Rivisitazioni a Levante

7 Apr

Mi siedo. 

Finalmente. 

Il sole inizia a nascondersi dietro a un palazzo di vetro, silenzio e grandi finestre. 

E’ una di quelle vie del centro di Milano che nessuno conosce. A parte chi ci abita. E chi ci lavora. Ma chi ci abita, con questo sole, è al mare da qualche parte in Liguria, o a finire affannosamente gli ultimi scampoli di affitto in montagna. E chi ci lavora non ci lavora certo a quest’ora di domenica. Lo so per certo. Vengo a limonarci, rimuginare, bere da solo, leggere o semplicemente a sedermi da un sacco di anni. 

Mi siedo.

Dicevo.

Da solo.

C’è anche un incredibile silenzio. 

Quando è nato il Piccolo sono venuto qui, alla notte, a bere una birra. E’ sfiancante assistere inconsapevolmente al cambiamento più grande della propria vita. E mi sono seduto. 

Quando ho deciso di farlo, correva l’anno duemila e tredici, sono venuto qui. E mi sono seduto. 

Insomma, vengo qui più di quanto si possa pensare. 

Ogni tanto passano i gatti, che si infilano nel cancello dell’ospedale o dietro al vecchio chiostro. 

Ogni tanto si ferma qualcuno. 

Dubitando si tratti di Milano. 

Ogni tanto vengo qui a sedermi. 

Quando la vita mi rincorre per troppo tempo. 

Respiro l’odore dei fiori. Dev’essere forte se pure io riesco a sentirlo. 

Mi tolgo le scarpe e le calze. Appoggio i piedi sulla panchina. 

Lo facevo dieci anni fa. Lo faccio anche adesso.

Accarezzo il legno della panchina. 

Hanno cancellato il preciso lavoro di intarsio che avevo fatto a suo tempo. 

Le nostre iniziali. Che tenerezza.

Cancellano i segni del mio passato, non possono cancellare i ricordi. 

Una sera ci sono venuto talmente ubriaco che mi sono addormentato, stravolto, respirando affannosamente. 

E mi sono svegliato al mattino, presto, insieme ai primi infermieri che uscivano dal cancello. 

Un pomeriggio ho letto, tutto d’un fiato, L’Inverno Del Generale, finendolo a sera. 

Una sera ci siamo messi qui sopra e, scientificamente, abbiamo fatto quello che tutti dovrebbero fare più spesso.

Abbiamo mischiato le tue tette con le mie mani, la tua pancia con la mia pancia. 

Insomma, abbiamo fatto bene uno all’altra.

E, per assurdo, qui ti ho tradita, prima con il pensiero, e poi con una di cui non ricordo il nome. E’ facile non ricordarlo. 

Non aveva niente di particolare, se non una incredibile fame di fallimento. 

Ed io ero il migliore fallimento possibile. 

Per dovere di cronaca qui ci sono tornato con altre donne. 

Ma stasera sono solo.

Finalmente.

Mi siedo.

Respiro.

Ci sono cose, di quest’anno, che mi stanno rincorrendo voracemente. 

E che non posso raccontare a nessuno. 
Se non a me stesso.

Che, per fortuna, ho il grande pregio di non ascoltarmi mai. 

Inizio, pazientemente, l’elenco delle buone ragioni per le quali il mio passato mi sta, gloriosamente, rincorrendo da un paio di mesi. 

Avrei bisogno di un bicchiere di qualcosa di forte.

E di una sigaretta. 

E di una distrazione.

Leggera, come la primavera. 

Mi viene, d’impulso, d’alzarmi e scappare.

Succede a tutti.

Resto seduto, il battito accelera. 

Ho vissuto molte vite. 

La mia è, al momento, la migliore.

Mi arriva, dritto nel naso, l’odore di pollo, di cena, di casa, di famiglia.

Mi arriva, dritto in testa, il rumore che facevamo, poco tempo fa, mentre mettevamo in disordine le nostre vite. 

Ho voglia di scrivere. 

Sono contento di partire.

In questi periodi faccio moltissima fatica a parlare.

Non si nota, parlo sempre. Per distrarre. 

Sono contento di andare a Parigi. 

Nessuno mi conosce, nessuno si domanda che cazzo ci faccia io seduto su quel tavolino, con un bicchiere di rhum e un budello di ricordi da smaltire. 

Sono contento.

In effetti.

 

 

 

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