Biologia (trittico di Pasqua)

Albe e tramonti 

Sono uscito di casa che le puttane sul viale stavano decidendosi a rientrare, faceva ancora freddo e il buio avvolgeva tutto. Ho guidato per un sacco di kilometri, che la strada è tutta dritta e puoi fare i tuoi pensieri comodamente, senza dar troppo retta al traffico. Curioso tra le frequenze FM. Trovo radio che, a ore impensabili della notte, mandano canzoni impensabili anche per il giorno. E trovo uno di quei pezzi che non sentivo da almeno una decina d’anni. Uno di quei gruppi che Freddie aveva trovato indispensabile conoscere. Con il suo entusiasmo per qualsiasi disco, me lo aveva passato su cassetta e io mi ero fidato. Mi fido sempre di lui. Anche se il suo entusiasmo per qualsiasi porcata che passi sotto il nome di Indie o Punk lo ha portato a possedere dischi che esseri umani normali definirebbero “delle cazzate tremende”. Questo non era male. E ho consumato la cassetta, una TDK 90, andando avanti e indietro sui pezzi. E’ un po’ che non scrivo. Lei si accorgeva di questi periodi. Non stavamo esattamente insieme. Portavamo i cani a pisciare nello stesso giardino, contro le mura del castello. E poi, se capitava, ci baciavamo. Tanto. Aveva labbra morbidissime. E orecchini ridicoli. Sorrideva e si faceva leggere quello che scrivevo. Quando non scrivevo se ne accorgeva. Non avevo niente da leggere, e stavo zitto, guardando i cani. Non era nemmeno mio, il cane. Facevo il dog sitter. Mi piaceva essere pagato per stare con i cani. E rimediare un giro su quelle labbra morbide. Organizzavo l’esame di Diritto Pubblico e la partenza per la Grecia. Faceva caldo. E non avevo voglia di studiare. Non che con il freddo fosse meglio. Anzi. Ma con il caldo di Milano, e con la scusa dei cani, stavo sempre nei piccoli giardini contro le mura del castello. Pensavo si potesse fare, come lavoro per la vita, quello di stare seduti su dei muri a leggere mentre i cani pisciano, ringhiano, si annusano, insomma vivono. 

Poi lei è partita per le vacanze, e a portare il cane ci veniva il padre. Calvo, alto e molto serio. Aveva le stesse labbra, si notavano, gonfie e rosse. Non sorrideva mai. Avrei voluto chiedergli quando sarebbe tornata. Non mi aveva detto niente. Invece stavo li, seduto a leggere un libro lunghissimo, bellissimo, un pezzo importante, incredibilmente importante, della mia vita. 

Senza saperlo. Come tutti i pezzi importanti della vita. Arrivano così. Uno ci si prepara per un sacco di tempo. Alle svolte. Invece le svolte, lo dice la parola, non te le devi aspettare. Arrivano da sole. Basta andare avanti. Con il tuo passo. 

Fermo la macchina. Sono arrivato presto. Non mi ricordavo di queste labbra. Erano labbra di molte vite fa. E nemmeno dei cani. Ho cambiato pelle molte volte, per arrivare dove sono. Per arrivare dove sono, ho guidato tanto, troppo. C’erano ancora le puttane in strada quando sono partito. E adesso, al mio arrivo, ci sono i bambini che entrano a scuola. E le montagne tutto intorno. 

 

Solo Spine

Ho tempo prima della riunione, e faccio due passi, per sentire il rumore della schiena. Cammino verso le montagne, seguendo l’unica strada che porta al paese. Sento l’aria frizzante, il sole caldo, il ragionevole mal di testa. Ho tempo. Entro in un market. Ci sono le piante grasse, le composizioni in piccoli vasetti, in offerta. Mi piacciono le piante grasse. Sono esseri molto pazienti. Difficilmente regalano fiori, ma possono sopravvivere, pazientemente, a molte rivoluzioni, a molte siccità, a molti cambiamenti. 

Compro un piccolo vaso quadrato. C’è scritto qualcosa in francese. Che non c’entra nulla con le piante. E nemmeno con il posto. Ma lo prendo uguale. Staranno bene sul balcone. Sapranno farsi valere, insieme alle altre. Il capostipite, Aureliano, è sopravvisuto a otto lunghi anni di matrimonio, restando sempre fedele alla sua filosofia e aspettando pazientemente l’acqua. 

Torneranno a casa con me, viaggiando moltissimo per arrivare a un’ora in cui le puttane sul viale iniziano a mettersi in riga, vicine alle stazioni di benzina, quasi sotto i lampioni. 

