Pulendo e Ripulendo

– Sembrano passati secoli

– sono passati secoli

– meno di tre anni

– in mezzo a questi anni sono passati secoli, davvero.

– L’ultima volta, sei andato via, rivestendoti di corsa. Sembrava volessi scappare da qualcosa.

– Avevo caldo probabilmente.

– Dovresti venire a trovarmi d’inverno, allora.

– L’inverno lo passo in letargo o a innamorarmi di cose che poi mi uccidono. Per Dio, ci morirei, di quelle cose li. Ma poi a rimettere insieme i pezzi, arrivo sempre a giugno.

– Come ci siamo conosciuti?

– Credo mi incuriosisse sapere se la tua voce era accompagnata da un culo poderoso. Così, perlomeno, sospettavo, quando ti ho conosciuta al telefono.

– Sei venuto fin qui per questo?

– Si, e non mi sono sbagliato. E ho guadagnato due grandi cose.

– Non essere volgare.

– Mi riferisco alla strada per arrivare, che in terza, con un filo di gas è quasi meglio che fare l’amore. E a una conferma del fatto che io non mi sbaglio mai.

– In questi tre anni mi hai pensata?

– Succede a tutti gli uomini, di voler tornare dove non hanno pianto. Sono animali semplici, gli uomini. Tu mi hai pensato?

– Mi sono molto innamorata di come venivi, ti spogliavi, mi buttavi addosso tutto quel disordine, e ti rivestivi, come se nulla fosse. Nessuno lo ha fatto, mai. Questo mi è mancato moltissimo. Ma poi ho trovato altri uomini, più buoni e comprensivi.

– Sei qui sola a bere. Non mi sembra che la bontà e la comprensione ti abbiano portato via da dove ti ho lasciata.

– forse hai ragione. Tu dov’eri questi tre anni?

– A buttare via tutto, e poi a rimettere tutto insieme. Un lavoro stupendo.

– Parli sempre per metafore.

– Ho fatto davvero quello che dico. Spogliati, adesso.

– Sembri molto più sicuro.

– Fa meno caldo.

– Sono invecchiata, ho paura della mia nudità.

– Ho un’amica, che amo come una sposa novella, che ha trovato una soluzione. Prende la bellezza tra le mani, la chiude con il gesso, e te la tiene appesa a un muro. Il tuo culo invecchia, implacabilmente, e tu resti appesa a quell’immagine, insieme ai tuoi ricordi.

– Beviamo insieme del vino, ho davvero paura del resto.

– Sai una cosa che ho imparato in questi tre anni?

– Hai avuto del tempo per imparare?

– Moltissimo. Ho imparato a leggere senza ricordare. E a ricordare senza leggere. Ho imparato a perdonare senza dimenticare. E a dimenticare senza perdonare. A nuotare 45 metri senza respirare. A fidarmi del mio naso, che non solo fiuta, ma decide. A scrivere meglio, e a scrivere peggio. A dire grazie, al posto che ti amo. Che spesso la gente si confonde. Ho imparato ad essere figlio, e a essere padre, nello stesso tempo. Conto i miei difetti, adesso, senza sentirmi in debito con nessuno. Sto meglio. A volte.

-…

– ma una cosa che ho imparato è più importante delle altre: passiamo molto tempo a ricordare e ad avere paura. Non serve. Ma, poi lo capisci da vecchio. Fidati, non serve avere paura.

– Sembri un poeta, me lo ricordavo.

– io ricordavo pompini da campionato europeo. Resti sempre in classifica? Posso avere una rinfrescatina?

– Sei sempre uno stronzo…

– Le cose migliori non le cambio…

Arrivato

Qui l’audio

C’è un punto, sul tragitto, non segnato dalle cartine, in cui all’odore umido dei pini e delle montagne si sostituisce prepotente l’odore del mare, della costa, della lavanda e del gelsomino. Impossibile non sentirlo. Arriva dritto al naso, come un dolce annuncio di qualcosa di buono. Ogni anno, in quel punto esatto, lascio l’acceleratore, respiro profondamente, e mi sento arrivato. Anche se mancano centinaia di kilometri.

Ciascuno nella vita si sente arrivato quando vuole. E’ una delle libertà dell’uomo.

Un giorno di maggio di molti, per quantificare quasi venti, anni fa, sdraiato sul mio letto, ascoltavo poderoso dal mio walkman un disco. Faceva caldo, me lo ricordo perfettamente. Era tutto talmente perfetto che, per qualche istante, mi sono sentito arrivato. Perfezione assoluta.

Un mese dopo, nemmeno tanto tempo a vederlo adesso, seduto su una panchina, nel mezzo di pomeriggio molto caldo, molto che sudi tutto quello che hai, ma hai sedici anni e non ti fai mica i problemi del potassio e del magnesio, perchè ti senti invincibile e a tutti gli effetti lo sei, ho baciato una ragazza. Che poi sarebbe diventata la mia fidanzata. Quella del liceo, che la vuoi sposare, farci i bambini, amarla all’infinito, e tutte quelle cose che poi crescendo ritratti. E quel bacio, lo ricordo come se fosse ieri, mi aveva detto:

– Sei arrivato.

– In che senso scusa?

– Nel senso che più di così non si può.

– a dirtela tutta, immaginavo.

– difatti. Fai bene a immaginare. Più di così non si può.

– benone… mi sento arrivato

– Fai bene. Ma ti prego togli quella pantagruelica erezione, che stona parecchio con questo momento bucolico.

– E’ colpa tua. Oddio, incolpare un bacio è assai strano. Ma è colpa tua.

– Non dire stronzate. Un bacio genera serotonina, endorfine e altre robe chimiche. Saranno le tette.

– Oh cazzo, non le avevo mica viste

– Sei falso.

– Lasciami concentrare su questo nuovo aspetto della mia vita. Le tette.

Un giorno, nel fresco di una sera di luglio dopo un temporale, nella penombra di un appartamento del centro, arredato con lo stesso gusto con cui arredereste un locale lavanderia, abitato da tre studentesse, una volta abbandonato il libro di Diritto Pubblico, iniziata una bottiglia di vino, mica poi tanto buono, ma pur sempre economico, avevo lasciato che lei si spogliasse.

Constatando, peraltro, che gambe come quelle, non ne avevo mai viste prima. Che il difetto delle gambe belle è sempre quello, spesso e volentieri portano in giro culi perfetti, che sommessamente reggono bacini che sembrano vallate alpine sopra le quali sorgevano anche due tette sulle cui dimensioni si potrebbe discutere parecchio, essendo la cosa più prossima alla perfezione. Mi sono sentito, manco a dirlo, arrivato. Talmente arrivato da essermi alzato dal letto per andare allo stereo, mettere sempre lo stesso album.

Poi ho scoperto, poco tempo dopo, che le donne, a differenza delle altre cose della vita, non hanno solo il potere di farti sentire arrivato. Ma anche di farti sentire finito. Brutta roba, brutta roba davvero.

Sono arrivato anche in quel giorno di luglio in cui una enorme mareggiata ha portato un’onda in cui, miracolosamente, ho fatto tutte le cose giuste. Alzandomi, restando in piedi, per un tempo infinito (credo per una trentina di secondi). Al bar della spiaggia ho chiesto, implorando la barista, di mettermi quel provvisorio lettore mp3 a pile collegato alle casse dello stabilimento, per sentire questo album.

