La fattoria degli animaletti

Il Piccolo sta prendendo dimestichezza con l’utilizzo dei toni. Da oggi è ufficialmente in grado di rispondermi male, con tono altezzoso. Sta facendo le prove, alle quali rispondo in modo differente ogni volta.
Vorrei avere tutta la sicurezza educativa che vedo in molte madri, o lo sconfinato amore che vedo in sua madre e che le permette di passare sopra tutto. Ma io sono io. Armato di quel filo di pazienza che mi è rimasta dopo un giorno passato in macchina a sfiorare l’esodo, il grande esodo di agosto, evito per un soffio di fracassagli la testa contro l’angolo della sdraio, decidendo di ignorarlo.
I bambini non conoscono le misure, figurarsi le mezze misure. E quando iniziano a prenderle, si lotta.
La tregua viene siglata grazie all’intervento di un divano letto che ha avuto il merito di apparirgli come il Letto Più Grande Del Mondo.
Ci si è infilato con soddisfazione e pianificando di invitarci la sua amica, per dormire insieme.
Che come progetto, devo ammetterlo, mi ha fatto anche sorridere.
Io ho battuto in ritirata sulla sdraio, armato di una bottiglia di Brugal, due libri e una grossa candela gialla, citronella, che ha il compito di arrestare l’armata di animaletti che popolano il giardino.
Aspetto pazientemente che il pianobar del Grand Hotel smetta di proporre tutto il repertorio di canzoni strappa applauso, sorseggiando il rhum e rileggendo mail. Non scriverò. Non leggerò.
Starò sospeso in una amaca intessuta di stanchezza e stupore.
Verso sera abbiamo camminato fino al bagno dove si balla sui lettini, si beve, si salta, si urla.
Evidentemente fuori luogo, il Piccolo per una ventina di anni in meno della media, io per una decina di tatuaggi in meno della media, siamo stati ai bordi del divertimento. A lui piace vedere, con gli occhi limpidi di un bambino, tutto questo bordello. A me decisamente meno. Ma sopporto.

Ho preso lo skate, a piedi nudi, per andare a comprare delle verdure. Scivolando tra le radici che fanno esplodere l’asfalto e bande di giovani donne ubriache sono arrivato al piccolo negozio di alimentari sudato e puzzolente.

Mi ci vuole sempre qualche ora per ambientarmi. Qui chi viaggia tutto l’anno in seconda classe, vuole sentirsi in prima, e quelli della terza, escono allo scoperto per assaggiare il rumore che fa la ricchezza di quelli che tutto l’anno fanno questa vita.
E io, a piedi nudi, armato di un anacronistico skate e di una maglietta sudata con scritto Frank Turner, che sembra che l’abbia rubata al piccolo talmente mi va stretta, faccio a pugni con il paesaggio.

Una volta, qualche estate fa, abbiamo preso una casa che dava dritta sulla ferrovia. Dopo la ferrovia, bastava scendere nel sottopasso, il mare. Niente altro.
Andavo a correre fino al piccolo porto, annusavo l’odore di pesce, di piscio e di nafta, e tornavo.
Poi mi mettevo a leggere, davanti alla ferrovia.
Nuotavo contro corrente fino agli scogli e mangiavo frutta con il Piccolo.
Era un posto strano. Sembra, ancora oggi, che nessuno, lo conosca.

Ho un pino marittimo che butta aghi secchi esattamente sopra la mia testa, un triangolo di cielo che manda cinque stelle, l’odore della citronella e del rhum e l’umido del mare che arriva a bagnare la maglietta.
Ho il sonno di tutto quest’anno.

Rivedo in me oggi, pezzi mica tanto rimossi di quel me che ieri ha fatto parecchio bordello.
La differenza, se proprio vogliamo trovarne una, è che oggi riconosco questi pezzi, riccioli nero corvino dall’anima pura, e li accarezzo senza paura.
Credevo, quell’estate in cui mangiavo frutta con il Piccolo davanti alla ferrovia, che tutto fosse a posto.
Mai mi sarei aspettato l’autunno, l’inverno e la primavera che sono arrivate, puntuali come solo le stagioni sanno fare, poco dopo.
Credevo, in quella casa nascosta dalla ferrovia, di essere protetto da tutto il resto.
Senza sapere che tutto il resto era lì, ad aspettarmi come solo il destino e le coincidenze sanno fare.
Guardo le formiche, le cimici e le forbici che passano sul muro bianco.
Ad animaletti, quest’estate sembra che si sia a posto.
Guardo il triangolo di cielo.
Non ho più paura.
Non scriverò e non leggerò.
Ma sono capace di stare qui da solo, ad aspettare.
Questo, nonostante l’Adriatico, mi sembra un gran passo avanti

Il Baia di Lesmo (rivisitazioni d’autore)

Kundera, Pennac, Garcia Marquez, Hornby, Tropper, Haddon,  Millar, Carver, Bukowski, Fante, Miller, Calvino, Baricco, Benni, De Luca, Vargas, Pinketts, Scerbanenco, Dazieri, Winslow. La prima mensola è a posto. Sono molto fiero di me, sudato, e sinceramente compiaciuto di tutto il mio passato da lettore. 

Ho questo fastidioso problema, con gli scrittori in vita e in attività, che non puoi mai prevedere quanto spazio ci voglia sulla tua mensola. Così è stato per Winslow, Sedaris che ormai occupa un bel pezzo di mensola. Me lo sarei aspettato da Tusset, che con un esordio bellissimo, prometteva di essere un grande e prolisso scrittore. Invece un cazzo. 

Mi da l’idea, questa cosa di mettere a posto la libreria, di un lavoro eterno, che non finirà mai. 

Qualche libro l’ho messo nella grossa valigia verde che riposa aperta da una settimana in attesa di essere riempita. Ho messo tutti i libri che vorrei leggere o che mi basta solo portare con me questa estate. Uno skate, due paia di Vans identiche, due buste di tabacco. 

Dimenticherò qualcosa sicuramente, pensavo gironzolando per casa. 

Io sono un eroe del bagaglio da un giorno. Il mio trolley nero, dimensione standard, colore standard, è pronto. Camicia bianca, mutanda, calza, dentifricio, lucido nero scarpe, un libro di riserva, due pacchi di tabacco, profumo. Quest’anno abbiamo, io e il mio trolley nero, fatto settantanove volte un viaggio insieme. Siamo una bella coppia. E siamo solo a metà dell’anno.

Invece la grossa valigia verde mi fa paura. Gli spazi sconfinati che invitano a infilare l’inutile insieme al dilettevole, dimenticando l’importante e l’indispensabile. 

Un dramma. 

Trovo una bottiglia di Brugal, tutta sola. Ancora sigillata. La metto in valigia. Non dovrebbe mancare più nulla. Ho scaricato Marvin Gaye. Ho messo a posto la scrivania. Diciamo che sono pronto. 

Dicono che al Piccolo stia iniziando a piacere il passeggiare dopo cena. Sono sicuro che sia stato mio padre. Che usa la scusa della passeggiata postprandiale per fumare due sigarette di nascosto. Cammineremo, come vuole il Piccolo. 

Vuole anche una tavola da surf. Credo si riferisca alle tavolette da nuoto. 

Mi fa sempre molto ridere questa cosa dell’esodo estivo. 

Mi fa ridere, da tre anni a questa parte, la mia camaleontica capacità di adattamento al mare di merda. Perchè di questo si tratta. 

Mi fa sempre molto ridere che veniate su questo blog cercando “Il Baia Di Lesmo”. A rileggere i commenti al post che appunto si chiama Il Baia Di Lesmo, credo che il titolare o chi per esso, si sia arrabbiato per la mia recensione. 

Non se ne abbia male. Non sono capace di fare recensioni. Soprattutto ai locali. 

Era appena nato, questo blog. Erano anni ruggenti. Erano serate bollenti. Credo, nel 2004, di essere stato sobrio un paio di mesi. Avevo appena cambiato lavoro, ragazza, casa, pettinatura. 

Mi fa sorridere questa incapacità moderna di andare alla cieca. Metà della bellezza di un viaggio è nel non sapere bene che cosa ti aspetti. Metà della bellezza di una serata è nel vedere l’umanità in calore che da spettacolo. 

