L’amore, dentista

Dentista,

ogni promessa è debito.

Mi hai pulito con dovizia e piacere i denti, spero possa servire. Ora, come promesso ti spiego l’amore.

Quello che, prima che tu mi pulissi i denti, non ti ho detto, è che ti posso spiegare quello che so io dell’amore.

Prendilo con le pinze, quello che ti scrivo. Sto cercando di mettere insieme qualcosa di serio anche per mio figlio.

Vorrei come padre insegnarli una cosa sola: ad amare.

Allora, dentista, eccoti servito.

(PS: i denti, se vanno bene come me li hai fatti, lo giudicherà lei baciandomi. Sappi che se non vanno bene, mi restituisci tutto il dolore che mi hai fatto. Si può restituire il dolore, dentista? Si può desiderare così tanto un bacio, dentista?)

Ora, dicevo:

L’amore è l’unica cosa che conta nella vita.

Sembra una cazzata. Finisce che tutte le cose sull’amore sembrano cazzate. Ma niente come l’amore vale una vita. Morire per amore è forse la morte più nobile e bella che si possa volere. Io voglio morire per amore.

Certo, bisognerebbe capire cosa sia l’amore.

Prima.

Perché morire per una cosa di cui non si conosce l’origine e la fine, è decisamente un gesto avventato.

Distinguerei, ad esempio, l’amore dal piacere.

Che detto così sembra un gioco da ragazzi. Ma metà della popolazione, me compreso, ha fatto il drammatico errore di confondere, e parecchio, le due cose. Prima o poi, a tue spese, devi capirla, la differenza.

Il piacere, che poi tanti confondono anche con la felicità, è una cosa bellissima ma momentanea.

L’amore resta. Esiste piacere senza amore, non esiste amore senza piacere.

E poi l’amore verso se stessi.

Che qui è pieno zeppo, dico qui per dire la nostra fottuta generazione, di gente che passa la vita ad amarsi e rispettarsi finché morte non li separi, ma da soli.

Se è vero che è impossibile amare veramente un’altra persona se non ci si ama prima, è anche vero che amarsi eccessivamente è un comportamento quantomeno infantile. Amati, per dio. Ma non finire li.

L’amore, dentista, è dare, non avere.

E’ piena zeppa la città di stronzi e stronze che vogliono avere. E nessuno che vuole dare.

L’amore vero, da senza aspettarsi indietro nulla.

Ma poi, fidati, riceve tantissimo.

L’amore ha paura. L’amore ha coraggio.

L’amore ha paura, dentista. L’amore vero è spaventato di tutto. Perché, quando nasce, l’amore vero, è piccolo e indifeso.

Ma, dicono a Est, che chi ha paura ha anche coraggio.

L’amore va curato, come una piccola pianta. Coltivato. Saranno le lacrime a bagnare la terra dell’amore. Non lo dico io, lo diceva Jovanotti, cazzo.

L’amore soffre da morire le disattenzioni.

E’ una pianta, in questo senso, delicata.

L’amore, quello per cui vale la pena morire, non è esclusivo.

Che questa cosa te ne accorgi tardi, cazzo.

Ma te ne accorgi.

Puoi amare molte persone, dentista. E in effetti lo fai. Tutti lo fanno. Io amo molto i miei amici, dentista. Tra i quali ci sei tu, dentista. (non mi farei spazzolare i denti da uno che ha come priorità nella vita cacciare onde in giro per il mondo, ne convieni spero, se non per amore)

Fin qui tutto bene, però devi sapere:

diffida delle donne troppo innamorate dei loro figli. Sono madri e basta.

Diffida delle donne poco innamorate dei loro figli. Sono bambine e basta

Diffida delle donne che danno per scontato il quieto vivere. Sono destinate a soffrire. L’amore e il quieto vivere non vanno bene insieme.

L’amore dura tre anni e mezzo. Mese più mese meno.

Poi, per carità di dio, si può rinnovare. Questo è il bello dell’amore.

Trova una donna, o un uomo, dentista, con il quale tu voglia rinnovare l’amore.

Davanti ai vostri corpi, davanti alle vostre anime.

Se no, ogni tre anni e mezzo, preparati a cambiare casa.

Fai il dentista, non dovrebbe essere un problema.

L’amore chiede tantissimo, dentista.

All’inizio è tutto uno sfregolio di baci soavi, palpatine fugaci, illuminanti chiacchierate.

A iniziare son buoni tutti.

Anche io cazzo.

Dopo, l’amore chiede. In maniera enorme.

Quando il culo cadrà, l’anima zoppicherà, ecco esattamente in quel momento bisogna prenderlo in mano, l’amore, e portarlo fuori dal casino.

L’amore ridà.

Lo sanno i genitori.

Lo sanno anche i figli.

Perché da adulti lo dimenticano tutti?

L’amore ha un gusto perfetto.

Se di una donna non ti piace il sapore, cazzo, lascia stare.

Poi tu, che spazzoli denti tutto il giorno, almeno con l’amore, non lesinare a profumi.

L’amore ha sette sensi. Se non ne usi uno, non è amore.

L’amore ha una sua bellezza.

Sarai bellissimo per il tuo amore.

Il tuo amore sarà bellissimo per te.

Può darsi che non sia così per il resto del mondo.

Ma di fondo, a chi ne fotte del resto del mondo?

L’amore soffre tantissimo, e gode tantissimo.

Se soffri poco, lasciala.

Se godi poco, lasciala.

Se godi soffrendo, fatti vedere da qualcuno, non da un altro dentista.

Beh, sotto la quarta, non devo dirtelo io, difficilmente è amore.

Oppure deve essere una seconda, ma perfetta.

Forse, su questa cosa delle tette, posso negoziare.

Ma il meno possibile.

Anche meno di un tacco dodici, dentista, non è amore.

Di sicuro, l’amore non mette ballerine e calzettoni di lana.

Ma queste cose non dirle in giro.

L’amore non ha colore.

Quella smisurata passione delle tue pazienti per Cuba e Capoverde non è amore. E’ piacere. Ventidue centimetri (minimo) di piacere.

No, i tuoi ventidue è perché parti dalla schiena con il righello. Loro, a Capoverde e a Cuba, partono giusti dall’inizio. E’ una questione ossea, dentista. Ci danno cinque centimetri minimo. Ho già problemi a gestire i miei di centimetri, non ne ho mai voluti di più, perlomeno io.

Comunque, l’amore non ha colore e nemmeno età.

Però ha rispetto.

L’amore, quello vero, non passa solo una volta.

Se deve tornare perché non c’eri, ripassa.

Te lo posso giurare.

Per questo, prenditi tempo, prima di salire su ogni cazzo di treno.

L’amore che non ripassa a prenderti era qualcosa d’altro, vestito da amore.

L’amore non si traveste. Si spoglia davanti a te.

L’amore non si trucca, è nudo e vero.

L’amore può arrivare che tu mica lo stavi aspettando. O che credevi di essere con l’amore, e poi ti arriva l’Amore.

Davvero, dentista.

L’amore potrebbe arrivarti in casa, bussare alla porta, rovinarti la festa.

L’amore è una roba che ti scombussola la vita. E’ desiderio puro. Non avere paura del desiderio. Ma è anche stima.

Insomma, l’amore scopa brutto, è bellissimo sia così, ma spera il meglio e vuole il meglio.

Se l’amore non scopa brutto e non consuma il desiderio, dubitane.

Se l’amore non vuole il meglio, dubitane.

Però, poi:

L’amore, dentista, è l’unica cosa per cui valga la pena vivere.

Di fondo, io so solo questo.

Il resto, vado a naso e lo imparo giorno per giorno.

Grazie per i miei denti nuovi.

Baceranno meglio.

Spero.

Hernest (As Dust Dance) 

Ho già scritto qualcosa su Hernest, presentandolo al grande pubblico con un articolo su Kustom World. Se lo meritava, era appena arrivato in famiglia, e tra l’emozione e lo stupore, aveva iniziato a fare il suo sporco lavoro. 

Hernest è la mia moto. In linea genealogica, la mia quinta moto. La prima per cilindrata, ingombro, peso e ignoranza. Seconda solo a Triple Es per rumore, il rumore di Triple Es era un sordo urlo che riusciva a stupirmi ogni volta, Hernest porta i suoi cavalli in giro con molta eleganza. 

Io ho bisogno di una moto. È una questione interiore. Ho bisogno di poche cose nella vita, alcune frivole e davvero materiali, altre decisamente più spirituali. La moto è l’unico elemento che sta al confine tra il materiale e lo spirituale. La motocicletta ha un suo modo di porsi con il mondo che è molto utile da capire. 

