Come spiegare la morte ad un adulto

16 Mar

Ci sono cose che i bambini fanno meglio degli adulti. Ad esempio vivere.

Oggettivamente i bambini vivono meglio degli adulti. Hanno un sacco di bisogni, ma non se ne preoccupano più di tanto, hanno un sacco di sogni, e non fanno i conti con quanto ci vorrà ad arrivarci, hanno speranza e pochi dubbi. Hanno un gran culo, direbbe uno psicoterapeuta infantile. Ok, forse non lo direbbe, ma lo pensa di sicuro.

E ci si fa un sacco di problemi a spiegare ai bambini cose che i bambini dovrebbero spiegare a noi. Come la morte. Che uno muore, e ci si scervella ore per spiegarlo a un bambino.

Quando invece loro potrebbero spiegarlo a noi.

Il Piccolo non ha nessun problema con la morte, come d’altronde non ha nessun problema con la sofferenza. Se soffre, piange. Se qualcuno muore, guarda verso il cielo e si limita a dire:

– non lo vedo in cielo.

Lasciando spazio alle libere interpretazioni degli adulti che lo accompagnano, che creano un sacco di inutili spiegazioni su come un cadavere prossimo alla decomposizione non sia in effetti visibile in cielo.

Mentre tu sei impegnato a spiegare a un bambino le ragioni per le quali un cadavere non può essere visto svolazzare nel cielo sopra la città, lui sta già pensando al prossimo passo.

– Vediamo se riesco ad infilare questo piccolo mattoncino Lego dentro la fessura di questo strano oggetto da cui esce il caffè. Sarà fantastico! Facciamolo!

Senza nemmeno preoccuparsi più di tanto delle conseguenze. Che a pioggia sono: l’incazzatura dello zio, che non riesce più a farsi il caffè con la macchinetta, che ha appena comprato le cialde nuove Volluto. L’incazzatura della madre, che pensa che il figlio sarà un vandalo punkabbestia, non certo un possibile ingegnere. L’incazzatura del padre, arrivo sempre ultimo, che deve ripagare una macchinetta del caffè, e sorbirsi tutti i dubbi paranoici sul futuro vandalo e su come chiederà l’elemosina davanti ai supermercati con i suoi cani.

– speriamo almeno si prenda dei bei cani lupo.

Penso io.

Non davanti alla morte.

Davanti al futuro di mio figlio, dipinto a tratti incerti tra punkabbestia e ingegnere.

Davanti alla morte penso sempre molte cose, e molto diverse.

La morte mi si è avvicinata molte volte. Che detto così suona male. Sembra io sia un sopravvissuto. In verità lo sono. Sono sopravvissuto a me stesso, e fin troppo per ora. La morte mi si è avvicinata molte volte, per interposta persona. Sempre in modo molto doloroso. Che la morte fa abbastanza male. Meno di una appendicite, ma più di una botta sull’unghia del mignolo.

E fa male dopo un po’, a differenza della botta sull’unghia. Un dolore acuto, lungo, sospirato.

Ti vien da dire che è una cosa non superabile. Ma poi ti accorgi che tutto si supera, in questa vita, a parte la tua di morte. Quella, perlomeno per te, dovrebbe essere abbastanza definitiva.

La morte è una cosa molto semplice. Eri qui, non ci sei più. Il tuo corpo marcisce. Secondo alcune religioni, quasi tutte, te ne vai in un posto migliore, o peggiore a seconda del tuo comportamento in vita. Meglio moderare puttane, soldi e alcool, perlomeno in questa vita. Secondo altre culture, ti re incarni in un altro, o in un altro animale. Che morire da uomo e rinascere tasso o acaro della polvere non dev’essere facilissimo. Vivere in se non è facilissimo. Morire si. E’ questione di attimi.

E’ per chi resta che la morte diventa un problema abbastanza grosso.

Perchè gli adulti, a differenza dei bambini, vivono malissimo. In generale.

Mio suocero è morto solo, in una stanza d’ospedale, attaccato a un gomitolo di cavi, sensori, luci.

Ha scelto marzo. La primavera, quando tutto rinasce, per morire. Scelta singolare, direte voi.

Io lo trovo geniale. Dalla morte nasce sempre qualcosa.

Ho voluto molto bene a mio suocero. Nei limiti del possibile, è il padre della donna che ho sposato, che ha dato alla luce il mio unico, per ora, erede. Insomma, ha giocato un ruolo importante, inconsapevolmente, nella partita della mia vita.

Non è arrivata inaspettata, la morte di mio suocero. A volte la morte si annuncia. Uno, solitamente, non fa caso agli annunci, ma in qualche modo si prepara. Anche se alla morte non si è mai pronti.

Marco è morto all’improvviso. Mi ricordo, al funerale, di aver pensato

– Cristo, sei proprio morto che nessuno se lo aspettava, porco cazzo.

Credo anche di averlo detto sotto voce.

Attraversava un incrocio, con la moto. Un tizio, ubriaco, attraversava lo stesso incrocio con un furgone. La pessima scelta è stato farlo nello stesso momento.

Così, niente più Marco, e un sacco di rimorsi, una condanna e un bel po’ di insulti per il tizio ubriaco.

E un sacco di dolore per noi, porco cazzo. Che quando uno non se lo aspetta, fa un male boia.

Quando ti muore un genitore, ho un certo curricula nel settore, ti incazzi sempre un bel po’.

Perchè, da buon bambino, ti saresti aspettato eterno supporto, dal tuo genitore.

Invece niente, kaput.

E ti incazzi.

Piangi lacrime di sofferenza e dolore, condite con rabbia.

Dicono siano più salate.

Fossimo invece una generazione ragionevolmente cresciuta, non ci faremmo questi problemi.

Accettando che i nostri genitori, un passo alla volta, siano diventati dei figli cresciutelli che ci siamo ritrovati. Da accompagnare nel loro difficile percorso tra prostatiti, dubbi esistenziali, malinconia e cataratta.

Ma non lo facciamo, perchè vogliamo essere bambini per sempre.

Mio suocero ha dato a mia moglie un po’ di carattere, due dita di naso, e un altro po’ di cose che geneticamente si ereditano.

Alcune si possono cambiare, altre no.

Mi fa soffrire molto non esserci stato.

Ho accompagnato mia madre, contandone i respiri. Ho accompagnato mia nonna, ma quelli erano rantoli. Ho accompagnato mia suocera. Accompagnare un moribondo è una cosa che mi viene bene, e che mi libera moltissimo dalle lacrime e dalla sofferenza.

Sono dall’altra parte del mondo, geograficamente parlando. A costruire, tutto di nuovo, la mia vita.

Mi ha fatto soffrire questo.

Non essere li con lui.

Ho preso la linea gialla del metro, un numero interminabile di stazioni, e sono arrivato a un tempio.

Io credo molto in Dio. Certo, quello di questo tempio non è il mio stesso Dio. Anzi, qui ce ne sono una decina. Miracoli del politeismo.

Ho comprato della frutta, come si fa qui, dell’incenso, e mi sono seduto a pensare. Alla morte e a mio suocero.

Quando pensi a queste cose sembra che il tempo non passi mai. Guardavo l’incenso consumarsi, e ascoltavo le litanie di una vecchia che mi si è seduta accanto.

E pensavo alla morte.

E a mio suocero.

Poi, come un fulmine a ciel sereno, mi sono chiesto come spiegare questa morte al Piccolo.

Ma mi sono risposto da solo.

I bambini sono più intelligenti di noi. Non hanno bisogno di spiegazioni, per le cose senza spiegazioni.

Siamo noi che le vogliamo per forza dare.

Diventando ridicoli, anche quando parliamo della morte.

Ho scritto quello che pensavo di mio suocero su un foglio. E lo ho lasciato li, vicino alla banana e alle mele che ho preso. Dicono che il morto se le porti con se, per mangiare nell’aldilà. Gli ho lasciato da leggere anche qualche cosa.

Che non si sa mai, metti che l’aldilà sia noioso.

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