Anna

Si erano incontrati nel parcheggio del bowling, lontano da occhi indiscreti, decoro, e ricordi romantici.

Si erano piaciuti fin da subito, un po’ per quel naso di lei, che sparava piccolo e dritto verso il cielo, un po’ per le spalle di lui, che davano sicurezza e coprivano l’anima.

Un po’ perchè a tutti e due non piaceva, in fin dei conti, il bowling, i parcheggi, gli occhi indiscreti e gli amori inutili.

Lei gli aveva detto: mi ricordi terribilmente il mio professore di italiano del liceo. Si chiamava Paolo. Tu come ti chiami?

Franz.

Davvero?

Certo, che domanda è: davvero?

Che Franz è l’abbreviazione di Francesco. Solitamente.

Non mi piacciono le donne saccenti. Le donne che diventano rosse, le donne che non hanno gusto per le scarpe e le donne che pensano in Comic Sans. Finire una frase con: solitamente, sembra davvero in Comic Sans.

Scusa.

Comunque hai ragione. Franz sta per Francesco.

Tu come ti chiami?

Anna.

E’ il nome più bello del mondo.

Lo dici a tutte?

Solo a quelle che si chiamano Anna.

Parlava, lei, con una voce calma, davvero calma, forse troppo calma. La calma di tutto il mondo sembrava essere finita nella sua voce. Che scandiva, lenta, parole e pensieri. Aveva gambe lunghe e il sospetto che, a ragione, l’uomo della sua vita fosse, purtroppo, prematuramente scomparso. Lo diceva lei. Scandendo le parole.

L’uomo della mia vita è scomparso. Lo saprei riconoscere. Lui non c’è.

Resterai sola?

Penso di si. Ma sola non sono. Ho splendidi amanti, ruvidi maschi, noiosi compagni. Ho tutto quello che cerco. Tranne che l’uomo della mia vita.

Vorrei conoscere, di queste donne, tutta la storia, fin da subito. Sono avido di respiri, di sorrisi, di parole sottese, di collant lasciati su schienali di legno di sedie spaiate, in cucine illuminate da vino e candele.

Sono avido di labbra, di rumori, di discorsi, di sogni infranti e di incubi ricorrenti, questo devi saperlo, le dico.

Non mi spaventi. Se non per il fatto di essere fermo, in piedi, a fumare, in un parcheggio di un bowling.

Camminavo. Per pensare. Ho lasciato la moto alla rotonda che da sui campi. Volevo pensare.

E, solitamente, giri nei parcheggi dei bowling per pensare?

No. Non so nemmeno giocare a bowling.

Nemmeno io.

Dovrebbe essere facile, dicono.

Lo dicono di molte cose.

Hai ragione. Lo dicevano anche del mio lavoro.

Non ho nessuna intenzione di chiederti che lavoro fai.

Tu che lavoro fai?

Al momento nessun lavoro. Per questo giro in moto e penso.

Potrebbe essere un lavoro?

Non credo. Ma mi serve.

Tu cosa fai in un parcheggio di un bowling?

Parcheggio, manco a dirlo.

Giochi a bowling.

Mai fatto in vita mia. Andava di moda, a un certo punto, in una certa Milano, un po’ di anni fa, portare la fidanzata al bowling.

Ricordo perfettamente.

Ecco, io ero sempre sola. Non ho mai imparato a giocare a bowling.

Non te ne pentirai, credo.

E non ho mai imparato a fidarmi di un uomo.

Non credo sia necessario fidarsi per amare.

Non lo so. Comunque parcheggio qui perchè sto lavorando alla stazione di servizio qui davanti.

Non hai la faccia da benzinaia.

Non sono una benzinaia.

Fai la puttana, tu?

Apprezzava le persone che facevano domande dirette, lei. Adorava fare domande dirette, lui. Le domande dirette, insomma, cadevano sulle loro conversazioni come cacio su maccheroni perfettamente al dente.

Le loro conversazioni erano cotte al punto giusto, lasciate indietro di un paio di minuti, al dente.

Come dovrebbero essere le conversazioni giuste. Quelle che precludono grandi esplosioni.

Prima di ogni grande esplosione, nella vita, c’è una conversazione dal ritmo perfetto, al dente.

No, non faccio la puttana. Non so se avrei il fisico per farlo.

Non serve il fisico per fare la puttana. Serve l’anima. Prenderla e buttarla.

Vero anche questo, comunque non ho mai valutato di farlo. Ecco.

Quindi, se non fai benzina, se non fai pompe, che cazzo fai in un benzinaio?

Lavoro davanti a loro, sei metri lineari. Lo so per certo, per via dell’impalcatura da sei metri che hanno dovuto montare. Lavoro da due mesi all’icona della Madonna che hanno rovinato l’anno scorso.

Restauratrice.

Quasi. Ristrutturatrice d’esterni.

Beh. Approssimativamente lo stesso.

Quasi.

Hai l’aria di una artisticamente formata.

Avrei voluto fare la pittrice da grande.

Anche io avrei voluto fare lo scrittore da grande.

Hai gli occhi da scrittore.

Grazie. Anche i ricordi, sono da scrittore.

Scrivi?

Si. Tu dipingi?

Si.

Fumavano sigarette ormai consumate, l’unica scusa per fermarsi ancora a parlare, pessima idea, le sigarette finiscono troppo presto. Come le conversazioni al dente.

E così, senza aspettare nessun brutto finale, o nessun arrivederci, si erano girati, senza nemmeno salutarsi.

Addio Anna.
Anna Addio.

Adoro dire addio, Anna.

Adoro dire, addio Anna.

Lo dico a te, come l’ho detto l’ultima volta all’ultima Anna della mia vita.

Mia madre.

La Gelosia ed altre malattie tipicamente infantili

Odio doverlo dire, ma ci sono situazioni in cui riesco ad anticiparmi il finale prima ancora della fine del primo tempo. E mi annoio. Da morire. Fossi al cinema, mi alzerei e me ne andrei. Ma non sono al cinema. Va in presa diretta la mia vita.

Oggi va così.
Un giorno di riunioni, di pranzi e di cene. Sapevo giá di finire da solo, con del pessimo rhum, a scrivere, in hotel.
Non è preveggenza. È esperienza.
La letale routine dei nuovi esecutivi. Annusarsi il buco del culo, come cani maschi in preda a smaniosi comportamenti dominanti, ma ordinatamente imprigionati nell’area cani. Insomma, a fare brutto, ma dentro la recinzione. Mentre i nostri padroni fumano svogliatamente parlando di reality show.
Pranzo leggero discutendo. Pomeriggio soporifero.
Metto su Spotify questo pezzo.

Credo, un pomeriggio del liceo, di averlo suonato tutto di fila per sei volte, per fare colpo su una tipa di Assago, dalle lunghe gambe affilate, con la sabbia che si appoggiava scivolando, insieme ai miei pensieri viscidi.

Concato, comunque, per chiavare non funziona.
Funziona per migliorare di molto l’arpeggio, e anche la voce. Ma per secondi fini sessuali, fidatevi, lasciate stare.

Ma la noia fa brutti scherzi.
E mi trovo in una sala grigia, appoggiato a una lavagna, a scrivere con un grosso pennarello rosso, cerchiando le parole, per darmi un tono, pensando a Concato, a quanto mi manchi il mare, quello che cammini a piedi nudi, quello che riconosci un po’ tutti, i forzati migranti innamorati di salsedine e lavanda come te, quello che fa caldo quando cerchi ombra per leggere il giornale.

