva dalle valli da cui venivano tutti i partigiani.  Quando passavano i bombardieri, che si ostinavano a tappezzare la zona di bombe credendo che i depositi della ferrovia fossero pieni di munizioni, mio nonno si nascondeva dentro la grossa cassapanca di legno nella corte, fumando un sigaro e aspettando.

I bombardamenti cittadini erano poco chirugici, quelli in aperta campagna erano davvero approssimativi. C’era una forte possibilità di non uscirne. E mio nonno la aspettava chiuso nella sua cassapanca. Aveva traslocato mio padre e sua sorella in mezzo ai  monti, protetti dal verde e dai partigiani, quelli veri, quelli rossi, quelli dei film.

Quelle valli, che da una parte davano al mare e dall’altra davano su infinite colline, erano la pancia della Resistenza.

Ed erano terra loro. Mia nonna e sua sorella, Antonia, cucinavano tutto il giorno, per i partigiani. Era la loro Resistenza. Uova sode, formaggio, bistecche seccate da portare nelle bisacce. I partigiani scendevano di notte, come la nebbia, prendevano da mangiare e tornavano alle loro postazioni.

Mio nonno, aspettava che tutto finisse alle porte della città, facendo l’unica cosa che sapeva fare, guidando un grosso camion Fiat a tre marce e osservando i tedeschi, che in fuga verso la Svizzera, facevano razzia di donne, quadri e soldi.

La sua Resistenza assomigliava a quella delle canne sul fiume. Era una mollezza apparente. Niente può sradicare una canna nel fiume. E le canne di fiume possono nascondere molte cose.

Così faceva mio nonno.

Non era un bel periodo per andarsene in giro, se eri ebreo, repubblicano, comunista o solamente fastidioso. Non era decisamente un bel periodo.

E mio nonno se li caricava e li portava in Svizzera, o a Genova.

Insieme al vino.

Nessuno ci scriverà un libro, nessuno gli ha dato una medaglia.

D’altronde non ha mai sparato. E una volta, messo al muro da una pattuglia tedesca, si era anche pisciato addosso.

Lo raccontava sempre, del caldo sulla gamba e della paura di morire.

Una ricerca di una presigiosa università ha rilevato che la ricchezza principale della nostra generazione proviene dagli sforzi dei nostri nonni. Non era difficile da capire.

Quello che tuo nonno ha seminato, tu raccogli. Se sei furbo, continui a seminare, se no ti limiti a raccogliere.

Mio nonno non ci ha lasciato molto. Una casa sul mare, inghiottita dal porto, che abbiamo venduto quando le cose si sono messe male, un sacco di volte fa, una serie di racconti sui camion, una lunga serie di storie sulle statali, che non c’erano le autostrade, e una leggendaria passione per i motori. Quelli sconci, che danno i calci all’anima e allo sterzo. Quelli dispettosi. I motori veri.

Dovessi vivere di quello che mi ha lasciato mio nonno, sarei senza una lira. La ricerca lo diceva, che è solo un quaranta percento delle persone che hanno un reddito molto abbondante lo devono ai nonni. Gli altri, la ricerca non lo menziona letteralmente, si sono arrangiati, attaccati al cazzo, inventati una vita.

 

Ho preso Ernesto e lo ho portato lungo le statali che portano sulle colline, poi sulle montagne, poi dritto al mare.

Volevo esagerare perchè in fondo io a Ernesto non ho ancora preso le misure.  Ed è pericoloso sedersi su due tonnellate e mezzo di ferro, accellerare e spingere fino in fondo, se non si hanno le misure.

Abbiamo lasciato Milano mentre tutta la gente voleva entrarci, passando per quella periferia fatta di dormitori e tristi centri commerciali che mi angoscia da morire.

Abbiamo iniziato insieme le colline e siamo arrivati fino alle montagne.

Ernesto non è una moto facile. Ha un motore sproporzionato, freni inadeguati, una ciclistica sorpassata, un rapporto di compressione pressochè inesistente, un angolo di sterzo nullo, un angolo di piega impossibile, e delle vibrazioni che sembrano diventare martelli pneumatici piantati nelle braccia e nella schiena non appena si superano i quindici orari.

Quindi Ernesto è perfetto.

E’ una moto perfetta.

Le statali che abbiamo fatto sono quelle di mio nonno. Disegnate quando ancora si potevano pensare curve così strette, sembrano le linee d’ombra di una mano maliziosa che si infila nelle gambe di una splendida donna. E seguirle è davvero uno spasso.

L’umido del mattino, le piccole frane, le foglie bagnate, gli agricoltori con il loro trattore, rendono perfetto questo viaggio che stanca, massacra le ossa e libera la testa.

Ernesto si è comportato egregiamente. Ha fatto quello per cui è stato comprato. Mi ha seguito nelle curve, mi ha anticipato nelle frenate, e si è fatto guidare più o meno docilmente per tutti i 400 kilometri, per tutte le 263 curve, lasciando sull’asfalto un po’ di graffi perchè ha una carrozzeria molto goffa.

Avevo finito l’Aurelia.

Abbiamo finito la SS 412, poi tutta la SS 461, poi ancora tutta la SS 45.

Ingordi.

O forse solo io. Ingordo.

Ernesto mi segue, anche se si capisce lontano un miglio che non ne ha voglia.

Non vuole muoversi troppo.

E’ una moto da bar.

Ha sbagliato proprietario.

Ha sbagliato anima.

Non sono certo io che ho sbagliato moto.

 

 

 

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