L’effetto sorpresa, nella vita, dovrebbe essere tutto. 

Quest’anno parto, in fretta e furia. Lascio molte cose a metà. 

Ma è come se non partissi. 

 

 

Imbianchini

Era una cosa da fare. Lo si intuiva dalle crepe nelle pareti, dal nero sopra i caloriferi, dalle dubbie macchie di umidità sul soffitto. I muri parlano e raccontano le storie di una casa. Le piccole crepe che ricordano un bicchiere lanciato, come se la rabbia fosse capace di stare tutta in un bicchiere, raccolto con una paletta di plastica blu e finito nella differenziata dell’amore, ultima porta prima dei box. I buchi ricordano foto che non ci sono più. Forse sono solo cadute le cornici, forse sono cose inopportune da ricordare, o forse si voleva mettere quella foto in cui il Piccolo sgrana gli occhi davanti a un cucchiaio di formaggio fuso, che poi si capisce che è una foto del cazzo, che piace solo a noi, che in casa ci sta anche male, e che il Piccolo in quella foto sembra un grosso babbuino scemo. L’ombra di polvere appoggiata sui libri lascia aloni che raccontano storie stupende. E gli elefanti sulla mensola raccontano i miei viaggi. Ogni viaggio un elefante, una piccola gara tra il kitsch e il soft core, tra elefantini di ceramica e bestiole di legno con intarsiati nomi in hindi o arabo che chissà cosa cazzo c’è scritto in fondo. Ogni casa nasconde delle storie, come la foto finita dietro ai libri su Magritte, chissà come, proprio di fianco a Tropper. Una foto di un uomo, io, e una donna di cui non ricordo nulla se non il sapore delle storie che sapeva raccontarmi con le labbra e il ciuffo biondo. Avevo vent’anni, lo stesso pareo rosso che uso oggi, un paio di ridicole collane e degli orrendi occhiali azzurri. Sul muro nudo rimangono i segni, mentre svuotiamo lentamente le stanze. In silenzio. Impilo i libri nella camera del Piccolo, cercando di mantenere ordine e rispetto. Ogni pila è un ricordo. Io non rileggo mai niente. Ma ricordo tutto. Quello che voglio ricordare.

Avrei preso in mano la situazione io, da vero uomo, armandomi di qualche pantalone che non uso più, di un paio di vecchie scarpe da ginnastica, costruendo un ridicolo cappello con la carta di giornale e camminando come un cavallo in processione tra gli scaffali del BricoCenter per comprare latte di vernice, spazzole, rulli, guanti, teli di plastica come quelli di Dexter, scotch di carta, e sicuramente qualche cacciavite con misure in pollici, che quelle fottute viti della moto sono tutte in pollici.

Non sono quel genere d’uomo. Pensavo di esserlo. A un certo punto della mia vita. Pensavo di assomigliare a mio padre, che a sua volta è pari pari mio nonno. Date un qualsiasi cacciavite, una pinza, un pennello, un martello, una chiave inglese, in mano alla mia famiglia, da parte di padre, e otterrete un efficiente riparatore, manutentore, elettricista, imbianchino, idraulico. Sull’antennista abbiamo da lavorare, ma è questione generazionale.

Invece no. Io no. Io avrei voluto, invece no.

Qualche anno fa, stufo dei lamenti continui di mio padre sulle evidenti cicatrici dei muri di casa nostra, ho aspettato la sua partenza e ho deciso di imbiancare tutta la casa. Di più, sul muro di camera mia, fare un disegno, a colori.

La cosa si è rivelata una grandiosa trovata per fare l’amore sui materassi appoggiati in soggiorno, per ascoltare buona musica e bere vino sporchi e stanchi in terrazza alla sera. Sulla qualità del lavoro, una volta finito, ho avuto i miei dubbi. E mi sono fatto aiutare da un piccolo esercito di amici e amanti. A farlo da solo, sarei ancora a staccare scotch di carta dagli angoli della cucina.

No, non fa per me.

Anche se, a raccogliere preventivi, mi viene il magone. Sapere che buona parte del mio stipendio di luglio se ne va in vernice bianca, che poi diventerà gialla, che poi si creperà e che poi richiederà ancora un pezzo del mio stipendio, e così via all’infinito, mi lascia malinconico. L’unica, per come la vedo io, è incrementare i propri guadagni fino a non sentire il peso dell’imbiancatura sullo stipendio.

Ho chiesto in giro, ho staccato volantini dai pali della luce, ho fatto girare la voce. Il risultato è stato che un piccolo esercito di uomini mi ha citofonato, osservato le crepe, toccato il giallo che era  bianco, sparato il suo preventivo. Ad alcuni non ho nemmeno avuto il coraggio di rispondere. Ad altri ho risposto offrendo delle birre.

Ho deciso, una notte, di spostare il mio criterio di scelta dell’imbianchino su due aspetti importanti:

– che parlasse spagnolo, perchè mi sarebbe un sacco piaciuta l’idea di girar per casa elencando i soprammobili e i dettagli in spagnolo.

– che la cifra non superasse la soglia psicologica del mezzo stipendio.

Ho trovato una coppia di sudamericani, molto economici, molto sudamericani e abbastanza preparati sull’argomento muffa. Il progetto del bagno, che ha richiesto, questo lo ricordo bene, che un interior designer di bagni prendesse le misure con precisione chirurgica per incastrare tutto, offrendo anche uno schema di piastrelle che lasciasse una sensazione di caduta e libertà, testuali parole, si è rivelato come uno dei più grandi incubatori di muffa d’Europa. Venissero con dei barattoli, potremmo produrre della penicillina per eserciti. Che uno si sente in colpa quando fa la doccia con la finestra chiusa, e a novembre far la doccia con la finestra aperta c’è da sentirsi parecchio stupidi. Anche a chiamare un interior designer per il cesso, ci sarebbe da sentirsi stupidi, ma quando si mette su casa, tutto è lecito, sia l’amore sia l’interior designer.

Stabilito che i due non capissero quasi un cazzo, ne in italiano ne in spagnolo, abbiamo deciso di abbandonarci alla fiducia. Sfondando una quarantina di luoghi comuni, che vedono i sudamericani come inaffidabili. Credo che i sudamericani lo sappiano. E che non gliene fotta un cazzo.

Difatti, hanno sbagliato giorno, ordine dei locali, e hanno lasciato evidenti tracce del loro passaggio.

Ci siamo ritrovati in casa, tutto coperto da teli trasparenti con grossi goccioloni di vernice, la camera del Piccolo trasformata in un improbabile magazzino, i mobili spostati al centro delle stanze. Ci siamo ritrovati con le voci che fanno eco. Come quando la casa era vuota. Come quando, una sera di giugno, ho disegnato con il mozzicone di una sigaretta, un grosso cuore sul muro grezzo del soggiorno. E ci ho messo le nostre iniziali.

A spanne, credo si trattasse dello stesso angolo nel quale il muratore rumeno pisciava nella bottiglia di Coca Cola tagliata a metà.

Giravo per la casa vuota a giugno e la immaginavo piena. Non di mobili, ma di gente. Piena di un futuro che prevedevo tranquillo e disegnato da una mano ferma e perfetta.

Non immaginavo crepe nei muri e nell’amore.

Questo è il bello di metter su casa molto giovani.

Ripasso il dito sulla vernice fresca, umida, del corridoio. Ricordo perfettamente l’attenzione con cui, le prime sere in questa casa, pulivo le piastrelle una ad una, per togliere l’alone che un cantiere troppo lungo aveva lasciato. Inginocchiato, armato di spugna abrasiva, sfidavo l’opaco naturale di piastrelle che nascevano opache, per renderle lucide.

Immaginavo un futuro disegnato sapientemente, dritto perfetto, come la mensola sospesa che tiene tutti i miei libri. Immaginavo una felicità fatta di questi muri e di queste finestre. Quella stessa felicità che vedevo nei muri e nelle finestre della casa dei miei. Costruita senza pretese e con pazienza.

