L’aggiustatore di Sogni

15 Apr

Girava con la carovana degli zingari delle giostre, dormendo nel furgone di Samos, un uomo buono, con gli occhi grandi, il collo grande, le mani grandi e un cuore grande. Samos aveva il tirassegno. Un banchetto tra i più facili da montare. Zola, lo zingaro francese a capo della carovana, aveva messo delle regole, appoggiate su un forte strato di disordine apparente. Per cui da fuori sembrava davvero un incredibile casino, mentre era tutto in un perfetto, ma imperfetto, ordine. Le donne bollivano pentole di pollo e manzo, con verdure e pane vecchio, appena arrivava il tramonto. Si trovava sempre del vino, rosso, acido, che portava dal tramonto alla notte, quando nessuno passava dalle giostre.

Di paese in paese, seguendo la grossa statale che attraversava la pancia delle montagne, portavano due calcinculo, una giostra, un autoscontro, un tirassegno, un palazzo di specchi, due indovini, un mago, tre clown e lui.

Che sul suo piccolo tavolino aveva scritto: Aggiusto Sogni.

Aveva una piccola valigia, marrone e verde, con la quale era partito, molto tempo prima, sicuro di non tornare. Quando si fa una valigia sicuri di non tornare, bisogna metterci dentro le cose con pazienza e con qualche idea di cosa sarà della vita.

Per questo si era preso una colossale sbronza con della birra belga, regalata qualche tempo prima da qualcuno. Ricordi offuscati di una vita precedente.

Nella valigia aveva messo un libro, uno solo, un pigiama pesante, due paia di scarpe, una di cuoio marrone e una di tela nera, tre camicie, tutte quante bianche, un paio di pantaloni neri, cinque paia di calzini, uno rosso, due blu, uno verde e uno nero.

Aveva anche portato la sua tazza da the. Non che bevesse the. Ma era un ricordo di qualcosa che, al momento, non ricordava più. Ma sapeva essere importante. Non avrebbe altrimenti fatto spazio per una tazza, non fosse stata importante.

Zola aveva deciso che andava bene così. Mancava un aggiustatore di sogni, nel gruppo, e nessuno lo aveva.

Nessuno, in verità, aveva capito con esattezza cosa facesse realmente un aggiustatore di sogni. Ma poco importava.

Nelle sere di festa, davanti al suo banchetto si creava una coda di curiosi, una fila lunga, molto più lunga di quella per il tirassegno.

Due corone e mezzo, il prezzo per sedersi.

Si sedevano sempre prima le donne. Le donne sono più curiose, più coraggiose e più intelligenti.

Poi arrivavano i bambini, che tenevano tra le mani le due corone e mezzo titubanti su quanto si potesse.

Gli uomini venivano dalle taverne, avevano bevuto, giocato a carte, discusso dell’elezione del nuovo Presidente delle Provincie, litigato sul ritardo della mietitura. Arrivavano a mettersi in fila per ultimi.

Tutti parlavano di lui. Nessuno sapeva bene perchè.

Aggiustava sogni, tutto qui.

Un giorno Zola gli si era seduto a fianco. I ragazzi montavano la giostra, le donne stavano iniziando a cucinare nei grossi pentoloni. Aveva portato due scodelle di vino rosso.

Era un paese nuovo, di poche anime, di tanta storia, su un pezzo della statale che saliva come un serpente sulla montagna. Le giostre stavano vicino al cimitero, all’ingresso del paese.

– Come si aggiusta un sogno?

– Come qualsiasi altra cosa

– …

– Con pazienza. Bisogna, in effetti, capire prima dove si è rotto. Quando si è rotto. E’ fondamentale capire quando. Un sogno si rompe in un preciso momento. E bisogna andare a riprendere quel momento, rimetterci il sogno dentro, e vedere cosa non andava. Bisogna farlo ripartire con pazienza. I sogni più grandi, quelli più ambiziosi, quelli più impegnativi, hanno sempre un paio di false partenze. E’ li che la gente li abbandona. E un sogno abbandonato si rompe, dopo un po’. Come tutte le cose non usate.

– Dove hai imparato, uomo, a riparare i sogni?

– Da nessuna parte. Si è rotto il sogno più grande della mia vita. E me lo sono riparato.

– Era un sogno importante?