La mia prima motocicletta, dopo una serie felice di Vespe, è stata un R65 BMW, probabilmente il miglior motore mai progettato per una motocicletta da turismo sportivo, che ho comprato da un tizio che voleva liberarsene per oscure ragioni legate alla sua fidanzata. Allora pensavo fosse normale liberarsi di una moto per salvaguardare una relazione. Poi sono diventato adulto, e delle poche cose che posso dire sul mantenere una relazione c’è sicuramente quella di non vendere mai nessuna moto. La vecchia BMW ha prestato servizio per quattro anni, settantacinquemila kilometri, due estati passate senza mai scendere dalla sella se non per fare il bagno in mare. Battezzata Generale Buendia, in onore del suo nome ha sempre avuto un carburatore che pisciava benzina. Incontinenza a parte, ancora adesso quando la vedo in garage, mi commuovo per le sue forme disordinate, la sua linea anni 80, le sue ridicole spie. Due giorni prima di sposarmi ho deciso di pensarci bene. Al matrimonio e alla moto. 

Così poco dopo, felicemente sposato, ho comprato Umberto Secondo, un grasso BMW R850R Anniversary. Mi sembrava, dopo anni di trattore, di salire su una Rolls Royce. 

Umberto Secondo ha prestato servizio come moto d’attacco, portandomi in ufficio quando il mio ufficio stava a 60 kilometri da casa. Una moto elegante, che le ragazze quando la vedevano gli dava un senso di ricchezza e stabilitá, lo stesso che danno le BMW station wagon per dire. Motore generoso, Umberto Secondo mi ha portato a girare per l’Aurelia, scoprendo spiagge stupende. 

È stato anche il periodo in cui ho comprato un intefono per casco. Quegli aggeggi ridicoli per parlare tra pilota e passeggero. Ho fatto Milano Cervia con la costante cantilena di mia moglie che mi ricordava le cose da fare e rispondendo a due telefonate, prima di schiacciare uno dei due aggeggi di nascosto con il tacco dello stivale, per dichiararli rotti in previsione del viaggio di ritorno. 

Ho venduto Umberto Secondo di fretta, a settembre, dopo che mi ha giocato un brutto tiro. 

Poi ho iniziato a passare più giorni in aereo che in ufficio, e pensavo che questa cosa con le moto fosse finita. 

Ho recuperato un vecchio Cagiva 125, motore AerMacchi Harley, da una collega che voleva svuotare una cantina, e lo usavo per fare le impennate sul vialone dell’aeroporto. 

Una volta mi è caduto il motore, mentre mi arrampicavo sul marciapiede della piscina. Da quel momento ho lasciato stare. Breve ma intenso. 

Mi sono innamorato di Triple Es appena l’ho vista, dietro la vetrina del concessionario. Dio quella moto, al secolo Harley Nightster 1200, era il riassunto di quello che volevo io. 

Triple Es ha servito con onore la causa negli anni dei viaggi, delle spedizioni al mare, delle fughe in montagna, delle zingarate idiote. Abbiamo fatto una quantità di kilometri assurda, portando a casa le chiappe e la sella sempre, anche se qualche volta davvero per Grazia Divina. 

Un mattino, ha perso un collettore a Limone Piemonte, costringendomi ad arrivare fino a Nizza tenendo con una lattina di birra e un fil di ferro la marmitta. Una notte, forse complice il fatto che giravo per Roma in pareo, gibbotto e casco, si è surriscaldata la testa anteriore, coperta dal pareo. Triple Es apparentemente morta, quattro amici increduli seduti sul ciglio della Cristoforo Colombo. Poi risorta, non ha fatto una piega fino a Milano. Abbiamo perso, in mezzo alla Val Brembana, il pedale del freno. E, proprio alla fine della sua corsa con me, con qualche piccola e ignorante modifica al motore, ha smesso di reagire alla pressione di qualsiasi tasto. Per cui, per essere accesa, necessitava di 200 metri lineari a spinta. Ho deciso di dirle addio in un momento della mia vita in cui ho detto addio a molte cose. 

Avrei voluto una moto nuova, da sborone. Vedevo il faccione sorridente di Carlo Talamo nel poster appeso in concessionaria e pensavo: Cazzo Carlo, adesso mi compro il pezzo da novanta. 

Anticipo versato, pronto a firmare le ultime carte, giravo per la concessionaria mentre aspettavo delle fotocopie. 

E ho visto Hernest. 

Il precedente proprietario voleva fare il gradasso punk post industriale, povero Hernest. 

Così brutta, eppure così perfetta. 

Il giorno cne sono salito su Hernest per portarla a casa, ho pensato: cazzo è immanovrabile, inadeguata, esagerata, ingestibile. 

Ho frenato e ho pensato: infatti, è perfetta. 

Hernest è la mia moto, oggi. Abbiamo fatto parecchia strada in due anni. Ha dimostrato fin da subito il suo carattere, lasciandomi a piedi un sabato in Duomo. Cinque kilometri spingendo mi sembravano troppi, così si è fatta la notte nel cortile del Policlinico, per ricevere in premio due candele nuove il giorno dopo. Hernest non frena un cazzo, corre troppo, pesa come una macchina, ha un angolo di sterzo pari a quello di un furgone per caldarroste. Scalda come un forno, rimbalza sul pavee fuori controllo, e produce il rumore di un camion russo a gasolio. 

È perfetta per me. 

Ogni tanto scappiamo fuori città, a rubare un tramonto, oppure al mare a sentire l’odore del porto. Una sera abbiamo fatto il giro largo per tornare a casa dall’ufficio, godendoci la Svizzera italiana. 

Abbiamo preso neve e acqua, sole e tanta polvere. 

Ha disegni di sporco sul serbatoio, che è stato lavato solo per mettere l’adesivo con la frase di Frank Turner: Life is Too Short To Live without Poetry. 

La polvere, per le vibrazioni sul parafango, balla seguendo il ritmo del motore. 

La sella a due posti è stata sostituita da un sellino anni settanta, adatto a un Ciao. Il mio culo, a ogni buca, ringrazia. Dicono che le vibrazioni di un motore Harley portino all’orgasmo una donna seduta sulla moto. Non posso confermarlo, perchè ci sto solo io. Ma so di mio che per dieci minuti dopo essere sceso dalla moto, ho le palle anestetizzate. E mi vibrano ancora le palpebre. 

Ai semafori ci bulliamo della ripresa, merito delle sapienti mani del mio meccanico e della centralina di un vecchio camion Volvo con la quale ho sostituito l’originale, bruciando quelle orrende moto giapponesi. 

Poi lasciamo che tutti ci sorpassino, prendeno la velocità perfetta per andare e basta. 

Hernest, come tutte le cose belle della vita, ha bisogno della sua manutenzione. Solo che Hernest ha bisogno perennemente di manutenzione. Per questo un bauletto è pieno di chiavi e cacciaviti. 

Hernest è un compagno di viaggio a cui non potrei rinunciare.

Dovreste diffidare degli uomini che amano i calcio e che disprezzano le moto.

Anche degli uomini che apprezzano le. macchine. 

Capiamoci. 

In macchina non succede mai niente di bello. Se non qualche poderosa accelerata, e la costatazione di avere un lettore mp3 con lo schermo a colori. La macchina è, a tutti gli effetti, un elettrodomestico. 

La moto è il modo migliore di spostarsi portandosi in giro l’anima e le palle. 

Si, la macchina permette in effetti di ripararsi dalla pioggia e dal freddo, e anche dal caldo e dalla polvere. Tutti elementi fastidiosi, in effetti, se hai una vagina. 

Comunque, il discorso non è questo. 

È nemmeno quale sia la moto più bella. Sono vorace, come con i libri. Le vorrei tutte. Ho una lista segreta di moto che mi comprerò. Senza mai venderne una. 

Facendo felice la vecchina che mi affitta i box in nero. 

Ogni tanto ci vado, da solo, a guardarle. Mi ricordano pezzi di vita. È sempre un bel ricordo. 

Il dottore mi ha detto di lasciar stare. Di moto, di vino e di surf non se ne parla. 

Fino a primavera. 

Ho risposto: ok. 

Ai dottori si risponde sempre ok. 

Studiano anni per avere ragione. Chi sono io per togliere il privilegio di essere nel giusto a un anziano professorone che conosce ogni segreto dei miei organi?

Dato che dal dottore ero andato in moto, ho pensato, sulla strada del ritorno, di berci sopra per pensarci. 

Hernest, al netto di qualche migliao di euro speso per renderlo un camion su due ruote, mi ha fatto risparmiare molti soldi tra analisti e psicofarmaci.

Alla sua andatura, lasciandosi dietro la città, seguendo il serpente delle strade di campagna, mi ha aiutato a pensare. 

Allora oggi mi sono visto prendere le chiavi, il gilet, scendere in garage, tirarlo fuori dal box facendo uno sforzo enorme. Salirci, accenderlo. 

Seguire la polvere che ballava sul tachimetro, mettere la prima, e andare. 

La vita è troppo breve per essere vissuta senza poesia. 

