Agofobia – e altre cose che non mi piacciono

Io odio aspettare.

L’attesa mi consuma. L’amore mi consuma. L’attesa d’amore, comprensibilmente, mi consuma al quadrato.

Attendo.

In una sala d’attesa.

Uno dei non luoghi più non luoghi che esistono. E te lo dice uno che di non luoghi se ne intende. Aeroporti, cimiteri, corridoi della metropolitana. Posti che uno, se non ci sta attento, dimentica il senso di esserci.

Non sono solo ad attendere, che poi è il motivo per il quale attendo.

Io non sono capace di farlo. Una coda di più di tre persone al supermercato mi fa rinunciare alla spesa. Ho perso occasioni incredibili, sconti emozionanti, saldi struggenti, per questa cosa. Io vedo la coda alla cassa, appoggio tutto e me ne vado. Niente che io possa comprare vale l’attesa di una coda.

Qui attendo.

Devo poi farlo per forza.

Insieme a un giapponese vestito da marinaio, una giovane coppia che si tiene per mano, una signora anziana ricurva sulla sua borsetta e una donna russa sovrappeso.

Ho finito i pensieri belli, quelli brutti e anche quelli mediocri. Ho guardato Facebook, Linkedin, Instagram, Flipboard, le mail, i messaggi e what’s up.

Mi sta lasciando la batteria del telefono. Una morte certa, dovuta al troppo uso.

Spengo.

Osservo la stanza, la bacheca piena di avvisi, comunicazioni, aggiornamenti. I fiori finti impolverati, le foto di una bambina dietro alla scrivania della segretaria. Hanno gli stessi lineamenti bovini, ma credo sia una cosa da non dire.

La giovane coppia si stringe in un saldo abbraccio. Credo di paura. La signora ricurva sulla borsa respira come un bulldog.

Una corpulenta donna in una divertente tutona blu, con ciabatte di gomma in tinta, esce ogni venti minuti dalla piccola porta bianca. Urla un nome.

Non aspetta risposte.

Rientra.

Mi sento davvero a disagio qui. Fuori, si può intuire dal riflesso della finestra, è tornato il sole.

Viene chiamata la grossa donna russa.

Io non potrei mai stare con una donna grassa. Non credo sia colpa delle donne grasse.

Credo sia un mio problema. La seconda cosa più vicina alla perdizione, nella penombra di una camera, è quel filo teso tra le anche che solo le donne magre, o con forti disturbi alimentari, hanno.

Niente contro le donne grasse, per carità. Nemmeno contro le donne russe. Che solitamente, per altro, non sono grasse. Credo sia una questione legata al ceto e al reddito. L’alimentazione, come l’intelligenza, non dovrebbero essere legate al ceto, ma finisce che un po’ le cose si legano.

Aspetto.

Tocca al giapponese.

Oppure la corpulenta assistente ha avuto un attacco di bronchite asmatica e ha pronunciato quel suono roco per tossire:

 

– hokudi

 

Credo di essere il prossimo.

Spero di essere il prossimo.

Passo i primi tre minuti della mia nuova attesa osservando le riviste sul tavolino e contando le consonanti visibili sulle copertine.

Sessantasei.

Le vocali, a spanne, dovrebbero essere lo stesso numero. C’è una ricerca interessante in merito al rapporto tra vocali e consonanti. Interessante, di questa ricerca, è il fatto che io non sia l’unico ad essersi posto la domanda:

– ci sono più vocali o consonanti in una frase?

Esce il giapponese, vistosamente provato e spettinato.

Esce anche la donna corpulenta, che urla il mio cognome.

Sono io, dico con un filo di voce.

Entro nella stanza, dove ad aspettarmi c’è una seconda donna, più magra, più bassa, più bionda.

Nel complesso, più donna.

– le dico subito che ci sono grosse possibilità che io svenga.

– non faccia il stupido

mi risponde con un marcato accento russo.

– lo dico sul serio. Io sono agofobico.

– alora si sdraiii. Qui su letino.

– ottimo. Devo togliere i pantaloni?

– non sono ancora capace di fari punturi co pantaloni

– okkei.