Ho addosso una stanchezza troppo grande, mi siedo a guardare i libri e a pensare a quale dei miei fratelli chiamare per rimettere tutto in ordine. In quell’ordine preciso. Pennac, Kundera, Baricco, Haddon, Vargas, poeti e pittori, Winslow, Storia e filosofia, eccetera eccetera. Si sono aggiunti, da quando la mensola era vuota, libri bellissimi, storie bellissime, crepe grandissime.

Sono troppo stanco, adesso, per fare ordine.

Fumo, camminando in cerchio attorno ai teli. C’è quella piccola tavola da surf comprata a Castro, che sembra un tagliere per verdure di un gigante, che nel nuovo ordine delle cose non troverà posto. Lo so da me. Sono esperto di traslochi.

Ho cambiato, sotto questo tetto, molte carte in tavola. Che poi non era nemmeno la stessa tavola, a essere pignoli.

Ecco, ho imparato a non essere pignolo.

Che tra il bianco e il nero, c’è il grigio, che a ben guardare è una moltitudine di colori in uno.

Ci hanno anche scritto un orrenda trilogia, che la Signora ha voluto, offendendo la storia della letteratura mondiale, mettere proprio vicino a Sedaris. Inavvertitamente. Ne sono sicuro. Nessuno con una minima coscienza letteraria metterebbe della spazzatura vicino alla grande narrativa contemporanea.

Ho lasciato che le luci si spegnessero in casa. Ho aspettato che si spegnessero nel quartiere. Torno da un viaggio lungo e stancante. Ne stavo iniziando un altro. Non è il momento di parlarne. Non è il momento di insistere sulla punteggiatura della vita, baby.

Nemmeno sugli apostrofi. E’ il momento di scrivere. Recupero una bottiglia di grappa, memoria di qualche natale. Recupero un paio di cuffie da un cassetto.

Mi siedo contro la finestra del soggiorno. Si sente l’eco di quello che faccio, ultimamente.

Apro il computer, che mi si illumina la pancia con la luce del monitor, che è l’unica luce di tutto il quartiere. E’ notte anche per questo.

Lascio al caso la base musicale. Mi ritrovo qui.

Una canzone con una tonnellata di ricordi. Recenti. Quasi. Dolorosi. Quasi. Quasi piacevoli. Dovrei ritrovare il quaderno su cui tenevo nota di tutto quello che ci eravamo detti. Inguaribile romantico. Credo di averlo buttato nella differenziata dell’amore.

Non ricordo.

Scrivo due o tre cose bellissime. Senza nessun senso. Senza nessuna punteggiatura a disturbare.

Periodi lunghissimi, frasi troppo lunghe.

Un brutto racconto, scritto benissimo.

Mi fa bene scrivere, in questo tempo.

Ho demoni da scacciare, che scompaiono schiacciando i tasti.

Si sente l’eco dei tasti, fa meno male, molto meno male, tutto questo buio.

Parte questo.

Che è un disco molto particolare. Perchè lo so tutto a memoria. Tutto. Lo sapevo suonare tutto. Lo ho suonato e cantato tutto un milione di volte. Forse un milione no. Ma quasi. Ho fatto tutto con questo disco. Tutto quello che ho fatto ha una canzone di questo disco di sottofondo.

Smetto di scrivere.

Guardo fuori dalla finestra.

Non è più il momento di scrivere. E’ un periodo strano, questo.

Canto Anna Begins.

Sotto voce.

Impercettibile rumore, coperto dal traffico.

Canto Round Here.

Non ho dubbi. Lo so ancora tutto a memoria.

Mi guardo intorno. Per tirare via l’amaro della grappa bisogna muovere il collo.

Per tirare via le lacrime del presente, a volte fa comodo appoggiarsi al passato.

Ho tutta un’estate davanti per scrivere questo cazzo di racconto sugli imbianchini e sui miei muri.

Non ho fretta.

Sto scrivendo tutte le notti. Tutte le notti.

Non ho fretta.

Rimetto Round Here.

Mi sdraio. Il freddo delle piastrelle fa cadere tutte le ipotesi d’estate sulla mia schiena, che si gela.

Io non ho mai avuto paura del futuro. Per questo sono qui, come sono.

Che è un pensiero, converrai, che meriterebbe un racconto a se stante.

Io non ho paura nemmeno adesso. Per questo sono qui, a scrivere di notte, mentre tutto mi dorme attorno.

Che è un pensiero, ne converrai, che meriterebbe un racconto a se stante.

Molte delle cose che sto facendo in questo mese meriterebbero racconti a se stanti.

Scriverò come un matto.

Non riesco ad andare a letto. Che fa bene stare qui. Non riesco a dormire, che ho i ricordi che fanno a pugni con i muri bianchi. Non riesco a smettere di pensare a settembre, che fa a pugni con luglio.

E in questi casi, come sempre mi ripeteva Gabry, l’unica è:

stai fermo, bevi e attaccati al cazzo.

Che Gabry sapeva suonare tutti i Counting Crows, sapeva ridere di tutto e sapeva anche riassumere molto bene quel modo di stare sdraiati, fermi, immobili, a respirare tutto.

Restare attaccati al cazzo.

Poesia allo stato puro.

 

 

Bungalows

Da quando ero molto piccolo, diciamo da quando ne ho memoria, ho coltivato due grandi certezze estive. La prima, dalla quale poi derivano molte delle mie passioni, manie, malattie, è che amo il mare. L’amore è così viscerale che, per assurdo, riesco a ben tollerare quasi tutto quello che sta attorno al mare in se. Quando scorrazzavamo per le spiagge del nord della Sardegna, ad esempio, abituati alla perfezione dei posti, ben tolleravamo lo scadente sciabordio di tutte le specie di arricchiti arroganti che, armati di Rolex e camicia, invadevano il posto rischiando di rovinarne la poesia. In Liguria, a Ponente e a Levante, ho imparato a convivere con tutto, pur di avere il mio mare e le sue montagne che mi davano le spalle. Tollero, seppur a fatica, l’Adriatico rumoroso, le discoteche, le piadinerie, lo struscio, le zanzare. Tutto per il mare. Una cosa sola non riesco a tollerare, ormai da anni, e questa è la mia seconda certezza estiva: i villaggi turistici. Io odio i villaggi turistici. Io odio tutto dei villaggi turistici. Dalle animatrici, ai giochi organizzati, alle bacheche con le foto, al Miniclub, al minimarket, alle piscine con bagnino. Tutto. Io, in un villaggio turistico, mi sento giá male nel parcheggio numerato.
Ovviamente sono l’unico in famiglia ad avere questo problema. Ragion per cui, per ventisei anni abbiamo fatto vacanze in villaggio. Ventisei estati. Ho visto sorgere, crescere, svettare e tramontare la storia dell’animazione turistica italiana. Dal cortese e piacione fine anni novanta, fino al truzzo pseudoritardato perennemente sorridente degli anni recenti, ho una cultura di animatori di tutto rispetto. Contrariamente a quanto si possa pensare, non ho una grande esperienza di animatrici. Solo in un paio di stagioni, prima del millennium bug e subito dopo, ho avvicinato con successo due animatrici. Una, non ricordo il nome, era la titolare del miniclub e mi ricordava terribilmente Aretha Frankiln. La seconda si divideva tra l’accoglienza nel parcheggio e i pompini a tarda notte dietro al chiosco della spiaggia, motivo per il quale con pazienza mi sono messo in coda un pomeriggio nel parcheggio per avere diritto al mio posto dietro al chiosco la sera. Niente di memorabile.
Da quando ho uno stipendio, guadagnato legalmente, mi oppongo con forza al tentativo famigliare del pianificare a febbraio il villaggio di luglio.
Che uno a febbraio ha così tanta voglia di ferie che prenoterebbe anche un carcere.
Sono anni che ci provano. Tutta la mia famiglia adora i villaggi. Adora andarci, scoprirne la fatiscente struttura, goderne, lamentarsi, e rientrare a casa con delle foto ricordo scattate durante la serata danzante del giovedì.
Col cazzo.
Rispondo solitamente.
Da quando il Piccolo è entrato nella mia vita, comprensibilmente, ho fatto del compromesso un’arte.
Piuttosto che tenerlo ciondolante in giro per i giardinetti della cittá, con improbabili tassi di umiditá, sciami di zanzare tigre e impietosi padri in pinocchietto, ho accettato che venisse internato con parte della mia famiglia in strutture correttive estive, i villaggi preferiti di mio padre.
Parte del mio programma di questo fine settimana era, in effetti: dormire, socializzare con il Piccolo, scrivere finendo due racconti (Cristo e Imbianchini), nuotare fino a non sentire le braccia e lasciare che la moto curasse la mia anima.
Di tutto questo, per un’affascinante serie di eventi, non ho fatto quasi nulla se non ritrovarmi nel centro di un immenso villaggio vacanze, in preda a una vera e propria crisi depressiva, sotto minacciose nuvole cariche di pioggia.
Quando piove, nei villaggi vacanze, la tensione è palpabile.
La colazione servita fino alle ore nove impedisce a chiunque di pianificare un renitegro del sonno perduto nelle notti cittadine di luglio.
Mi avvicino alle fette biscottate, osservo il surrogato di Nutella e la marmellata alla ciliegia, fermo una cameriera.

