Tempo, Mappe, Tesori.

8 Apr

Mattino, mare, freddo a Levante, sole pallido

– Dovresti provare a scrivere del futuro.

– Non credo di esserne capace.

– Scrivi sempre al passato.

– E’ il mio tempo preferito.

– Ma la vita succederà oggi e domani. Ieri è già successa.

– Lo so bene. Il mio è un falso passato, un finto presente. Mi succedono cose, che poi io tengo li. Fino a un certo punto. Un punto preciso della mia pancia, tra cuore e fegato, dove le cose restano sospese. Poi mi arriva il loro significato, come un’ombra che segue le cose che mi succedono, con un impercettibile ritardo. Quando raggiunge le cose successe, l’ombra del significato combacia perfetta. E le cose mi si spostano da quel buco tra cuore e fegato, e mi arrivano dritte in testa, pronte per essere scritte. Non posso cambiarla questa cosa. Io sto bene seduto sul mio presente, immagino un bel futuro. Un deserto pieno zeppo di cose che posso fare. Ovvero completamente vuoto. Pronto per essere riempito.

Pomeriggio, caldo primaverile, vento di Ponente, anima in levare, Vermentino fresco servito al sole.

I sassi rotondi che rimbalzano nell’acqua, lasciano una polvere di gesso che imbianca i polpastrelli. Le dita che arrotolano sigarette perfette per essere baciate dal Vermentino, lasciano il gesso sulla cartina. La lingua batte sulla colla per cercare la chiusura perfetta. Il sole scalda. Il gesso arriva dritto in bocca. Sapore impallato. Che, in qualche modo, è sempre un ricordo del mare. Come il sale nella barba. Come la pigrizia per arrivare al muretto, in fondo alla passeggiata.

Aveva, in effetti, quel preciso compito, probabilmente, nella mia vita.

Per quello era comparsa, sui suoi tacchi vertiginosi, camminando precisa come su una stretta passerella tra il baratro del passato e la montagna del futuro.

Probabilmente, insegnatomi quello, era anche giusto sparisse. In modo più o meno doloroso, come poi ha fatto.

Una cicatrice sul cuore, una delle tante, ma molto profonda. Dura da curare, per il taglio preciso, quasi chirurgico, con cui è stata fatta. Per la speranza, molto poetica, che quella cicatrice non si chiudesse mai.

Era arrivata, quella sera di giugno, portando sapore di menta, ghiaccio, rhum, quel sapore aspro delle sue dita, che non smettevano di toccare il collo, appena sudato per un caldo africano, inaspettato tanto quanto la sua bellezza.

Mi aveva convinto di una cosa. Fin da subito. La bellezza è definita dentro il cuore di ogni uomo. Ogni uomo ha la sua bellezza, la sua perfezione. Che nessuno può giudicare. Lei era la mia. In quel momento avevo capito molto bene molte cose sulla bellezza, sul mojito, sui tacchi, sulle labbra, sulla malizia e sulla noia di una vita senza tutte queste cose.

Tempo ne è passato, poi. Le cose grosse chiedono tempo. Un tempo terribilmente noioso per me. Autunno.

L’avevo scambiata per un tesoro. Succede con i culi perfetti, agli uomini imperfetti, l’errore banale di valutazione.

Ti metti li a prendere le misure alla vita e confondi un culo perfetto con la perfezione della vita.

Avevo fatto l’amore. Sembrano passati secoli. Forse lo sono.

Sentendo nelle sue mani il punto di rottura, un preciso istante, in un preciso posto, in una precisa posizione, tra averlo fatto con molte donne e averlo fatto con lei.

Avevo cercato quel punto di rottura, inseguendolo nei meandri delle posizioni, delle scoperte, della fame, della lotta, della notte. Camminando pesante, con il mio passo da scimmione, una eredità aggraziata di qualche avo rugbista, o di qualche nonna obesa. Camminavo dentro di lei, cercando quel punto di rottura.

Lei aspettava, paziente, sottomessa, vigile, serena.

Una sera ho capito.

Lei aveva il potere di farmi stare bene. Seduto. Con una mappa del mio futuro.

Era la prima volta che vedevo il mio futuro. Concentrato come sono a scrivere del passato, a rincorrere il presente. Il futuro è molto più calmo, se visto da quelle gambe.

Lei era una mappa.

Una delle mappe.

La migliore, se parliamo tra di noi, esperti di mappe.

Una mappa va valutata per come si pone, per cosa offre, per come lo offre. Difficile trovare mappe, al giorno d’oggi. Sono tutti troppo impegnati a fingersi tesori. Destinazioni. Tutti vogliono essere una destinazione, definitiva.

Un incubo, addolcito da promesse che nemmeno un venditore di viaggi con dimostrazione di pentole incluse saprebbe fare.

Pochi sanno essere davvero mappe.

Le mappe le scegli, le adotti, le porti con te, per quel tempo indefinito che occorre per raggiungere il tesoro.

Le mappe sono rarissime.

Lei era questa cosa qui. Una mappa.

Non mi è più successo di incontrarne di mappe. Nessuna, peraltro, con un culo così. Ma capisco che sia soggettivo.

Sera, letto, freddo, silenzio. La primavera muore nelle sere d’inverno. Ma poi risorge. 

Ecco.

Sono tutti qui a fingere di essere destinazioni. A sentirsi arrivati. Diffido di queste persone.

Hanno l’ombra annoiata che li segue per contratto.

Sono le mappe che ti portano al tesoro.

Se solo hai pazienza di capire quanto tempo ci vuole.

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