Io, davanti a un ago, ho un tempo massimo di sopravvivenza eretto sui miei piedi che oscilla tra i trenta secondi e il mezzo minuto.

Abbondantemente passato da quando ho visto con la coda dell’occhio la siringa, la fialetta, la ciotola di acciaio e il cotone idrofilo.

Sento che il mio corpo mi abbandona.

Mi sdraio.

Sudo.

Con il culo all’aria.

– giriti

– prego?

– devi girarti, puntura è davanti

– davanti?

credo di avere una faccia da bambino terrorizzato.

– soto coscia.

mi giro.

Investo gli ultimi secondi ancora cosciente a osservare il neon sul soffitto.

Nel momento esatto in cui sento l’ago puntare i miei sottocoglioni, altro che coscia, sento la vita andarsene dal mio corpo.

Qualche istante dopo sono, molto sudato e molto imbarazzato. Non credo che i miei miti d’infanzia, Bruce Willis, Hemingway, Grande Puffo, avessero paura della siringa e degli aghi.

Per questo mi imbarazzo.

Sudo perchè svengo. Ho dei mancamenti, davanti alle siringhe, molto anni 60′. Sembra un brutto film di Totò, con me che collasso lentamente  e sullo sfondo una Capri estiva animata da molte controfigure. Sono scenico nello svenire.

– visto che non iè svinuto?

– pressapoco

– vuole sedersi qui o fuori?

– vorrei andare a fumare

– devi aspetari dottori

Aspettare.

Ho paura che la cosa, a livello psicologico, si faccia insostenibile.

Mi siedo nella sala d’attesa, mentre la giovane coppia entra in sincrono nell’ambulatorio.

Sento la gamba pulsare, con precisione sento crescere il terzo testicolo, del quale per altro non ho mai sentito il bisogno.

Mi spiace sempre sudare belle camicie come quella di oggi. E’ un peccato vederle rovinate, penso mentre guardo il grosso orologio.

Il dottore arriva mezz’ora dopo.

Una mezz’ora passata a massaggiarmi il terzo testicolo. Attraverso i pantaloni.

C’è una nuova paziente, in attesa, che sembra un pellicano. Anche le donne magre, a volte, sanno essere brutte, penso osservandole i piedi.

Mancina, con un accento genovese, ligure perlomeno, un anello di fidanzamento, un neo grosso sul seno, un naso lungo e affilato come un becco, due rose sui capelli, gli occhi stanchi, un evidente eccesso di ormoni visibile sulla pelle unta, e negli occhi gialli.

Tiroidea, suppongo.

Anche mica troppo buona nell’arte di intrattenere un uomo a letto, suppongo osservando le orrende mutandone che spuntano da un fianco.

Mi chiama il dottore. Mi prospetta altri tre giorni di punture.

Un fuori programma piacevole.

Penso.

Esco in strada. Affronto il sole fumando una sigaretta appena sul marciapiede.

Cerco un bar, per prendere dell’acqua e un caffè.

Mi incammino verso il Tribunale. Un gatto nero mi attraversa la strada davanti.

Io non sono scaramantico.

Mi stanno solo lievemente sul cazzo i gatti.

E gli aghi delle siringhe.

E perdere tempo.

Mi siedo a un tavolino fronte Tribunale. Vorrei fare un paio di telefonate. Nessuno dei due mi risponderebbe. E’ un peccato, penso.

Bevo caffè guardando il traffico. Mi pulsa il terzo testicolo.

Credo sia normale, ma dovrei chiedere a chi ha tre testicoli.

Non ho un buon rapporto con i miei testicoli. Ne bastavano due, in effetti.

Tra le cose che non mi piacciono metterei:

– gli aghi

– l’eccesso di testicoli

– perdere tempo

– i gatti

– le donne non sincere

-le donne con le mutande inopportune

– sudare camicie su misura che si stropicciano, ma anche sudare in generale

– la guerra

– l’astinenza da mare

– l’astinenza d’amare

– l’astinenza amara.

– le coincidenze spacciate come verità

– tutto il palinsesto Mediaset

– anche Milano, a volte, mi sta sul cazzo.

Ma quello credo sia normale, in amore.

 

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