Arrivo in hotel. Il concierge mi sorride. Ci conosciamo? Penso io. Certo che ci conosciamo, perchè puttana merda sono sempre qui.
Desidera la cena in camera, come sempre?

Esiste, penso io, un sempre in un universo parallelo dove ordino cene in camera? O forse, semplicemente, qualche sera strafatto ho ordinato cibo.

Mi scusi, desidera mangiare in camera?
Rhum. Scuro, con ghiaccio.
Preferenze?
No.
Vedo dal computer che l’ultima volta ha ordinato Barcelò, una bottiglia.
(Cristo, per forza che ho ordinato cibo dopo. Che cazzo di alcolista.)
Desidera lo stesso?

Si

Ho bisogno di umanità. Per questo mi siedo nella caffetteria, su un divano arancione più adatto a uno studio di un proctologo.

Niente.
Spotify.
Stasera vado dritto al liceo. Concato.
Romanticone.

Una sola coppia, insieme a me. Fuori festeggiano il carnevale. Sembra importante. A vedere come la prendono sul serio. Pittoresca, decisamente, la vicinanza tra San Valentino e Carnevale. Un macchinoso regalo del calendario, per ottimizzare l’uso della stessa maschera.

Una coppia decisamente giovane. Definisco giovani i ragazzi che indossano questi jeans aderenti, intubati in golf da Vacanze di Natale, con imponenti ciuffi gelatinosi e scarpe colorate.
Definisco giovane lei, credo abbia il diritto di frequentare l’università. Capelli azzurri, tagliati corti su un lato, una scollatura sulle tette, impreziosita da un ciondolo di plastica con un cuore e un teschio, e, per dovere di cronaca, un culo scolpito nella durezza delle gambe.

Evidentemente mi incuriosisco.
La noia e i capelli azzurri.

Evidentemente devo avere le sembianze di un vecchio bavoso.
Per cuori così giovani e romantici da trovarsi a bere nel bar di un hotel.

Evidentemente lui desidera pisciare sul suo albero. Cani che, prima ancora di annusarsi il culo, ringhiano.

A me la gelosia mi intenerisce da morire.

Letterariamente, è Tolstoj a definirla al meglio. In quel cazzo di mattone che è Anna Karenina. Se volete punirvi, leggetelo.

Volendo, Moliere, ha detto la cosa più intelligente.
Chi è geloso ama molto, chi non lo è ama meglio.

La gelosia è un sentimento decisamente infantile. A livello di psicoterapia cognitiva è associato ai bambini, che hanno il timore di perdere qualcosa di cui non hanno il controllo. Che poi è così anche per gli adulti, che confondono amore e possesso.

Diffido delle persone gelose. Non amano, vogliono possedere.

La gelosia è molto ecumenica. Ama donne e uomini, di ogni colore ed età. Perchè gli insicuri sono infiniti.

La gelosia è un sofisticato antifurto, che attira i ladri di emozioni, come il sottoscritto. Adoro gli uomini gelosi, perchè partono sconfitti. Ad essere geloso perdi sempre.
Spesso anche male.
Io quando sono stato geloso, ho perso sempre.

Adoro le coppie che vivono imprigionate nella gelosia. Che è peggio di un tradimento.

Adoro le donne gelose, perchè sono state le prime a darsi con grande facilità.

Inutile, per dire, venire qui a cercare “gelosia” su Google, per cercare giustificazioni all’irrefrenabile voglia di sbirciare su Whatsupp.

Inutile come essere gelosi.
La gelosia è uno stato patologico.
Fatevene una ragione. Ci è arrivato Freud, nel 1922.
Insomma, seduti davanti a un analista, non ci fate una bella figura.
Ma anche seduti davanti a voi stessi.

Il coraggio sta alla paura come la gelosia sta all’abbandono.
La paura diventa patologica quando cerca il coraggio, la gelosia quando recupera la paura dell’abbandono.

Lasciate stare. È inutile. Come una canzone di Concato per trombare.

Poi, io ero solo incuriosito dai capelli azzurri rasati.

Poi, io ero così piccolo da credere ancora in Concato, nel potere democratico della chitarra, nell’amore.

Poi, tutto cambia.
E scopri l’inutilitá della gelosia. E di Concato, e delle chitarre.
L’amore è indispensabile. Ma non ha bisogno di gelosia, di chitarre, di Concato.

L’amore sano, perlomeno.

PS: oggi è uscito un libro “La verità, vi spiego, sull’amore”, Mondadori, scritto da una donna speciale.

Compratelo.

E non perdete tempo ad essere gelosi.

Vi amo.

Pampero

Non restava nient altro da bere che del Pampero. Tenuto, sa Dio perchè, in frigo.

Vicino alle olive e al prosciutto.

Eravamo in grado, io de te, di finire le riserve di alcool di un plotone di assetati soldati.

Eravamo, io e te, belli da vedere, nudi e affamati, nel mistero di una casa che tu non sentivi tua e io non provavo nemmeno a rendere mia.

Avevo un debole per le bionde, per il rhum, per le donne che hanno fame di me, per i morsi, per l’attesa.

Nulla è cambiato, a dirti il vero.

Respiravamo piano, rallentavamo il battito, insieme, mentre tu mi aspettavi.

Venire insieme meritava altro che Pampero.

Ma avevamo finito tutto il resto.

Sapevo poco su di te, meno su di me.

Non sapevo fosse finito lo champagne.

Non sapevo di cosa succede a uno come me davanti a una come te, nuda, solo le scarpe.

Non sapevo quali fossero i tuoi film preferiti.

Non sapevo quale fosse il tuo libro preferito.

Conoscevo, a memoria, il tuo punto di non ritorno.

Adoravo arrivarci, sedermici sopra, tenerti lì, bloccata, con le labbra socchiuse, il fiato corto, gli occhi imploranti.

Sapevo, insomma, le cose necessarie.

Il Pampero è un rhum terribile. E’ come un libro brutto, come un film commerciale sulle vacanze di Natale, come uno sconto su un maglione che nasce brutto di suo. I saldi non rendono migliori le offerte.

Il Pampero ha la fortuna della fama, come le star della televisione.

Tu hai il pregio della segretezza, come i rhum buoni. Che so, un Mount Gay.

Invece Pampero.

Freddo di frigo.

Nudi in cucina.

Piastrelle bianche, fredde gelate.

Sigarette lasciate a morire in un posacenere stracolmo.

Noia di chi sa di voler ricominciare subito a fare, apparentemente, la cosa più bella del mondo.

Silenzio.

Adoravo i tuoi silenzi.

Più dei tuoi capelli e del tuo culo, per dire.

Che ho visto con i miei occhi gente morire per il tuo culo.

Io stesso, preso nelle mani, ho potuto capire quanto Dio sia perfetto nelle cose che fa.

Ma i tuoi silenzi erano la cosa più bella.

Forse l’unica cosa che oggi mi manca da morire.

La tua anima silenziosa.

Pampero freddo.

Due sorsi.

L’acido di un rhum immaturo, come una relazione costruita sulla magia della chimica tra un culo e dei pettorali.

Il freddo di un frigo, come di una casa che non sarà mai la nostra. E lo sappiamo.

I vestiti appoggiati vicino alla porta.

Prima di uscire, per dio, rivestiti.

Prima di uscire, per dio, facciamo ancora l’amore.

Perchè non mi scopi e basta?