Un pomeriggio di aprile, ho aspettato qualche istante, prima di capire di essere arrivato. In una sala parto affollata di infermiere, sembravo l’unico ad avere quella meravigliosa sensazione. Arrivato. Mi hanno messo in mano quella minuscola creatura, un misto tra un rettile e un alieno, che strillava come un pazzo. Credo di avergli detto:

– Non piangere Piccolo. Tutti stavamo meglio dentro. Ma farò il possibile per farti stare bene anche fuori.

Anticipandomi quel lato del suo carattere che amo, non mi ha ascoltato e ha continuato a strillare come un posseduto.

Arrivato, più di così, pensavo, non si può mica.

In fondo alla piazza, dove la stretta Calle De San Firmin arriva alla Plaza De Toros, mi sono seduto riparato contro delle scale. Credo di essere svenuto. Un rapido mix di alcol, adrenalina, sigarette e tori incazzati. Lo rifarei oggi, anche se credo di non poterci arrivare fisicamente. Arrivato. Cazzo, mi son detto, sono arrivato. Se non muoio, è da raccontare.

La vita mi ha insegnato molte cose. Recentemente ho fatto un corso accelerato per recuperare gli anni persi. A maggio mi fermo a pensare più del solito, per questa cosa del mio compleanno e perchè maggio è un mese buono per pensare.

La vita ha un modo tutto suo di insegnarti le cose. Usa il dolore per insegnarti l’amore, usa la mancanza per darti le cose, usa l’assenza per farti capire la presenza. Basta semplicemente capire come, poi non è difficile sopravvivere. Vivere, invece è parecchio difficile.

Per tutte le volte in cui mi sono sentito arrivato, avrei dovuto morire una ventina di volte.

Uno poi, questo preciso momento in cui si sente arrivato, se lo va anche a cercare, dopo un po’. Merito dell’esperienza.

Cercando di evitare di sentirsi finito.

A maggio faccio bilanci sempre dolci, per via del sole che li gonfia come gonfia le arance e le ciliege.

Un buon bilancio.

Il mio.

Nonostante tutto.

Ci pensavo finendo le strade strette che dai canyon portano al mare. Un po’, a dirla tutta, pensavo al freno dietro. E’ davvero infame che il freno dietro di una moto smetta di funzionare in mezzo ai tornanti.

Anche perchè ti si costringono i vasi sanguigni delle natiche.

Ti ritrovi, con il culo a spillo, a pensare che hai finito.

Poi no. Mica hai finito. Riesci a chiudere la curva. Rientri in carreggiata. Respiri. Ci pensi.

E se cazzo questo cazzo di tornante fosse stato l’ultimo della mia vita?

A parte che è una morte del cazzo, ma è anche brutto morire adesso, pensavo. Io voglio arrivare ancora molte volte.

Con il rischio di finire ancora molte volte.

Scommetto sempre. Per amore.

Perdo e vinco. Come gli scommettitori fanno.

Ho voglia ancora, un sacco di voglia, di arrivare.

Certo, a sedici anni, invincibile, immortale, infinito, è più facile.

Ma anche adesso si arriva, certe volte, in dei posti, che sono impensabili.

Ah, oggi sono 11 anni che questo blog esiste. Domani, sono 36 anni che esisto.

Quasi 20 che arrivo. Ne vorrei altri 40, perlomeno, per arrivare ancora un sacco di volte.

Life is short fritz! Come se fosse l’ultimo giorno. Sempre 

Mi Dilungo

Preparazione. Ci vuole preparazione. Organizzazione, calma, preparazione. Visualizzare il viaggio, immaginarne i problemi, preparare le soluzioni.

Preparare un viaggio è come preparare una vita.

Ci sono quelli convinti che si possa fare davvero. E si siedono sul divano, televisione spenta, quaderno, e scrivono le cose da mettere in valigia. Immaginando tutta una storia che potrebbe, tranquillamente, andare da tutt’altra parte.

Mi piace la cieca ostinazione degli uomini a prepararsi per qualcosa. Passano il presente a preparare il futuro.

Conoscevo una donna che prima di ogni viaggio scriveva su un foglio, piccolo, a quadretti, la lista delle cose da mettere in valigia.

Dovessi fare liste di cose da portarmi per ogni viaggio, passerei la vita piegato su piccoli fogli a quadretti.

Ho imparato, viaggiando perennemente, a ponderare l’indispensabile.

Le cose che devi, per forza, portare. Indipendentemente da cosa ti aspetta.

Sto preparando quattro lunghi viaggi, diversi per destinazione, impegno e durata.

Mi serve solo una valigia.

Con le cose di cui non so fare a meno.

Qualcosa per quando piove, qualcosa per quando l’anima brucia, qualcosa da leggere per dormire, uno spazzolino da denti, dei calzini puliti. Basta.

Come ogni anno, adorabile ordine delle tradizioni, partiamo qualche giorno prima del mio compleanno, per un viaggio in moto tra i più belli che si possano pensare.

Lavanda, rosmarino, tornanti, sabbia, mare, dighe, fiumi, pini marittimi, sigarette spente sotto le suole, silenzio, volpi, birra, musica assordante, odore di pesce, freddo di montagna e caldo delle sere di maggio.

La strada è parecchio impegnativa. La scegliamo apposta così. Allungando, in verità quasi raddoppiando il viaggio. Passiamo da dove la neve non si è ancora sciolta, salendo su tornanti non adatti alle moto, su strade umide, scivolose, viscide e bastarde. Scendiamo attraversando valli di segherie, magazzini, chiese sperdute, pessimi caffè che sanno di bruciato, iniziando a sentire il caldo, a intravedere il mare tra gli oleandri. Roba perfetta. Adorabile tradizione.

Sto organizzando un viaggio che spero, a tutti gli effetti, duri una vita. Non credo ci sia bisogno di nessuna valigia. Ma per sicurezza, ho fatto una borsa con un paio di cose.

Mi dilungo a osservarmi fare cose che pesano pochissimo nel bilancio di una vita.

Piccoli gesti perfetti, come rimettere in ordine di colore, ordine cromatico dal rosso al verde, passando per il giallo e il blu, i libri sul comodino.

Accarezzo con uno straccio il serbatoio di Hernest, senza volerlo pulire.

Raccolgo margherite insieme al Piccolo, che ha un progetto grandioso per tutti questi fiori.

Inseguo con gli occhi una nutria, che corre sul bordo di una roggia.

Mi dilungo.

Preparazione, cazzo, nella vita ci vuole preparazione.

Per quelli che hanno paura.

Oppure,

più semplicemente,

partire.

L’aggiustatore di Sogni

Girava con la carovana degli zingari delle giostre, dormendo nel furgone di Samos, un uomo buono, con gli occhi grandi, il collo grande, le mani grandi e un cuore grande. Samos aveva il tirassegno. Un banchetto tra i più facili da montare. Zola, lo zingaro francese a capo della carovana, aveva messo delle regole, appoggiate su un forte strato di disordine apparente. Per cui da fuori sembrava davvero un incredibile casino, mentre era tutto in un perfetto, ma imperfetto, ordine. Le donne bollivano pentole di pollo e manzo, con verdure e pane vecchio, appena arrivava il tramonto. Si trovava sempre del vino, rosso, acido, che portava dal tramonto alla notte, quando nessuno passava dalle giostre.