Nei mesi che ci terranno lontani, mio amato Hernest, scriverò di moto.

(poi al semaforo prima del Tribunale ho visto un tizio con uno splendido Mercedes cabrio, aperto nel cielo di ottobre. Ho notato la sua maglietta di marca, la pelle sul cruscotto, la ragazza seduta di fianco. Le ho sorriso, dando un filo di gas. Le ho fatto l’occhiolino mentre scattava il verde, ho mollato la frizione di scatto e ho pensato che ci vuole poco per godere della poesia delle cose)

L’amore, spiegato al popolo

  • Ti ricordi che mi avevi chiesto di parlarti del tradimento?
  • Si
  • Me lo ha chiesto anche una ragazza, qualche tempo fa. Una ragazza intelligente, giovane e bella. Che ha paura del tradimento
  • Questo perché è intelligente.
  • Anche perché è giovane. Da giovani si ha paura delle cose.
  • Quindi?

Rimestolo il caffè. Il dottore mi ha detto di non bere caffè, non bere vino, bere poco succo di limone. Non conosco punizione peggiore, gli ho risposto. Non ha riso. Non ride più da un pezzo. Ha avuto un brutto colpo al cuore, ha perso una ventina di chili, due etti di capelli, e la voglia di ridere. Osservo il ponte sul fiume, dove siamo finiti.

  • Quello è il tempio buddhista più grande d’Italia
  • Sembra un Ferrero Rocher

E’ ottobre, fa ancora caldo. Io ho le scalmane, sul ponte tira un fiato di vento. Ottobre è il mese perfetto per Roma e Madrid. Lo ho sempre detto.

  • Hai paura?
  • abbastanza
  • Di cosa? Di morire?
  • Di sopravvivere male.
  • ragionevole.
  • Passerà. La paura passa sempre, in un modo o nell’altro.
  • Sembri convinto, Franz.
  • Sono convinto. Non posso avere paura. Da un pezzo.

Si sente il rinculo della tangenziale, un rumore sordo e perenne, scambiato per il rumore del mare, quasi. Che brutta che sei, Milano, vista da qui.

  • Perché mi hai detto quella cosa sul tradimento?
  • Perché ho una risposta.
  • A sei mesi di distanza?
  • Ci ho pensato, ho i miei tempi.
  • Tu hai sempre risposte per tutto in cinque minuti.
  • Questa richiedeva più tempo.
  • E la ragazza giovane e bella cosa centra?
  • Mi ha fatto venire in mente la risposta.
  • Non attaccare con le storie di figa e vino.
  • E’ una storia analcolica.
  • Noiosa allora.

Silenzio, per quello che è possibile. Sembra davvero un gigantesco Ferrero Rocher, questo cazzo di tempio.

  • Il tradimento, l’amore, la compassione, sono la stessa cosa.
  • Cazzo Franz, devi farti vedere da uno bravo.
  • Lasciami spiegare
  • Da sobrio sarà noiosissimo ascoltarti
  • Su questo concordo

Ricordati, mi segno, di tenere sempre un venti minuti al venerdì su questo ponte. E’ riflessivo. Quasi riflettente.

  • Ami, per amore. Tradisci, per amore, hai compassione per amore.
  • Oh santo cazzo. Stai diventando un Osho della Pianura Padana. Anche la barba lunga e i denti gialli.
  • I denti sono colpa di quel coglione del mio dentista. Che al momento, mi ci gioco un dente, sarà al mare.
  • Comunque: inizi amando. Per amore. Travolgente. Poi tradisci, di colpo, inaspettatamente, per amore. Poi, per compassione, ami ancora.
  • Una specie di ciclo.
  • Qualcosa di simile
  • È una buona idea per un racconto
  • Infatti è un racconto.
  • Credevo facessi sul serio
  • Faccio sul serio. Penso che la compassione sia la chiave di tutto.
  • Sai che Compassione in latino vuol dire soffrire con, invece in greco vuol dire avere emozioni con. E’ la storia dell’amore, la compassione. E’ il segreto dell’amore.
  • Merda, non ti seguo.
  • Beh, hai emozioni con una donna, quindi hai compassione. Soffri con lei, quindi hai compassione. Esiste qualcosa di più nobile che soffrire con una persona?
  • Ho finito.
  • Tutto qui?
  • Tutto qui.
  • Non ho capito molto
  • Colpa mia. Mi spiego male. Ho fatto una telefonata che mi ha rivoltato la pancia dal piacere.
  • Compassione…
  • Pura compassione.
  • Tradimento
  • Puro tradimento
  • Amore
  • Puro amore
  • Tutto insomma
  • tutto. E’ tutto.
  • Io non sono sicuro di averti seguito, ma mi fido.
  • Non serve. Ho ragione e basta. Ma devo scriverci sopra per capirci meglio.
  • È una pausa pranzo tra le più brutte che abbia mai fatto.
  • È la zona. Milano, da questo lato, è orrenda.

(dedicato al Mio dentista. Amico, fratello, surfista, consulente, pacifico armonizzatore, conquistatore infallibile, ammaliatore di milf, generatore di amore, e in ultimo, dentista. Per questo ho i denti gialli. E’ troppo impegnato ad amare le cose, il mio dentista).

Un giorno, dentista, ti spiego l’amore. Te lo prometto. Tu spazzami i denti, in cambio.