– Il più grande della mia vita. Si chiamava Elisa. Aveva lunghi capelli dorati, pelle morbida e bianca come il latte, labbra rosse come una ciliegia, e un profumo incredibile di lavanda. Vestiva gonne lunghe, e ballava nel sole del tramonto, contro i filari d’uva, con la musica.

– Era tua?

– Non lo è mai stata. Ho bisogno di altro vino.

– Andiamo alla taverna del paese. Serviranno la grappa delle montagne. La distillano a pochi paesi da qui. E’ perfetta per parlare molto o per tacere tantissimo. Cosa hai fatto per questa donna?

– Niente. L’ho sognata per tutta la mia vita. Osservando la sua vita prendere il largo dalla mia, come una barca trasportata dalla corrente. Credevo ci fosse una cima, una solida fune, che prima o poi si sarebbe potuta tirare, per riportare questa barca verso la riva.

– Nessuna donna si può riportare, una volta partita.

– L’ho scoperto da me. E ho scoperto di non essere una riva, ma di essere un’altra zattera. In balia della corrente. Ho scoperto che due barche non si possono mai fermare. Rischiano di affondare.

– Non capisco cosa tu abbia riparato, in questo sogno.

– C’è stato un momento, una sera, alla festa di San Firmino. Un momento in cui la festa stava finendo, il caldo stava lasciando spazio al fresco della notte, le luci si stavano spegnendo. La banda raccoglieva i suoi strumenti e i vecchi ubriachi cominciavano a dormire sulle panchine intorno alla fontana. Ho preso un calice di vino, il vino della fine delle feste, che sembra quello che tutte le sere mi dai da bere. Per brindare insieme al nuovo sindaco. Un uomo della mia età. Promesso sposo di Elisa. Aveva annunciato. Ho sentito un coltello, una lama pungente, piantarsi nel mio fianco. Ho cercato con gli occhi per tutta la festa, ho trovato Elisa sudata, stanca, in un angolo. Aveva ballato per tutta la notte. Sono andato da lei, l’ho presa per mano. Siamo andati dietro alle mura antiche, dove iniziavano le vigne. Ci siamo seduti sotto le prime stelle. Ho preso del tabacco, vecchio di una settimana, aspro e secco. E mentre fumavo per non piangere ho ascoltato la sua promessa d’amore per quell’uomo. Poi ha smesso di parlare. E mi sono accorto che le stavo accarezzando una gamba, sul ginocchio. Mi sono messo a guardare la mia mano, scura e sporca, passare su quella pelle perfetta. Tirando impercettibilmente la gonna e la sottoveste. Ho spinto le dita fino verso le cosce, districandomi tra la seta della sottoveste. Ho sentito le sue gambe, docilmente, aprirsi.

Ho avvicinato la mia bocca al suo collo. Assaggiandone il sapore, di sudore, di festa, di lavanda, di latte, di tramonto, di un futuro di cui mi sono riempito le labbra.

Ho tolto la mano, sentendo le dita bagnate. Ho guardato nei suoi occhi, attraverso il fumo del mio tabacco. Azzurro.

E me ne sono andato.

Sono dovuto tornare, seduto nella mia stanza, molti anni dopo, a quel preciso momento. Ho dovuto risentire le mie dita bagnate. Ho dovuto assaggiare ancora quel sapore. Ho dovuto ubriacarmi di quel vino. Fumare molto prima di ritrovare i suoi occhi nel fumo del mio tabacco. Per non farlo più. Per fermarmi prima. Per aggiustare quel sogno, fermandolo in quel momento.

Ma i sogni hanno sempre una destinazione, come i treni. E come i treni, ci devono pur sempre arrivare. Io ho voluto fermare un sogno. Non si può farlo.

Allora ho trovato la sua nuova destinazione, e ho rimesso in moto, semplicemente, il mio nuovo, vecchio, sogno.

Su una strada che mi ha portato fino a dove sono.

Ogni sogno avrebbe il diritto di arrivare a destinazione. Ognuno avrebbe il dovere di portare i suoi sogni alla loro destinazione.

Ho pensato.

Per questo mi sono messo ad aggiustare sogni.

Capisco cosa non va, lo riparo pazientemente, e rimetto in moto un sogno.

E’ come se rimettessi un cuore a battere.

Sa come si fa. Lo farà per sempre, fino alla morte.

La morte è quando un cuore smette di battere.

La morte è quando un sogno smette di essere un sogno.

Ogni uomo muore quando i suoi sogni si fermano.

Io aggiusto i sogni per salvare le persone.

Capisci?

 

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