Di paese in paese, seguendo la grossa statale che attraversava la pancia delle montagne, portavano due calcinculo, una giostra, un autoscontro, un tirassegno, un palazzo di specchi, due indovini, un mago, tre clown e lui.

Che sul suo piccolo tavolino aveva scritto: Aggiusto Sogni.

Aveva una piccola valigia, marrone e verde, con la quale era partito, molto tempo prima, sicuro di non tornare. Quando si fa una valigia sicuri di non tornare, bisogna metterci dentro le cose con pazienza e con qualche idea di cosa sarà della vita.

Per questo si era preso una colossale sbronza con della birra belga, regalata qualche tempo prima da qualcuno. Ricordi offuscati di una vita precedente.

Nella valigia aveva messo un libro, uno solo, un pigiama pesante, due paia di scarpe, una di cuoio marrone e una di tela nera, tre camicie, tutte quante bianche, un paio di pantaloni neri, cinque paia di calzini, uno rosso, due blu, uno verde e uno nero.

Aveva anche portato la sua tazza da the. Non che bevesse the. Ma era un ricordo di qualcosa che, al momento, non ricordava più. Ma sapeva essere importante. Non avrebbe altrimenti fatto spazio per una tazza, non fosse stata importante.

Zola aveva deciso che andava bene così. Mancava un aggiustatore di sogni, nel gruppo, e nessuno lo aveva.

Nessuno, in verità, aveva capito con esattezza cosa facesse realmente un aggiustatore di sogni. Ma poco importava.

Nelle sere di festa, davanti al suo banchetto si creava una coda di curiosi, una fila lunga, molto più lunga di quella per il tirassegno.

Due corone e mezzo, il prezzo per sedersi.

Si sedevano sempre prima le donne. Le donne sono più curiose, più coraggiose e più intelligenti.

Poi arrivavano i bambini, che tenevano tra le mani le due corone e mezzo titubanti su quanto si potesse.

Gli uomini venivano dalle taverne, avevano bevuto, giocato a carte, discusso dell’elezione del nuovo Presidente delle Provincie, litigato sul ritardo della mietitura. Arrivavano a mettersi in fila per ultimi.

Tutti parlavano di lui. Nessuno sapeva bene perchè.

Aggiustava sogni, tutto qui.

Un giorno Zola gli si era seduto a fianco. I ragazzi montavano la giostra, le donne stavano iniziando a cucinare nei grossi pentoloni. Aveva portato due scodelle di vino rosso.

Era un paese nuovo, di poche anime, di tanta storia, su un pezzo della statale che saliva come un serpente sulla montagna. Le giostre stavano vicino al cimitero, all’ingresso del paese.

– Come si aggiusta un sogno?

– Come qualsiasi altra cosa

– …

– Con pazienza. Bisogna, in effetti, capire prima dove si è rotto. Quando si è rotto. E’ fondamentale capire quando. Un sogno si rompe in un preciso momento. E bisogna andare a riprendere quel momento, rimetterci il sogno dentro, e vedere cosa non andava. Bisogna farlo ripartire con pazienza. I sogni più grandi, quelli più ambiziosi, quelli più impegnativi, hanno sempre un paio di false partenze. E’ li che la gente li abbandona. E un sogno abbandonato si rompe, dopo un po’. Come tutte le cose non usate.

– Dove hai imparato, uomo, a riparare i sogni?

– Da nessuna parte. Si è rotto il sogno più grande della mia vita. E me lo sono riparato.

– Era un sogno importante?

– Il più grande della mia vita. Si chiamava Elisa. Aveva lunghi capelli dorati, pelle morbida e bianca come il latte, labbra rosse come una ciliegia, e un profumo incredibile di lavanda. Vestiva gonne lunghe, e ballava nel sole del tramonto, contro i filari d’uva, con la musica.

– Era tua?

– Non lo è mai stata. Ho bisogno di altro vino.

– Andiamo alla taverna del paese. Serviranno la grappa delle montagne. La distillano a pochi paesi da qui. E’ perfetta per parlare molto o per tacere tantissimo. Cosa hai fatto per questa donna?

– Niente. L’ho sognata per tutta la mia vita. Osservando la sua vita prendere il largo dalla mia, come una barca trasportata dalla corrente. Credevo ci fosse una cima, una solida fune, che prima o poi si sarebbe potuta tirare, per riportare questa barca verso la riva.

– Nessuna donna si può riportare, una volta partita.

– L’ho scoperto da me. E ho scoperto di non essere una riva, ma di essere un’altra zattera. In balia della corrente. Ho scoperto che due barche non si possono mai fermare. Rischiano di affondare.

– Non capisco cosa tu abbia riparato, in questo sogno.

– C’è stato un momento, una sera, alla festa di San Firmino. Un momento in cui la festa stava finendo, il caldo stava lasciando spazio al fresco della notte, le luci si stavano spegnendo. La banda raccoglieva i suoi strumenti e i vecchi ubriachi cominciavano a dormire sulle panchine intorno alla fontana. Ho preso un calice di vino, il vino della fine delle feste, che sembra quello che tutte le sere mi dai da bere. Per brindare insieme al nuovo sindaco. Un uomo della mia età. Promesso sposo di Elisa. Aveva annunciato. Ho sentito un coltello, una lama pungente, piantarsi nel mio fianco. Ho cercato con gli occhi per tutta la festa, ho trovato Elisa sudata, stanca, in un angolo. Aveva ballato per tutta la notte. Sono andato da lei, l’ho presa per mano. Siamo andati dietro alle mura antiche, dove iniziavano le vigne. Ci siamo seduti sotto le prime stelle. Ho preso del tabacco, vecchio di una settimana, aspro e secco. E mentre fumavo per non piangere ho ascoltato la sua promessa d’amore per quell’uomo. Poi ha smesso di parlare. E mi sono accorto che le stavo accarezzando una gamba, sul ginocchio. Mi sono messo a guardare la mia mano, scura e sporca, passare su quella pelle perfetta. Tirando impercettibilmente la gonna e la sottoveste. Ho spinto le dita fino verso le cosce, districandomi tra la seta della sottoveste. Ho sentito le sue gambe, docilmente, aprirsi.

Ho avvicinato la mia bocca al suo collo. Assaggiandone il sapore, di sudore, di festa, di lavanda, di latte, di tramonto, di un futuro di cui mi sono riempito le labbra.

Ho tolto la mano, sentendo le dita bagnate. Ho guardato nei suoi occhi, attraverso il fumo del mio tabacco. Azzurro.

E me ne sono andato.

Sono dovuto tornare, seduto nella mia stanza, molti anni dopo, a quel preciso momento. Ho dovuto risentire le mie dita bagnate. Ho dovuto assaggiare ancora quel sapore. Ho dovuto ubriacarmi di quel vino. Fumare molto prima di ritrovare i suoi occhi nel fumo del mio tabacco. Per non farlo più. Per fermarmi prima. Per aggiustare quel sogno, fermandolo in quel momento.

Ma i sogni hanno sempre una destinazione, come i treni. E come i treni, ci devono pur sempre arrivare. Io ho voluto fermare un sogno. Non si può farlo.

Allora ho trovato la sua nuova destinazione, e ho rimesso in moto, semplicemente, il mio nuovo, vecchio, sogno.

Su una strada che mi ha portato fino a dove sono.

Ogni sogno avrebbe il diritto di arrivare a destinazione. Ognuno avrebbe il dovere di portare i suoi sogni alla loro destinazione.

Ho pensato.

Per questo mi sono messo ad aggiustare sogni.

Capisco cosa non va, lo riparo pazientemente, e rimetto in moto un sogno.

E’ come se rimettessi un cuore a battere.

Sa come si fa. Lo farà per sempre, fino alla morte.

La morte è quando un cuore smette di battere.

La morte è quando un sogno smette di essere un sogno.

Ogni uomo muore quando i suoi sogni si fermano.

Io aggiusto i sogni per salvare le persone.

Capisci?

 

Tempo, Mappe, Tesori.

Mattino, mare, freddo a Levante, sole pallido

– Dovresti provare a scrivere del futuro.

– Non credo di esserne capace.

– Scrivi sempre al passato.

– E’ il mio tempo preferito.

– Ma la vita succederà oggi e domani. Ieri è già successa.

– Lo so bene. Il mio è un falso passato, un finto presente. Mi succedono cose, che poi io tengo li. Fino a un certo punto. Un punto preciso della mia pancia, tra cuore e fegato, dove le cose restano sospese. Poi mi arriva il loro significato, come un’ombra che segue le cose che mi succedono, con un impercettibile ritardo. Quando raggiunge le cose successe, l’ombra del significato combacia perfetta. E le cose mi si spostano da quel buco tra cuore e fegato, e mi arrivano dritte in testa, pronte per essere scritte. Non posso cambiarla questa cosa. Io sto bene seduto sul mio presente, immagino un bel futuro. Un deserto pieno zeppo di cose che posso fare. Ovvero completamente vuoto. Pronto per essere riempito.

Pomeriggio, caldo primaverile, vento di Ponente, anima in levare, Vermentino fresco servito al sole.

I sassi rotondi che rimbalzano nell’acqua, lasciano una polvere di gesso che imbianca i polpastrelli. Le dita che arrotolano sigarette perfette per essere baciate dal Vermentino, lasciano il gesso sulla cartina. La lingua batte sulla colla per cercare la chiusura perfetta. Il sole scalda. Il gesso arriva dritto in bocca. Sapore impallato. Che, in qualche modo, è sempre un ricordo del mare. Come il sale nella barba. Come la pigrizia per arrivare al muretto, in fondo alla passeggiata.

Aveva, in effetti, quel preciso compito, probabilmente, nella mia vita.

Per quello era comparsa, sui suoi tacchi vertiginosi, camminando precisa come su una stretta passerella tra il baratro del passato e la montagna del futuro.

Probabilmente, insegnatomi quello, era anche giusto sparisse. In modo più o meno doloroso, come poi ha fatto.

Una cicatrice sul cuore, una delle tante, ma molto profonda. Dura da curare, per il taglio preciso, quasi chirurgico, con cui è stata fatta. Per la speranza, molto poetica, che quella cicatrice non si chiudesse mai.

Era arrivata, quella sera di giugno, portando sapore di menta, ghiaccio, rhum, quel sapore aspro delle sue dita, che non smettevano di toccare il collo, appena sudato per un caldo africano, inaspettato tanto quanto la sua bellezza.

Mi aveva convinto di una cosa. Fin da subito. La bellezza è definita dentro il cuore di ogni uomo. Ogni uomo ha la sua bellezza, la sua perfezione. Che nessuno può giudicare. Lei era la mia. In quel momento avevo capito molto bene molte cose sulla bellezza, sul mojito, sui tacchi, sulle labbra, sulla malizia e sulla noia di una vita senza tutte queste cose.

Tempo ne è passato, poi. Le cose grosse chiedono tempo. Un tempo terribilmente noioso per me. Autunno.

L’avevo scambiata per un tesoro. Succede con i culi perfetti, agli uomini imperfetti, l’errore banale di valutazione.

Ti metti li a prendere le misure alla vita e confondi un culo perfetto con la perfezione della vita.

Avevo fatto l’amore. Sembrano passati secoli. Forse lo sono.

Sentendo nelle sue mani il punto di rottura, un preciso istante, in un preciso posto, in una precisa posizione, tra averlo fatto con molte donne e averlo fatto con lei.

Avevo cercato quel punto di rottura, inseguendolo nei meandri delle posizioni, delle scoperte, della fame, della lotta, della notte. Camminando pesante, con il mio passo da scimmione, una eredità aggraziata di qualche avo rugbista, o di qualche nonna obesa. Camminavo dentro di lei, cercando quel punto di rottura.

Lei aspettava, paziente, sottomessa, vigile, serena.

Una sera ho capito.

Lei aveva il potere di farmi stare bene. Seduto. Con una mappa del mio futuro.

Era la prima volta che vedevo il mio futuro. Concentrato come sono a scrivere del passato, a rincorrere il presente. Il futuro è molto più calmo, se visto da quelle gambe.

Lei era una mappa.

Una delle mappe.

La migliore, se parliamo tra di noi, esperti di mappe.

Una mappa va valutata per come si pone, per cosa offre, per come lo offre. Difficile trovare mappe, al giorno d’oggi. Sono tutti troppo impegnati a fingersi tesori. Destinazioni. Tutti vogliono essere una destinazione, definitiva.

Un incubo, addolcito da promesse che nemmeno un venditore di viaggi con dimostrazione di pentole incluse saprebbe fare.

Pochi sanno essere davvero mappe.

Le mappe le scegli, le adotti, le porti con te, per quel tempo indefinito che occorre per raggiungere il tesoro.

Le mappe sono rarissime.

Lei era questa cosa qui. Una mappa.

Non mi è più successo di incontrarne di mappe. Nessuna, peraltro, con un culo così. Ma capisco che sia soggettivo.

Sera, letto, freddo, silenzio. La primavera muore nelle sere d’inverno. Ma poi risorge. 

Ecco.

Sono tutti qui a fingere di essere destinazioni. A sentirsi arrivati. Diffido di queste persone.

Hanno l’ombra annoiata che li segue per contratto.

Sono le mappe che ti portano al tesoro.

Se solo hai pazienza di capire quanto tempo ci vuole.

Un altro, adorabile, giorno di primavera

Ricordo come fosse ieri la prima volta in cui mi sono innamorato. Era primavera. Viene più facile, innamorarsi, in primavera.

Ricordo di essermi messo il mio gilet husky, di due taglie in più, ereditato da qualche amico di mia madre, con un orrido gusto nel vestirsi. Di aver indossato il mio cappello, con la visiera piegata a becco, e di essere uscito come tutte le mattine. Un po’ prima del solito, per poter camminare con calma verso la metro.

Di aver visto lei.

Passare sul marciapiede di fronte.

E di non aver capito più niente.