Vicky, Cristina, Barcellona

  • Mi viene confuso
  • Ho visto, mi hai scritto sei pagine, cazzo.
  • Ho scritto tutta la notte, non sono per te. Sono per me.
  • Si vede che ne vale la pena.
  • Si vede che si cazzo. Mi sono paralizzato.
  • Adoro quando lo fai. Fantastico! Sono felicissima.
  • Stronza.
  • Cazzo è un pezzo da novanta, quando ti paralizzi. Io lo adoro! Sembri un brutto film di Vanzina. Dio perchè me lo sono perso, il vecchio leone che si paralizza, perchè?
  • Capisci che è un pessimo inizio?
  • Beh, ma tu non sei uno da inizi. Nessuna, fidati di me, ti cercherebbe per iniziare qualcosa.Tu sei troppe cose per essere un inizio. Solo una stupida potrebbe prenderti come un inizio. Fidati, nessuna persona sana di mente inizierebbe con te niente.
  • Tu mi avevi preso come un inizio, baby.
  • Ti sbatto giù il telefono, stronzo.
  • Permalosa.
  • No, tu stronzo.
  • Comunque, c’è questa cosa qui che mi viene tutto confuso, vorrei che ogni parola avesse un peso, che ogni momento fosse giusto, che ogni tocco fosse perfetto. C’è una poesia di Alda Merini che ho riletto tre volte questa notte, avrei voluto scriverla io.
  • Devi leggere meno e scopare di più.
  • Sei la seconda che me lo dice in una settimana
  • Io non sono seconda a nessuno quando te lo dico, chiaro? Dio Santo, avrei pagato per vederti paralizzato. Mi fai un sacco tenerezza quando ti paralizzi. Di buono c’è che dev’essere roba forte, per paralizzarti.
  • E’ stato un misto tra sorpresa, profumo, sorriso, bambini, gentaglia di sottofondo. Un casino, cazzo. Sentivo, chiaro, il sangue arrivarmi alle mani, e la gola seccarsi, le gambe tenermi di forza. E troppe cose da dire, nessuna parola uscirmi. E troppe cose da guardare, Dio esplode di bellezza lei cazzo.
  • Esplode di bellezza è bello da dire.Tu hai questa cosa che dici delle cose stupende sulle donne che prendi. Esplode di bellezza è stupendo. Da l’idea di grassa.  E’ grassa?
  • A un certo punto aveva questa camicia color cipria, che io potevo seguirne i contorni precisi, e mi stava venendo un infarto.
  • Lei hai parlato del tuo possente senso fisico? Non sono tutte pronte a una cosa del genere, ragazzo. Ci vuole il fisico per reggerti.
  • Non capisci.
  • Non posso capire. Posso capire il tuo desiderio. Mi piace quando ti si arriccia il naso. Glielo hai detto che ti si arriccia il naso, quando vedi un particolare che ti brucia? Devi prepararla. Se no penserà che pippi cocainia. Io adoro girare con te, vedere il tuo desiderio esplodere verso una scollatura. In questo sei davvero un circo divertente. Preparala, cristo, se no mi muore. Dille una roba tipo: ti volevo parlare di un problema che ho con i particolari, che scrivo racconti ma mi si arriccia il naso.
  • Non capisci
  • Preparala.
  • E’ pronta, belllissima.
  • Raccontami della sua bellezza.
  • Non ne sono capace.
  • Lo sei.
  • Ha queste mani che tradiscono la fatica, che vorrei portare sulla mia pancia, questi fianchi da prendere, che ti giuro sembrano perfetti per me, a disegnarli Dio li avrebbe fatti così i fianchi per me. E questa pelle, che io muoio, la intravedo e muoio. Il collo, mi confonde anche il collo.
  • Il culo?
  • Rovini la poesia.
  • Smettila, il culo?
  • Il culo avrebbe ragione di esistere a se stante.
  • La voce
  • Finisce le parole rallentando. Scivola sull’ultima sillaba. E’, credo, una dimostrazione di calma.
  • I capelli?
  • Li mi finisce la poesia a me.
  • In che senso?
  • Che sono da prendere e tenere, sentendo i gemiti
  • Oh, finalmente, il vecchio puttaniere!
  • No, davvero, i capelli mi disordinano.
  • Quelli si possono sempre tagliare.
  • Difatti.
  • C’è l’incastro?
  • Ho provato ieri con un sotterfugio, rubandole una cosa dalle braccia.
  • C’è del cervello dentro questa cosa?
  • È quello che mi spaventa. Ha pensieri e parole belli come le nuvole.
  • Sei fottuto.
  • In che senso?
  • Le donne così, sono quelle che ti fottono.
  • Speriamo cristo
  • Ti fottono vita e pensieri.
  • Non avrei scritto sei pagine di roba.
  • Dormi, piccolo. Devi dormire e riposare. Stai scomparendo. Se ti perdo, perdo l’unico uomo che mi fa ridere al mondo. Un peccato. Mi sto frequentando con un bonazzo senza limite.
  • Abbiamo finito con me?
  • Sto solo spostando l’attenzione. Mi sta facendo scoprire muscoli che non sapevo gli uomini potessero avere. L’altra sera lo osservavo nudo davanti al bagno. Sembra una statua.
  • Gli hai detto che lo stritolerai, succhiandogli la vita per poi lasciarlo in balia di uno psicanalista per due mesi?
  • Stronzo
  • E’ quello che fai ultimamente. Avvisali, almeno.
  • Avvisala anche tu.
  • Di cosa?
  • Di quanto tu sia stupendo nelle cose che meno ci si aspetta. Anzi no, non avvisarla. Alle donne piacciono le sorprese, dopo una certa età. Dille solo che sei un circo difficile. Se paga il biglietto, può vedere di tutto. Leoni, serpenti, pagliacci, foche.
  • Mi sono paralizzato. L’inizio è stato anche la fine.
  • Sei un fondista.
  • Ha gli occhi nocciola, che mi guardano con un sacco di vita dentro.
  • Ti piace questa cosa?
  • Mi fa impazzire. Sono anche stato a guardarli per un po’.
  • Preservati, cazzone.
  • Me lo direbbe una nonna.
  • Te lo direbbe una amica.
  • Dio cristo, un’amica. Siamo finiti a questo, i consigli della nonna?
  • Mandami una sua foto.
  • Tu mandami una foto del tuo adone
  • Ok
  • Anzi no, che non ho voglia di vedere uomini nudi.
  • In effetti di lui vestite non ne ho.
  • Puttana
  • Tra le peggiori, amico, tra le peggiori.
  • Non fargli troppo male
  • Vale per tutti e due
  • E sia
  • Ah, mandale le sei pagine. Sono bellissime. Mandale solo a lei. È una cosa stupenda.
  • Non dirmi cosa devo fare, cazzo.
  • Fallo e basta.
  • Lo farò.
  • Fai attenzione
  • Lo farò
  • E cerca di sopravvivere a questo fottuto autunno
  • Lo farò
  • Non mi stai ascoltando più
  • Pensavo alla camicia color cipria.
  • Oh cazzo. Non abbiamo speranza.
  • Lascia stare.
  • Posso andare a lavorare?
  • Anche io devo
  • La rivedrai oggi?
  • Vorrei
  • Ma piantala. Non reggeresti.
  • Bene
  • Ciao
  • Ciao
  • Ah, grazie. Sei un’amica
  • Fottiti

Ballerina

Mi chiedo, a volte, se andrò in Paradiso.

Io ci credo al Paradiso, sai? Lo immagino come Londra, ma con il caldo. A volte come un posto di mare. Non so che musica ci sarà in Paradiso. Ma se ti devo dire una cosa, credo ci siano spesso gli Smiths. Vado a naso. Un paradiso molto british.

A volte mi chiedo cosa io stia facendo, per andare in Paradiso.

Quelle cose tipo cosa ho fatto oggi di buono.

Una volta, tornando da Chicago, mi sono addormentato in volo sulle spalle del mio vicino e ho sentito un buon profumo di muschio bianco. E ho pensato che profumare i maglioni di muschio bianco sia una cosa buona, una buona azione. Ma non credo, ad esempio, che venga riconosciuta per andare in Paradiso.

Oggi sono stato una buona mezz’ora a guardare una tua foto.

Dove sembri una delicata ballerina, sui tacchi.

Non ti si vede sorridere, nella foto. Per quello che ho visto io, posso però dire che lo sai fare da Dio.

Ecco, probabilmente uno di quei sorrisi assomiglia molto al Paradiso.

Gli uomini, sappilo, non si innamorano mai di un sorriso. Ma gli uomini, sappilo, hanno bisogno di quel sorriso.

Gli uomini non si innamorano mai delle cose giuste. Per quello fanno casino, poi.

Chiedimi cosa sia l’amore.

Sto scrivendo la risposta da qualche anno. Ho iniziato tardi, a chiedermelo. Ho messo insieme una risposta da uomo. Faccio un grande sospiro, e poi inizio un discorso lungo e complicato.

Mi chiedevo, sempre guardando la foto, con quale grazia quei tacchi neri, lucidi, potessero stare bene da soli.

Il tacco, Ballerina, è uno dei pochissimi elementi di una donna che sta bene anche da solo.

Dipende, ovviamente, dal tipo di tacco. E dal tipo di donna.

E dal tipo di uomo.

Insomma, dipende.

Dipendesse da me, terrei quel piede destro sollevato appena dietro a quello sinistro, che sembra che tu stia iniziando una danza bellissima, ecco terrei quei piedi per me.

Per guardarli ballare per me, accompagnarli con gli occhi e i pensieri.

Lentamente, Ballerina.

Vorrei la Lentezza che occorre per guardarti ballare per me.

Insieme ai tuoi tacchi neri.

Ti fermerei, a un certo punto, chiedendoti di respirare quel buon profumo che queste situazioni fanno.

Insieme a me.

Prendendoti il collo, il collo da Ballerina, in una mano. Raccogliti sempre i capelli, Ballerina, come hai fatto nella foto, per quando saremo io e te.

Per farmi prendere il collo, fermandoti, dolcemente.

E starei così a guardarti per un po’. Non chiedermi quanto. Non farlo mai.

La rovina di un momento così è tutta nella fretta.

Balla per me Ballerina, ma fallo senza fretta, per una volta.

Non avere fretta di tornare. Per una volta.

Trovami un nome, fallo presto, perché con il tuo collo nella mia mano, potrai sussurrarlo.

E capire il peso di tutto questo, senza averne paura.

Se ci pensi, Ballerina, la grande confusione è tutta qui: ci sono momenti in cui il Paradiso è tutto in una stanza, in una mano, in un gesto preciso, atteso, sospeso.

Mi piace, di questa foto che ho guardato mezz’ora, che sai benissimo dove andare. Si vede da come tieni la mano alzata.

Sai benissimo, Ballerina, dove andremo. Sei tu che guidi, fai finta di non saperlo. Uomini migliori di me, avrebbero potuto perdersi davanti a te.

Io non sono migliore. So solo, non so se vale per il Paradiso, restare stupito davanti alla tua bellezza.

So fermarmi a respirare a guardare.

Dici di non sapere dove sia la tua bellezza. Lo dici sbagliando. La tua bellezza parte dal sorriso, arriva fino in fondo.

Smistamento finali. Il finale lo scegli tu. Io ho scelto te. Tu scegli il finale.

Il primo:

Prendimi forte, stringimi, portami sul pavimento, implorami, io non potrei reggere a farmi implorare da te.

Per questo lasceremo cadere vestiti, onestà, ordine e Paradiso, per terra disordinati. Sarà un casino poi, rivestirsi e rimettersi addosso l’onestà. L’amore feroce, ingrassa di due taglie l’onestà. Quella che avevi addosso prima non ti va più bene. Ci si spaventa, di solito, davanti a queste cose. Prendiamo tra le mani il tempo che ci resta, consumiamolo di baci, fino ad annegare nel desiderio. Inarcherai la schiena, Ballerina, nella penombra, sdraiata, spezzando un piccolo urlo. Ti seguirò, come se stessi ballando. Sarà il nostro ballo. Impareremo a ballare insieme, consumati dall’immagine della tua schiena inarcata, della mia testa piegata. Che proveremo a spiegare, nessuno capirà. Smetteremo di spiegarlo, mai di cercarlo.

