Hernest (As Dust Dance) 

10 Ott

Ho già scritto qualcosa su Hernest, presentandolo al grande pubblico con un articolo su Kustom World. Se lo meritava, era appena arrivato in famiglia, e tra l’emozione e lo stupore, aveva iniziato a fare il suo sporco lavoro. 

Hernest è la mia moto. In linea genealogica, la mia quinta moto. La prima per cilindrata, ingombro, peso e ignoranza. Seconda solo a Triple Es per rumore, il rumore di Triple Es era un sordo urlo che riusciva a stupirmi ogni volta, Hernest porta i suoi cavalli in giro con molta eleganza. 

Io ho bisogno di una moto. È una questione interiore. Ho bisogno di poche cose nella vita, alcune frivole e davvero materiali, altre decisamente più spirituali. La moto è l’unico elemento che sta al confine tra il materiale e lo spirituale. La motocicletta ha un suo modo di porsi con il mondo che è molto utile da capire. 

La mia prima motocicletta, dopo una serie felice di Vespe, è stata un R65 BMW, probabilmente il miglior motore mai progettato per una motocicletta da turismo sportivo, che ho comprato da un tizio che voleva liberarsene per oscure ragioni legate alla sua fidanzata. Allora pensavo fosse normale liberarsi di una moto per salvaguardare una relazione. Poi sono diventato adulto, e delle poche cose che posso dire sul mantenere una relazione c’è sicuramente quella di non vendere mai nessuna moto. La vecchia BMW ha prestato servizio per quattro anni, settantacinquemila kilometri, due estati passate senza mai scendere dalla sella se non per fare il bagno in mare. Battezzata Generale Buendia, in onore del suo nome ha sempre avuto un carburatore che pisciava benzina. Incontinenza a parte, ancora adesso quando la vedo in garage, mi commuovo per le sue forme disordinate, la sua linea anni 80, le sue ridicole spie. Due giorni prima di sposarmi ho deciso di pensarci bene. Al matrimonio e alla moto. 

Così poco dopo, felicemente sposato, ho comprato Umberto Secondo, un grasso BMW R850R Anniversary. Mi sembrava, dopo anni di trattore, di salire su una Rolls Royce. 

Umberto Secondo ha prestato servizio come moto d’attacco, portandomi in ufficio quando il mio ufficio stava a 60 kilometri da casa. Una moto elegante, che le ragazze quando la vedevano gli dava un senso di ricchezza e stabilitá, lo stesso che danno le BMW station wagon per dire. Motore generoso, Umberto Secondo mi ha portato a girare per l’Aurelia, scoprendo spiagge stupende. 

È stato anche il periodo in cui ho comprato un intefono per casco. Quegli aggeggi ridicoli per parlare tra pilota e passeggero. Ho fatto Milano Cervia con la costante cantilena di mia moglie che mi ricordava le cose da fare e rispondendo a due telefonate, prima di schiacciare uno dei due aggeggi di nascosto con il tacco dello stivale, per dichiararli rotti in previsione del viaggio di ritorno. 

Ho venduto Umberto Secondo di fretta, a settembre, dopo che mi ha giocato un brutto tiro. 

Poi ho iniziato a passare più giorni in aereo che in ufficio, e pensavo che questa cosa con le moto fosse finita. 

Ho recuperato un vecchio Cagiva 125, motore AerMacchi Harley, da una collega che voleva svuotare una cantina, e lo usavo per fare le impennate sul vialone dell’aeroporto. 

Una volta mi è caduto il motore, mentre mi arrampicavo sul marciapiede della piscina. Da quel momento ho lasciato stare. Breve ma intenso. 

Mi sono innamorato di Triple Es appena l’ho vista, dietro la vetrina del concessionario. Dio quella moto, al secolo Harley Nightster 1200, era il riassunto di quello che volevo io. 

Triple Es ha servito con onore la causa negli anni dei viaggi, delle spedizioni al mare, delle fughe in montagna, delle zingarate idiote. Abbiamo fatto una quantità di kilometri assurda, portando a casa le chiappe e la sella sempre, anche se qualche volta davvero per Grazia Divina. 

Un mattino, ha perso un collettore a Limone Piemonte, costringendomi ad arrivare fino a Nizza tenendo con una lattina di birra e un fil di ferro la marmitta. Una notte, forse complice il fatto che giravo per Roma in pareo, gibbotto e casco, si è surriscaldata la testa anteriore, coperta dal pareo. Triple Es apparentemente morta, quattro amici increduli seduti sul ciglio della Cristoforo Colombo. Poi risorta, non ha fatto una piega fino a Milano. Abbiamo perso, in mezzo alla Val Brembana, il pedale del freno. E, proprio alla fine della sua corsa con me, con qualche piccola e ignorante modifica al motore, ha smesso di reagire alla pressione di qualsiasi tasto. Per cui, per essere accesa, necessitava di 200 metri lineari a spinta. Ho deciso di dirle addio in un momento della mia vita in cui ho detto addio a molte cose. 

Avrei voluto una moto nuova, da sborone. Vedevo il faccione sorridente di Carlo Talamo nel poster appeso in concessionaria e pensavo: Cazzo Carlo, adesso mi compro il pezzo da novanta. 

Anticipo versato, pronto a firmare le ultime carte, giravo per la concessionaria mentre aspettavo delle fotocopie. 

E ho visto Hernest. 

Il precedente proprietario voleva fare il gradasso punk post industriale, povero Hernest. 

