Bungalows

Da quando ero molto piccolo, diciamo da quando ne ho memoria, ho coltivato due grandi certezze estive. La prima, dalla quale poi derivano molte delle mie passioni, manie, malattie, è che amo il mare. L’amore è così viscerale che, per assurdo, riesco a ben tollerare quasi tutto quello che sta attorno al mare in se. Quando scorrazzavamo per le spiagge del nord della Sardegna, ad esempio, abituati alla perfezione dei posti, ben tolleravamo lo scadente sciabordio di tutte le specie di arricchiti arroganti che, armati di Rolex e camicia, invadevano il posto rischiando di rovinarne la poesia. In Liguria, a Ponente e a Levante, ho imparato a convivere con tutto, pur di avere il mio mare e le sue montagne che mi davano le spalle. Tollero, seppur a fatica, l’Adriatico rumoroso, le discoteche, le piadinerie, lo struscio, le zanzare. Tutto per il mare. Una cosa sola non riesco a tollerare, ormai da anni, e questa è la mia seconda certezza estiva: i villaggi turistici. Io odio i villaggi turistici. Io odio tutto dei villaggi turistici. Dalle animatrici, ai giochi organizzati, alle bacheche con le foto, al Miniclub, al minimarket, alle piscine con bagnino. Tutto. Io, in un villaggio turistico, mi sento giá male nel parcheggio numerato.
Ovviamente sono l’unico in famiglia ad avere questo problema. Ragion per cui, per ventisei anni abbiamo fatto vacanze in villaggio. Ventisei estati. Ho visto sorgere, crescere, svettare e tramontare la storia dell’animazione turistica italiana. Dal cortese e piacione fine anni novanta, fino al truzzo pseudoritardato perennemente sorridente degli anni recenti, ho una cultura di animatori di tutto rispetto. Contrariamente a quanto si possa pensare, non ho una grande esperienza di animatrici. Solo in un paio di stagioni, prima del millennium bug e subito dopo, ho avvicinato con successo due animatrici. Una, non ricordo il nome, era la titolare del miniclub e mi ricordava terribilmente Aretha Frankiln. La seconda si divideva tra l’accoglienza nel parcheggio e i pompini a tarda notte dietro al chiosco della spiaggia, motivo per il quale con pazienza mi sono messo in coda un pomeriggio nel parcheggio per avere diritto al mio posto dietro al chiosco la sera. Niente di memorabile.
Da quando ho uno stipendio, guadagnato legalmente, mi oppongo con forza al tentativo famigliare del pianificare a febbraio il villaggio di luglio.
Che uno a febbraio ha così tanta voglia di ferie che prenoterebbe anche un carcere.
Sono anni che ci provano. Tutta la mia famiglia adora i villaggi. Adora andarci, scoprirne la fatiscente struttura, goderne, lamentarsi, e rientrare a casa con delle foto ricordo scattate durante la serata danzante del giovedì.
Col cazzo.
Rispondo solitamente.
Da quando il Piccolo è entrato nella mia vita, comprensibilmente, ho fatto del compromesso un’arte.
Piuttosto che tenerlo ciondolante in giro per i giardinetti della cittá, con improbabili tassi di umiditá, sciami di zanzare tigre e impietosi padri in pinocchietto, ho accettato che venisse internato con parte della mia famiglia in strutture correttive estive, i villaggi preferiti di mio padre.
Parte del mio programma di questo fine settimana era, in effetti: dormire, socializzare con il Piccolo, scrivere finendo due racconti (Cristo e Imbianchini), nuotare fino a non sentire le braccia e lasciare che la moto curasse la mia anima.
Di tutto questo, per un’affascinante serie di eventi, non ho fatto quasi nulla se non ritrovarmi nel centro di un immenso villaggio vacanze, in preda a una vera e propria crisi depressiva, sotto minacciose nuvole cariche di pioggia.
Quando piove, nei villaggi vacanze, la tensione è palpabile.
La colazione servita fino alle ore nove impedisce a chiunque di pianificare un renitegro del sonno perduto nelle notti cittadine di luglio.
Mi avvicino alle fette biscottate, osservo il surrogato di Nutella e la marmellata alla ciliegia, fermo una cameriera.

