Imbianchini

29 Lug

Era una cosa da fare. Lo si intuiva dalle crepe nelle pareti, dal nero sopra i caloriferi, dalle dubbie macchie di umidità sul soffitto. I muri parlano e raccontano le storie di una casa. Le piccole crepe che ricordano un bicchiere lanciato, come se la rabbia fosse capace di stare tutta in un bicchiere, raccolto con una paletta di plastica blu e finito nella differenziata dell’amore, ultima porta prima dei box. I buchi ricordano foto che non ci sono più. Forse sono solo cadute le cornici, forse sono cose inopportune da ricordare, o forse si voleva mettere quella foto in cui il Piccolo sgrana gli occhi davanti a un cucchiaio di formaggio fuso, che poi si capisce che è una foto del cazzo, che piace solo a noi, che in casa ci sta anche male, e che il Piccolo in quella foto sembra un grosso babbuino scemo. L’ombra di polvere appoggiata sui libri lascia aloni che raccontano storie stupende. E gli elefanti sulla mensola raccontano i miei viaggi. Ogni viaggio un elefante, una piccola gara tra il kitsch e il soft core, tra elefantini di ceramica e bestiole di legno con intarsiati nomi in hindi o arabo che chissà cosa cazzo c’è scritto in fondo. Ogni casa nasconde delle storie, come la foto finita dietro ai libri su Magritte, chissà come, proprio di fianco a Tropper. Una foto di un uomo, io, e una donna di cui non ricordo nulla se non il sapore delle storie che sapeva raccontarmi con le labbra e il ciuffo biondo. Avevo vent’anni, lo stesso pareo rosso che uso oggi, un paio di ridicole collane e degli orrendi occhiali azzurri. Sul muro nudo rimangono i segni, mentre svuotiamo lentamente le stanze. In silenzio. Impilo i libri nella camera del Piccolo, cercando di mantenere ordine e rispetto. Ogni pila è un ricordo. Io non rileggo mai niente. Ma ricordo tutto. Quello che voglio ricordare.

Avrei preso in mano la situazione io, da vero uomo, armandomi di qualche pantalone che non uso più, di un paio di vecchie scarpe da ginnastica, costruendo un ridicolo cappello con la carta di giornale e camminando come un cavallo in processione tra gli scaffali del BricoCenter per comprare latte di vernice, spazzole, rulli, guanti, teli di plastica come quelli di Dexter, scotch di carta, e sicuramente qualche cacciavite con misure in pollici, che quelle fottute viti della moto sono tutte in pollici.

Non sono quel genere d’uomo. Pensavo di esserlo. A un certo punto della mia vita. Pensavo di assomigliare a mio padre, che a sua volta è pari pari mio nonno. Date un qualsiasi cacciavite, una pinza, un pennello, un martello, una chiave inglese, in mano alla mia famiglia, da parte di padre, e otterrete un efficiente riparatore, manutentore, elettricista, imbianchino, idraulico. Sull’antennista abbiamo da lavorare, ma è questione generazionale.

Invece no. Io no. Io avrei voluto, invece no.

Qualche anno fa, stufo dei lamenti continui di mio padre sulle evidenti cicatrici dei muri di casa nostra, ho aspettato la sua partenza e ho deciso di imbiancare tutta la casa. Di più, sul muro di camera mia, fare un disegno, a colori.

La cosa si è rivelata una grandiosa trovata per fare l’amore sui materassi appoggiati in soggiorno, per ascoltare buona musica e bere vino sporchi e stanchi in terrazza alla sera. Sulla qualità del lavoro, una volta finito, ho avuto i miei dubbi. E mi sono fatto aiutare da un piccolo esercito di amici e amanti. A farlo da solo, sarei ancora a staccare scotch di carta dagli angoli della cucina.

No, non fa per me.

Anche se, a raccogliere preventivi, mi viene il magone. Sapere che buona parte del mio stipendio di luglio se ne va in vernice bianca, che poi diventerà gialla, che poi si creperà e che poi richiederà ancora un pezzo del mio stipendio, e così via all’infinito, mi lascia malinconico. L’unica, per come la vedo io, è incrementare i propri guadagni fino a non sentire il peso dell’imbiancatura sullo stipendio.

