Arrivato

11 Mag

Qui l’audio

C’è un punto, sul tragitto, non segnato dalle cartine, in cui all’odore umido dei pini e delle montagne si sostituisce prepotente l’odore del mare, della costa, della lavanda e del gelsomino. Impossibile non sentirlo. Arriva dritto al naso, come un dolce annuncio di qualcosa di buono. Ogni anno, in quel punto esatto, lascio l’acceleratore, respiro profondamente, e mi sento arrivato. Anche se mancano centinaia di kilometri.

Ciascuno nella vita si sente arrivato quando vuole. E’ una delle libertà dell’uomo.

Un giorno di maggio di molti, per quantificare quasi venti, anni fa, sdraiato sul mio letto, ascoltavo poderoso dal mio walkman un disco. Faceva caldo, me lo ricordo perfettamente. Era tutto talmente perfetto che, per qualche istante, mi sono sentito arrivato. Perfezione assoluta.

Un mese dopo, nemmeno tanto tempo a vederlo adesso, seduto su una panchina, nel mezzo di pomeriggio molto caldo, molto che sudi tutto quello che hai, ma hai sedici anni e non ti fai mica i problemi del potassio e del magnesio, perchè ti senti invincibile e a tutti gli effetti lo sei, ho baciato una ragazza. Che poi sarebbe diventata la mia fidanzata. Quella del liceo, che la vuoi sposare, farci i bambini, amarla all’infinito, e tutte quelle cose che poi crescendo ritratti. E quel bacio, lo ricordo come se fosse ieri, mi aveva detto:

– Sei arrivato.

– In che senso scusa?

– Nel senso che più di così non si può.

– a dirtela tutta, immaginavo.

– difatti. Fai bene a immaginare. Più di così non si può.

– benone… mi sento arrivato

– Fai bene. Ma ti prego togli quella pantagruelica erezione, che stona parecchio con questo momento bucolico.

– E’ colpa tua. Oddio, incolpare un bacio è assai strano. Ma è colpa tua.

– Non dire stronzate. Un bacio genera serotonina, endorfine e altre robe chimiche. Saranno le tette.

– Oh cazzo, non le avevo mica viste

– Sei falso.

– Lasciami concentrare su questo nuovo aspetto della mia vita. Le tette.

Un giorno, nel fresco di una sera di luglio dopo un temporale, nella penombra di un appartamento del centro, arredato con lo stesso gusto con cui arredereste un locale lavanderia, abitato da tre studentesse, una volta abbandonato il libro di Diritto Pubblico, iniziata una bottiglia di vino, mica poi tanto buono, ma pur sempre economico, avevo lasciato che lei si spogliasse.

Constatando, peraltro, che gambe come quelle, non ne avevo mai viste prima. Che il difetto delle gambe belle è sempre quello, spesso e volentieri portano in giro culi perfetti, che sommessamente reggono bacini che sembrano vallate alpine sopra le quali sorgevano anche due tette sulle cui dimensioni si potrebbe discutere parecchio, essendo la cosa più prossima alla perfezione. Mi sono sentito, manco a dirlo, arrivato. Talmente arrivato da essermi alzato dal letto per andare allo stereo, mettere sempre lo stesso album.

Poi ho scoperto, poco tempo dopo, che le donne, a differenza delle altre cose della vita, non hanno solo il potere di farti sentire arrivato. Ma anche di farti sentire finito. Brutta roba, brutta roba davvero.

Sono arrivato anche in quel giorno di luglio in cui una enorme mareggiata ha portato un’onda in cui, miracolosamente, ho fatto tutte le cose giuste. Alzandomi, restando in piedi, per un tempo infinito (credo per una trentina di secondi). Al bar della spiaggia ho chiesto, implorando la barista, di mettermi quel provvisorio lettore mp3 a pile collegato alle casse dello stabilimento, per sentire questo album.

Un pomeriggio di aprile, ho aspettato qualche istante, prima di capire di essere arrivato. In una sala parto affollata di infermiere, sembravo l’unico ad avere quella meravigliosa sensazione. Arrivato. Mi hanno messo in mano quella minuscola creatura, un misto tra un rettile e un alieno, che strillava come un pazzo. Credo di avergli detto:

– Non piangere Piccolo. Tutti stavamo meglio dentro. Ma farò il possibile per farti stare bene anche fuori.

Anticipandomi quel lato del suo carattere che amo, non mi ha ascoltato e ha continuato a strillare come un posseduto.

Arrivato, più di così, pensavo, non si può mica.

In fondo alla piazza, dove la stretta Calle De San Firmin arriva alla Plaza De Toros, mi sono seduto riparato contro delle scale. Credo di essere svenuto. Un rapido mix di alcol, adrenalina, sigarette e tori incazzati. Lo rifarei oggi, anche se credo di non poterci arrivare fisicamente. Arrivato. Cazzo, mi son detto, sono arrivato. Se non muoio, è da raccontare.

La vita mi ha insegnato molte cose. Recentemente ho fatto un corso accelerato per recuperare gli anni persi. A maggio mi fermo a pensare più del solito, per questa cosa del mio compleanno e perchè maggio è un mese buono per pensare.

La vita ha un modo tutto suo di insegnarti le cose. Usa il dolore per insegnarti l’amore, usa la mancanza per darti le cose, usa l’assenza per farti capire la presenza. Basta semplicemente capire come, poi non è difficile sopravvivere. Vivere, invece è parecchio difficile.

Per tutte le volte in cui mi sono sentito arrivato, avrei dovuto morire una ventina di volte.

Uno poi, questo preciso momento in cui si sente arrivato, se lo va anche a cercare, dopo un po’. Merito dell’esperienza.

Cercando di evitare di sentirsi finito.

A maggio faccio bilanci sempre dolci, per via del sole che li gonfia come gonfia le arance e le ciliege.

Un buon bilancio.

Il mio.

Nonostante tutto.

Ci pensavo finendo le strade strette che dai canyon portano al mare. Un po’, a dirla tutta, pensavo al freno dietro. E’ davvero infame che il freno dietro di una moto smetta di funzionare in mezzo ai tornanti.

Anche perchè ti si costringono i vasi sanguigni delle natiche.

Ti ritrovi, con il culo a spillo, a pensare che hai finito.

Poi no. Mica hai finito. Riesci a chiudere la curva. Rientri in carreggiata. Respiri. Ci pensi.

E se cazzo questo cazzo di tornante fosse stato l’ultimo della mia vita?

A parte che è una morte del cazzo, ma è anche brutto morire adesso, pensavo. Io voglio arrivare ancora molte volte.

Con il rischio di finire ancora molte volte.

Scommetto sempre. Per amore.

Perdo e vinco. Come gli scommettitori fanno.

Ho voglia ancora, un sacco di voglia, di arrivare.

Certo, a sedici anni, invincibile, immortale, infinito, è più facile.

Ma anche adesso si arriva, certe volte, in dei posti, che sono impensabili.

Ah, oggi sono 11 anni che questo blog esiste. Domani, sono 36 anni che esisto.

Quasi 20 che arrivo. Ne vorrei altri 40, perlomeno, per arrivare ancora un sacco di volte.

Life is short fritz! Come se fosse l’ultimo giorno. Sempre 

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