Ho voglia di fare l’amore.

Facciamo tutte e due le cose?

Trovi sempre una soluzione a tutto.

Non direi.

Perchè?

Non ho ancora trovato una soluzione per quando te ne andrai

Tornerò

Si, lo fai. Ma mai per sempre.

Vero

E non ho una soluzione

Ne senti il bisogno

Per non sentirmi una puttana

Beviamo?

Abbiamo finito tutto

Non ci resta che fare l’amore.

Scopami. Se troia sono, troia voglio essere.

Io sono un uomo molto attaccato alle sue piccole cose. Le liste, ad esempio. Io adoro le liste.

Ho imparato anche che le liste servono. Precisamente a scaricare la responsabilità di un errore su un foglio di carta.

Il Pampero, nella lista dei rhum, sta in fondo, forse nemmeno nella prima pagina. Non merita menzioni.

Se non nelle sue variazioni. L’Especial, odioso trucco commerciale, forse.

Il tuo corpo, nella lista di tutti quelli che ho incrociato con le mie mani nella mia vita, è sempre lì. Al primo posto.

Non la tua anima.

E sono due liste troppo vicine per ignorare un risultato e contare solo sull’altro.

La vita.

Mi ha insegnato a prendere quello che Dio ha disegnato così bene.

Mi ha insegnato a rispettare i silenzi delle donne. Ad amarli più delle loro gambe.

Mi ha insegnato che, Cristo, il Pampero, bisogna lasciarlo a chi lo ha comprato.

Meglio un bicchiere in meno, che un bicchiere di Pampero.

Meglio fare quello che ci viene bene, prima che il tempo risolva le cose.

(e con questo si chiude la trilogia del Rhum)

Mount Gay

Giravano strane storie sull’hotel. Sembrava, di fatto, impossibile, che in un posto del genere potessero accadere cose così.

Sembra sempre così, nella vita. Innocui hotel, innocui arredamenti, innocui drink, innocue storie, che nascondono il peggio dietro al meglio.

Ero stanco. Del viaggio, del tempo, di uno sfiancante pomeriggio.

Non c’è niente di peggio della Svizzera tedesca, per chi è già stanco.

Non c’è niente di peggio che il vino rosso, per chi è stufo della sua stanchezza.

Per questo, semplicemente per questo, Mount Gay.

Il pregio degli hotel di lusso. I ricchi amano fingere di conoscere le bottiglie migliori.

Ordinare Mount Gay alle cinque del pomeriggio.

Una sola lampadina, design industriale, penzolante dal soffitto bianco e azzurro. Il pianoforte a coda, con un pianista obeso, sudato, apparentemente morto.

Qualche puttana annoiata, sprofondata sui divani di pelle.

Di quello che i locali definiscono il Grand Hotel.

In verità, l’hotel e il ristorante prendono il nome dalla famiglia del fondatore, che di una vecchia fattoria, appena fuori Zurigo, ha lasciato la struttura esterna, con i modesti mattoni grigi. Che gli svizzeri sono protestanti anche nell’architettura.

Sfondando pareti, scavando salotti, lavorando di fino sul gioco di finestre e specchi, per creare un’amosfera da bordello decadente. Dicono Freddie Mercury abbia dormito qui. Dicono che Diana abbia dormito qui. Nessuno dovrebbe fermarsi a dormire in un posto del genere.

Arrivano i miei ospiti.

Scivolo tra la noia delle presentazioni e l’attenta osservazione degli abbinamenti di colore che uno dei due ha provato a fare tra cravatta, calzini e gemelli. Adoro la cura maniacale che alcuni omosessuali riescono a mettere nei dettagli. DI un machismo occidentale nauseabondo. Proprio come in Mount Gay a stomaco vuoto.

Ne ordino un altro, insieme a un the verde e a un caffè ristretto per i miei ospiti.

Uno dei due è diventato ricco con il poker on line. L’altro ha fatto fare il lavoro sporco al padre e al nonno, per poi permettersi di dilapidare il tutto in puttane, hotel, business che puzzano di bruciato ancora prima di uscire dal forno e macchine di dubbio gusto.

Dobbiamo uscirne vivi, perlomeno. Meglio se indenni.

Diciamo che si tratta di uno dei miei ultimi colpi. Al momento.

E vorrei uscirne vivo.

La cameriera è bionda, tinta, con fini sopracciglia disegnate, pochissimo seno, gambe sottili e un grembiule marrone scuro. Chiede se desideri dei sigari o dell’acqua con ghiaccio.

Il Mount Gay va bevuto così.

In memoria di tutti quei farabutti che, dai tempi delle Barbados e dei pirati, dei galeoni e dei condannati. Sono cambiati i galeoni, il resto è rimasto dov’era due secoli fa.

Gennaio puttana. Mese che si vende al primo offerente, che sia caldo, che sia freddo, che sia sole inaspettato, o neve assassina.

Il Mount Gay a gennaio si può bere secco, a piccoli sorsi. Non fa passare il mal di testa, anzi. Non fa passare la stanchezza, anzi.

Si appoggia corpulento sugli occhi, ovattando la vista, cancellando gli angoli, la visione periferica. Che è un peccato perchè una delle puttane, su uno dei divani, ha uno stacco di gamba che fa tornare la fiducia nel mondo.

E’ facile, questa volta, uscirne.

Forse perchè lo faccio da tanto tempo.

Forse perchè ho stoffa per farlo.

Forse perchè non ho paura di lasciare vittime sul campo.

Il fuoco amico uccide più di quello nemico. Da sempre.

Per festeggiare, propongo una bottiglia di Armand De Brignac.

Che è come la merda per le mosche.

Una bottiglia che è un capolavoro, per uno champagne che è molto meno di un pessimo prosecco.

Con un prezzo esorbitante.

Proprio la bottiglia giusta per svegliare la sala.

Il pianista inizia a suonare gli Oasis.

Le ragazze, al passare del carrello, con la bottiglia intarsiata e i flutes, si scuotono.

Merda per mosche.

I miei ospiti bevono, soddisfatti.

Io sorseggio Mount Gay, osservando la scena. Di quanto i soldi coprano la mancanza di gusto.

A volte.

Spesso.

Quasi sempre.

Un brindisi.

Ordino altro rhum.

Devo guidare fino a casa. Arriverò tardi. Cenerò sui passi svizzeri, guidando piano. Fumando lentamente.

Sai perchè sono stanco?

No, perchè, se lo sai, ti prego di aiutarmi a capirlo.

Martedì di gennaio.

Pago il conto.

Esco al freddo per fumare.

Ho vinto un altro giro in giostra.

Ho bevuto ottimo rhum.

Mi stanca, farlo.

Barcelò

Tu mi facevi passare la fame. Letteralmente. Che a raccontare le cose ai posteri, ai civili cittadini che con noi camminavano nel caldo, troppo caldo, di una sera sul porto, non ci crederebbero.

Che caldo, lo ricordo alla perfezione. Quante cose in comune io e te. Sudiamo da dio, io e te. Sembra quasi che si rischi di sciogliersi. La tua maglietta, la mia camicia,  fradice, inzuppate di quel camminare stanco, quasi strisciando i piedi, sulla passeggiata del porto. Cemento, sabbia, odore di mare, sapore del vento caldo, gente a struscio. Ricordo tutto alla perfezione.

