Penombre

5 Mag

1. 

Un particolare, assurdamente piccolo, assolutamente importante, prendeva tutta l’attenzione. 

Come se quelle dita, così sottili, così perfette, potessero racchiudere tutta la forza del mondo, tutto il piacere morboso e nascosto, mentre stringevano fortemente le lenzuola bianche. La mano sinistra la teneva nascosta, sottomessa, appena sotto le scapole, era la mano destra a sostenere tutto il corpo, e quelle dita che, poco prima di venire, iniziavano a stringere le lenzuola. 

Un gesto, pensava fumando dietro alla persiana verde, femminile. L’orgasmo femminile è una questione di spalle, di pancia, di mani, di ventre, di respiro, di capelli, di sudore. Un’orologio perfetto, dai movimenti appena accennati di tutto il corpo. 

Lui aveva imparato a leggere il tempo su quell’orologio. Un tempo tutto loro, nascosto nella penombra della stanza. 

Lasciavano aperta la piccola persiana verde, e rimanevano sul letto a fumare, osservando la polvere galleggiare nella luce riflessa, e ascoltando il traffico del centro. 

Sembravano pomeriggi infiniti. Parlavano poco, c’era poco di cui parlare. Lasciavano i vestiti appoggiati alla sedia di pelle, senza nemmeno guardarsi, e si buttavano sul vecchio letto con le sponde rovinate dalla ruggine e dalla vita di una coppia che qui avrebbe potuto anche morire, dopo aver vissuto così tanto nella stretta della sua mano destra. 

Lui sentiva mancare il fiato, ascoltava il suo sudore cadere lentamente sulla pancia, e osservava lei, che con gli occhi chiusi riviveva tutta la sua vita. 

Quando lei veniva, sembrava non ci fosse nient’altro da aggiungere alla vita. 

Quando lei veniva, lui sentiva tutta la forza e tutta la debolezza cadergli addosso. 

Questione di secondi. 

Poi si alzava a fumare, lasciandola nel letto. 

Si appoggiava alla finestra, per sentire l’aria fresca, per osservare dalla penombra, la luce del pomeriggio della città. 

Restare appesi in questa penombra, sospeso in questo cono di luce, polvere, aria, sole, ombra, come se tutta la vita fosse qui. 

Pensava cose così. Che poi dimenticava. 

Gli restavano impresse solo le mani di lei, solo il suo respiro, solo i suoi occhi chiusi, solo la schiena inarcata e solo quel modo di esplodere che lo riportava nel baratro delle anime perse. 

Appoggiato alla persiana, aspettava. 

Chi non ha paura di niente, aspetta nella penombra. 

Perchè non ha nessun motivo per scappare nella luce. 

 

2.

Aveva lavorato tutto il pomeriggio, fumando troppo, bevendo troppo caffè, pensando pochissimo, e aspettando pazientemente il suo mal di testa. L’aria calda della stanza non lasciava sperare, eppure il temporale stava arrivando, o almeno così avevano detto. 

Aveva provato a smettere di fumare molte volte. Avrebbe continuato a farlo. Ma serviva una scusa per spezzare tutta quella noia. 

Si era alzato per cercare un filo d’aria, accorgendosi della poca luce che passava dalla finestra. Iniziava il tramonto del sole. Quello del centro. Il sole del centro tramonta prima. Dietro i grandi palazzi. Si nasconde e ti chiede di andare a rincorrerlo fuori. Lontano da questi palazzi. 

Si era appoggiato su un cono d’ombra, lasciato dalle tende e dalle finestre aperte. Fumando l’ennesima sigaretta. Avrebbe voluto cambiare molte cose. Molte cose non sarebbero cambiate.

Sicuramente non restandosene li, appoggiati a un’ombra, nascondendosi dalla luce, credendo in un tramonto finto. 

Rimettersi in gioco, restandosene li, fermi, era pressochè impossibile. 

Figurarsi ricominciare. 

Un’altra, ennesima, ripartenza. 

Un’altra, ennesima, ripartenza.

Un’altra, ennesima, ripartenza. 

Fermo, fumando, nell’ombra. 

Provava, a mente, a disegnare le parole che sarebbero servite, per farlo. Provava, sfiorando il gesso della parete, a sentire l’effetto delle parole.

Ma non sentiva niente, se non il fresco della penombra. 

 

3. 

Grossomodo quattro. Quattro grossi cadaveri di piccione, difficilmente scambiabili per altro, erano appoggiati con poca grazia sul davanzale della finestra. 

Il dottore gli aveva chiesto di pensarci sempre due volte. Di provare a rendere oggettive le situazioni. Roba da strizzacervelli. 

Difatti, in questi quattro cadaveri di piccione c’era ben poco da oggettivare. 

Non c’è nulla di normale in quattro carcasse grigie, appoggiate a un sottile strato di cotto, marrone. 

Se non l’orrendo odore. 

Eppure, si era impegnato. Grossomodo quattro cadaveri di piccione, mentre aprivo la porta finestra, per far entrare luce e aria. 

Ecco, oggettivamente, si trattava di questo.

Aveva sentito il prurito, l’impellente, indispensabile, irragionevole, voglia di grattarsi le braccia, i polsi, le mani. 

Era l’inizio della fine.

Di un libro già scritto, che conosceva a memoria. 

Era facile, da dottore, dire di oggettivizzare. Rendere oggettivo. Ma Cristo, prudeva. Prudeva. Prudeva. 

Senza nemmeno accorgersene aveva iniziato a grattarsi. 

Lentamente, ma profondamente. Quasi a sentire male. 

Fino a sentire le unghie nella pelle del polso. 

Senza togliere lo sguardo dai piccioni, dalle loro carcasse, dalla situazione, dal davanzale, dal marciapiede di sotto.

C’era qualcosa, in questa cosa, che rendeva incredibilmente attraente restarsene lì, nella penombra a guardare. 

Sembrava non riuscisse a muovere i piedi, immobilizzato. 

Qualcosa lo paralizzava. Qualcosa prudeva.
Facile oggettivizzare.

Sentiva il respiro farsi pesante, i polmoni stringersi, il battito accellerare. 

Sentiva arrivare il peso di quella penombra, il peso di quello spettacolo. 

Scoppiò a piangere, di un pianto di quelli che capitano una volta sola.

Piangere, a volte, è molto più liberatorio che grattarsi nella penombra. 

Piangere risolve un prurito dell’anima.

Che altrimenti non si potrebbe risolvere. 

 

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