Il secondo:

Appoggia la tua testa nella mia mano, guardami, fissa negli occhi. Ci vorrà tempo, Ballerina, per reggere l’uno lo sguardo dell’altra. Ma, senza paura, guarderai dritto nei miei occhi. Ridendo.

  • Non si capisce di che colore hai gli occhi, bastardo.
  • Per gli occhi, sono bastardo?
  • Anche per quelli.

E sposterai la mia testa, facendoti luce. Ridendo, per smaltire lo spavento.

  • Non andare mai oltre al confine che ho voluto per noi, bastardo
  • Lo dici per il confine, bastardo, o per gli occhi?
  • Per tutti e due.

E aiutandoti a sciogliere i capelli, ti guarderò il collo, rubandone un pezzo, un piccolo pezzo di profumo, sapore, collo, e tutto quello che ne consegue.

  • Bruci, bastardo. Desidero e passione
  • Bastardo perché brucio, per gli occhi o per il confine?
  • Per tutti e tre.

Seduta davanti a me, accavallando le gambe perché io possa morire sospeso davanti ai tacchi neri lucidi, mi dirai:

  • Odio gli uomini che puzzano di fumo
  • Anche io.
  • Tu puzzi di fumo, bastardo
  • Per il fumo, perché brucio, per il confine o per gli occhi, sono bastardo?
  • Perché ho paura, bastardo.
  • Di cosa?
  • Di tutto.
  • Bastardo
  • Chi?
  • Chi ti ha donato la paura
  • Mi ha salvato, la mia paura.
  • Non ne dubito. Comunque bastardo chi te l’ha data.
  • Cosa vuoi da me, bastardo? Perché da me, bastardo? Lasciami in pace
  • Aspetta, lo dico io: bastardo.
  • Ricordi, a volte, la monotonia delle canzoni di Bruce Springsteen.
  • Non cambiare discorso, tu sei un bastardo e mi fai paura.
  • Concetto recepito.
  • Bene
  • Tu invece eri bellissima il primo giorno che ti ho vista, eri bellissima quando ti ho immaginata, eri bellissima quando ti ho sognata, sei bellissima adesso. Mi va stretta la tua bellezza.
  • Non sono bellissima.
  • Lo sei, per me.
  • Fottiti, bastardo.
  • Credo di aver capito, sai?

Sono le conversazioni che come dita bagnate, spengono fiamme che avrebbero potuto bruciare per molto.

  • Hai spento tutto, Ballerina.
  • Meno male per noi.
  • È un addio?
  • Addio bastardo.

Il Terzo: 

Guardandoti  negli occhi, sussurrandoti:

  • Ballerina, sei bellissima.

E come risposta, il tuo sorriso infinito. Quello che ho visto la prima volta in un luglio di caldo e cambiamenti.

  • Quanto sono bella per te? Io non sono bella.
  • Tu sei bellissima, lo sei per me. Sei bella come le piccole perfezioni della vita, come le mattine d’estate con il fresco e il sole. Capisci? Tu sei il fresco e il sole per me.
  • Non sei bravissimo a fare i complimenti, sai?
  • Ti devo dare ragione.
  • Eppure scrivi bene.
  • Mi paralizzo pensando che ti ho finalmente tra le mani.
  • E’ una frase da donna
  • Non so se sia una frase da donna. Ma davvero, vorrei poter avere tutto il tempo che serve per questa bellezza
  • Tu sei un bastardo
  • Lo dicevi anche nell’altro finale, cazzo. Allora ne sei convinta davvero…
  • In quale finale?
  • Lascia perdere. Perché sono bastardo?
  • Giochi con la mia fragilità, dicendomi che sono bellissima.
  • Vorrei giurarti che non sia così. Ma chi giura poi non va in Paradiso. E io ci voglio andare.
  • Come cazzo ti è venuto in mente di chiamarmi Ballerina?
  • Ho guardato, un pomeriggio, una tua foto per mezz’ora. Ci si può innamorare delle foto? Io l’ho fatto. Somigliavi a una ballerina. Ho sognato che ballavi per me. Con i tuoi tacchi neri. Ed eccoci qui.
  • Tu mi brucerai, probabilmente
  • Cercherò di non farlo

Adoro, di me, questa contraddizione di termini. Dire Cercherò di Non Farlo e baciarti.

Con tutto il tempo necessario per farlo. E poi restare in silenzio, a guardarti esplodere gli occhi di emozioni. Rivederci dentro tutta la tua bellezza, proprio come nella foto.

  • Sei molto più bella della foto

E poi, come se fosse la cosa più scontata del mondo, continuare.

Ballerina, il mio finale, ovviamente, è il terzo.

Però io sono quello degli inizi. Non dei finali.

Il finale di tutte le storie, Ballerina, si sceglie in due.

Io metto le mani e le labbra, tu mettici il collo e la bocca.

Mettiamoci il tempo e tutta la sincerità della paura.

Il resto, sono sicuro, verrà da se.

Non andrò in Paradiso, per questa cosa, cazzo.

Peccato. Era una vita che sognavo di vedere gli Smiths dal vivo.

Ballerina…

Whishlist 

Era da un po’ che non prendevo l’ultimo aereo della sera del venerdì per tornare a casa. Mi ero quasi dimenticato la stanchezza, la noia, e quella vaga tristezza, scivolosa come un hangover da birra. 

Atterri che il week end è già iniziato, e tu devi finire ancora la tua settimana, stropicciato e spaesato. 

Voli sospeso tra pensieri, problemi, progetti, sogni, idee, rivelazioni. Nel corso dei miei voli ho, in ordine sparso:

– avuto l’idea del secolo per una start up tecnologica, della quale ho perso le tracce appena sceso dalla scaletta.

– fondato tre aziende, tutte e tre di estremo successo. Perlomeno a bordo.

– ho anche avuto l’idea del romanzo dell’anno, era il 2013, che poi ho anche iniziato a scrivere sull’iPod, che due settimane dopo ho lanciato al concerto di Frank Turner sulle note di I Still Believe. Due volte l’anno lo cerco con Trova il Mio IPhone, così per nostalgia. Il tizio che lo ha per le mani ha la discografia completa di Frank Turner ma anche il romanzo del secolo. E non lo sa.

Insomma, a un certo punto mi sono comprato un quaderno. E ci metto dentro tutto. Rileggere è una delle cose più belle che si possa fare, quando si scrive tutto insieme nella stessa pagina. Ho scoperto ad esempio, ritrovando un quaderno del 2014, di aver avuto l’idea di Tinder anche io. Ma era più romantica, forse anche galante. 

Ho scritto un bellissimo racconto, la pagina prima era un rovinoso business plan con due macchie di maionese e quelle dopo erano piene di disegni insulsi che potrebbero assomigliare a uno stand di qualche fiera. In mezzo la storia di Lucio e la sua gatta cieca da un occhio. 

Continuo, per abitudine, a scrivere poesie, racconti, disegnare idee, ma soprattutto a redigere liste. 

Ho questa ossessione piacevole per le liste. Mi servono poi per farmi un’idea delle cose e di come io le vedo. Ne avrò a disposizione trecento.

Tra le migliori:

– lista dei posti di mare dove vorrei scappare a vivere una volta ricco, 2011. Lista composta da un solo elemento: casa a Punta Chiappa, verso porto Pidocchio. Si tratta in verità di una monolista, ovverosia la più sublime espressione della mia mancanza totale di flessibilità. Tra le monoliste più belle: cose che mi piace fare dopo aver fatto l’amore: fumare. Lista dei posti dove amo fare colazione al sabato: San Carlo, Milano, Italia. Lista completa di tutti i locali che amo frequentare in città: Mom. 

Dio, io sono l’incarnazione del peggior abitudinario incrociato con un ossessivo compulsivo.

Ma ho redatto anche liste socialmente utili.

– lista delle cose che mi fanno incazzare di una donna. Una donna qualsiasi, 2014. Elenco lunghissimo che include: ballerine, calze 30 denari, abuso di profumo fruttato, ignoranza letteraria (a mio piacimento definibile secondo il mio umore), paura di volare, scarsa gestione delle emozioni, eccessiva gestione delle emozioni, mancata depilazione integrale, mancanza di fede in dio, mancanza di fede in me, mancanza di fede, ascolto di Vasco Rossi come dispensatore di verità. E ancora, per quattro pagine. Che poi la vita ti smussa gli angoli, e sorvoli su un trenta denari e su un pianto isterico, davanti a un sorriso generoso. Certe cose restano dolorose, altre impari ad accettarle. Credo sia parte del processo di invecchiamento cellulare che molti confondono con il termine “crescere”. A oggi, per esempio, riesco anche a sostenere una conversazione con una donna con le ballerine. Sembrava impossibile. Ho ammesso anche l’uso di culottes, e anche l’abuso di rossetto. Cambio, addirittura mi sento di poter dire: miglioro. 