Ho chiesto in giro, ho staccato volantini dai pali della luce, ho fatto girare la voce. Il risultato è stato che un piccolo esercito di uomini mi ha citofonato, osservato le crepe, toccato il giallo che era  bianco, sparato il suo preventivo. Ad alcuni non ho nemmeno avuto il coraggio di rispondere. Ad altri ho risposto offrendo delle birre.

Ho deciso, una notte, di spostare il mio criterio di scelta dell’imbianchino su due aspetti importanti:

– che parlasse spagnolo, perchè mi sarebbe un sacco piaciuta l’idea di girar per casa elencando i soprammobili e i dettagli in spagnolo.

– che la cifra non superasse la soglia psicologica del mezzo stipendio.

Ho trovato una coppia di sudamericani, molto economici, molto sudamericani e abbastanza preparati sull’argomento muffa. Il progetto del bagno, che ha richiesto, questo lo ricordo bene, che un interior designer di bagni prendesse le misure con precisione chirurgica per incastrare tutto, offrendo anche uno schema di piastrelle che lasciasse una sensazione di caduta e libertà, testuali parole, si è rivelato come uno dei più grandi incubatori di muffa d’Europa. Venissero con dei barattoli, potremmo produrre della penicillina per eserciti. Che uno si sente in colpa quando fa la doccia con la finestra chiusa, e a novembre far la doccia con la finestra aperta c’è da sentirsi parecchio stupidi. Anche a chiamare un interior designer per il cesso, ci sarebbe da sentirsi stupidi, ma quando si mette su casa, tutto è lecito, sia l’amore sia l’interior designer.

Stabilito che i due non capissero quasi un cazzo, ne in italiano ne in spagnolo, abbiamo deciso di abbandonarci alla fiducia. Sfondando una quarantina di luoghi comuni, che vedono i sudamericani come inaffidabili. Credo che i sudamericani lo sappiano. E che non gliene fotta un cazzo.

Difatti, hanno sbagliato giorno, ordine dei locali, e hanno lasciato evidenti tracce del loro passaggio.

Ci siamo ritrovati in casa, tutto coperto da teli trasparenti con grossi goccioloni di vernice, la camera del Piccolo trasformata in un improbabile magazzino, i mobili spostati al centro delle stanze. Ci siamo ritrovati con le voci che fanno eco. Come quando la casa era vuota. Come quando, una sera di giugno, ho disegnato con il mozzicone di una sigaretta, un grosso cuore sul muro grezzo del soggiorno. E ci ho messo le nostre iniziali.

A spanne, credo si trattasse dello stesso angolo nel quale il muratore rumeno pisciava nella bottiglia di Coca Cola tagliata a metà.

Giravo per la casa vuota a giugno e la immaginavo piena. Non di mobili, ma di gente. Piena di un futuro che prevedevo tranquillo e disegnato da una mano ferma e perfetta.

Non immaginavo crepe nei muri e nell’amore.

Questo è il bello di metter su casa molto giovani.

Ripasso il dito sulla vernice fresca, umida, del corridoio. Ricordo perfettamente l’attenzione con cui, le prime sere in questa casa, pulivo le piastrelle una ad una, per togliere l’alone che un cantiere troppo lungo aveva lasciato. Inginocchiato, armato di spugna abrasiva, sfidavo l’opaco naturale di piastrelle che nascevano opache, per renderle lucide.

Immaginavo un futuro disegnato sapientemente, dritto perfetto, come la mensola sospesa che tiene tutti i miei libri. Immaginavo una felicità fatta di questi muri e di queste finestre. Quella stessa felicità che vedevo nei muri e nelle finestre della casa dei miei. Costruita senza pretese e con pazienza.

Ho addosso una stanchezza troppo grande, mi siedo a guardare i libri e a pensare a quale dei miei fratelli chiamare per rimettere tutto in ordine. In quell’ordine preciso. Pennac, Kundera, Baricco, Haddon, Vargas, poeti e pittori, Winslow, Storia e filosofia, eccetera eccetera. Si sono aggiunti, da quando la mensola era vuota, libri bellissimi, storie bellissime, crepe grandissime.

Sono troppo stanco, adesso, per fare ordine.

Fumo, camminando in cerchio attorno ai teli. C’è quella piccola tavola da surf comprata a Castro, che sembra un tagliere per verdure di un gigante, che nel nuovo ordine delle cose non troverà posto. Lo so da me. Sono esperto di traslochi.

Ho cambiato, sotto questo tetto, molte carte in tavola. Che poi non era nemmeno la stessa tavola, a essere pignoli.