Vorrei dello Yougurth e del the verde.
Non abbiamo the verde
Io bevo solo the verde
C’è il cappuccio o l’espresso
Vorrei uno yougurth magro
Non è compreso nella sua tariffa
Lo pago. Qualsiasi cifra
Vedo cosa posso fare

Mi sento solo e molto incompreso. E piove.
Credo che l’intento di girare per i tavoli, armato di birilli, con una giacca colorata vistosamente fuori taglia e lo sguardo affabile, sia quello di, in qualche modo, dare il buon giorno alla popolazione del villaggio.
Credo.
Perchè per me non lo è. Lui gira, metodico, fermandosi a scambiate battute con tutti gli ospiti. Io voglio il mio cazzo di the, il mio cazzo di yougurth, una fottutissima sigaretta e un giornale. Tutto, possibilmente, in silenzio.

Buongiorno! Arrivato oggi? Si ferma molto?
No.
Uh, che sguardo truce. Non si demoralizzi, la pioggia passerá! E oggi c’è lo spettacolo del mattino.

Brutto bastardo coglione, io prendo uno di quei cazzo di birilli colorati e ti rompo, metodicamente, il setto nasale, colpendoti numerose volte, fino a quando non perdi i sensi.

Il Piccolo, invece, è comprensibilmente eccitato e gira tra il Mini Club e la Piscina (modernamente attrezzata in stile caraibico, dice la brochures) in preda a attacchi di iperattivitá e felicitá non motivata.

Osservo mio padre, in canottiera e sandalo, attraversare la piazzetta con una bottiglia di whiskey sotto braccio. Anche se, logicamente, non riesco a capire che cosa cazzo ci faccia, alle nove e mezza di domenica mattina, con una bottiglia di whiskey sotto braccio, lo apprezzo per la sua capacità di adattamento alle situazioni della vita. Sono uomini che hanno fatto la guerra.

Il Piccolo viene rapito da una congregazione di uteri ruggenti, che al grido di

piove, fa freddo, c’è umido, copriti, attento, non vorrei che ti ritorni la bronchite

lo riporterá alla luce solo diverse ore dopo, vestito come un maestro di sci.

Mi ritrovo solo nella piazzetta. Alcuni tavoli sono pieni di gente. Nuclei famigliari e compagnie di ragazzi.

La pioggia mi impedisce di programmare qualsiasi cosa. La musica, filo diffusa da un centinaio di altoparlanti sparsi ovunque, è una playlist di un uomo evidentemente schizofrenico. Pezzi da discoteca anni novanta seguiti da hard rock seguito dai classici del country.

Una animatrice bionda, giovane e ancora carina se non fosse per delle orrende scarpe con le molle, si avvicina sbattendo le mani su un pallone.

Giochi?
No
Torneo di beach!
No
E dai! Forza che ti facciamo sentire giovane ancora!

Che poi è lo stesso claim che mi ripeteva una sua simile fuori dal bordello di Varsavia dove volevamo entrare a festeggiare non ricordo più cosa un paio di estati fa con dei colleghi.

Io non voglio sentirmi giovane. Io voglio essere vecchio. Con del the, un giornale e delle sigarette. Per ora.

Che lavoro fai? Lavori in banca anche tu?
Ho la faccia di uno che lavora in banca?
E che ne so! Lavorano tutti in banca…
Io no. Sai dove si possa recuperare un giornale?
Oggi il minimarket è chiuso!
sai dell’esistenza di edicole oltre al minimarket?

Mi osserva, accarezzando la palla.

Te lo prendo io!

Essere per contratto, obbligatoriamente, servizievoli.

Parte, sculettando, verso la piscina. Dubito che sul fondo della piscina si trovino dei quotidiani, ma non no le forze per opporre resistenza.

È pieno di gay
Papà, ti prego. È mattina presto.
No davvero. È pieno di gay. Ti da fastidio se mi siedo?
Che cosa ci facevi con una bottiglia di whiskey in giro prima?
Provviste. Ce ne sono parecchi. Coppie. In giro. Come se nulla fosse, a passeggio per il villaggio.
In effetti, come tu ti permetti di girare in canotta con una bottiglia di whiskey, non vedo perchè la gente non possa fare altrettanto
Non dire stupidate. E’ diseducativo.
Cosa, esattamente?
Che girino così.
Se vogliamo sostenere questa conversazione ho bisogno di un caffè.
Te lo offro io. Vado a prenderne due.

Ritorna la ragazza bionda, con in mano un giornale. Una improvvisa e molto positiva svolta nella mia vita.

Grazie
E di che! È il mio lavoro!

Lo prendo in mano. È del giorno prima.

È di ieri…
E che ne so! È un giornale, l’unico che c’era in reception.

Cristo.