– lista dei cento libri fondamentali della mia vita, iniziata nel 2006. Mai finita, e impossibile da finire. Mi sento in colpa a mettere Pinketts, non so bene dove mettere Sedaris, ma Neruda viene prima di Tropper? Non penso che la finirò mai. È una che una lista poco sensata. Al momento non rinuncerei nemmeno a un libro che ho letto. Ho culo e fiuto quando lo scelgo. Certo, “La Cacca dei Bambini” non sarà mai un testo fondamentale, ma mi ricorda di quando dormivo quattro ore a notte e andavo in ufficio con la giacca sporca di merda di neonato sulle maniche. 

– lista dei film tratti dai libri che varrebbe la pena di vedere. Al momento compare solo La Versione di Barney. Anche se la scena iniziale de Le Belve rende abbastanza l’idea del libro. Le Belve è un libro perfetto. I primi dieci minuti del film sono nell’ordine:

– la più bella scena di sesso del cinema moderno

– una fedele trasposizione di un libro, cosa rara

– uno dei migliori inizi che ricordi. 

– lista delle cose che amo della mia vita, 2011. Tra l’altro scritta, me lo ricordo, una notte a Taipei. Rimane abbastanza fedele a se stessa. Aggiungo due cose l’anno. Diventa sempre più difficile scoprire cose che si amano di se stessi, passati i 33 anni. 

– lista delle cose che mi fanno felice. Questa dovreste farla tutti. Senza aver paura di metterci le cose che vi fanno felici per davvero. Con il rischio poi di accorgerci che il dorato castello di abitudini urbane, lavoro, mariti e mogli, amici e amiche, non rientrano nella lista. La verità fa male. Lo dice anche Vasco, cazzo. 

Nella mia ci sono:

Camminare a piedi nudi nella sabbia calda, d’estate. Con la variante: nella sabbia fredda, d’inverno. Nuotare. Meglio se in mare. Meglio se nudi. Prendere il sole al tramonto bevendo vino, meglio se nudi, meglio se in due. Fare l’amore, meglio se nudi, meglio se solo in due. Leggere, meglio soli, anche vestiti. Pregare, meglio vestiti, meglio al mattino, meglio da soli. Ringraziare. Frequentare le vite dei miei amici, ridendo e piangendo con loro. Anche questo meglio se vestiti. Sapere che ci sono, con le loro vite che fanno più casino delle loro moto, mi solleva. Sbronzarmi insieme a loro, meglio se vestiti, meglio se in moto. Sbronzarmi con la donna della mia vita, meglio se nudi, meglio se senza tutti i miei amici. Ridere, della poesia delle cose. Trovare la poesia delle cose. Rispondere a domande assurde grazie al mio inutile nozionismo cannibale. Spiegare l’amore a chi lo capisce, e me lo rispiega. Correre in moto. Senza correre. Girare in skate vestito da lavoro. Ascoltare musica. Respirare l’odore di una città nuova. Perdermi in una città nuova. Arrivare con leggero ritardo a un appuntamento di lavoro importante. Le camicie su misura. Lo champagne, unitamente al cachemire. Meglio se unito a una donna. Il sapere esattamente leggere negli occhi degli uomini e delle donne che incontro, e il sentirmi complice dei loro ignobili segreti. Scrivere. Scrivere liste. Stare con il Piccolo. I capezzoli intirizziti al mattino. Meglio se non i miei. Il risotto. Del Garghett. Insieme a mio padre e ai suoi racconti. L’eleganza, su un uomo e su una donna. 

La cosa bella è che è una lista lunga. Sono le cose che mi fanno felice, non le cose che mi danno piacere. Capire la differenza tra piacere e felicità aiuterebbe molto a vivere meglio. Ammettere il picere, difendere la felicità, tenerli vicini, ma non mischiarli, salverebbe molte anime. 

La lista delle cose che mi fanno picere comprende cose da vecchio porco, elementi da navigato alcolista, pezzi da stronzo sadico. La tengo per me. E per chi con me taglia il confine. Pochissime anime. Bellissime. 

Ieri ho scritto una lista dei desideri. Senza un titolo. L’ho finita mentre giravamo in cerchio sopra Malpensa. E la ho lasciata, insieme a tutto il quaderno, sul sedile 4B. 

Dentro, per dire, avevo messo delle cose per me importanti. Ha senso, di questi tempi, fare una lista del genere. Dovrò riscriverla. 

Tempo fa avevo messo insieme alcune delle cose più interessanti delle mie liste per un pezzo che avevo scritto per una rivista. Il capo redattore mi aveva risposto che non si capiva un cazzo, ma poi l’aveva pubblicata.

Pubblicano davvero di tutto, cazzo.

Comunque continuerò con le mie liste. Finirci dentro è un grande onore, credo
Life is short fritz, surf it! 

Lettera da un Castagno

(Baricco non ha mai scritto lettere d’amore, che io sappia. Adoro Baricco, ma sulle lettere d’amore nessuno batte il vecchio Charles Bukowsky. Per questo andrebbe letta con voce tremante, da troppe sigarette e troppo alcool).

Ho fatto una cosa migliore, ti ho scritto una lettera. Da sotto un castagno, sul bordo di un lago, con il sole e un freddo enorme. Che qui a Nord arriva sempre prima l’inverno, travestito d’autunno.

Non sai, per esempio, che in questi posti ci ho passato un sacco di tempo, un sacco di giorni e un sacco di notti. Solo.

E’ meglio stare soli al Sud, ho sempre pensato. Questione di caldo, di gente, di posti e di piatti.

Ho sempre pensato.

Ma sono sempre finito al nord. Smaltisco la tensione camminando a bordo del lago, adoro sentire il cotone strisciare sulla pancia. Per questo mi faccio fare le camicie, scegliendo con cura il cotone. Toccando con le dita, un pezzo di stoffa alla volta. Bianche. Dice un’amica, che sembro sempre un vecchio puttaniere in camicia bianca. Forse, tra qualche anno, avrà ragione.

Smaltisco tensione e pensieri, e una notte insonne.

Mi sono accorto che aspettavo le tue parole, prima ancora di aver fame e di fare colazione. E’ un bel pensiero, un pensiero con cui aspetti di svegliarti al mattino.

Dormo nudo, mi dimentico sempre il pigiama. Forse non ne ho nemmeno uno. Metto magliette ridicole. Ho dimenticato anche quelle.

Ho portato due libri, di contro, ma non avevo voglia di leggere.

Il fatto, di scriverti una lettera, non parte facile, perché non hai un nome.

Perlomeno adesso. I nomi, quelli che do, li do quando mi si ferma il respiro, in quel preciso momento in cui capisco come chiamare quella sensazione.

Mi è successo tre volte. Sono tantissime.

Era una vita che non mi succedeva.

Ho iniziato a scrivere di notte, pensieri notturni, ma poi ho lasciato stare. Era una torbida lettera da vecchio puttaniere. Le mie migliori lettere lo sono.

Eri nuda, so perfettamente come sei fatta. Ho avuto una rampa di scale e un caffè per disegnarti e tenerti in testa.

E mi aspettavi.

E ti ho detto che ti avrei mangiata.

Inizia, mi hai risposto.

Un sogno perfetto, ho pensato.

Ci vuole del tempo per mangiare un’anima come la tua, per disegnare piano con le dita dei piccoli cerchi sulla pancia, giocando con il solletico e il respiro.

Allora ho smesso di scrivere.

Ho ripreso sotto a un castagno, sul bordo di un lago, poco prima di finire in una riunione importante, decisiva, drastica.

Mi piace, prima di questi momenti, pensare a qualcosa di bello.

Ho pensato alle tue mani.

Non è vero.

Ho pensato alla tua pancia, alla pelle d’oca, e al fatto che a mangiarti ci passerei del tempo.

Divertente da pensare sotto a un castagno.

Ho anche pensato che il regalo più bello che due anime come le nostre si possono fare è il tempo.

Per regalarsi, sottovoce, le mani, le bocche, ma anche le storie e le paure.

Per poi tornare due anime imperfette, che forse sommate ne fanno una perfetta.

Ho smesso di scriverne.

Volevo scrivere una lettera, ma non so ancora come chiamarti.

Ma so che vorrei chiamarti, sussurrandolo, in una sera tra novembre e Natale, col buio e il silenzio, con un nome solo mio e tuo.

Che resti per sempre.

E so bene che queste cose spaventano.

Per questo, poi, la lettera del castagno, l’ho lasciata lì, a penzoloni.

Ma la reciterò, come uno spettacolo, stanotte.

E troverò un nome per te.

Che vuol dire che ti troverò con le mani, che ti cercherò con la bocca, che ti prenderò con le gambe.

Per darti un nome.

Adoro la sensazione del cotone sulla pelle. Mi faccio fare le camicie per questo.

Adoro pensare che il tuo nome lo sappia solo io.

Per questo prenderò del tempo per sceglierlo.

Saremo ricchi di noi quando avremo il tempo per noi.