Vorrei dello Yougurth e del the verde.
Non abbiamo the verde
Io bevo solo the verde
C’è il cappuccio o l’espresso
Vorrei uno yougurth magro
Non è compreso nella sua tariffa
Lo pago. Qualsiasi cifra
Vedo cosa posso fare

Mi sento solo e molto incompreso. E piove.
Credo che l’intento di girare per i tavoli, armato di birilli, con una giacca colorata vistosamente fuori taglia e lo sguardo affabile, sia quello di, in qualche modo, dare il buon giorno alla popolazione del villaggio.
Credo.
Perchè per me non lo è. Lui gira, metodico, fermandosi a scambiate battute con tutti gli ospiti. Io voglio il mio cazzo di the, il mio cazzo di yougurth, una fottutissima sigaretta e un giornale. Tutto, possibilmente, in silenzio.

Buongiorno! Arrivato oggi? Si ferma molto?
No.
Uh, che sguardo truce. Non si demoralizzi, la pioggia passerá! E oggi c’è lo spettacolo del mattino.

Brutto bastardo coglione, io prendo uno di quei cazzo di birilli colorati e ti rompo, metodicamente, il setto nasale, colpendoti numerose volte, fino a quando non perdi i sensi.

Il Piccolo, invece, è comprensibilmente eccitato e gira tra il Mini Club e la Piscina (modernamente attrezzata in stile caraibico, dice la brochures) in preda a attacchi di iperattivitá e felicitá non motivata.

Osservo mio padre, in canottiera e sandalo, attraversare la piazzetta con una bottiglia di whiskey sotto braccio. Anche se, logicamente, non riesco a capire che cosa cazzo ci faccia, alle nove e mezza di domenica mattina, con una bottiglia di whiskey sotto braccio, lo apprezzo per la sua capacità di adattamento alle situazioni della vita. Sono uomini che hanno fatto la guerra.

Il Piccolo viene rapito da una congregazione di uteri ruggenti, che al grido di

piove, fa freddo, c’è umido, copriti, attento, non vorrei che ti ritorni la bronchite

lo riporterá alla luce solo diverse ore dopo, vestito come un maestro di sci.

Mi ritrovo solo nella piazzetta. Alcuni tavoli sono pieni di gente. Nuclei famigliari e compagnie di ragazzi.

La pioggia mi impedisce di programmare qualsiasi cosa. La musica, filo diffusa da un centinaio di altoparlanti sparsi ovunque, è una playlist di un uomo evidentemente schizofrenico. Pezzi da discoteca anni novanta seguiti da hard rock seguito dai classici del country.

Una animatrice bionda, giovane e ancora carina se non fosse per delle orrende scarpe con le molle, si avvicina sbattendo le mani su un pallone.

Giochi?
No
Torneo di beach!
No
E dai! Forza che ti facciamo sentire giovane ancora!

Che poi è lo stesso claim che mi ripeteva una sua simile fuori dal bordello di Varsavia dove volevamo entrare a festeggiare non ricordo più cosa un paio di estati fa con dei colleghi.

Io non voglio sentirmi giovane. Io voglio essere vecchio. Con del the, un giornale e delle sigarette. Per ora.

Che lavoro fai? Lavori in banca anche tu?
Ho la faccia di uno che lavora in banca?
E che ne so! Lavorano tutti in banca…
Io no. Sai dove si possa recuperare un giornale?
Oggi il minimarket è chiuso!
sai dell’esistenza di edicole oltre al minimarket?

Mi osserva, accarezzando la palla.

Te lo prendo io!

Essere per contratto, obbligatoriamente, servizievoli.

Parte, sculettando, verso la piscina. Dubito che sul fondo della piscina si trovino dei quotidiani, ma non no le forze per opporre resistenza.

È pieno di gay
Papà, ti prego. È mattina presto.
No davvero. È pieno di gay. Ti da fastidio se mi siedo?
Che cosa ci facevi con una bottiglia di whiskey in giro prima?
Provviste. Ce ne sono parecchi. Coppie. In giro. Come se nulla fosse, a passeggio per il villaggio.
In effetti, come tu ti permetti di girare in canotta con una bottiglia di whiskey, non vedo perchè la gente non possa fare altrettanto
Non dire stupidate. E’ diseducativo.
Cosa, esattamente?
Che girino così.
Se vogliamo sostenere questa conversazione ho bisogno di un caffè.
Te lo offro io. Vado a prenderne due.

Ritorna la ragazza bionda, con in mano un giornale. Una improvvisa e molto positiva svolta nella mia vita.

Grazie
E di che! È il mio lavoro!

Lo prendo in mano. È del giorno prima.

È di ieri…
E che ne so! È un giornale, l’unico che c’era in reception.

Cristo.

Trovo stupendo che abbiano lo zucchero all’anice, sembra di correggere il caffè. Dove hai preso il giornale?
È di ieri.
Cosa te ne fai del giornale di ieri?
Me lo ha portato l’animatrice bionda,
Ah, una ragazzina proprio carina.
Una ritardata.
Smetti di essere cattivo. Ecco guarda. Quelli sono omosessuali.
Può darsi. Sono uomini, sono due, girano insieme. Dovrebbe bastare, in effetti papá.
Tu scherzi, ma è diseducativo
Anche noi siamo due, soli, a un tavolino
A proposito, facciamoci una bella chiacchierata. Che ne dici?

Guardo il cielo, nuvoloso e bianco, e l’anfiteatro che si sta riempiendo minacciosamente di bambini. Non ho scampo.

Mio padre ha usato questa espressione tre volte nella sua vita. Quando gli ho rotto il computer, lanciando un cuscino contro mia sorella che mi dava del coglione, quando sono stato beccato nel fervore onanista dei tredici anni e quando doveva dirmi che mia madre era morta, davanti al letto con le due vecchie zie che piangevano stringendo il rosario.

Niente di buono.

Possiamo rimandare a dopo l’estate, papà?
Non capisco cosa ti spaventi. Due chiacchiere tra uomini.
Davvero, per favore.
Andiamocene, perlomeno da questo covo di omosessuali.

Non ci sono omosessuali, papà. Li c’è una coppia, eterosessuale, con lei vistosamente vestita da mignotta, pronta a saltare in groppa al miglior offerente, li ci sono quattro ragazzi evidentemente eterosessuali visto che ogni volta che passa l’animatrice bionda hanno dei sussulti che riconosco come sani moti ormonali, e li ci sono due ragazze, amiche, che bevono birra. Non ci sono omosessuali. Ci sono persone infelici e alcolisti, ma nessun omosessuale. Capisci?

Spostiamoci lo stesso. Ti offro un caffè
Ancora?
Si, uno buono, di torrefazione. E compriamo i giornali.
Mi devi dire qualcosa?
Tu, forse, mi devi dire qualcosa.
Io ho moltissime cose da dirti, lo sai. Ma lo farò a tempo debito. Adesso voglio stare con il Piccolo.
È un bambino molto sveglio.
Sembra che la cosa ti stupisca.
Con un’educazione atea e disorientata, non me lo sarei aspettato.
Ha tre anni, cristo. Cosa cazzo c’è di ateo e disorientato nella Peppa Pig e nel voler correre a perdifiato dentro il mare?
Vedi che sei nervoso? Sei instabile e infelice. Ho ragione io.
Hai ancora la bottiglia di whiskey a portata di mano?
Bevi molto?
Non molto.
Sei felice
Berrei whiskey la domenica mattina. Perlomeno stamattina.
Ho paura che tu abbia perso la strada.
Oh cristo santissimo.
E non bestemmiare.
Non è una bestemmia.
Perlomeno sei soddisfatto?
Di cosa?
Di questo
Di un lager per ricchi che girano con un braccialetto colorato e che non hanno diritto a del cazzo di yougurth la mattina?
Smetti di dire parolacce. Tuo figlio capisce tutto. E registra. Sono come le macchinette per registrare la voce, a quest’età. Basta un attimo. Crescilo bene.
Ti piacerebbe crescesse come sono cresciuto io?
Non saprei

Di colpo cerca le sigarette. Ne tira fuori una, e se la accende.
Faccio lo stesso. Ripassa il coglione con i birilli, che ci saluta e ci invita a passare una buona domenica.

Io mi farei meno menate, papà. Sai benissimo come stanno le cose. Sono tuo figlio.
Per questo mi sento in dovere di dirti…
Aspetta, ti prego. Non dire niente.
Perchè?

Mi alzo, lo abbraccio. Non so bene a cosa serva, ma di sicuro a finire questo pericoloso scivolo che rischia di catapultarci tutti e due in uno spettacolo di cui non conosciamo il copione. Il copione che recitiamo è da sempre quello in cui io faccio le cose che ritengo giuste. E poi, davanti ai cocci rotti, lui pontifica la sua soluzione, mentre io cerco di rimettere a posto le cose.
Non ci sarebbe spazio per altri copioni. Ormai.

Lo prendo sotto braccio e gli dico

Andiamo a berci questo caffè di torrefazione, che questa merdata che spacciano per espresso è davvero pessima.
Ricordati, le parolacce.
Spero che anche il Piccolo sappia riconoscere una merdata di caffè e la chiami merdata.

Camminiamo, sotto la pioggia calda, verso il parcheggio. Incrociamo il giardiniere e un inserviente, che discutono di qualcosa.

Vedi che è pieno di omosessuali? Stanno tutti nei bungalows qui in fondo.

Gran Torino!

Prevalentemente ho scelto la mia macchina seguendo il solito criterio con cui scelgo le macchine. Non francese, dove si possa fare comodamente l’amore, anche se a me l’amore in macchina mi fa tristezza, con uno spaventoso sistema audio che posso mettere Frank Turner a un volume impossibile, sufficientemente capiente da accogliere la mia tavola da surf.

La mia macchina è finita in una carrozzeria ai confini con la civiltà, in quel limbo di non città dove in loschi capannoni, loschi individui fanno cose losche. Ci sono gli zingari, i topi e le lontre, ci vanno i ragazzini a provare le prime canne, le prime pistole, le prime siringhe, le prime sconfitte. Quel limbo di città che nessuno vuole vedere, difatti ci costruiscono i cavalcavia così la gente ci passa sopra e non vede. Lì c’è la carrozzeria. Lì c’è la mia macchina, da tempo ormai immemore.

Mi hanno consegnato una vettura sostitutiva. Bianca, quadrata, piena di pulsanti divertenti. Non ci sta il surf, non ci sta l’amore, e Frank Turner suona una merda. Però pazienza, mi dicevo. E’ una macchina sostitutiva. La parola mi da conforto. Prima o poi mi arriverà la telefonata. Tornerà la mia macchina. Ascolterò ancora Frank Turner.

Ho conosciuto una donna. Una volta.

Abituata al surf, a Frank Turner e a far l’amore in macchina, a quanto ho capito.

La bellezza di una donna si misura in respiri e passi. La sua bellezza è infinita, passi infiniti e respiri infiniti.

Questa cosa, per altro, non dipende ne da me ne dal suo comico modo di muovere il naso.

La sua bellezza, in fondo, è scritta in molte poesie. Ha avuto questa fortuna, questa maledizione, dell’amore fatto di poesie e vino.

Essere scritta in parole di desiderio, disperazione, amore e sogno è una fortuna maledetta.

Ho ritenuto prematuro dirle che, a spanne, quel suo modo spinto e cinico di vedere le cose assomiglia drammaticamente al mio. Una maturità sorda al compromesso della realtà, con la capacità di trovare sempre un compromesso per i suoi sogni.

E quel suo modo di sorridere illuminando la notte buia, poteva essere facilmente scambiato per una rivoluzione nella vita di molti uomini. Non gliel’ho detto, che mi sembrava già abbastanza sicura di se.

Abbiamo avuto la fortuna di scrivere. Abbiamo scritto molto. Leggendoci, un uomo qualsiasi avrebbe potuto pensare che venisse da una sola mano, talmente la storia teneva botta al ritmo.

Lei poi diceva, sconsolata, ragazzone tu non hai ritmo. E mi faceva ridere. Perchè io il ritmo non ce l’ho mai avuto, tranne che a letto. E noi a letto non ci siamo mai stati. Tipo per dimostrarglielo.

Mi sentivo basso, barbuto e grasso davanti alle sue gambe lunghe, dritte e perfette. Sentivo la pancia gonfia, davanti alla sua schiena disegnata con cura. Sentivo le mani sudaticcie, toccando le sue dita affusolate. Per questo ho ritenuto opportuno glissare, camminare, aspettare.

Camminando insieme abbiamo parlato d’amore, di figli, di uomini, di donne. Abbiamo riso. Che quando ride, sembra possa tornare il sole da un momento all’altro.

Fortunato è l’uomo che ti porterà per mano sulle panchine di questa città, a far gli innamorati. Questo non riuscivo a dirglielo, perchè dopo tutto sono un uomo anche io. Ma lo pensavo guardandola. Fortunato quest’uomo.

Scopami, avrebbe risposto lei. Che diretta, per carità, sapeva esserlo.

Vorrei essere io.

Quell’uomo fortunato? Non puoi, ragazzone, non hai senso del ritmo.

No, vorrei essere io a dirti scopami e tu a pensarmi fortunato.

Non si capisce mai quando parli.

A proposito, sembrerà assurdo, ma questo ritmo, questo qui, non l’ho mica scelto io.

In effetti è assurdo, ragazzone.

Ma è vero.

Ok, me ne vado.

Ok.

Addio.

Addio.

Così più o meno è andata. Più o meno. Perchè una donna scritta nelle poesie parla molto più delicatamente. Ovviamente.

Ho avuto la strana percezione, per un secondo, che si stesse sbagliando.

Andandosene.

Io non sbaglio mai.

Mai.

Non avrò il senso del ritmo. Ma non sbaglio mai.

Riconosco nelle donne la bellezza e la paura. E le ho trovate tutte e due, sospese a litigarsi la libertà di una panchina.

 

A bordo della mia Gran Torino, sotto i cavalcavia che la gente supera leggera per non guardare sotto, ho pensato di fermarmi e chiamarla.

Ma non si chiama mai una donna per dirle: hai sbagliato.

 

 

 

 

 

Avevamo promesso

Un giorno ho conosciuto Claudia. Bionda, con un caschetto molto spigoloso e una voce profonda, le lentiggini del sole, e le mani buone per amare e arrampicarsi. A tutti gli effetti, Claudia è stata la mia prima fidanzata. Un giorno, di ritorno dagli scogli vicino all’isolotto, camminando sul bordo del sentiero, ci siamo dati la mano.

La sera, appena dopo cena, ci siamo ritrovati vicino al bar della spiaggia. E ci siamo ridati la mano. Poi, quando la luna è salita in cielo ci siamo dati un bacio sulla bocca. Aveva labbra piccole e spugnose. E un lucida labbra unto e scivoloso.

Abbiamo limonato per quasi tutta la notte. Senza il coraggio di toccarci.

E lo abbiamo fatto per i quindici giorni successivi, quasi ininterrottamente. Forzate pause per alimentarci e intrattenere rapporti con le rispettive famiglie.

Aveva, credo abbia ancora, un padre molto alto, con una grassa pancia e dei lunghi baffi.

E una madre bellissima. Che, a intuito, mi dava delle buone possibilità di investimento.

Il fratello rompicoglioni, invece, rappresentava un ostacolo ai nostri lunghi rendevouz sulla spiaggia.

Il giorno della partenza, mi sono messo ai bordi del parcheggio, aspettando che il padre finisse di caricare la macchina, e ho aspettato un bacio per quasi due ore sotto il sole.

Io restavo. Ci siamo scritti lettere per quasi un anno. Arrivavano buste colorate e profumate, le aprivo e leggevo con calma, cercando di ricordare la voce, che piano piano ho dimenticato.

Nel frattempo lei era tornata con il suo fidanzato. Ero stato una parentesi. Io, dal canto mio, ero troppo impegnato ad innamorarmi di una giovane fanciulla che aveva tutto quello che a me non piaceva. Sciava, aveva grossi quadricipiti muscolosi, adorava la montagna, i gatti, e le passeggiate per mano. Costruivo un fallimento, precisamente pianificato.

Claudia è sposata con il suo fidanzato storico. Ha una pancia enorme. Lei. Che pubblica su facebook in bianco e nero. Anche lui ha una panza mica da ridere. Lei è diventata bellissima, come la madre. Vive in Austria, come la madre. Insomma, a ben guardare, potevo puntare sulla madre.

Sorride, nelle foto con il pancione, esattamente come faceva in spiaggia. Sembra un invito. E’ una dimostrazione pacifica del potere delle donne. Splendida.

Un giorno, qualche anno fa, ci siamo sentiti. Faceva strano, e in fondo non avevamo nulla da dirci.

Si, ti ho amata alla follia. Credo. Credo tu abbia fatto lo stesso. Ma è stato per troppo poco tempo, o troppo presto, o troppo presto e per troppo poco.

Come se non valesse. Nella scala dell’amore.

Aspetto le foto dopo il parto, per verificare se quel miracoloso culo abbia retto all’impatto.

Credo che il panzone aspetti lo stesso.

Chiameranno il figlio con un nome bello dalla difficile pronuncia e dal senso misterioso per un latino.

Ogni tanto, quando volo sopra l’Austria, osservando le montagne, penso a Claudia.

E’ un pensiero strano. Leggero.

Come una canzone country.

In fondo io e Claudia non ci siamo nemmeno mai promessi di perdonarci o di soffrire insieme.

Quello rende il ricordo amaro, pesante.

Non ci siamo nemmeno promessi di farci felici per sempre.

Quello rende il ricordo insostenibile.

 

Ci siamo scritti tanto.

Rileggere le sue parole mi fa sorridere.

Rileggere le mie mi farebbe ridere di sicuro.

A Claudia non ho mai detto:

– ti amo

E lei non mi ha mai risposto:

– anche io.

L’artiglieria pesante, con Claudia non è servita. Il conflitto è rientrato prima che l’aviazione partisse.

Qualche soldato, al fronte, è rimasto a combattere per qualche mese.

Poi basta.

Pace.

Armata.

Ma pur sempre pace

 

 

Agofobia – e altre cose che non mi piacciono

Io odio aspettare.

L’attesa mi consuma. L’amore mi consuma. L’attesa d’amore, comprensibilmente, mi consuma al quadrato.

Attendo.

In una sala d’attesa.

Uno dei non luoghi più non luoghi che esistono. E te lo dice uno che di non luoghi se ne intende. Aeroporti, cimiteri, corridoi della metropolitana. Posti che uno, se non ci sta attento, dimentica il senso di esserci.

Non sono solo ad attendere, che poi è il motivo per il quale attendo.

Io non sono capace di farlo. Una coda di più di tre persone al supermercato mi fa rinunciare alla spesa. Ho perso occasioni incredibili, sconti emozionanti, saldi struggenti, per questa cosa. Io vedo la coda alla cassa, appoggio tutto e me ne vado. Niente che io possa comprare vale l’attesa di una coda.

Qui attendo.

Devo poi farlo per forza.

Insieme a un giapponese vestito da marinaio, una giovane coppia che si tiene per mano, una signora anziana ricurva sulla sua borsetta e una donna russa sovrappeso.

Ho finito i pensieri belli, quelli brutti e anche quelli mediocri. Ho guardato Facebook, Linkedin, Instagram, Flipboard, le mail, i messaggi e what’s up.

Mi sta lasciando la batteria del telefono. Una morte certa, dovuta al troppo uso.

Spengo.

Osservo la stanza, la bacheca piena di avvisi, comunicazioni, aggiornamenti. I fiori finti impolverati, le foto di una bambina dietro alla scrivania della segretaria. Hanno gli stessi lineamenti bovini, ma credo sia una cosa da non dire.

La giovane coppia si stringe in un saldo abbraccio. Credo di paura. La signora ricurva sulla borsa respira come un bulldog.

Una corpulenta donna in una divertente tutona blu, con ciabatte di gomma in tinta, esce ogni venti minuti dalla piccola porta bianca. Urla un nome.

Non aspetta risposte.

Rientra.

Mi sento davvero a disagio qui. Fuori, si può intuire dal riflesso della finestra, è tornato il sole.

Viene chiamata la grossa donna russa.

Io non potrei mai stare con una donna grassa. Non credo sia colpa delle donne grasse.

Credo sia un mio problema. La seconda cosa più vicina alla perdizione, nella penombra di una camera, è quel filo teso tra le anche che solo le donne magre, o con forti disturbi alimentari, hanno.

Niente contro le donne grasse, per carità. Nemmeno contro le donne russe. Che solitamente, per altro, non sono grasse. Credo sia una questione legata al ceto e al reddito. L’alimentazione, come l’intelligenza, non dovrebbero essere legate al ceto, ma finisce che un po’ le cose si legano.

Aspetto.

Tocca al giapponese.

Oppure la corpulenta assistente ha avuto un attacco di bronchite asmatica e ha pronunciato quel suono roco per tossire:

 

– hokudi

 

Credo di essere il prossimo.

Spero di essere il prossimo.

Passo i primi tre minuti della mia nuova attesa osservando le riviste sul tavolino e contando le consonanti visibili sulle copertine.

Sessantasei.

Le vocali, a spanne, dovrebbero essere lo stesso numero. C’è una ricerca interessante in merito al rapporto tra vocali e consonanti. Interessante, di questa ricerca, è il fatto che io non sia l’unico ad essersi posto la domanda:

– ci sono più vocali o consonanti in una frase?

Esce il giapponese, vistosamente provato e spettinato.

Esce anche la donna corpulenta, che urla il mio cognome.

Sono io, dico con un filo di voce.

Entro nella stanza, dove ad aspettarmi c’è una seconda donna, più magra, più bassa, più bionda.

Nel complesso, più donna.

– le dico subito che ci sono grosse possibilità che io svenga.

– non faccia il stupido

mi risponde con un marcato accento russo.

– lo dico sul serio. Io sono agofobico.

– alora si sdraiii. Qui su letino.

– ottimo. Devo togliere i pantaloni?

– non sono ancora capace di fari punturi co pantaloni

– okkei.

Io, davanti a un ago, ho un tempo massimo di sopravvivenza eretto sui miei piedi che oscilla tra i trenta secondi e il mezzo minuto.

Abbondantemente passato da quando ho visto con la coda dell’occhio la siringa, la fialetta, la ciotola di acciaio e il cotone idrofilo.

Sento che il mio corpo mi abbandona.

Mi sdraio.

Sudo.

Con il culo all’aria.

– giriti

– prego?

– devi girarti, puntura è davanti

– davanti?

credo di avere una faccia da bambino terrorizzato.

– soto coscia.

mi giro.

Investo gli ultimi secondi ancora cosciente a osservare il neon sul soffitto.

Nel momento esatto in cui sento l’ago puntare i miei sottocoglioni, altro che coscia, sento la vita andarsene dal mio corpo.

Qualche istante dopo sono, molto sudato e molto imbarazzato. Non credo che i miei miti d’infanzia, Bruce Willis, Hemingway, Grande Puffo, avessero paura della siringa e degli aghi.

Per questo mi imbarazzo.

Sudo perchè svengo. Ho dei mancamenti, davanti alle siringhe, molto anni 60′. Sembra un brutto film di Totò, con me che collasso lentamente  e sullo sfondo una Capri estiva animata da molte controfigure. Sono scenico nello svenire.

– visto che non iè svinuto?

– pressapoco

– vuole sedersi qui o fuori?

– vorrei andare a fumare

– devi aspetari dottori

Aspettare.

Ho paura che la cosa, a livello psicologico, si faccia insostenibile.

Mi siedo nella sala d’attesa, mentre la giovane coppia entra in sincrono nell’ambulatorio.

Sento la gamba pulsare, con precisione sento crescere il terzo testicolo, del quale per altro non ho mai sentito il bisogno.

Mi spiace sempre sudare belle camicie come quella di oggi. E’ un peccato vederle rovinate, penso mentre guardo il grosso orologio.

Il dottore arriva mezz’ora dopo.

Una mezz’ora passata a massaggiarmi il terzo testicolo. Attraverso i pantaloni.

C’è una nuova paziente, in attesa, che sembra un pellicano. Anche le donne magre, a volte, sanno essere brutte, penso osservandole i piedi.

Mancina, con un accento genovese, ligure perlomeno, un anello di fidanzamento, un neo grosso sul seno, un naso lungo e affilato come un becco, due rose sui capelli, gli occhi stanchi, un evidente eccesso di ormoni visibile sulla pelle unta, e negli occhi gialli.

Tiroidea, suppongo.

Anche mica troppo buona nell’arte di intrattenere un uomo a letto, suppongo osservando le orrende mutandone che spuntano da un fianco.

Mi chiama il dottore. Mi prospetta altri tre giorni di punture.

Un fuori programma piacevole.

Penso.

Esco in strada. Affronto il sole fumando una sigaretta appena sul marciapiede.

Cerco un bar, per prendere dell’acqua e un caffè.

Mi incammino verso il Tribunale. Un gatto nero mi attraversa la strada davanti.

Io non sono scaramantico.

Mi stanno solo lievemente sul cazzo i gatti.

E gli aghi delle siringhe.

E perdere tempo.

Mi siedo a un tavolino fronte Tribunale. Vorrei fare un paio di telefonate. Nessuno dei due mi risponderebbe. E’ un peccato, penso.

Bevo caffè guardando il traffico. Mi pulsa il terzo testicolo.

Credo sia normale, ma dovrei chiedere a chi ha tre testicoli.

Non ho un buon rapporto con i miei testicoli. Ne bastavano due, in effetti.

Tra le cose che non mi piacciono metterei:

– gli aghi

– l’eccesso di testicoli

– perdere tempo

– i gatti

– le donne non sincere

-le donne con le mutande inopportune

– sudare camicie su misura che si stropicciano, ma anche sudare in generale

– la guerra

– l’astinenza da mare

– l’astinenza d’amare

– l’astinenza amara.

– le coincidenze spacciate come verità

– tutto il palinsesto Mediaset

– anche Milano, a volte, mi sta sul cazzo.

Ma quello credo sia normale, in amore.

 

Scommesse

– Dimmi solo se ti disturbo

– sono le sei e mezza.

– ok. Avevo voglia di parlare

– Che cazzo ci fai in macchina alle sei e mezza?

– Vado a Parigi.

– Quando torni?

– La domanda perfetta sarebbe: torni?

– Torni?

– Si

– Questo è un buon inizio. E’ un atto di coraggio. Hai idea di dove vorresti tornare?

– facciamo un gioco. ti scrivo un messaggio prima di partire. Ti scrivo dove vorrei tornare. Tu mi scrivi dove pensi che io voglia tornare. Se ci prendi sei brava

– che cazzo di scommessa è? Io sono brava.

– Ti offro una cena di pesce

– non verrei a cena con te per nulla al mondo.

– Tu e chi vuoi tu

– Ok.

– Scriviamoci tra venti minuti.

– Se vinco mangio pesce. Giusto?

– Si

– Se perdo?

– sei l’unica donna al mondo di cui mi fido. E non mi conosceresti. Avrei sbagliato qualcosa con te.

– Su questo, piccolino, sei bravissimo. Non sfidare la sorte.

– venti minuti.

– ok

————————————————————————————————————————–

 

– come cazzo hai fatto a scrivere esattamente il posto?

– me ne hai parlato con gli occhi illuminati. Hai gli occhi che parlano tu. Dovresti saperlo. Le donne leggono gli occhi. Le madri leggono gli occhi. Io sono donna e madre. I tuoi occhi non sorridono mai.  Sei incastrato.

– Fottuto

– Si, sembrava più carino incastrato.

– Ti devo una cena di pesce.

– Per due

– Mi ci porti?

– No.

– Secondo te dovrei andare?

– No

– Mi fa male

– Non c’entra

– farò male sicuramente a qualcuno in questo periodo

– meglio prima che dopo. E meglio tardi che mai.

– tutte e due?

– sicuramente si. Le donne soffrono molto per amore.

– Anche io

– tu, ultimamente sei più causa che effetto.

– non mi fa sentire bene.

– il mio ruolo non è di farti sentire bene. Ogni tanto tendi a non voler ascoltare la verità. E’ strano. Sei un uomo molto intelligente. Sai benissimo cosa fare.

– Ho preso delle decisioni grosse.

– ti avevo chiesto di non prenderle.

– Non posso far soffrire. Io non sono capace.

– Sembri abbastanza portato, invece. Hai una spiccata dote per farlo.

– sei stronza parecchio stamattina.

– vuoi chiamare il tuo punto di ritorno? Sentire cosa ti dice? Lascia fare. Te lo dico io. Tu sei un figlio di puttana. E anche grosso. Ma sapendolo, una potrebbe prenderti e gestirti bene.

– come cazzo hai fatto a indovinare il posto esatto?

– E’ un fiume abbastanza imponente.

– Ho paura

– di cosa, esattamente?

– Ho paura, in generale.

– Di scegliere?

– forse

– hai detto di aver scelto

– per evitare vittime

– primo tu non saresti in grado di uccidere nessuno. Secondo, tu non devi pensare alle vittime. Terzo, tu sei matto come un cavallo.

– Due su tre le sapevo già. E’ troppo tempo che ci frequentiamo.

– tu rinunci alla felicità per evitare vittime?

– no. Evito vittime.

– tu sei un cazzone scemo

– che credo sia un’offesa

– tu sai di avere il potere di chiedere?

– si

– e allora chiedi

– che rumore è?

– la macchina del caffè.

– mi manca il tuo caffè.

– non cambiare discorso

– a Parigi il caffè fa cagare

– a Parigi, la vita fa cagare

– si. concordo

– lo so che concordi. Me lo hai detto tu

– ho perso una cena di pesce

– gioco in casa piccolino. Ti posso dare un suggerimento?

– ti pago per questo

– vai a riprenderti quegli occhi che hanno sorriso. Ritorna a prenderli. E portali in giro. Poi, a suo tempo, troverai una soluzione da offrire al mondo. Prenditi la tua soluzione.

– Questa è la mia idea

– per questo fai tutto il contrario?

– Non voglio vittime

– ne farai molte di più

– non voglio una vittima

– l’hai uccisa già.

– sei stronza. Perchè giochi con i punti di vista

– sei coglione. Perchè non capisci l’unico punto di vista che dovrebbe interessarti.

– ho il vomito

– da una settimana

– meno

– hai vomitato ancora durante il week end?

– ho smesso. Ma mi viene il vomito quando ci penso

– allora pensaci.

– tu, io. Tu, io non ti capisco.

– io sono madre. E donna. Io ho avuto il vomito. Per un figlio e per un marito. Fidati, il tuo vomito è nulla a confronto.

-…

– Torna presto.

– ok

– E torna giusto.

– penso di farcela

– nel posto giusto dico.

 

Dormire, al momento

– Adesso gli dai una dimensione

– vorrei dormire 

– E’ un comportamento da scimmia

– veniamo tutti da li

– dagli una dimensione

– ne ha almeno tre

– vuoi partire da una in particolare?

– che cazzo fai mi analizzi?

– si. E mi paghi per farlo. 

————————————————————————————————————————–

– Vuoi sapere un dettaglio non trascurabile?

– si

– il nome

– si

– potresti riderne fino a domani

– speriamo

– Silvia

– Non fa ridere

————————————————————————————————————————–

– Secondo te è così grave?

– tu sei schizofrenico

– perchè?

– perchè è la quarta volta che me lo chiedi.

– non è schizofrenia. Sono ripetitivo al massimo

– …

– mi dai una risposta?

– non è grave. E’ la quarta volta che te lo dico. Ma se continui a chiederlo forse vuoi che cambi risposta. 

– Secondo te è così grave?

– è grave. Non così.

– questa è la risposta che volevo. 

– ok e adesso.

– Beh, adesso sappiamo che è grave. 

– Sappiamo? Tu e i tuoi quattro io che mi hanno fatto la domanda?

– Sappiamo io e te

– ah. Io lo sapevo già

– ma mi dava senso di squadra.

– non mi sembra ti serva una squadra. Anzi mi sembra che ti basti a te stesso.

– mi serve sentirmi appoggiato

– come vuoi. Comunque sono solo cazzi tuoi. Questo lo sappiamo tutti e due. 

– …

– o forse tu lo hai realizzato adesso.

 

————————————————————————————————————————–

– In che senso le hai chiesto scusa?

– Le ho chiesto scusa.

– di che cosa?

– di tutto

– questo è una cosa molto nobile. Ogni uomo dovrebbe farlo ogni santo giorno. 

– siamo tutti colpevoli?

– decisamente. 

– Mi sento meno solo

– no tu sei proprio un cazzone. 

– è più grave?

– parecchio. Se non avvisi prima, parecchio. 

– Tipo dovrei girare con una targhetta?

– a me è bastato guardarti in faccia.

– ma tu lo fai di lavoro. 

– appena ti ho visto ho pensato: “questo è un cazzone”.

– mi fa piacere.

– anche a me. Perchè speravo di sbagliarmi, invece sei proprio un gran cazzone. 

————————————————————————————————————————–

– hai un piano?

– no

– tu sei l’uomo dei piani

– li ho finiti.

– allora il mio compito sarà quello di disegnarne uno con te.

– è indispensabile?

– potrebbe tornare utile. 

– ok. Da dove partiamo?

– dalle basi. 

– tipo?

– adesso che mi ci fai pensare in effetti, è impossibile.

– vedi?

————————————————————————————————————————–

– tu sei sicuro di quello che mi hai appena detto?

– si

– sono cose pesantissime

– sacrosante

– lascia stare. Sono bombe a mano. Lanciate contro un asilo.

– brutta metafora

– tu sei quello dei piani e delle metafore. Sono cose pesantissime, in ogni caso.

– ok.

– devi pensarci molto

– lo sto facendo

– ancora di più

– ci proverò

– vuoi un suggerimento?

– si. Disperatamente.

– Non pensarci. Neppure per un secondo

– cristo, così mi confondi. 

– Non pensarci mai più.

– La vedo dura.

– Fallo.

– Mi hai detto di pensarci, anche a lungo. 

– difatti

– …

– il miglior modo per pensarci è non pensarci affatto. 

– mi viene da vomitare

– non è così brutto se ci pensi

– no, mi viene da vomitare adesso.

– sei l’ultimo ad averne diritto. Sappilo

– ho vomitato in moto ieri sera

– è una bella sensazione?

– non saprei. Odio vomitare, ma amo la moto.

– facciamo colazione?

– ho la nausea

– non pensarci

– cristo. Non posso non pensare a niente. 

– Prova a pensare a qualcosa di bello. Cercalo negli alberi, qui intorno

– mavaffanculo. Tu e le tue cazzate da programmazione neuro linguistica. 

– ok. Allora vomita.

– non ho voglia più. Avrei voglia di dormire

– sei un gran cazzone

– me lo hai già detto

– è importante che ti si fissi il concetto

– ok.

– un cazzone spettacolare

– è più grave di cazzone?

– parecchio. Ma è uno spettacolo.

– beh… mi consola

– io, da spettatrice, rido moltissimo.

– gli spettatori ridono sempre

– sei un protagonista inaffidabile

– è peggio di cazzone spettacolare?

– no è un complimento dolce. 

– ok. Non capisco se sia vero. Credo di avere un piano

– dimmelo la prossima volta

– perchè?

– perchè ne avrai già cambiati sei. Prendiamo quello che sembra più ragionevole e lo mettiamo in pratica.

– io ho un piano adesso

– si chiama confessione del condannato. Non è un piano. Vediamoci dopo il fine settimana

– e se muoio? e se fosse troppo tardi?

– Le persone non muoiono mai quando c’è bisogno di loro. E lunedì non è tardi. 

 

 

 

 

I Diametri delle lettere

Fratelli,

si voi.

Vorrei raccontarvi che non sono corso a casa a scrivere. Ma vi racconterei una bugia. Non l’ho mai fatto, non inizierò adesso. Scrivo lettere alle persone che amo da qualche tempo. Mancavate voi.

Ho imparato, scrivendo lettere, che hanno un diametro. Una linea retta. Ecco, queste sono due lettere in una, diametralmente opposte. Una avrei voluto scrivervela a pranzo, e una a cena. Sono diventate una sola lettera, la magia dello scrivere. 

Alla fine di ogni diametro c’è un cerchio. Io stavo chiudendo il mio. Come tutti i pagliacci, ho un grande senso della tragedia. 

A pranzo avrei dovuto scrivervi una cosa molto importante, che forse non vi ho scritto per la naturale paura che si nasconde dietro ogni sorriso rubato.

A cena, avrei dovuto scrivervi una cosa molto importante, che non vi scrivo per la naturale paura che si nasconde dietro ogni sorriso improvvisato. 

Bevo. Vino bianco ghiacciato. 

Dicono non serva. 

Io non sono così forte da riuscire a tenere due cose così, due emisferi opposti, un Polo Sud e un Polo Nord, tra le mani. 

Io non so fare tante cose. Tante le ho imparate. Non so scrivere poesie, non so sorridere con gli occhi, non so cantare intonato. 

Non so reggere questi due emisferi. 

Così lontani.

Ho un grande senso della tragedia, lo ho già detto. Come tutti i pagliacci, so fa ridere perchè conosco il fondo del barile dell’animo. 

E con questo grande senso della tragedia, vorrei smettere di scrivere. Adesso. Per sempre. 

Scrivere a caldo, con il vino freddo, fa un male enorme. 

Dicono vengano fuori grandi cose. 

Dubito. 

Io, fratelli, mi sono seduto qui, nudo, al buio, con il vino e le sigarette, a scrivere.

Più a caldo di così si muore. 

E vorrei smettere di scrivere. 

Ma so che non lo farò. 

E vorrei smettere di ridere.

Ma so che non lo farò.

E vorrei, essermi fermato a pranzo. Con il sole alto in cielo e il caldo. 

E tutto il resto.

Il resto, fratelli, è la cosa più bella che avrei voluto dirvi in questi anni. E sono tanti, gli anni. 

Fratelli io ho da fare una dichiarazione.

Ma arriva la cena. 

Niente dichiarazione.

So del vostro amore, fraterno. Lo sento. 

Adesso ho bisogno solo di appoggiarmi a questo amore e dormire. 

Respirare nel sonno sul senso delle cose, su come un disegno preciso si confonda con un’idea stupenda. I quadri migliori nascono così.

Anche questo quadro, ne sono certo, nascerà stupendo. 

Io non so se ce la faccio. 

Ero fermo a pranzo.

E stavo bene li.

Finalmente. 

No, non capite. 

Nessuno potrebbe farlo.

Io si.

Era tutto lì. 

 

I diametri, a volte, portano a una circonferenza gigante.

Chiudere un cerchio, a volte, sembra così facile.