Mio fratello è figlio unico

10 Apr

C’è una discreta lista di cose che mi piacciono della mia nuova residenza parigina. La piccola pensione è gestita da una coppia di africani, con un bimbo molto piccolo, molto nero, molto tenero. Sembra uscito da una pubblicità. E sorride sempre. Agli altri. A me mai. Credo di fargli paura. 

E’ un piccolo palazzo di quattro piani, che sopravvive sprofondato in una zona di grattacieli solo grazie al fatto che nessuno costruirebbe un palazzo così tanto vicino alla ferrovia. 

Ci sono ventisei mini appartamenti. Una decina sono affittati. Tutti a gente come me. 

Che ti dicono che ti danno una casa, e poi finisci in questi posti qui. 

Abbiamo un grosso salone al piano terra, con un pianoforte e dei divani. Abbiamo una grande cucina dove si può fare colazione tutti insieme. La signora mette sempre dei fiori freschi sul tavolo di marmo alla mattina. Come se fosse una casa. 

Non ho ancora avuto modo di socializzare con i miei vicini. 

Non è, a dire la verità, mai successo. Non a Madrid, non a Varsavia, non succederà adesso.

Questi posti non sono fatti per gente che ama la gente. 

Seguimi bene. 

Se fosse gente che ama la gente, ovviamente non farebbe un lavoro dove deve stare lontano dalla sua gente per incontrare altra gente. Chiaro? 

Ho lasciato, un mese fa, un paio di libri sul comodino. Giusto per sentirmi a casa. 

La settimana scorsa ho lasciato un paio di mutande, involontariamente. Le ho ritrovate, lavate e stirate nel cassetto. 

Adoro le donne che stirano le mutande. 

Non ne frequenterei mai una, ma le adoro. Sapere che esistono donne che stirano le mutande mi fa stare meglio. 

Aprivo il cassetto per cercare la mia bottiglia mignon di rhum. 

Perchè i padroni di casa, ci tengono a dirlo appena entri, non vogliono che si beva e che si porti gente in appartamento. 

In merito alla gente, credo si riferiscano alle due puttane che battono al semaforo dopo il nostro.

In merito al bere, ovviamente, ho eseguito una manovra di alta esperienza per aggirare il divieto. 

Stiamo in una zona che di giorno conta circa un milione di persone. 

Uno più uno meno.

E di notte, ho verificato su wikipedia, meno di ventimila. 

Il pub irlandese davanti a casa chiude appena chiudono gli uffici. Il ristorante marocchino all’angolo davanti alla posta chiude a mezzanotte ma non serve alcool. 

Ho provato a cenare e riflettere con dell’ottimo the alla menta. 

Non funziona.

La vecchia trattoria sotto il portico non ha superalcolici. 

Così, nella lista della spesa che la mia operosa assistente ha fatto, ho aggiunto, dopo “dentifricio, carta igenica, shampoo alla camomilla” un anonimo ma molto chiaro: “bottiglia mignon rhum o venezuelano o haitiano”. 

Lei non ha fatto una piega. 

E io sono tornato nella mia piccola dimora con una bottiglia mignon di rhum, pronta per le emergenze. 

La bottiglia è stata trovata dalla ragazza delle pulizie. 

Che ha portato il corpo del reato al mio padrone di casa. 

Che si è incazzato con me. 

In francese. 

La prendono sul serio qui. In verità prendono sul serio qualsiasi cosa. 

Pensali a far l’amore, con tutta questa serietà.

 

Finisco sempre  dopo cena, a camminare lungo la ferrovia. 

Mi hanno detto che è molto pericoloso. Mi hanno detto che non si deve fare. Mi hanno anche raccontato qualche tragico episodio. 

Il miglior invito di sempre. 

Prendo la piccola piazzetta, lasciandomi alle spalle il supermercato e il panettiere, imbocco la strada buia che costeggia la ferrovia e cammino. 

C’è un carrozziere, molto grande. Poi un magazzino da cui entrano ed escono ragazzi di colore molto indaffarati. 

La percentuale di bianchi in questa zona è decisamente inferiore a quella di nordafricani. Io sono la minoranza. E sono pure immigrato, a voler ben guardare. Loro sono padroni della zona. 

Poi c’è un night club, con le vetrine scrostate e un buttafuori, di colore, sulla porta. 

Poi ci sono i giardini, dove di giorno giocano i bambini. 

E poi la ferrovia si perde verso un punto imprecisato. 

 

Seduto sul muretto della ferrovia, guardavo le luci gialle dei lampioni, I francesi hanno questa cazzo di cosa di mettere le luci gialle.

Le mettevano anche alle macchine. Uno vedeva le luci gialle e pensava: cristo guarda, una macchina francese. Beh, seduto a guardare le luci gialle dei lampioni ripensavo alla mia casa di Madrid, alla mia casa di Dana Point, alla mia casa di Varsavia. 

Che non sono mai state mie. Ho fatto in tempo a viverci e  a scriverci. Sono destinato ad avere solo una casa, come tutti. Ma a vivere in molte, diverse, lontane, case. 

Mi sono lasciato cullare dal ricordo di alcune serate, quelle serate in cui ho iniziato a conoscere le città dove mi avevano sbattuto. 

E mi è tornata in mente una sera precisa, Parigi con il caldo, io con una giacca inadeguata. 

E, pericolosamente, posso dire, il punto più vicino alla felicità.

 

Chiedimi a cosa assomiglia la felicità.

 

Anzi non farlo.

 

Non è il momento

 

Life is Short Fritz

Surf it fast 

 

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