Il resto non fa paura.

(lettera a una donna che ride con i tacchi, spago spagnolo e sorriso abbondante).

Small is Big

Le piccole cose a cui la gente normalmente da peso, mi passano veloci di fianco, facendo solo un rapido fischio, che mi sfiora l’orecchio, niente più. Perché per deformazione, professione e scelta, mi soffermo sui dettagli. Che fanno una, enorme, differenza.

Così, in ordine sparso:

Gli Amanti

Leggo e rileggo la stessa pagina, ci sono delle pagine di alcuni libri che lo meritano. Carver, ad esempio, ha delle pagine che ho consumato. Senza parlare di Garcia Marquez. Sento un vento fresco, autunno maledetto, entrare direttamente sotto la camicia. Loro sono arrivati, si sono seduti sulla panchina, e hanno iniziato una convulsa serie di baci. Troppa passione per una panchina. Dal mio punto di vista, in senso fisico, posso tranquillamente osservare la delicata mano di lui che uncina il culo di lei, strizzando ritmicamente la natica. Mi disturba. Smetto di leggere. Me ne vado.

Mi disturba l’insieme della panchina, dei due amanti, dello strizzare ritmico, del non piegare il collo di lei, di fronte a un bacio ben dato si piega sempre il collo per prenderne di più. Mi disturba il pessimo senso logistico. Insomma, se l’obbiettivo è quello, la panchina di un parco è decisamente un duro compromesso.

E poi lui ha uno Swatch di plastica.

Le nuove Generazioni

Mi piego verso il Piccolo, che deve dirmi urgentemente qualcosa, che io non posso sentire visto l’infernale rumore di fondo di questo posto. Ci sono venuto deliberatamente, in questo infernale posto. Abbiamo, io e il Piccolo, la stessa camicia. Che delizia.

Il Piccolo mi confessa di aver paura di uno scivolo.

Io inizio la delicata manovra di supporto psicologico mentre mi passa accanto un padre. Il cui figlio gironzolava con un mitra di plastica appeso alla schiena a tracolla.

Odio le armi sui bambini. Ma soprattutto non capisco perché il padre, dal passo incerto probabilmente dovuto a un trauma ortopedico, anch’esso dovuto al calcetto infrasettimanale, vesta calzini di spugna bianca con logo Adidas.

Non avevamo detto che questa cosa doveva finire, cristo? Passi la sciatteria da domenica, odiosa. Passino le tute da ginnastica, raccapricciante rimasuglio della cultura calcistica di questa nazione. Ma il calzino che appena spunta, di quei due centimetri tra un jeans largo e una scarpa brutta, è troppo.

Abbandono il posto. Tirando via il Piccolo. Quando sarà grande capirà.

Rotolando verso Sud

Lei ha un problema. Anzi due. Il primo, che mi arriva all’occhio subito, è che le sta fisicamente uscendo una tetta dalla camicia. Capezzolo contenuto, carnagione chiara, seno naturale, camicia carina, quadrettata, apertura sul quarto bottone. Tutto splendidamente perfetto. Jeans chiaro, All Star, quel look famigliare ma ancora sexy. Adorabile. Ma il problema numero due compromette il tutto. Sta tentando di trasportare tre enormi sacchetti e uno stendipanni. Di quelli da cinque euro, che se ci stendi la trapunta bagnata, collassa come una gru che solleva troppo cemento.

Il tutto, non serve un ingegnere per capirlo, non può logisticamente stare in due mani. La caparbietà di alcune donne mi sorprende sempre. Così, a pelo di una macchina, in mezzo al parcheggio, sospesa tra una rovinosa caduta e uno spargimento annunciato della spesa per terra. Mi avvicino, le prendo lo stendipanni. La aiuto. Sorride come se le avessi salvato la vita. Sorrido, come se le avessi salvato uno stendipanni da cinque euro. Mi dice che mi deve un caffè. Le dico, sarebbe troppo facile così. E sorridiamo tutti e due.

Il particolare

Raccoglie i capelli in una coda improvvisata, tenuta da una penna. Lo fa spesso anche mia moglie, un gesto infinito in cui un uomo come me può trovare eterna bellezza. Mi guarda innervosita dal suo pc, che non funziona. Tengo lo sguardo, in fondo agli occhi, per trovarci un fine settimana troppo lungo, qualche ora di sonno in meno del solito, e una grande tristezza. Le aspettative del week end sono belle da ritrovare negli occhi del lunedì. Tengo lo sguardo, questo è sufficiente a farla arrossire. Lievemente. Da come ha messo le penne sulla scrivania, tiene all’ordine, esteriore e interiore. Uno sguardo, in questo caso, da fastidio e fa male.

Lo tengo per quello. Per gioco.

Sbriga le mie carte velocemente, passando la penna sugli angoli dei fogli che devo firmare. La osservo in silenzio.

Poi firmo, prendendo la sua penna, che sento lievemente bagnata.

Non deve avere paura di dire che questo lavoro non le piace. Le dico, sottovoce.

Sussulta. Mi guarda. Arrossisce. Mi dice: si vede?

Si.

Mi alzo e me ne vado.

Gianni

Io e Gianni ci siamo conosciuti nel 99, sul Ticinese, di notte.
Regista di teatro, mi aveva risposto, al che lavoro fai.
Tu? Vendo ferramenta, studio scienze politiche, forse vorrei fare lo scrittore, avevo risposto io.
E ci abbiamo bevuto sopra.
Era bello il 99. Perchè in fondo, sapevi con certezza matematica che nel 2000 sarebbe tutto finito. Quindi davi tutto, come un pugile alla terza ripresa.
Gianni mi ha fatto conoscere il teatro. Il sottobosco del teatro, il sottoscala della cultura, quell’inferno di serate in case di ricchi, con attrici povere, registi spiantati, idee fulminanti, progetti faraonici di riportare il teatro ai vecchi fasti.
Di buono c’è statto che ho letto molto di teatro. E’ affascinante il teatro.
Di buono, in effetti, c’era anche che ho smesso di voler fare lo scrittore. A stare con Gianni e la sua carovana.
Ho anche vinto un giro con una attrice, depressa da benzodiazepine, lievemente alcolista, bella come un regalo inaspettato.
Sono anche andato a un festival di teatro, in un paese della Brianza, d’estate, per vederla recitare. Teatro contemporaneo. Roba per stomaci forti o per paesini brianzoli. La sera dopo, mi ricordo, c’era la serata LatinoAmericana.
Con Gianni ho scritto l’adattamento teatrale di un bellissimo libro, perverso e malato, francese, turbolento.
Lo spettacolo è andato in scena in un teatro del centro, vicino all’Università. Gianni era felice.
Era venuta anche la sua ex moglie a vedere lo spettacolo, e avevo scoperto che Gianni aveva una figlia della mia età.
Mi aveva promesso dei soldi.
Poi mi aveva chiesto un prestito per pagare la cena dopo lo spettacolo. Ci ho rimesso il pieno settimanale del Generale Buendia, che non ho potuto usare per una settimana.
Ci siamo ritrovati tre anni dopo. Nel mezzo di una mostra di public art. E’ roba figa, la public art. Mi ero divertito un sacco ad organizzare quella roba. Di soldi, anche quella volta, non se ne erano visti. Ma uno, lentamente, si prepara a queste cose.
Ci siamo incontrati nei chiostri della Memoria, una sera di settembre, al cocktail d’inaugurazione della mostra. Mi aveva presentato la sua nuova compagna, una giornalista con la faccia da monumento greco e la simpatia di un bidone dell’umido.
Mi aveva parlato della rinascita del teatro. Era il momento buono, mi aveva detto.
Così ci siamo dati appuntamento a casa di lei, dall’altra parte della città. Era anche il periodo in cui il Generale Buendia aveva bruciato uno dei due carburatori Bing, per cui mi toccava andare in giro con un cacciavite e un sacco di pazienza, attraversando la città a trenta all’ora.
C’era una ex attrice porno, molto famosa, perlomeno per me, che nel teatro stava vedendo la rivincita della sua vita.
C’erano due spiantati che parlavano dei costumi neo moderni.
C’era la figlia di Gianni. Bionda, con i ricci.
C’erano tre o quattro attori. Li riconosci dai denti gialli, quelli che dicono di fare gli attori ma che poi mica è così vero.
Citavano Baricco e la Scuola di Holden, e parlavano di un sacco di libri noiosi, prevalentemente francesi.
Finito il vino, pessimo, ho preso la figlia di Gianni e me ne sono andato, pregando che il Generale Buendia ci portasse fino ai prati vicino all’aeroporto.
Non ho più saputo nulla di Gianni. Sua figlia fa la tata a tempo pieno per una ricca famiglia di ebrei del centro.
La vedo ogni tanto, con i bambini.
Forse Gianni è stato una cosa buona per me. Me lo dico ogni volta che ripenso a quante volte ho sfiorato il fallimento da vicino. Quello del vino cattivo, delle benzodiazepine e dei denti gialli. E ho pensato: no.