Trovo stupendo che abbiano lo zucchero all’anice, sembra di correggere il caffè. Dove hai preso il giornale?
È di ieri.
Cosa te ne fai del giornale di ieri?
Me lo ha portato l’animatrice bionda,
Ah, una ragazzina proprio carina.
Una ritardata.
Smetti di essere cattivo. Ecco guarda. Quelli sono omosessuali.
Può darsi. Sono uomini, sono due, girano insieme. Dovrebbe bastare, in effetti papá.
Tu scherzi, ma è diseducativo
Anche noi siamo due, soli, a un tavolino
A proposito, facciamoci una bella chiacchierata. Che ne dici?

Guardo il cielo, nuvoloso e bianco, e l’anfiteatro che si sta riempiendo minacciosamente di bambini. Non ho scampo.

Mio padre ha usato questa espressione tre volte nella sua vita. Quando gli ho rotto il computer, lanciando un cuscino contro mia sorella che mi dava del coglione, quando sono stato beccato nel fervore onanista dei tredici anni e quando doveva dirmi che mia madre era morta, davanti al letto con le due vecchie zie che piangevano stringendo il rosario.

Niente di buono.

Possiamo rimandare a dopo l’estate, papà?
Non capisco cosa ti spaventi. Due chiacchiere tra uomini.
Davvero, per favore.
Andiamocene, perlomeno da questo covo di omosessuali.

Non ci sono omosessuali, papà. Li c’è una coppia, eterosessuale, con lei vistosamente vestita da mignotta, pronta a saltare in groppa al miglior offerente, li ci sono quattro ragazzi evidentemente eterosessuali visto che ogni volta che passa l’animatrice bionda hanno dei sussulti che riconosco come sani moti ormonali, e li ci sono due ragazze, amiche, che bevono birra. Non ci sono omosessuali. Ci sono persone infelici e alcolisti, ma nessun omosessuale. Capisci?

Spostiamoci lo stesso. Ti offro un caffè
Ancora?
Si, uno buono, di torrefazione. E compriamo i giornali.
Mi devi dire qualcosa?
Tu, forse, mi devi dire qualcosa.
Io ho moltissime cose da dirti, lo sai. Ma lo farò a tempo debito. Adesso voglio stare con il Piccolo.
È un bambino molto sveglio.
Sembra che la cosa ti stupisca.
Con un’educazione atea e disorientata, non me lo sarei aspettato.
Ha tre anni, cristo. Cosa cazzo c’è di ateo e disorientato nella Peppa Pig e nel voler correre a perdifiato dentro il mare?
Vedi che sei nervoso? Sei instabile e infelice. Ho ragione io.
Hai ancora la bottiglia di whiskey a portata di mano?
Bevi molto?
Non molto.
Sei felice
Berrei whiskey la domenica mattina. Perlomeno stamattina.
Ho paura che tu abbia perso la strada.
Oh cristo santissimo.
E non bestemmiare.
Non è una bestemmia.
Perlomeno sei soddisfatto?
Di cosa?
Di questo
Di un lager per ricchi che girano con un braccialetto colorato e che non hanno diritto a del cazzo di yougurth la mattina?
Smetti di dire parolacce. Tuo figlio capisce tutto. E registra. Sono come le macchinette per registrare la voce, a quest’età. Basta un attimo. Crescilo bene.
Ti piacerebbe crescesse come sono cresciuto io?
Non saprei

Di colpo cerca le sigarette. Ne tira fuori una, e se la accende.
Faccio lo stesso. Ripassa il coglione con i birilli, che ci saluta e ci invita a passare una buona domenica.

Io mi farei meno menate, papà. Sai benissimo come stanno le cose. Sono tuo figlio.
Per questo mi sento in dovere di dirti…
Aspetta, ti prego. Non dire niente.
Perchè?

Mi alzo, lo abbraccio. Non so bene a cosa serva, ma di sicuro a finire questo pericoloso scivolo che rischia di catapultarci tutti e due in uno spettacolo di cui non conosciamo il copione. Il copione che recitiamo è da sempre quello in cui io faccio le cose che ritengo giuste. E poi, davanti ai cocci rotti, lui pontifica la sua soluzione, mentre io cerco di rimettere a posto le cose.
Non ci sarebbe spazio per altri copioni. Ormai.

Lo prendo sotto braccio e gli dico

Andiamo a berci questo caffè di torrefazione, che questa merdata che spacciano per espresso è davvero pessima.
Ricordati, le parolacce.
Spero che anche il Piccolo sappia riconoscere una merdata di caffè e la chiami merdata.

Camminiamo, sotto la pioggia calda, verso il parcheggio. Incrociamo il giardiniere e un inserviente, che discutono di qualcosa.

Vedi che è pieno di omosessuali? Stanno tutti nei bungalows qui in fondo.

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