Mi sono perso un giorno, quasi tutto passato guidando e sognando ad occhi aperti. Mentre scorre l’autostrada, mentre rimbalza la vita tra una radio e l’altra. 

 

Goccie (finale di partita) 

Lei arriva puntuale scendendo da una piccola utilitaria grigia. Ha le gambe lunghe, le scarpe basse, i ricci neri e gli occhi vispi. 

Sembra molto giovane. Non mi riguarda, penso. 

Ci presentiamo, stringendoci la mano. Le faccio vedere la stanza. 

E’ il compleanno del Piccolo, è sabato, piove, aprile. 

Milano infame, quasi fredda, ha fatto sole fino a ieri. Le cose vanno sempre così, se le vuoi vedere così. 

Entra nella stanza mentre rimango sulla porta a fumare. 

Inizia a spogliarsi. Ha i seni davvero acerbi. Sembra troppo piccola. Ma ormai ho pagato. La lascio spogliare. 

Indossa un paio di pantaloni molto larghi, un sottile velo sulle spalle e un cappello largo. 

Il costume di scena.

Mi parla senza guardarmi mentre mette i soldi nella borsetta.

Forse da un padre ci si sarebbe aspettati di meglio. 

Ogni tanto lo penso. 

Ma poi penso che le vere partite, da padre, me le giocherò tra qualche anno. 

Aspettando pazientemente il ritorno del Piccolo dai suoi turbolenti fallimenti, senza giudicarlo, senza compatirlo, con una grossa bottiglia di birra gelata. Quelle saranno le mie partite. 

Dalla borsa tira fuori una busta, mi guarda e mi sorride. 

Il cappello, ogni volta che sorride, si piega di lato. Come un burattino. 

Adoro le donne quando sanno sorridere in situazioni in cui per un uomo sarebbe addirittura impossibile respirare. 

Eppure, per soldi, lo fanno. Per amore, lo fanno. Difficilmente per altro. 

Le donne. 

Ho pagato.

Pretendo la mia prestazione. 

Come un vecchio bavoso, la guardo e aspetto. 

Nonostante i seni acerbi e l’apparenza, la ragazza si sa muovere, e sa fare il suo lavoro. 

Per soldi. 

I bambini sembrano rapiti, la seguono, ridono, corrono. 

Sono feste, all’età del Piccolo, fatte per l’autocompiacimento dei genitori. 

Ai bambini, a quest’età, viene difficile anche ricordare il senso di una settimana. Figurarsi di un’anno intero. 

Eppure, la seguono, giocano e ridono. 

 

Quarantacinque 

Finito di pulire, dai resti di patatine, dai resti di festa, dai resti di vita, faccio due passi verso casa. Ha smesso di piovere, c’è traffico sulla grande rotonda. Mi fermo in un bar, per prendere cinque minuti a questa giornata e regalarmi una birra. Ghiacciata. 

C’è coda, è l’unico bar aperto. Cinesi al bancone, slavi alle slot machines, africani ai tavolini. 

Potrebbe andarmi peggio, penso. 
Potrei incontrare gente che conosco. 

Prendo la birra e mi trovo uno spazio. Seduto verso la grande rotonda inizio a scrivere.

Sto scrivendo questa poesia sui ricordi che ti inseguono. E sono già dieci notti che la scrivo. E sono già dieci notti che dormo male. 

Non dormo proprio, a dire il vero.

Sento che, con gli occhi chiusi, mi cade tutto addosso.

E mi tocca di aprirli di corsa.

E respirare. 

Poi riesco a cambiare pensiero per un po’.

E mi torna il sonno.

Poi ritorna il ricordo.

Dettagli incredibili, che sembra di sentirne il respiro sulla mia faccia, l’odore sulla mia pelle, il rumore nel fondo del mio cuore. 

Allora mi tocca alzarmi, prendere la bottiglia di rhum di Haiti e bere un piccolo sorso. 

E scrivere un piccolo verso.

E un piccolo sorso.
E un piccolo verso.

E lasciare che il vomito e la stanchezza mi facciano addormentare. 

Funzionano così, certi ricordi. 

Funzionano così, certe persone. 

 

Lavoro talmente tanto e dormo talmente poco che ogni tanto, la sera, verso il tramonto, ho voglia di sdraiarmi sotto la scrivania, e chiudere tutto per un po’.

Senza che nessuno mi trovi. 

Anche se la mia scrivania tutti sanno dov’è.

Anche se la mia vita tutti sanno dov’è. 

 

Post Scriptum: 

Quando ho letto la notizia della morte di Gabriel Garcia Marquez ho sentito un piccolo vuoto. E non sapevo cosa pensare. Perchè mica mi è morto un parente, pensavo. Mica mi è morto un amico, pensavo. Eppure faceva male. Proprio male. 