Tu mi facevi passare il rumore di fondo della vita. No, non credo sia stato amore. L’amore fa molto più rumore. Era questione di desideri incrociati, come le tue gambe quando ci siamo seduti sulle panchine davanti ai moli, sfiniti dal caldo, aspettando di bere acqua troppo fredda, che quasi gelava le mani, osservando la gente perbene che faceva la coda per entrare in un locale.

Smettiamo di bere acqua, hai detto. Mentre io piegavo la schiena, sentendo la camicia appiccicarsi, sentendo salire una fame diversa.

Smettiamo, se vuoi. Ho detto io, mentre tu constatavi di essere sudata anche sulle gambe.

Arrivava, su quella panchina, l’odore delle onde, che piccole e disordinate, facevano schiuma sul mare. Arrivava la musica dei locali, le luci dei ristoranti, il profumo del mare e della città.

Camminando verso il centro, approfittando del vento caldo che usciva dalle grate del metrò, ci siamo fermati in un piccolo bar.

Sembrava una chiesa vuota. Barocco, maledetto barocco. Sembra una scopata finita male, il barocco di Barcellona. Si, affascinante, ma doloroso.

Ordiniamo del rhum, hai detto.

Cristo, ho pensato. E’ un’ottima idea, ho detto.

Barcelò, ho detto al cameriere.

Una bottiglia, hai aggiunto tu.

Si metterà male, ho detto io. Perfetto, poi ho pensato.

Non abbiamo mai mangiato, da quando ci conosciamo, io e te. Perchè alle quattro di notte, poi, non si mangia. Perchè, io con te non ho fame.

Hai voglia di dirmi perchè mi fissi le gambe? hai chiesto.

Perchè mi sembrano una pista, una strada, scivolosa di sudore, pendenze pericolose, con le curve perfette, per arrivare dove voglio arrivare. Ho risposto.

Brindiamoci sopra.

Tu cosa pensi che possa venire fuori da una cosa del genere?

Da una bottiglia di Barcelò? Delle grandi storie.

Vero anche questo.

Tu ordini sempre direttamente la bottiglia?

Con te. Così stiamo qui finchè non la finiamo.

Speriamo arrivi almeno il fresco.

Speriamo di non finirla.

E a camminare per Barcellona, con una bottiglia di Barcelò sulle gambe, cercando di non finire per forza al mare. Barcellona è una città bellissima di notte. Forse anche di giorno. Forse con te tutto è bellissimo di notte. Forse, il Barcelò.

Finire in spiaggia a far l’amore sarebbe squallido.

oh, non te ne devi preoccupare. Con una bottiglia di Barcelò è impossibile far l’amore.

Sei uno di quegli uomini che quando beve si spegne?

Ho il problema opposto. Per questo sarà impossibile fare l’amore. Con una bottiglia di Barcelò faremo tutto quello che la paura non ti fa fare normalmente.

Questo fa il Barcelò?

Insieme alle tue gambe.

Le ultime parole (Sulla Porta)

“Il Cuore di un uomo ha più stanze di un bordello” (GGMarquez)

Non scrivo poesie da un pezzo. Ormai.

Saranno mesi, ormai.

Ad agosto scrivevo poesie.

Bevendo rhum e ascoltando voci che di notte sembravano più calde del mare al tramonto. Roba pulp.

Non prendo decisioni da un pezzo. Oramai.

Sto aspettando, pazientemente, di recuperare energie e attenzione.

Ho un piano, baby. Ho sempre un piano, io.

Vacilla, un piano inclinato. Ma ne ho uno.

Non bevo rhum, da agosto. Che ho lo stomaco in fiamme. Roba pulp.

Non rispondo alle domande, da un pezzo.

Mica per scelta. Per necessità. Devo capire le risposte.

Ascolto. Tanto. Sembra che no, non ascolti. Invece si.

Ascolto sempre tutto. Roba tipo che immagazzino tutto. Roba pulp.

Giro con una vistosa fasciatura alla mano destra. Che non posso usare.

La mano destra è quella per scrivere, sfogliare, tagliare, mangiare, pisciare, accarezzare.

E’ anche la migliore ad amare e a picchiare.

Non amo e non picchio.

E non guido la moto. Che sembra un problema minore. Ma non lo è. Roba pulp.

Sembro un altro. Succede quando fai a pugni con il presente. Sei sempre lì, in guardia perchè il passato non ti prenda. Sull’attenti per difenderti dal futuro. E poi è il presente che picchia le cartelle peggiori. Certi dritti da paura. Boxer navigato. Roba pulp.

Sembro un altro. Ma non ho perso nessuno dei miei vizi. Nessuno dei miei pregi. So riconoscere un dubbio prima che nasca, una bugia tra le verità, un passo falso. So riconoscere le domande ingombranti.

Ne ho vista una, mentre faceva sera, arrivare dalla penombra del letto, seguirci sul divano, appoggiarsi tra le gambe nude e il posacenere. E aspettarmi, poi, sulla porta.

Non mi spaventano più le domande a cui non so rispondere. Con il tempo ho capito di non saper rispondere a tante domande. Cerco sempre le risposte.

La risposta la so da tempo.

Il cuore di un uomo ha più stanze di un bordello.

E molti uomini impiegano molto tempo per conoscerlo e abitarlo. E molte donne si illudono di possederlo. Non possiedi qualcosa di cui conosci solo una parte. Piccola.

Io delle stanze del mio bordello ho ricordi più o meno forti.

Ho aperto porte pericolose, sbirciando e lasciando entrare cose dannose.

Ho chiuso porte, che so, roba pulp, nascondere buio e ferocia.

Ogni donna che ha abitato il mio cuore è stata accolta nelle stanze più belle. E si è accomodata in quelle dove il sole scalda, al pomeriggio.

Solo poche, pochissime, hanno avuto il coraggio di aprire tutte le porte.

Quelle sono le amanti. Le mie amanti. Hanno lasciato segni, che i ricordi rendono dolci. Mi piace ritrovare pezzi loro, nelle stanze del bordello.

Le altre,no. Chiamale ospiti, se vuoi. Chiamale puttane, se vuoi essere pulp.

Io non pago mai nessuna donna.

Do le chiavi.

E invito a entrare.

Non restare sulla porta. Prendi freddo

Curriculum Vitae

Buongiorno,

ringraziando per l’attenzione, allego mio Curriculum Vitae, permettendomi con l’occasione di presentarmi brevemente con la presente.

Desidero lasciare al mio Curriculum le informazioni ufficiali, descrivendo in questa missiva alcune informazioni che in ogni caso ritengo di fondamentale importanza.

Sono un gran lavoratore, per prima cosa. Ho una media di 50 ore settimanali. Niente di speciale. Il problema è che lavoro solo su quello che mi piace. Se una cosa non mi piace, non la faccio. Questo dal 2008, da quando gerarchicamente posso permettermelo. E’, credo, una cosa importante da sapere.

Parlo di curriculum tre lingue. Ma ho imparato, ben prima di Babbel e simili, a comprendere tutte le lingue nelle quali c’è una vaga possibilità che io venga inculato. Inoltre, so ordinare da bere in tutte le lingue europee. La lingua in cui corteggio meglio è l’italiano, la lingua in cui mi arrabbio con più folklore è l’inglese. In spagnolo sono abbastanza bravo a lamentarmi.