Oceano

Scegliendo sempre la stessa camera, quinto piano, in fondo a sinistra, affaccio sulla piccola calle alle spalle del grande magazzino, sceglievo la sicurezza di conoscere le forme nella penombra. La sicurezza medesima che senti quando a casa, sotto le coperte, osservi i confini della camera al buio e ritrovi uno spazio amico.
Ho scelto per anni la stessa camera, lo stesso menù a colazione, le stesse passeggiate dopo cena, in quell’ora di vuoto in cui non fa ancora buio ma vedi la città aspettare il suo destino. Dalle tapas dietro al teatro, fino all’albergo, passando solo per le piccole traverse poco illuminate. Una magia unica.
La camera aveva un piccolo terrazzo, su cui si poteva stare in piedi a fumare, guardando la gente che entrava nel negozio di valigie appena sotto, di giorno, oppure le puttane tristi del centro di notte.
Tutte le città, nel centro, hanno un negozio di valigie, e delle puttane tristi.
Il destino dei negozi di valigie e delle puttane del centro è in mano ai turisti. E’ uno sporco destino. Incerto come un giorno di marzo, infelice come una sera di novembre.
Finivo a scrivere, quasi tutte le notti, accompagnato da del rhum e dalla musica, che di volta in volta, sceglievo per ammazzarmi l’umore o per sollevare gli spiriti.
In mutande e camicia, solo come un cane, ma insieme a tutta quella incredibile massa di ricordi che invadevano la stanza, sedendosi sul letto, disordinando il bagno, ballando vicino all’armadio.
Ovunque sono andato, ho portato dei ricordi con me. Dicono sia il prezzo da pagare quando si fanno certe scelte. Io lo trovo un dolcissimo peso, sono come le puttane tristi, i miei ricordi. Sono parte del mio centro, e qualche drink insieme è sempre un piacere.
Hai trovato quello che nessuna donna dovrebbe trovare, aprendo la porta della camera. Disordine, odore di fumo e profumo acre di pessimo rhum, un uomo in mutande e camicia, sbronzo, luci spente e il chiasso delle puttane dalla finestra aperta.
Hai fatto quell’espressione che ho visto fare ai gatti, prima di attaccare. Odio i gatti, ti ho detto.
Non incominciare, mi hai risposto.
Li mi sono accorto a cosa mi serviva la camera, sempre la stessa. Ad appoggiarmi sul bordo del piccolo mobile, quando il mondo traballava troppo. Per il troppo ruhm, a volte, per il troppo lavoro, altre, per quell’incredibile incastro di gambe e tacchi. Da cui bisogna uscire brillanti e veloci, per non finirci troppo sospesi.
Sei abbronzata, ho detto. Vengo dal mare, mi hai risposto, chiudendo la porta.
Accendi una luce, cazzo. Vivi come una spia.
Vuoi da bere?
Vodka.
Secca?
Ghiaccio, che cazzo hai combinato su questo letto? Sembra non venga rifatto da mesi.
Stavo scrivendo una cosa.
Tu stai sempre scrivendo quando arrivo io.
Possibile, visto che arrivi sempre di notte.
Facevi quella cosa di incrociare le gambe, che poi è una cosa che fanno tutte. Ma è nelle cose che fanno tutte che io ti ho visto farmi male.
Hai un livido sulla gamba
Sono scivolato in moto.
Tu ti ammazzerai prima o poi
Di moto o di rhum?
bella domanda.
Al mio funerale ricordati di bere molto rhum.
Io non verrò al tuo funerale. Ci annoieremo di noi molto prima.
Ti sei annoiata di me?
Non sarei qui a muovere le gambe che ti implorano: scopami.
Lo dici tu o le gambe?
Hai un difetto enorme, ubriacone, parli troppo.
L’altro grande pregio di una camera conoscita è la metrica misteriosa degli interruttori della luce, che ogni albergo appoggia in posti desolati e miseri e che tu conosci, perchè ci hai già sbattuto le mani.
Perchè scopare, correggimi se sbaglio, ma si scopa al buio.
Anzi non correggermi, non sbaglio. Hai quel genere di pancia che è perfetta alla luce, deliziosa al buio.
Quel genere di capelli che nel buio fanno rima con il cuscino e con la bocca.
E’ il tuo scappare, prendendo le scarpe in mano e scivolando via, che ho trovato sempre come il tocco finale.
Perfetto. Come le tue braccia.
Ti ho scritto diverse lettere. Una da sobrio. Seduto nel bar di fianco al negozio di valigie, lasciata al concierge, che te la lasciasse in camera.
Ho messo in quella lettera le cose che sapevo di noi due soli, e le cose che immaginavo di noi due insieme.
Rovesciando un po’ di cenere della sigaretta e due dita di caffè, quello orribile e lungo che si trova nei bar del centro.
Facevano, però, una brioches con la marmellata che sembrava finta da quanto era buona.
Ti può cambiare la giornata, un cornetto alla marmellata mentre annusi le dita della mano sinistra e ci ritrovi tutta la notte passata.
Da una come te, ti ho scritto, c’è il rischio concreto di non riprendersi più. Che lo pensavo veramente. Lo ho sempre pensato. Era più o meno così:
Oceano,
ti scrivo questa lettera per dirti due o tre cose importanti. La prima è che mi levo dai coglioni. In molti sensi. Nel senso che torno a Milano, domani sera, due giorni prima del previsto. Scusa. Mi sta stretto qui, ho finito il lavoro, sabato voglio essere in giro in moto. La seconda è che mi levo dai coglioni in senso generale. Direi basta. Anche se io non sono capace di dire basta. A robe come te, intendo. Però stamattina ho deciso che basta. Facile che, a non dire basta, si finisca in un grande pantano di cazzate. Io ci sono portato, fidati.
Volevo anche dirti che mi è rimasto il tuo odore sulle dita, e formalmente pensavo di non lavarmi più la mano. Per almeno due anni.
Avrei voluto regalarti la Versione di Barney, per me è uno dei cinque libri più importanti del mondo. Ma, se non sbaglio hai visto il film e non hai pianto. Ecco, cazzo. Io ogni volta che vedo la versione di Barney piango. Ogni volta. Non funzionerebbe tra noi. Anche se assomigli lontanamente alla prima moglie di Barney. Fisicamente intendo.
Non funzionerebbe nemmeno alla luce del sole. Perchè a me, così di notte, mi sembra di andare a puttane. E io a puttane ci voglio andare tra qualche anno. Lo pensavo ieri notte. Poi magari, che ne sai, ci finisco prima. Ma non adesso.
Ci sono cose di me che tu gestisci molto meglio di altre donne. Questo mi lascia ancora stupefatto.
Mi piace guardarti quando ti rivesti e credi che io dorma. Ti sbircio il culo. Lo farebbe chiunque. E penso che sei proprio una stronza, ad andartene sempre.
Me ne vado io. Non sono pronto.
Sono pronto, in verità. Ma poi mi scende, la prontezza necessaria, come quando hai finito di fare l’amore che per qualche istante pensi che finisca il mondo.
A proposito. Non abbiamo mai fatto l’amore. Un peccato davvero. Avremo occasione, penso, in un futuro prossimo.
Chissà se ti reggerà il culo, in senso propriamente meccanico. Tutto, lentamente, cade verso terra. Cadrà anche il tuo culo, anche se a vederlo così non sembrerebbe.
Hai lasciato le mutande bianche sul bordo del letto. Tecnicamente avrei voluto tenerle come cimelio. Ma le ho lasciate li. Anche perchè mettertele nella busta con questa lettera, sarebbe sembrato bruttino.
E’ stato bello sbronzarci insieme. Dovremmo rifarlo. Addio, per ora.
Una lettera, devi ammetterlo, con una sua logica. Anche bella da leggere.
Alla quale hai risposto con un SMS:
coglione, le mutande le avevo lasciate a te. Avevo capito che volevi scappare. La versione di Barney è un film del cazzo. Tu sei matto e bellissimo, e non capisci niente di donne. Addio.
Per coerenza e correttezza, non ho più ripreso quella stanza. Mi è capitato di rado di tornare in città. Sono sempre andato a mangiare tapas dietro alla grande piazza del teatro, e ho sempre aspettato che qualcuno bussasse. Questo perchè sono un inguaribile romantico. Oppure un matto.
Due donne, dopo avermi detto addio, sono davvero scomparse.
Tu sei stata la prima.
Credo sia irrispettoso, quando si dice addio, non farsi rivedere più.
Perlomeno per uno come me.
Ci pensavo oggi. Stavo prenotando i biglietti. Solito aereo. Solito orario. Ho preso la stessa camera.
Così, da sbronzo, mi riguardo la Versione Di Barney.