E anche se non era ora, sono andato a sedermi a un tavolo che dava sulla strada, davanti al traffico, e ho ordinato un rhum. 

Non che non me lo aspettassi. Era da tanto tempo che si stava spegnendo. Era da tanto tempo che rimbalzava questa voce, che non avrebbe più scritto una parola. Succede con tutti. 

Ma lui era, è stato, sarà ancora per un po’, il migliore. 

Il migliore.

Senza nessun dubbio. 

Ho scoperto i suoi libri proprio nel periodo degli esami. E passavo i pomeriggi a leggere, divorando le pagine. Che ci sono pagine, dentro quelle storie, che mi hanno cambiato la vita. Ci sono pagine brutte, e pagine immense. Ma sono molte di più le pagine immense. 

Con Garcia Marquez ho scoperto le storie belle, che finiscono come devono finire, non bene. Come devono finire. Ho scoperto la poesia di un mondo, la Colombia, gli odori, le distanze, l’amore, l’infinito in un momento. 

Ho divorato tutto quello che ha scritto. Tutto quello che su di lui hanno scritto. E tutto quello che c’era da sapere sul Sud America. E sulle sue storie. Ho sognato, pianto e riso. E non ho mai regalato a nessuno nessun libro di Garcia Marquez. Una cosa troppo personale. 

Ho amato e amo moltissimi scrittori. Credo che sia un dono, quello di saper scrivere, di raccontare storie, che sia superiore a qualsiasi altro dono. Perchè la parola, scritta, ha il potere di lasciare tantissimo all’immaginazione, e di accompagnare un sogno. 

Ho amato Neruda, ho amato Kundera, ho amato Pennac. E poi, di colpo e per caso, come solo l’amore sa fare, ho scoperto Garcia Marquez. Senza che nessuno me lo avesse mai raccontato o suggerito.

E mi sono, perdutamente, innamorato. 

Ho deciso che mio figlio avrebbe dovuto portare un solo nome. Aureliano Buendia. 

Poi la vita va diversamente. 

Ecco, non mi aspettavo facesse così male.

Ma credo sia così, quando se ne va il migliore. 

Due, rapidissime, osservazioni: 

– di tutta la controcultura che ha fatto di Macondo e di Cent’anni di Solitudine una bandiera di sinistra non me ne è mai fottuto un cazzo. Ci saranno almeno quattorcento centri sociali che si chiamano Macondo. E almeno sedici canzoni che si chiamano cent’anni di solitudine. Una delle più orrende è quella dei Modena City Ramblers. 

– Ogni volta che il discorso cade su Cent’anni di Solitudine, l’ottantacinque percento della pololazione se ne esce con un flebile: ah si ho provato a iniziarlo ma è un mattone. Che detto a me suona come un brutto coito interrotto di un uomo o una donna che non ha il patrimonio genetico giusto per riprodursi. Se il mondo fosse giusto, uno farebbe figli solo dopo aver letto, ed amato, Cent’anni di Solitudine. 

Ma il mondo è un posto di merda (Cit.) 

 

Tre chicche per menarvela al Bar con gli amici (su Garcia Marquez):

Un regalo per darvi un tono al bar con gli amici o rimediare un gustoso pompino da una assetata sinistroide che ha sempre amato la contro letteratura e gli anfibi in gioventù. 

Un regalo che non meritate, ma sono generoso. 

In primis, tutti i vostri amici citeranno:

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla

E’ la cosa più scontata, è una citazione vecchia e brutta. Se tolta dal suo contesto. 

Ditelo ai vostri amici. E a quelli che la pubblicano su Facebook, togliete l’amicizia.

 

E stupiteli/stupitele con: 

 

1) Citazione amorosa/orgasimica (davanti alla quale le post sinistroidi trentenni si sciolgono): definizione del pianto d’amore. 

Lei lo lasciò finire, grattandogli la testa con i polpastrelli delle dita, e senza che lui le avesse rivelato che stava piangendo d’amore, lei riconobbe immediatamente il pianto più antico della storia dell’uomo.

2) citazione per gli amici al bar (che almeno ti offrono una birra) 

Niente assomiglia tanto all’inferno quanto un matrimonio felice

3) Fatevi una cultura, prima che lei si faccia voi: 

Non può piovere per sempre non è una frase del Corvo, o meglio lo è. Ma con una trentina di anni d’anticipo, Aureliano Secondo se ne è uscito con: 

 

Non può piovere per tutta la vita. 

Anche se la mia preferita è

Si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna, il cuore ha più stanze di un bordello (G.G. Marquez) 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...