Sono disposto a muovermi frequentemente. Anzi, ho un deciso problema con il rimanere nello stesso posto per troppo tempo. Sono un nomade digitale. Lavoro in qualsiasi situazione ed ambiente, dando però il meglio nelle vecchie caffetterie del centro, bevendo del vino. Ho all’attivo più voli annui che una hostess. Aggiungendo il treno e la macchina, una volta ho calcolato di poter coprire due volte il giro della terra sull’Equatore in un anno.

Sono disposto a trasferirmi ovunque. Ma sto bene solo in un posto. Punta Chiappa, Liguria, Italia. Comprendendo che sia logisticamente difficile aprire una sede operativa, anche perchè tutto lo spazio edificabile è stato preso dal pescaturismo e dal bed and breakfast, e il mare si mangia il piccolo molo di Porto Pidocchio, sono disposto a negoziare sulla location. In ogni caso, per alcuni giorni l’anno, tendo a lavorare dallo scoglio di Nord Ovest, proprio sotto la vecchia cannoniera. Il resto del mondo, non essendo il posto, l’unico, dove sto bene, non mi fa molta differenza. Preferisco posti di mare.

Ho diverse passioni, che amo mischiare al mio lavoro. Adoro il mare, le moto, le donne, la poesia, leggere, scrivere e la pace nel mondo.

No scherzo.

Adoro quello scarto, quel battito in più del cuore, che scatta quando ti avvicini alla vita. Quella sensazione pericolosa, quel vento profumato, di quando per un secondo vivi per davvero. Studio la gente da tempo, per capire le cose. Adoro la statistica e la poesia. Il vino insieme alle donne. Bevendo tutte e due. Il mare, dove vorrei essere seppellito. Le moto, che costano, in proiezione, meno di un analista e funzionano meglio.

L’incrocio, sudato e scivoloso, delle mie passioni, mi fa scrivere. Molto. Ma leggo di più. Accumulo informazioni su molti argomenti. E, come detto, studio la strana correlazione tra gli eventi.

So, ad esempio, l’esatto numero di bicchieri di vino che occorrono per sfilare delle mutandine. Studiando contesto, provenienza, status sociale, tipo di mutandina, riesco a calcolare l’esatto quantitativo di vino.

So, ad esempio, con scientifica certezza, quando e come le persone nel loro incedere nella vita, falliranno. E come la prenderanno.

Adoro le pieghe nascoste delle persone. Le piccole vergogne, le ossessioni, i comportamenti non riferibili. Adoro trovarli, senza dirlo a nessuno.

Sul lavoro, queste mie passioni mi hanno aiutato molto. Tendenzialmente, comunque,non tolgo mutandine durante orario lavorativo.

So lavorare in squadra. Con il tempo, ho imparato il peso di questa frase. So gestire figli di puttana, arrivisti, idioti, carrieristi, nani e ballerine. Routine.

La corruzione mi annoia, come l’ignoranza.

Sono estremamente competitivo. Estremamente. Ma solo sul lavoro. Per questo tendo, in lassi temporali abbastanza brevi, a fare fuori aziendalmente i miei superiori.

Se sta leggendo questa lettera è perchè sto cercando lavoro.

Costo quasi il doppio di un normale manager. Ci sarà una ragione.

Spendo anche un sacco, tra alcool, hotel, cene e bordelli.

Ma tutto torna.

Ho paura della morte e della routine.

In entrambi i casi, è da considerarsi chiuso il rapporto lavorativo.

Ho amici in cinque continenti, gente che può snocciolare le mie referenze.

Ma, a dirla tutta, ho molti più nemici.

Come ogni professionista che si rispetti, al primo colloquio tendo a presentarmi elegantemente vestito.

La cosa sorprendente è che continuo a vestirmi in tal modo anche finito il periodo di prova. Per via di una piacevole ossessione che ho per le camicie e le scarpe.

Voto a sinistra, vado a messa e credo in Dio. Una volta l’ho anche incontrato. In un casino tra lenzuola fradice, gambe nude perfette e vino bianco. Forse non era Dio. Comunque, sono cattocomunista. E me ne vanto.

Lavoro indifferentemente con donne e uomini, anche se conosco la differenza.

Ho la patente per guidare un gruppo di ingegneri.

Non ho fretta di cambiare, perchè al momento mi trovo in una situazione così lontana dal caldo comfort della sicurezza che quasi mi piace.

Vi invito a provarci.

Grazie per il vostro tempo.

Ah, il tempo.Io preferisco essere pagato in tempo che in denaro.

Perchè il tempo è l’unica cosa che manca ai ricchi che conosco.

Ed è l’unica cosa che sento mancarmi.

Cordialmente

Franz

Il Lato Selvaggio

– quindi come la descriveresti?

– mi sento che sono nella merda.

– ovvero?

– ovvero che sono nella merda, porca puttana.

– devi scendere nei particolari

– i particolari sono che è una merda insidiosa, quasi sabbie mobili di merda, anche se non so bene chi possa cagare questo tipo di merda. Insomma, mi sento imprigionato

– interessante descrizione. Vai avanti, prima che io vomiti.

– mi prendi per il culo?

– no. Di norma no.

– okkei. Comunque sono nella merda.

– bene

– bene?

– bene

– ma che cazzo dici?

– Bene. Da quando ti conosco sei nella merda. Anche perchè hai l’incredibile capacità di mettertici, nella merda, con precisione da cecchino. E ne sei sempre uscito. Insegni anche alla gente ad uscire dalla merda. Quindi bene. E’ una fase. Bene anche per quelli che hai aiutato. Hanno un maestro che è stato dove sono loro. E’ una semplice fase.

– cioè sto perdendo il lavoro e tu la chiami una fase?

– si

– non credo che questo sia coaching

– cosa vorresti sentirti dire?

– …

– dimmelo. E io  te lo ripeto.

– Niente. Non voglio sentirmi dire niente. Vorrei stare da solo. Sulla mia moto. Forse con una donna. Sul mare. A morire di coccole e vino e pompini e tramonti e salsedine e anche pesce grigliato.

– E’ una buona proposta. Va solo modulata un po’ meglio, perchè la ricetta coccole&vino&pompe non è attraente…

– comunque vorrei quello

– si chiama fuga dalla realtà

– no col cazzo. Lo vorrei veramente.

– Indubbio. Ma è una fuga. Prima, a quanto pare, ti devi trovare un nuovo lavoro

– Esatto

– bene

– Che in Italia, oggi, è come cercare una escort vergine.

– ti devo dare ragione

– ergo, sono nella merda

– ma ne uscirai

– credi?

– lo fai di lavoro. Sono dieci anni che esci dalla merda per lavoro. E ci guadagni anche. Sarà così anche questa volta. Solo che un po’ meno fiction e un po’ più splatter. E ricordati che potresti fare sempre lo scrittore. O il coach

– entrambi lavori per gente o piena di soldi o che ha fallito da qualche altra parte.

– interessante visione del mio lavoro

– tutti tranne te. Sei la mia coach. Non hai mai fallito

– potresti essere la mia prima volta

– non lo sono mai stato. Nemmeno per la mia prima fidanzata. Perdonami. Essere il primo non mi viene bene. Ma sono un grandissimo secondo. Che non rimpiangi il primo.

– adesso smetti di fumare per un secondo, ti rilassi e pensiamo a una soluzione

– fumare non è una soluzione?

– non propriamente.

– Allora non ho soluzioni

– tranne quella del pesce, vino e pompini, giusto?

– anche le coccole. Le coccole dopo un buon piatto di pesce e un pompino sono fondamentali.

– mi fai vomitare da quanto sei crudo.