Sono sparite tutte le comode regole che mi ero messo per condurre una vita serena. Tutti gli orari, tutte le certezze, tutti i canoni con cui pensavo di aver finalmente ingabbiato la mia vita. A sedici anni. Partivo comodo. Pensavo di aver quasi finito.

Camminava a piccoli passi, sommersa da una borsa gigantesca, piena di libri, con quei capelli lunghi, castani, dolci nel colore, morbidi. Con una camicia a quadri, aperta su una scollatura che per un paio d’anni mi è sembrata la discesa più pericolosa del mondo.

La prima volta che ti innamori è la migliore. Non sai quanto farà male. Non sai un cazzo. Senti solo, tutto intorno a te, il mondo sgretolarsi. E ti ritrovi da solo, con il tuo discreto mal di stomaco, quella fame incredibile, quella voglia di correre fino a non sentire più le gambe, a osservare la primavera esplodere.

Per questo innamorarsi in primavera è meglio.

Il mondo si sta innamorando di se stesso, ancora una volta, come tutti gli anni.

Tu fai lo stesso.

Esplodere insieme.

Mi ci sono voluti due mesi, che il tempo non passava mai, per dichiarare il mio amore.

Una cosa leggera, in pieno mio stile.

Ti amo, voglio sposarti, fare dei bambini, stare sempre con te, proteggerti, renderti felice, regalarti dei fiori, lavorare per te, vivere per te, respirare per te.

Ho ricevuto, come premio, un bacio.

Labbra che ancora oggi ritengo tra le più adatte a incastrarsi con le mie.

In primavera, a sedici anni, un bacio può durare anche un paio d’ore.

Salivazione azzerata, arrossamento guance, lieve carenza d’ossigeno.

La lingua che prende il comando, che vorrebbe dire cose, fare cose, proclamare editti, rivedere certezze, cancellare dubbi.

Limonare, durissimo, tutto il pomeriggio.

Sostituendo la vita con un bacio.

A sedici anni si può fare, eccome.

Anche a trentatrè, a dirla tutta.

Ma dura meno.

Fanculo, a saperlo che era una cosa che faceva malissimo, l’avrei fatta lo stesso però godendomi di più quei momenti di beatitudine.

Tornavo a casa per cena. Che poi non mangiavo nemmeno.

Per poi uscire, appena finita la cena.

Scappando, con una fretta terribile, sotto il suo portone.

Vederla aspettarmi attraverso la finestra.

Scendeva, camminavamo fino a quella panchina, per poi ricominciare.

Tutto il mondo, in fondo, girava attorno a quel bacio.

Era quasi estate.

Le magnolie coloravano tutto il viale.

Conviene davvero innamorarsi a primavera.

Born To Run (Correndo, sanguinando, mai barcollando)

Colonna sonora qui. (un inedito Frank Turner in sedia a rotelle, con tanto di mamma che lo annuncia…) 

C’è gente che è nata per pascolare la vita, brucando il prato della speranza, e fottendosene. Questo penso. C’è gente che è nata per morire in modi curiosi, e non fare nulla nel mezzo. C’è gente che è nata per correre. Questo penso di alcune persone. Me compreso. 

Ho la vita contro, spesso. Ho il destino che mi rema contro, e ha i remi grossi, la falcata da cannottiere, l’esperienza di chi conosce il fiume e le correnti. 

Ma io ho un grandissimo vantaggio competitivo. Come i pugili che sanno incassare. Non mi arrendo. Mai. Sono trentacinque anni che non mi arrendo. Incasso, male a volte, ma non mi arrendo. 

Niente, è così. Sputo, mi rialzo, quantifico i danni. 

Per questo mi danno cinque anni più di quelli che ho. Lo fanno da quando ne ho venti. Lo faranno anche quando ne avrò sessanta. 

Per questo stupisce la mia capacità di mettere in discussione anche le cose più semplici. 

Per questo, a volte, ho bisogno di staccare. Quel tempo, apparentemente morto, tra una ripresa e l’altra. Controllare i danni, appunto, quantificare, rialzarsi, procedere. 

Che poi, in momenti come questi, penso sempre a mia madre. Che forse si aspettava altro dalla mia vita. Non sperava forse, di avere un testardo pugile incassatore come figlio. I sogni delle madri si appoggiano sulle notti dei figli come coperte, ma i piedi dei figli scalciano, a volte. Non so che futuro sognassi per me, ma sono qui a metterlo in piedi ogni giorno. Con round di cui saresti fiera, e round in cui ho avuto paura anche io. 

Tra una ripresa e l’altra prendo fiato. A modo mio. Ci ho provato, a trovarmi un buon allenatore. Non è così facile. 

Allora faccio da me. 

Ci ho provato a trovare un posto sicuro e comodo. Niente da fare. 

Allora prendo la moto. E mangio statali. 

Ottanta all’ora. Ogni tanto, qualcosa di più, se fumo qualcosa di meno. 

Che quando mi chiedono: quanto fa la tua moto? Io non lo so mica. Ma so per certo che a ottanta mi porta fino a quando mi fanno male le braccia, mi si svuota la testa, fino a quando mi sento pronto a rimettermi sulle mie gambe. Serve a questo, a me, la moto. 

C’è un modo preciso, metodico, per farlo. C’è l’incrocio davanti a casa mia che è l’inizio. A sinistra, cinque minuti, dritto, sei in centro. A destra, dieci minuti, dritto, sei sulle statali che fanno la corte alla città, come vecchie malandate, ma ancora molto sexy. 

Sono strade che hanno una storia. Lunga, bellissima, tortuosa. Che pochi conoscono ancora. Sempre meno. 

Sono strade disegnate dai romani.  Solchi nella campagna della Bassa, fino alle colline, fino al mare. Un serpente, un dedalo di serpenti, che pigri si srotolano fino al mare. Tra campi, paesi diventati enormi quartieri dormitorio, vecchie cascine, nuovi cantieri, ponti pericolanti. Sembrano noiose, se le fai veloce, passando gli enormi disastri fatti dal noioso progresso urbano. Cazzo, ci sono più BricoCenter in provincia che nelle grandi cittá. L’enorme bisogno di viti che gli uomini hanno quando vivono nelle moderne caserme termoindipendenti classe A. 

Ci sono i paesi con le tracce della storia, magari nascoste da un Bar Tabacchi con le slot machines. 

Ci sono i vecchi che ti fermeresti a parlare, immaginando una saggezza ormai dimenticata in città. Ma che poi non hanno un cazzo da dire, perchè sono piegati dai bianchini e dalle briscole. Anni di pessimo vino cancellano la saggezza e il sorriso. 

Ci sono i campi, con l’odore di carogna, l’odore di concime, le nutrie che nuotano veloci nei canali. Le rane che gracchiano, le libellule. 

È una cosa di tatto. con il vento che picchia sulla faccia, le vibrazioni sulle mani, la sensazione di perdere il controllo a ogni buca, a ogni colata di terra che invade la strada. 

È una cosa di olfatto, con gli odori della campagna che riempiono il naso fino in fondo ai pensieri. 

È una cosa di vista, con il lento passare delle cose sotto gli occhialoni. 

È una questione di sete e di fame.

Ci sono le puttane sugli svincoli, che sorridono quando passi. 

Non ho capito perchè. 