Così brutta, eppure così perfetta. 

Il giorno cne sono salito su Hernest per portarla a casa, ho pensato: cazzo è immanovrabile, inadeguata, esagerata, ingestibile. 

Ho frenato e ho pensato: infatti, è perfetta. 

Hernest è la mia moto, oggi. Abbiamo fatto parecchia strada in due anni. Ha dimostrato fin da subito il suo carattere, lasciandomi a piedi un sabato in Duomo. Cinque kilometri spingendo mi sembravano troppi, così si è fatta la notte nel cortile del Policlinico, per ricevere in premio due candele nuove il giorno dopo. Hernest non frena un cazzo, corre troppo, pesa come una macchina, ha un angolo di sterzo pari a quello di un furgone per caldarroste. Scalda come un forno, rimbalza sul pavee fuori controllo, e produce il rumore di un camion russo a gasolio. 

È perfetta per me. 

Ogni tanto scappiamo fuori città, a rubare un tramonto, oppure al mare a sentire l’odore del porto. Una sera abbiamo fatto il giro largo per tornare a casa dall’ufficio, godendoci la Svizzera italiana. 

Abbiamo preso neve e acqua, sole e tanta polvere. 

Ha disegni di sporco sul serbatoio, che è stato lavato solo per mettere l’adesivo con la frase di Frank Turner: Life is Too Short To Live without Poetry. 

La polvere, per le vibrazioni sul parafango, balla seguendo il ritmo del motore. 

La sella a due posti è stata sostituita da un sellino anni settanta, adatto a un Ciao. Il mio culo, a ogni buca, ringrazia. Dicono che le vibrazioni di un motore Harley portino all’orgasmo una donna seduta sulla moto. Non posso confermarlo, perchè ci sto solo io. Ma so di mio che per dieci minuti dopo essere sceso dalla moto, ho le palle anestetizzate. E mi vibrano ancora le palpebre. 

Ai semafori ci bulliamo della ripresa, merito delle sapienti mani del mio meccanico e della centralina di un vecchio camion Volvo con la quale ho sostituito l’originale, bruciando quelle orrende moto giapponesi. 

Poi lasciamo che tutti ci sorpassino, prendeno la velocità perfetta per andare e basta. 

Hernest, come tutte le cose belle della vita, ha bisogno della sua manutenzione. Solo che Hernest ha bisogno perennemente di manutenzione. Per questo un bauletto è pieno di chiavi e cacciaviti. 

Hernest è un compagno di viaggio a cui non potrei rinunciare.

Dovreste diffidare degli uomini che amano i calcio e che disprezzano le moto.

Anche degli uomini che apprezzano le. macchine. 

Capiamoci. 

In macchina non succede mai niente di bello. Se non qualche poderosa accelerata, e la costatazione di avere un lettore mp3 con lo schermo a colori. La macchina è, a tutti gli effetti, un elettrodomestico. 

La moto è il modo migliore di spostarsi portandosi in giro l’anima e le palle. 

Si, la macchina permette in effetti di ripararsi dalla pioggia e dal freddo, e anche dal caldo e dalla polvere. Tutti elementi fastidiosi, in effetti, se hai una vagina. 

Comunque, il discorso non è questo. 

È nemmeno quale sia la moto più bella. Sono vorace, come con i libri. Le vorrei tutte. Ho una lista segreta di moto che mi comprerò. Senza mai venderne una. 

Facendo felice la vecchina che mi affitta i box in nero. 

Ogni tanto ci vado, da solo, a guardarle. Mi ricordano pezzi di vita. È sempre un bel ricordo. 

Il dottore mi ha detto di lasciar stare. Di moto, di vino e di surf non se ne parla. 

Fino a primavera. 

Ho risposto: ok. 

Ai dottori si risponde sempre ok. 

Studiano anni per avere ragione. Chi sono io per togliere il privilegio di essere nel giusto a un anziano professorone che conosce ogni segreto dei miei organi?

Dato che dal dottore ero andato in moto, ho pensato, sulla strada del ritorno, di berci sopra per pensarci. 

Hernest, al netto di qualche migliao di euro speso per renderlo un camion su due ruote, mi ha fatto risparmiare molti soldi tra analisti e psicofarmaci.

Alla sua andatura, lasciandosi dietro la città, seguendo il serpente delle strade di campagna, mi ha aiutato a pensare. 

Allora oggi mi sono visto prendere le chiavi, il gilet, scendere in garage, tirarlo fuori dal box facendo uno sforzo enorme. Salirci, accenderlo. 

Seguire la polvere che ballava sul tachimetro, mettere la prima, e andare. 

La vita è troppo breve per essere vissuta senza poesia. 

Nei mesi che ci terranno lontani, mio amato Hernest, scriverò di moto.

(poi al semaforo prima del Tribunale ho visto un tizio con uno splendido Mercedes cabrio, aperto nel cielo di ottobre. Ho notato la sua maglietta di marca, la pelle sul cruscotto, la ragazza seduta di fianco. Le ho sorriso, dando un filo di gas. Le ho fatto l’occhiolino mentre scattava il verde, ho mollato la frizione di scatto e ho pensato che ci vuole poco per godere della poesia delle cose)

Una Risposta to “Hernest (As Dust Dance) ”

  1. bla bla 12 ottobre 2015 a 11:37 #

    Confermo quanto scritto sulle vibrazioni di un motore Harley.

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