– non sei la prima che me lo dice. Ma poi ci cadete tutte.

– Sono cose che non vorrei condividere con te.

– in ogni caso sento di essere entrato nel mio periodo blu. Come Picasso.

– A Picasso era morto un amico. Non mi sembra che la tua situazione sia così drammatica.

– Forse hai ragione.

– Cosa vorresti fare ora: facciamo una lista dei lavori che ti piacerebbe fare. Per carità cerchiamo di essere concreti

– Sono concreto: vorrei andare in quel bed and breakfast sulla punta del mare. Champagne, aperitivo frugale, silenzio

– so già il finale. Pompini

– mica solo quello

– è impossibile parlarti

– sono nella merda

– ricominciamo?

– no basta. Ne uscirò. Lo faccio di lavoro

– bravo

– Che lavoro fai? Esco dalla merda

– guarda che è bellissimo

La Libertà, ovvero un modo molto originale di morire

Negli ultimi giorni un grosso, grasso, caso ha scosso milioni di persone nel mondo.

Riassumo brevemente il fatto. Due cazzoni, mezzi criminali e mezzi terroristi, seguiti da un pezzo dai servizi segreti, con una rocambolesca e insensata operazione hanno ucciso dodici persone per poi scappare a nascondersi in una tipografia, rischiare di ammazzarne un altro paio, prima di essere letteralmente stati traforati da un centinaio di sbirri altamente specializzati in questioni del genere. Nel frattempo un socio, più o meno socio, perchè pare che anche i terroristi abbiano dei problemi di concorrenza interna, dopo aver ucciso una vigilessa si è chiuso in un supermercato kosher, ha fatto un’altra strage prima di seguire i due fratelli e morire pieno zeppo di buchi. Qualcuno, giustamente, ha definito il tutto come l’11 settembre europeo. Qualcuno, profondamente sconvolto dalla questione, ha iniziato a spargere odio e ansia. Qualcuno, come Salvini e Le Pen, ci ha guadagnato un 10% netto di share. Che non è un bene, ne per la democrazia ne per la libertà.

Io ho seguito la cosa come, da troppo tempo, seguo il resto della guerra. Con disprezzo e senso di impotenza. L’Occidente è in guerra più o meno da quando io ho capacità di pensiero. E inizio a essere vecchiotto. Quindi sono proprio tanti anni. Ha iniziato Bush Senior, seguito a ruota dal figlio. Che cercava armi di distruzione di massa che nessuno ha mai trovato. Però hanno trovato tanto, un sacco, di petrolio. Poi Bin Laden, che a confronto di quelli di oggi sembra un buontempone con la passione per i video, ha esagerato calcando la mano sul concetto di facciamogliela pagare. E l’Occidente, giustamente, si è particolarmente incazzato. In mezzo ci sono una decina di sotto questioni internazionali, ambiguità, piccole e vecchie rivalità. Che se avessi voglia di scriverle tutte, farei il giornalista.

In mezzo, cosa più importante, c’è una quantità enorme di gente morta. A dimostrazione del fatto che la guerra è proprio una grande merda. Gente, per lo più, morta come si muore in guerra, senza aver potuto difendersi, codardamente, ingiustamente. Soldati, morti in imboscate, civili, morti nel sonno, gente che non centrava un cazzo. Persone. Uomini, donne, bambini. Noi, l’Occidente civile, quello che è andato in vacanza, a lavorare, a puttane e a bere birra mentre si faceva la guerra, ce ne siamo più o meno sbattuti le palle per anni. Primo perchè metà di noi non sapeva nemmeno dove fossero Afghanistan e Irak, secondo perchè una volta capito dove erano, erano comunque sufficientemente lontani. Ci tornava, ogni tanto, un militare morto.

Ogni morto ha portato la sua storia di dolore e disperazione. Ma le morti urlano le loro storie sottovoce, da sempre. Così chi ti muore vicino sembra faccia più rumore di quelli che, dopotutto, ti muoiono a migliaia di kilometri di distanza.

L’operazione Enduring Freedom, lanciata nel 2001 per dare la caccia a quel coglione di Bin Laden, da sola e con i soli bombardamenti aerei, ha ucciso 3000 civili afgani. Un popolo davvero sfigato, perchè avevano appena finito di morire per la guerra russa e le loro settecento guerre locali. Insomma, nascere in Afghanistan non è una bella idea. Meglio New York , dove la guerra ha fatto 2974 vittime. Già, perchè a oggi, in Afghanistan sono morti, circa, 18000 civili.

Diciottomila, cazzo.

La Coalizione internazionale, mandata a esportare la Libertà, ha perso 3069 soldati.

Un bagno di sangue.

La macabra conta potrebbe durare anni, visto che poi vanno aggiunti i mutilati, gli amputati, quelli che vanno sotto il nome di “scemi di guerra”, da ambo le parti.

Un massacro.

La settimana scorsa sono morte 12 persone nella redazione di un giornale satirico.

Il giorno prima, sempre per dare i numeri, 6 bambini e una maestra.

Solo che queste 12 persone sono morte a Parigi, che è oggettivamente molto vicino.

Il panico, comprensibile, si è espanso come l’isolante per infissi, nei social network europei. E anche americani, che a ben donde, non distinguono tra sensi di colpa e colpe oggettive.

E questo mi sta bene.

La paura è l’arma più potente del marketing. Da sempre.

La paura riesce a cancellare la ragione. Facilmente.

Sempre per dare dei numeri, la gente muore prevalentemente per altre ragioni. L’infarto, prima di tutto. Il cancro. E un sacco di brutte malattie.

La guerra, nonostante ci impegniamo parecchio, è a mezza classifica tra la meningite e la sifilide.

Muoiono più bimbi malnutriti che persone per guerra e terrorismo.

Ma, si sa, i numeri non spiegano tutto.

E un po’ perchè tutto questo è successo a Parigi e non in uno di quei paeselli dell’Afghanistan che non si riescono nemmeno a pronunciare, un po’ perchè sembra tutto troppo brutto quando è in mondovisione, questa strage, brutta come tutte le stragi, bastarda come tutte le morti, inutile come tutte le guerre di religione, ha scosso il nostro mondo da vicino.

Il giornale satirico attaccato due minuti prima era conosciuto da una piccolissima percentuale di italiani, tendenzialmente sinistroidi e molto noiosi. Pochissimi, forse ancora meno di quelli che ancora vanno alle feste del Partito Democratico. Tre minuti dopo la strage era il giornale più famoso d’Europa. Anche questo è giusto.

Io ho amato Cuore. Alla follia. Devo a Serra tantissimi splendidi sabati. Di quando andavo alla scuola dell’Opus Dei, e Cuore era vietato ed era bello il doppio comprarlo.

Non mi piace il Vernacoliere, ma ogni tanto lo leggo. Mi piace poco il Male. Charlie Hebdo lo conoscevo perchè frequento gli aeroporti francesi. E un po’ perchè non capisco il francese, un po’ perchè le vignette non mi facevano ridere, rimango della mia idea che non sia il massimo.

Ecco, Charlie Hebdo è diventato il simbolo di una battaglia, una vera e propria guerra, combattuta a botte di post, hashtag, sharing di foto, tra i paladini della libertà e il resto del mondo.

Un esercito, quello dei paladini della libertà, che non si è mai posto il problema prima di Charlie Hebdo.

Libertà d’espressione. Paladini della libertà d’espressione.

Che forse dimenticano che l’Italia, senza voler indagare sulle cause, è al 49esimo posto, sotto il Niger, per la libertà d’espressione.

Che forse hanno dimenticato, presi dalla ferocia di vedere gente ammazzata per strada, che in Iraq, dall’inizio dell’anno, per la stessa guerra, proprio la stessa, quella dell’Isis e degli americani e anche un po’ nostra, sono morti molti più poveretti. 

Inorridito guardavo il tigì, osservando la morte in diretta. E inorridito guardavo anche i primi sciacalli che additavano i musulmani. Che imploravano di chiudere le moschee. Che imploravano di chiudere le frontiere. Che insomma, da Lampedusa ci passa tutta la feccia. Questa feccia qui.

Sciacallaggio dell’intelligenza.

Perchè, seguendo il ragionamento, bisognerebbe chiudere le sinagoghe e anche Malpensa, che gli israeliani quando si tratta di razzi ci vanno giù belli pesanti. E anche qualche chiesa, se non il Vaticano intero, visto che morigerati cattolici, accompagnati da cappellani militari, servono vassoi di proiettili e pentole di bombe a mano.

Infatti, non seguiamo il ragionamento.

Ma io non vorrei nemmeno seguire il ragionamento di chi si sente di colpo, tutto a un tratto, paladino di una libertà che non vuole cercare e per la quale non vuole lottare.

Perchè questa guerra è una guerra di civiltà. Tutta intestina. Occidente contro Occidente.

L’Occidente che dorme sonni felici, mentre l’altro Occidente bombarda. L’Occidente che urla alla libertà di stampa, criticando però l’altro Occidente, per una foto satirica sul Papa. Che è tanto buono questo Papa qui.

Il gran finale in una manifestazione di piazza in cui 2 milioni di persone hanno sfilato per commemorare, dimenticandosi però di chi era in testa al corteo. Capi di Stato di stati, appunto, dove la libertà d’espressione è un lusso come una fuoriserie.

Esattamente come in Italia.

E se volete iniziare questa guerra io ci sto. E’ da un pezzo che ci sto. E non perdo occasione per dirlo. Questa guerra si inizia da camera vostra, dove in poche mosse potete arruolarvi nel silenzioso esercito di chi combatte. Leggendo, informandosi, mettendo in luce le cose come stanno, studiando la storia, sbattendosi per avere un opinione che stia in piedi.

Fa schifo vero?

Lo so, è una guerra anche questa.

Le guerre fanno tutte schifo.

Io non sono mai stato Charlie. Non lo sono adesso. Ma sono Franz. Il mio cuore ha più stanze di un bordello (cit. Marquez), e molte sono piene di dolore per tutti i morti che mi tocca vedere in nome di una guerra fatta di bugie.

In una stanza ci sono anche gli ultimi poveretti morti in Francia. Schiacciati in fila insieme a tutti quelli morti a migliaia di kilometri di distanza.

Morire in guerra è una sfiga grossa, a stare alle statistiche.

Morire per la libertà ancora di più.

Quando è morto Cucchi, per citare un esempio doloroso, troppo doloroso, vi siete ben guardati dal prendere una posizione.

Per questo, forse, purtroppo, Stefano Cucchi è morto per niente.

Speriamo che questi giornalisti siano morti per qualcosa.

E il prossimo Stefano Cucchi, la prossima vittima di bugie e squallore, non muoiano per niente.

Poi, ma qui cado nel personale, se la smettessero di bombardare, trucidare, violentare, fertilizzare con il fosforo, affamare, distruggere, paesi lontani e un po’ sfigati, si potrebbe sicuramente ragionare meglio.

Non sono Charlie.

Sono Franz.

E combatto da ventidue anni

un Veterano del cazzo.

La Belgique

Qui la prima parte

La Belgique è quel tipo di bar che hanno l’ambizione di diventare qualcosa di più, nel caso specifico una birreria belga. È bello essere ambiziosi, ma non sempre viene bene. Sembrava un posto mezzo abbandonato e mezzo frequentato male. Uno di quei posti dove non porteresti nessun amico, se non per provare a morire attaccando bottone con la clientela.
Il posto preferito dell’ispettore Rizzi, da quando, due anni prima, aveva scoperto che ci si poteva innamorare anche di una birra. Proprio come ci si innamorava di una donna. Cercandone il profumo, rincorrendola, pensandoci, e ritrovandola, proprio come la immaginavi.

Ma soprattutto, regola aurea di tutti gli amori, frequentandola a piccole dosi.

Che con la questione Sacro Cuore, sul discorso delle piccole dosi si potrebbe aprire un dibattito. Ma chiunque, davanti a quel casino, avrebbe bevuto.

I tre, insieme, erano un mix letale tra disordine emotivo, opposti messi insieme da un infausto destino, e occhi che raccontavano molto più delle parole. Li guardava, seduti al tavolino di legno, mentre teneva un occhio sul tavolo alle spalle dove due slavi, accento poco distinguibile, non si erano resi conto di essere seduti davanti a un tavolo di sbirri e continuavano, imperterriti, la conta dei grammi di coca, ordinatamente divisi in piccole buste di plastica.
Ad accorgersene era stato Lupo, mentre cercava nella tasca del cappotto le sigarette. Aveva sviluppato una sorta di sesto senso, per questo genere di cose. Anche se, va detto, anche un vigile urbano prossimo alla pensione e molto miope si sarebbe accorto della scena.

– comunque mi chiamo Claudia.
– scusa per il commento. Sono sanguigno e diretto
– ti avrei ucciso volentieri, se non fosse arrivato l’Ispettore.
– ti ho solo detto che avevi un bel portamento
– ricominci?

Li guardava, l’Ispettore, per capire dove sarebbe arrivato insieme a loro.
Primo, spiegare la questione senza mezze verità. Secondo, osservare la reazione. Terzo, costruire un piano d’azione. Quarto, ordinare altra birra. Quinto, sopravvivere e portare a casa la pelle.
Ripensava mentalmente al piano, che sembrava anche un bel piano, mentre Lupo, con un gesto meccanico fatto almeno un milione di volte, si era alzato e contemporaneamente aveva girato l’avambraccio di uno dei due slavi, bloccandolo alla sedia, puntando la pistola in faccia all’altro.
Come fossero stati insieme da sempre, gli altri due avevano preso il controllo della situazione. Carutiello aveva preso al collo il secondo malcapitato, Gamberale, pistola nella mano sinistra, teneva sotto controllo il perimetro.

– Cristo Santo

Cristo Santo. Una cazzo di squadra. Davvero. Peccato che fossero una cazzo di squadra di novellini. Fottute reclute.

– Che cosa cazzo siete, delle fottute reclute del cazzo, cazzo?

Aveva sentito tutta la frase, parola per parola, ma non l’aveva detta lui. Avrebbe detto, comunque, esattamente le stesse cose. Parola per parola. Con qualche cazzo in meno.
E questo era pessimo. Perché l’unico che conosceva che pensava e diceva le sue stesse cose era Caroni. Ispettore Capo, Antidroga. Tredici anni di servizio, una carriera fantastica. Quasi quasi erano amici.

– Cristo Rizzi cazzo, sono tuoi questi cani bastardi del cazzo?

Era proprio Caroni, splendidamente vestito di stracci, e urlava dall’ultimo tavolo sul fondo del locale.
Pensavano proprio le stesse cose. Sembravano dei cani addestrati. Pensavano davvero le stesse cose, ma poi Caroni per dirle aggiungeva troppi cazzi. Forse per tutto quel tempo passato per strada, vestito di stracci a dare la caccia a balordi del cazzo.

– Lupo molla il colpo, Carutiello anche tu.

I tre non capivano. E anche i sei di Caroni, che occupavano i tavoli sul fondo, non capivano bene. Gli unici a capire erano Rizzi e Caroni. Succedeva spesso. E i due slavi. Che avevano comunque capito di essere finiti in un casino. In un cazzo di casino.

– Rizzi, cazzo, sono sei mesi del cazzo che questi slavi del cazzo mi fanno fare le ore piccole in posti del cazzo come questo. Mi manca tanto così per arrivare al loro capo del cazzo e tu che cazzo combini, mi sputtani tutto facendo una retata del cazzo anni ottanta?

– Siamo fuori servizio.
Gamberale, per dio, abbassa quella pistola, sono tutti sbirri tranne questi due poveretti.
– ok capo.

– siete fuori sevizio, cazzo? Vaffanculo,cazzo.

A metter a posto la questione ci aveva messo un’ora. Caroni sembrava abbastanza incazzato, ed era comprensibile.
La birra era quasi calda, e il barista non sembrava dell’umore di servirne dell’altra.

– Venite con me, andiamo a fare due passi.
– ci saranno sei gradi
– se tenevi il cannone a posto, Lupo, adesso eravamo tutti felici. Caroni, con i suoi, gli slavi con la loro coca, e noi con le nostre birre.
– ho sbagliato?
– ti devo anche rispondere? Non ho messo in piedi una squadra per grattare il fondo del barile. Se volevo prendere spacciatori di coca, continuavo a fare la stessa vita.
– beh, avevo notato dei movimenti.
– anche io, Lupo. E anche tutti gli altri. Erano movimenti che avrebbe notato anche un parroco di campagna. Ma prima di fare qualsiasi cosa, da adesso in poi, tu mi guardi. Hai capito? Mi guardi. E se io dico ok, è ok. Se no, tieni le mani a posto. Ok?

Si faceva così con i lupi e con i cani da slitta. Si addestravano allo sguardo.

– dove stiamo andando, a piedi in questa zona?
– davanti a una scuola.
– a mezzanotte?
– Carutiello, le scuole sono più belle di notte.

Camminavano insieme, sul ciglio della strada. Una di quelle strade che dalla periferia portano nel nulla. Anche a Milano, si sono dimenticati dei pezzi di città. Piccoli pezzi, a due passi dal centro, dimenticati nei piani di sviluppo.

– abituatevi a camminare molto.

Erano le prime parole che diceva, la piccola Gamberale.
Aveva reagito con una prontezza straordinaria, come se le piccole gambe fossero stati elastici, girandosi su se stessa e puntando la pistola sugli uomini di Caroni con una velocità sorprendente. Ma senza dire una parola.
Una donna di poche parole, una splendida rarità.

– abituatevi a camminare molto. Mi avevano detto che l’Ispettore è uno che cammina moltissimo.

– mi piace camminare, è vero. E mi piace parlare chiaro. Per questo vi racconto la storia di questa scuola.

– ho lasciato le sigarette al bar
– potresti smettere di fumare.
– tu devi farti i cazzi tuoi se no riparto da dove era arrivata lei e ti finisco.
– che cazzo, a voi due non si può dire niente. Che problema avete?

Poi l’Ispettore aveva iniziato a raccontare. Che forse era la voce, forse la luna che riempiva lo stradone di periferia, forse la stanchezza o forse la voglia di capirci qualcosa, ma erano rimasti tutti zitti ad ascoltare.

– L’Istituto Sacro Cuore nasce nel 1988, per volontà di una piccola ma forte comunità cattolica che aveva iniziato ad abitare le ultime case del viale. Per costruire una scuola ci vogliono un sacco di soldi e un sacco di permessi. E questi agguerriti genitori trovano subito sia i primi che i secondi. Tutto dalla stessa mano, quella dei socialisti. Voi negli anni ottanta non eravate a Milano. Era come essere al centro del mondo. Un mondo di televisione, soldi facili, ricchezza, gente splendida, e tutto quello che queste cose si portano dietro. Tutti i grandi pranzi fanno tanta spazzatura, diceva mia nonna. E la spazzatura della Milano da Bere aveva un nome preciso: socialisti. I soldi e i permessi di questa scuola sono arrivati dai socialisti. E quando i socialisti e le cose della chiesa si uniscono, fidatevi di me, ci sono le basi per dei grandi casini. Dall’88 a oggi, L’Istituto Sacro Cuore ha fatto studiare e diplomato due generazioni di milanesi. Primari, commercialisti, politici, avvocati, giudici, qualche cantante e anche uno scrittore. Tanti milanesi famosi sono passati di qui. E tutti vogliono più o meno bene al loro liceo. E se vuoi bene al tuo liceo, trovi sempre un modo per fare una piccola donazione. I ricordi sono l’arma più potente per raccogliere denaro. Oggi i socialisti non ci sono più. Ci sono ma si chiamano con un altro nome. Ci sono ancora un sacco di studenti, e la scuola, l’anno scorso, ha ottenuto i permessi per costruire ancora un pezzo, a ridosso della tangenziale, da destinare a venti nuove aule e una palestra. Io sono curioso. A volte troppo curioso, e mi sono incuriosito quando ho visto sul giornale che nella zona del mio commissariato, dove non ci sono nemmeno i soldi per asfaltare le strade, una scuola mette dodici milioni di euro per ingrandirsi. E sono andato a curiosare. Dovete sapere che io sto sul cazzo ai preti.

– io so che lei sta sul cazzo a tutti, Ispettore

– Grazie, Carutiello. Mi serve che me lo ricordino. Comunque, nella maggior parte dei casi è reciproco. Dicevo, i preti, che per certe cose ricordano i socialisti, sono diffidenti quando si tratta di poliziotti.
E io, quando trovo gente diffidente, divento diffidente. E mi sono incuriosito ancora di più. Troppi soldi. Davvero.

– non capisco cosa cazzo centriamo noi con i soldi. Siamo tutti dell’Antidroga.

– infatti non siete qui per i soldi, Lupo. Nemmeno io. Siamo qui per la fonte dei soldi. Sapete come vengono fatti i soldi? O li stampi, freschi e nuovi, oppure lo guadagni. E se li stampi devi essere la Zecca di Stato. Se li guadagni, devi guadagnarne in proporzione a quello che fai. Se ne guadagni troppi, o è stupida la gente che ti paga, oppure non li guadagni facendo quello che dici.

Erano arrivati davanti a un grosso fabbricato di mattoni rossi. Una scuola, come chiunque la immaginerebbe. Con una gigantesca statua di Cristo, sull’angolo sinistro, proprio vicino a un piccolo campanile.

L’Ispettore si era fermato, e aveva smesso di parlare, come se avesse voluto che loro godessero di uno spettacolo sorprendente e unico. Una scuola. Come tutte le altre. Se non per il fatto di essere stata messa alla fine della cittá. L’ultima costruzione prima della Tangenziale. L’ultimo avamposto della città prima che la periferia, che minacciosa avanzava con squallidi quartieri dormitorio, iniziasse a divorare tutti gli angoli avanzati e dimenticati. I bordi della cittá. Dove di solito, da sempre, succedono le cose che nessuno vorrebbe vedere, ma che tutti vorrebbero fare.