Ci sono i cacciatori. Che si incazzano quando passi. 

Rovinare la caccia è anche molto animalista, e fa pari con tutti i moscerini che mangi. 

Puoi anche partire senza colonna sonora, anche se una adeguata preparazione prevede una delicata playlist. 

Stare in movimento per fermarsi. 

Ossimoro.

La mia vita ha dei modi di riprendersi che sono un ossimoro. 

Per amare, ho dovuto odiare. 

Per vivere sono morto molte volte. 

Per fermarmi ho bisogno di partire. 

Fa figo da dire. Ma cazzo mettiti nei mei panni. 

Nei panni di un grande incassatore. 

Come spiegare la morte ad un adulto

Ci sono cose che i bambini fanno meglio degli adulti. Ad esempio vivere.

Oggettivamente i bambini vivono meglio degli adulti. Hanno un sacco di bisogni, ma non se ne preoccupano più di tanto, hanno un sacco di sogni, e non fanno i conti con quanto ci vorrà ad arrivarci, hanno speranza e pochi dubbi. Hanno un gran culo, direbbe uno psicoterapeuta infantile. Ok, forse non lo direbbe, ma lo pensa di sicuro.

E ci si fa un sacco di problemi a spiegare ai bambini cose che i bambini dovrebbero spiegare a noi. Come la morte. Che uno muore, e ci si scervella ore per spiegarlo a un bambino.

Quando invece loro potrebbero spiegarlo a noi.

Il Piccolo non ha nessun problema con la morte, come d’altronde non ha nessun problema con la sofferenza. Se soffre, piange. Se qualcuno muore, guarda verso il cielo e si limita a dire:

– non lo vedo in cielo.

Lasciando spazio alle libere interpretazioni degli adulti che lo accompagnano, che creano un sacco di inutili spiegazioni su come un cadavere prossimo alla decomposizione non sia in effetti visibile in cielo.

Mentre tu sei impegnato a spiegare a un bambino le ragioni per le quali un cadavere non può essere visto svolazzare nel cielo sopra la città, lui sta già pensando al prossimo passo.

– Vediamo se riesco ad infilare questo piccolo mattoncino Lego dentro la fessura di questo strano oggetto da cui esce il caffè. Sarà fantastico! Facciamolo!

Senza nemmeno preoccuparsi più di tanto delle conseguenze. Che a pioggia sono: l’incazzatura dello zio, che non riesce più a farsi il caffè con la macchinetta, che ha appena comprato le cialde nuove Volluto. L’incazzatura della madre, che pensa che il figlio sarà un vandalo punkabbestia, non certo un possibile ingegnere. L’incazzatura del padre, arrivo sempre ultimo, che deve ripagare una macchinetta del caffè, e sorbirsi tutti i dubbi paranoici sul futuro vandalo e su come chiederà l’elemosina davanti ai supermercati con i suoi cani.

– speriamo almeno si prenda dei bei cani lupo.

Penso io.

Non davanti alla morte.

Davanti al futuro di mio figlio, dipinto a tratti incerti tra punkabbestia e ingegnere.

Davanti alla morte penso sempre molte cose, e molto diverse.

La morte mi si è avvicinata molte volte. Che detto così suona male. Sembra io sia un sopravvissuto. In verità lo sono. Sono sopravvissuto a me stesso, e fin troppo per ora. La morte mi si è avvicinata molte volte, per interposta persona. Sempre in modo molto doloroso. Che la morte fa abbastanza male. Meno di una appendicite, ma più di una botta sull’unghia del mignolo.

E fa male dopo un po’, a differenza della botta sull’unghia. Un dolore acuto, lungo, sospirato.

Ti vien da dire che è una cosa non superabile. Ma poi ti accorgi che tutto si supera, in questa vita, a parte la tua di morte. Quella, perlomeno per te, dovrebbe essere abbastanza definitiva.

La morte è una cosa molto semplice. Eri qui, non ci sei più. Il tuo corpo marcisce. Secondo alcune religioni, quasi tutte, te ne vai in un posto migliore, o peggiore a seconda del tuo comportamento in vita. Meglio moderare puttane, soldi e alcool, perlomeno in questa vita. Secondo altre culture, ti re incarni in un altro, o in un altro animale. Che morire da uomo e rinascere tasso o acaro della polvere non dev’essere facilissimo. Vivere in se non è facilissimo. Morire si. E’ questione di attimi.

E’ per chi resta che la morte diventa un problema abbastanza grosso.

Perchè gli adulti, a differenza dei bambini, vivono malissimo. In generale.

Mio suocero è morto solo, in una stanza d’ospedale, attaccato a un gomitolo di cavi, sensori, luci.

Ha scelto marzo. La primavera, quando tutto rinasce, per morire. Scelta singolare, direte voi.

Io lo trovo geniale. Dalla morte nasce sempre qualcosa.

Ho voluto molto bene a mio suocero. Nei limiti del possibile, è il padre della donna che ho sposato, che ha dato alla luce il mio unico, per ora, erede. Insomma, ha giocato un ruolo importante, inconsapevolmente, nella partita della mia vita.

Non è arrivata inaspettata, la morte di mio suocero. A volte la morte si annuncia. Uno, solitamente, non fa caso agli annunci, ma in qualche modo si prepara. Anche se alla morte non si è mai pronti.

Marco è morto all’improvviso. Mi ricordo, al funerale, di aver pensato

– Cristo, sei proprio morto che nessuno se lo aspettava, porco cazzo.

Credo anche di averlo detto sotto voce.

Attraversava un incrocio, con la moto. Un tizio, ubriaco, attraversava lo stesso incrocio con un furgone. La pessima scelta è stato farlo nello stesso momento.

Così, niente più Marco, e un sacco di rimorsi, una condanna e un bel po’ di insulti per il tizio ubriaco.

E un sacco di dolore per noi, porco cazzo. Che quando uno non se lo aspetta, fa un male boia.

Quando ti muore un genitore, ho un certo curricula nel settore, ti incazzi sempre un bel po’.

Perchè, da buon bambino, ti saresti aspettato eterno supporto, dal tuo genitore.

Invece niente, kaput.

E ti incazzi.

Piangi lacrime di sofferenza e dolore, condite con rabbia.

Dicono siano più salate.

Fossimo invece una generazione ragionevolmente cresciuta, non ci faremmo questi problemi.

Accettando che i nostri genitori, un passo alla volta, siano diventati dei figli cresciutelli che ci siamo ritrovati. Da accompagnare nel loro difficile percorso tra prostatiti, dubbi esistenziali, malinconia e cataratta.

Ma non lo facciamo, perchè vogliamo essere bambini per sempre.

Mio suocero ha dato a mia moglie un po’ di carattere, due dita di naso, e un altro po’ di cose che geneticamente si ereditano.

Alcune si possono cambiare, altre no.

Mi fa soffrire molto non esserci stato.

Ho accompagnato mia madre, contandone i respiri. Ho accompagnato mia nonna, ma quelli erano rantoli. Ho accompagnato mia suocera. Accompagnare un moribondo è una cosa che mi viene bene, e che mi libera moltissimo dalle lacrime e dalla sofferenza.

Sono dall’altra parte del mondo, geograficamente parlando. A costruire, tutto di nuovo, la mia vita.

Mi ha fatto soffrire questo.

Non essere li con lui.

Ho preso la linea gialla del metro, un numero interminabile di stazioni, e sono arrivato a un tempio.

Io credo molto in Dio. Certo, quello di questo tempio non è il mio stesso Dio. Anzi, qui ce ne sono una decina. Miracoli del politeismo.

Ho comprato della frutta, come si fa qui, dell’incenso, e mi sono seduto a pensare. Alla morte e a mio suocero.

Quando pensi a queste cose sembra che il tempo non passi mai. Guardavo l’incenso consumarsi, e ascoltavo le litanie di una vecchia che mi si è seduta accanto.

E pensavo alla morte.

E a mio suocero.

Poi, come un fulmine a ciel sereno, mi sono chiesto come spiegare questa morte al Piccolo.

Ma mi sono risposto da solo.

I bambini sono più intelligenti di noi. Non hanno bisogno di spiegazioni, per le cose senza spiegazioni.

Siamo noi che le vogliamo per forza dare.

Diventando ridicoli, anche quando parliamo della morte.

Ho scritto quello che pensavo di mio suocero su un foglio. E lo ho lasciato li, vicino alla banana e alle mele che ho preso. Dicono che il morto se le porti con se, per mangiare nell’aldilà. Gli ho lasciato da leggere anche qualche cosa.

Che non si sa mai, metti che l’aldilà sia noioso.

Il Posto dove nascono le belle storie

Per gente come me si tratta di una questione di vita o di morte. Le storie belle. Quelle che ti lasciano il sapore dolciastro dell’illusione di aver fatto tutto questo, letto tutto questo, scritto tutto questo, per qualcosa.

Insomma, qualche anno fa ho smantellato l’ultimo hobby che avevo, cacciare tramonti. Tengo, come tutte le grandi passioni, ancora accesa la fiamma, e ho sviluppato una certa esperienza nel saper trovare un buon tramonto. So dove andare a prenderli, i buoni tramonti, ma ho smesso di cacciarli, per paura finissero. Non si sa mai.

Il Piccolo dall’alto dei suoi tre anni, mi sta inculcando alcuni dubbi. Sono cosciente che dovrebbe trattarsi del contrario. Dovrei spendermi per inculcare nel piccolo dolci certezze. Che poi, nel corso della sua adolescenza, lui possa combattere, sovvertire, distruggere, annullare. Lo sto facendo. E’ il mio lavoro di padre.

Ma ricevo anche da lui incredibili dubbi esistenziali, che mi si siedono sopra i pensieri belli.

E se i tramonti finissero?

Cazzo, ha una sua logica.

Per questo non li fotografo più. Non vorrei essere colpevole di averli fatti finire. Da tanto son belli, i miei tramonti.

E’ stato un inverno lungo, in merito a questo. Con il freddo terso delle Alpi che spazzava il cielo, lasciando bombe di colore sopra i capannoni abbandonati, con Venere luminosa come non mai e qualche aereo che da Sud punta verso Ovest.

Cacciare belle storie è diverso. E’ necessario per me. Per vivere.

Le belle storie nascono in posti diversi, uno si deve fare una certa esperienza. Che, come le vere esperienze, non finisce mai. Uno crede di essere arrivato, di aver chiaro dove tutte le storie nascono, invece no, niente.

Hanno le stagioni, le belle storie. Nascono nelle case buie, nei motel, nelle cantine polverose, quando è autunno e le giornate si accorciano inesorabili come fili di cotone infiammati.

Nascono nelle strade buie e vuote, alle ore in cui tutto dorme, nel centro del cuore delle città, in primavera e in estate.

Amano i terrazzi, le belle storie.

Milano sta uscendo da un lungo e travagliato inverno. Per fortuna. L’inverno serve a far maturare storie bellissime.

Ne ho trovata una, qualche tempo fa, chiusa nelle mani tremanti di una donna, nascosta nell’angolo di un divano dove per sedersi era necessario inginocchiarsi.

Camminavo pigro per il centro, adoro farlo. Adoro farlo in senso letterale. Lo struscio ignorante, l’ingolfamento di turisti accattoni di facili foto e pizze precongelate, le enormi code nei negozi, non mi fanno paura. Riesco a divincolarmi, arrivando nel posti dove continuano a nascere storie bellissime.

Dovreste farlo, dico io. Tutti voi, dico io.

Di camminare, per la città. Senza avere una meta, senza avere un compagno, senza avere fretta.

Lasciando che vi scorrano addosso le cose inutili, lasciando che vi restino addosso le cose più belle.

C’è un posto dove sono sempre quasi sicuro di trovare storie bellissime.

Un angolo particolare del centro, talmente in centro da essere quasi dimenticato da tutti. Stanno facendo uno scempio, come spesso succede, aprendoci una infinità di posti dove mangiare. C’è un grosso negozio di valigie, la chiesa sconsacrata di San Raffaele, e l’inizio della Galleria. Era il passaggio usato dai traditori del governo, si chiamerebbero franchi tiratori ora, per scappare verso le carrozze dopo aver votato. Era il passaggio preferito dei paninari, per fumare di nascosto. E’ il passaggio del retro dei condomini che affacciano sul duomo, con il portone sempre aperto e i gatti che corrono sulle scale. E’ un posto dove i turisti corrono, sembra che non ci sia nulla da vedere. C’è l’ingresso di Savini, c’è la banca preferita del Duce, e il passaggio a San Fedele, che sull’angolo si vede la statua di Manzoni far capolino. I carbonari adoravano passare dai piccoli vicoli attorno alla Galleria, dove gli zoccoli dei cavalli scivolavano, e quindi gli sgherri faticavano a inseguirli. Venivano a morire i malati di peste, per star vicini al Duomo, prima che aprissero il Lazzaretto. I futuristi di Boccioni si trovavano all’angolo della Galleria, per andare poi a piedi al Caffè Zucca.

Adesso c’è un barbone cingalese, che ha preso in affitto una grata che butta il caldo del metrò. Fumiamo sempre una sigaretta insieme, anche se le conversazioni non è che brillino di argomenti. Ogni tanto, quando passa qualche bella ragazza, la indica sorridendomi. Che la figa, per dio sarai anche senza casa, ma resta sempre importante.

Bisogna provare a sedersi sulla grata, perchè le prospettive cambiano. Le gambe delle ragazze si allungano, la Galleria sembra altissima, e il profumo di Savini da quasi fastidio anche a chi fame non ha.

Bucolicamente homeless cazzo.

Ecco, questo è un posto dove nascono belle storie, e dove i dubbi galleggiano su altri punti di vista.

Sfumature.

L’amore che uccide quelli che non sanno piangere

Commodoro è un bulldog inglese abbastanza brutto, abbastanza grasso, abbastanza intelligente.

Commodoro è un nome abbastanza brutto, per un bulldog.

Per questo, il miglior modo per definire Commodoro è “abbastanza”. E’ un cane “abbastanza”.

Sandra è la padrona di Commodoro, da quando è andata, prendendo la corriera e il treno FrecciaArgento, a prenderlo nel grande allevamento fuori sulle colline.

Sandra vive sola. Tolto Commodoro.

Da quando il secondo marito l’ha lasciata. Due su due, dice sempre sua madre, quasi a rinfacciarle che il problema, in amore, è lei.

Come se lei non lo sapesse.

Sua madre, in fondo, è sempre stata ridondante, in quello che dice e in quello che fa.

Anche fare quattro figlie, è stato particolarmente ridondante, a vederlo da fuori. Sandra è l’ultima. Cresciuta sotto gli occhi amorevoli del padre, ha potuto vedere le tre sorelle prendere marito, fare figli, stare pimpanti e attente sotto l’ombrellone a co ordinare piccole truppe di mariti e figli, tirando fuori dalla borsa frigo le derrate alimentari ordinatamente preparate la sera prima.

Sandra non sa nemmeno cucinare.

Commodoro mangia cibo in scatola per questo.

Anche Sandra, spesso, mangia cibo in scatola per questo, E per la noia, e per la stanchezza e perchè da soli non c’è tutto questo bisogno di cucinare come diavoli. Non c’è nessun ospite da stupire, in fondo.

L’ultimo uomo della sua vita è stato Franco, idraulico tutto fare, piombato nella sua vita durante una snervante attesa per il prelievo del sangue alla Clinica San Camillo. Aspettavano insieme, si sono trovati un cornetto alla marmellata in mano insieme, si sono trovati seduti a pranzo insieme, si sono trovati sdraiati a letto insieme, si sono trovati annoiati di stare insieme poco dopo.

Franco portava Commodoro a pisciare come fosse un dovere. Sandra cucinava come fosse un dovere.

La madre di Sandra li aspettava per pranzo la domenica come fosse un dovere.

Che due coglioni, pensava Sandra, uscendo di casa.

Che due coglioni, pensava Franco, entrando in ascensore.

Che due coglioni, pensava Commodoro, osservandoli.

Sandra si era ritrovata ancora sola, ancora una volta.

E aveva deciso che basta. Insomma. Era ora di finirla con uomini che entravano nella sua vita, in casa sua, toccavano il suo cane, pisciavano lasciando goccioloni sull’asse del cesso, ruttavano bevendo birra. Basta.

Un giorno, camminando verso l’ufficio, pensava proprio a questo. Basta. Era ora di dire basta. Che si fotta sua madre, e anche le sue sorelle, e anche i loro mariti, e anche le sue amiche, e anche tutto il resto.

Fu allora che un uomo sulla quarantina, abbastanza bello, abbastanza alto, abbastanza barbuto, la fermò.

– E’ normale che lei abbia della saliva, o bava, sui pantaloni?

Sandra, abbassando lo sguardo, ritrovò un denso concentrato di bava di Commodoro, posizionato sulla coscia sinistra. Un gelatinoso ammasso di bava. Niente fuori dall’ordinario. Commodoro sbavava per qualsiasi cosa.

– Credo di si

– E’ normale che lei sia così bella?

A questo genere di domande non ci si abitua mai. E si rischia, quando non si è abituati, di rispondere male. Per difesa.

– Lei abborda sempre così le donne?

Lui era abbastanza calmo. Un uomo “abbastanza”. Come il suo cane. Sembrava, perlomeno, abbastanza calmo.

– No. Sono semplicemente sincero. Voglio offrirle un caffè. Così lei si toglie la bava dai pantaloni e io posso guardarla ancora per qualche minuto.

Che una donna normale dovrebbe rispondere, cortesemente, no grazie, lo sapeva anche Sandra.

Che ha risposto, cortesemente, si okkei.

Lui, seduto, sembrava abbastanza comodo.

Lei, impegnata a togliere la bava dalla coscia, sembrava abbastanza in imbarazzo.

– Che tipo di molossoide è?

Ma che cazzo di domande sono? Pensava.

– Un Bulldog Inglese.

– Adorabile, anche se io preferisco di molto il Dogue de Bordeaux.

– Troppo grosso per me.

– Niente è troppo nella vita. Basta decidere. Se uno decide che il bulldog è il massimo, allora finisce con un bulldog. Se uno punta a un Dogue de Bordeaux, allora si ritrova con un Dogue de Bordeaux. Poi ci sono anche quelli da Bulldog Francese o da Cane Corso. Il mondo è bello perchè è vario.

– Se ne intende di cani.

– Per nulla. Abbordo donne sbavate, e mi sono fatto una cultura. Odio i cani. Ma sono un bel pretesto.

Rideva, finalmente. Aveva pensato proprio questo: finalmente.

Quanto tempo, quanti giorni, quante settimane, quanto cazzo di tempo era che non rideva così?

– E’ molto bella quando ride.

– Non mi capita spesso.

– Allora dovremmo farlo più frequentemente?

– Cosa?

– di vederci e ridere.

– dice?

– beh. E’ gratis, è divertente, e in fondo passa presto. Non vedo nessun grave effetto collaterale.

– Ci sto. Facciamolo tutti i lunedì.

– Lei però deve venire con la bava.

– E lei con questa calma.

– Fatto.

Febbraio, in fondo, di lunedì, ne ha solo quattro. E anche Marzo non era messo bene a lunedì. Per questo avevano convenuto di aggiungere il mercoledì. E a maggio anche il venerdì.

Il tavolino che dava sull’edicola della piccola piazza era diventato il loro, tre giorni su cinque.

A giugno, con il sole che faceva fatica a nascondersi, iniziarono a camminare insieme, la domenica pomeriggio, portando Commodoro a prendere gli spruzzi delle fontane dei giardini del centro.

Lui non aveva mai esagerato. Abbastanza strano, pensava lei.

Lei si era semplicemente arresa alle risate, alla sua faccia calma, a tutto questo.

Luglio li sorprese per mano, alla domenica, con le fontane che davano un po’ di fresco.

Era strano, trovarsi per mano.

Era bello, decisamente. Non abbastanza, decisamente.

– Che cosa facciamo adesso?

– Andiamo a bere un vino fresco?

– Non adesso. Dico adesso per dire nei prossimi mesi

– Non lo so.

– Io ho paura di perderti

– Non dovrebbe succedere. Almeno credo.

– Che cazzo di risposta.

– E’ quello che posso dire.

– Partirai?

– Penso di si

– Tornerai?

– Penso di si.

– Io ho paura di perderti

– Concretamente è quello che molti definirebbero innamoramento

– dici?

– dicono di essere innamorati. Ma vuol dire: ho bisogno di essere amato. Ho paura di perderti.

– tu non hai paura di perdermi

– io no

– non mi ami?

– penso di si

– si o no, cazzo

– penso di amarti come si ama una donna bellissima, che pensa di essere abbastanza bella. Una donna dolcissima, che pensa di essere abbastanza dolce.

– e come si ama una donna così?

– prendendola per mano, ai giardini e aspettando che pianga per amore.

– devo piangere?

– tutti devono piangere per amore. Altrimenti l’amore ti uccide. Come un serpente.

E si ritrovarono abbracciati e persi in un riflesso del sole sull’acqua della fontana, mentre un bambino abbastanza stupido tentava di infilare un rametto dentro la narice sinistra del naso di Commodoro, accaldato, annoiato e in pochi istanti arrabbiato.

L’amore è abbastanza strano. Abbastanza.