Ecco, ho imparato a non essere pignolo.

Che tra il bianco e il nero, c’è il grigio, che a ben guardare è una moltitudine di colori in uno.

Ci hanno anche scritto un orrenda trilogia, che la Signora ha voluto, offendendo la storia della letteratura mondiale, mettere proprio vicino a Sedaris. Inavvertitamente. Ne sono sicuro. Nessuno con una minima coscienza letteraria metterebbe della spazzatura vicino alla grande narrativa contemporanea.

Ho lasciato che le luci si spegnessero in casa. Ho aspettato che si spegnessero nel quartiere. Torno da un viaggio lungo e stancante. Ne stavo iniziando un altro. Non è il momento di parlarne. Non è il momento di insistere sulla punteggiatura della vita, baby.

Nemmeno sugli apostrofi. E’ il momento di scrivere. Recupero una bottiglia di grappa, memoria di qualche natale. Recupero un paio di cuffie da un cassetto.

Mi siedo contro la finestra del soggiorno. Si sente l’eco di quello che faccio, ultimamente.

Apro il computer, che mi si illumina la pancia con la luce del monitor, che è l’unica luce di tutto il quartiere. E’ notte anche per questo.

Lascio al caso la base musicale. Mi ritrovo qui.

Una canzone con una tonnellata di ricordi. Recenti. Quasi. Dolorosi. Quasi. Quasi piacevoli. Dovrei ritrovare il quaderno su cui tenevo nota di tutto quello che ci eravamo detti. Inguaribile romantico. Credo di averlo buttato nella differenziata dell’amore.

Non ricordo.

Scrivo due o tre cose bellissime. Senza nessun senso. Senza nessuna punteggiatura a disturbare.

Periodi lunghissimi, frasi troppo lunghe.

Un brutto racconto, scritto benissimo.

Mi fa bene scrivere, in questo tempo.

Ho demoni da scacciare, che scompaiono schiacciando i tasti.

Si sente l’eco dei tasti, fa meno male, molto meno male, tutto questo buio.

Parte questo.

Che è un disco molto particolare. Perchè lo so tutto a memoria. Tutto. Lo sapevo suonare tutto. Lo ho suonato e cantato tutto un milione di volte. Forse un milione no. Ma quasi. Ho fatto tutto con questo disco. Tutto quello che ho fatto ha una canzone di questo disco di sottofondo.

Smetto di scrivere.

Guardo fuori dalla finestra.

Non è più il momento di scrivere. E’ un periodo strano, questo.

Canto Anna Begins.

Sotto voce.

Impercettibile rumore, coperto dal traffico.

Canto Round Here.

Non ho dubbi. Lo so ancora tutto a memoria.

Mi guardo intorno. Per tirare via l’amaro della grappa bisogna muovere il collo.

Per tirare via le lacrime del presente, a volte fa comodo appoggiarsi al passato.

Ho tutta un’estate davanti per scrivere questo cazzo di racconto sugli imbianchini e sui miei muri.

Non ho fretta.

Sto scrivendo tutte le notti. Tutte le notti.

Non ho fretta.

Rimetto Round Here.

Mi sdraio. Il freddo delle piastrelle fa cadere tutte le ipotesi d’estate sulla mia schiena, che si gela.

Io non ho mai avuto paura del futuro. Per questo sono qui, come sono.

Che è un pensiero, converrai, che meriterebbe un racconto a se stante.

Io non ho paura nemmeno adesso. Per questo sono qui, a scrivere di notte, mentre tutto mi dorme attorno.

Che è un pensiero, ne converrai, che meriterebbe un racconto a se stante.

Molte delle cose che sto facendo in questo mese meriterebbero racconti a se stanti.

Scriverò come un matto.

Non riesco ad andare a letto. Che fa bene stare qui. Non riesco a dormire, che ho i ricordi che fanno a pugni con i muri bianchi. Non riesco a smettere di pensare a settembre, che fa a pugni con luglio.

E in questi casi, come sempre mi ripeteva Gabry, l’unica è:

stai fermo, bevi e attaccati al cazzo.

Che Gabry sapeva suonare tutti i Counting Crows, sapeva ridere di tutto e sapeva anche riassumere molto bene quel modo di stare sdraiati, fermi, immobili, a respirare tutto.

Restare attaccati al cazzo.

Poesia allo stato puro.

 

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: