Il Posto dove nascono le belle storie

11 Mar

Per gente come me si tratta di una questione di vita o di morte. Le storie belle. Quelle che ti lasciano il sapore dolciastro dell’illusione di aver fatto tutto questo, letto tutto questo, scritto tutto questo, per qualcosa.

Insomma, qualche anno fa ho smantellato l’ultimo hobby che avevo, cacciare tramonti. Tengo, come tutte le grandi passioni, ancora accesa la fiamma, e ho sviluppato una certa esperienza nel saper trovare un buon tramonto. So dove andare a prenderli, i buoni tramonti, ma ho smesso di cacciarli, per paura finissero. Non si sa mai.

Il Piccolo dall’alto dei suoi tre anni, mi sta inculcando alcuni dubbi. Sono cosciente che dovrebbe trattarsi del contrario. Dovrei spendermi per inculcare nel piccolo dolci certezze. Che poi, nel corso della sua adolescenza, lui possa combattere, sovvertire, distruggere, annullare. Lo sto facendo. E’ il mio lavoro di padre.

Ma ricevo anche da lui incredibili dubbi esistenziali, che mi si siedono sopra i pensieri belli.

E se i tramonti finissero?

Cazzo, ha una sua logica.

Per questo non li fotografo più. Non vorrei essere colpevole di averli fatti finire. Da tanto son belli, i miei tramonti.

E’ stato un inverno lungo, in merito a questo. Con il freddo terso delle Alpi che spazzava il cielo, lasciando bombe di colore sopra i capannoni abbandonati, con Venere luminosa come non mai e qualche aereo che da Sud punta verso Ovest.

Cacciare belle storie è diverso. E’ necessario per me. Per vivere.

Le belle storie nascono in posti diversi, uno si deve fare una certa esperienza. Che, come le vere esperienze, non finisce mai. Uno crede di essere arrivato, di aver chiaro dove tutte le storie nascono, invece no, niente.

Hanno le stagioni, le belle storie. Nascono nelle case buie, nei motel, nelle cantine polverose, quando è autunno e le giornate si accorciano inesorabili come fili di cotone infiammati.

Nascono nelle strade buie e vuote, alle ore in cui tutto dorme, nel centro del cuore delle città, in primavera e in estate.

Amano i terrazzi, le belle storie.

Milano sta uscendo da un lungo e travagliato inverno. Per fortuna. L’inverno serve a far maturare storie bellissime.

Ne ho trovata una, qualche tempo fa, chiusa nelle mani tremanti di una donna, nascosta nell’angolo di un divano dove per sedersi era necessario inginocchiarsi.

Camminavo pigro per il centro, adoro farlo. Adoro farlo in senso letterale. Lo struscio ignorante, l’ingolfamento di turisti accattoni di facili foto e pizze precongelate, le enormi code nei negozi, non mi fanno paura. Riesco a divincolarmi, arrivando nel posti dove continuano a nascere storie bellissime.

Dovreste farlo, dico io. Tutti voi, dico io.

Di camminare, per la città. Senza avere una meta, senza avere un compagno, senza avere fretta.

Lasciando che vi scorrano addosso le cose inutili, lasciando che vi restino addosso le cose più belle.

C’è un posto dove sono sempre quasi sicuro di trovare storie bellissime.

Un angolo particolare del centro, talmente in centro da essere quasi dimenticato da tutti. Stanno facendo uno scempio, come spesso succede, aprendoci una infinità di posti dove mangiare. C’è un grosso negozio di valigie, la chiesa sconsacrata di San Raffaele, e l’inizio della Galleria. Era il passaggio usato dai traditori del governo, si chiamerebbero franchi tiratori ora, per scappare verso le carrozze dopo aver votato. Era il passaggio preferito dei paninari, per fumare di nascosto. E’ il passaggio del retro dei condomini che affacciano sul duomo, con il portone sempre aperto e i gatti che corrono sulle scale. E’ un posto dove i turisti corrono, sembra che non ci sia nulla da vedere. C’è l’ingresso di Savini, c’è la banca preferita del Duce, e il passaggio a San Fedele, che sull’angolo si vede la statua di Manzoni far capolino. I carbonari adoravano passare dai piccoli vicoli attorno alla Galleria, dove gli zoccoli dei cavalli scivolavano, e quindi gli sgherri faticavano a inseguirli. Venivano a morire i malati di peste, per star vicini al Duomo, prima che aprissero il Lazzaretto. I futuristi di Boccioni si trovavano all’angolo della Galleria, per andare poi a piedi al Caffè Zucca.

Adesso c’è un barbone cingalese, che ha preso in affitto una grata che butta il caldo del metrò. Fumiamo sempre una sigaretta insieme, anche se le conversazioni non è che brillino di argomenti. Ogni tanto, quando passa qualche bella ragazza, la indica sorridendomi. Che la figa, per dio sarai anche senza casa, ma resta sempre importante.

Bisogna provare a sedersi sulla grata, perchè le prospettive cambiano. Le gambe delle ragazze si allungano, la Galleria sembra altissima, e il profumo di Savini da quasi fastidio anche a chi fame non ha.

Bucolicamente homeless cazzo.

Ecco, questo è un posto dove nascono belle storie, e dove i dubbi galleggiano su altri punti di vista.

Sfumature.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: