Oceano

24 Set
Scegliendo sempre la stessa camera, quinto piano, in fondo a sinistra, affaccio sulla piccola calle alle spalle del grande magazzino, sceglievo la sicurezza di conoscere le forme nella penombra. La sicurezza medesima che senti quando a casa, sotto le coperte, osservi i confini della camera al buio e ritrovi uno spazio amico.
Ho scelto per anni la stessa camera, lo stesso menù a colazione, le stesse passeggiate dopo cena, in quell’ora di vuoto in cui non fa ancora buio ma vedi la città aspettare il suo destino. Dalle tapas dietro al teatro, fino all’albergo, passando solo per le piccole traverse poco illuminate. Una magia unica.
La camera aveva un piccolo terrazzo, su cui si poteva stare in piedi a fumare, guardando la gente che entrava nel negozio di valigie appena sotto, di giorno, oppure le puttane tristi del centro di notte.
Tutte le città, nel centro, hanno un negozio di valigie, e delle puttane tristi.
Il destino dei negozi di valigie e delle puttane del centro è in mano ai turisti. E’ uno sporco destino. Incerto come un giorno di marzo, infelice come una sera di novembre.
Finivo a scrivere, quasi tutte le notti, accompagnato da del rhum e dalla musica, che di volta in volta, sceglievo per ammazzarmi l’umore o per sollevare gli spiriti.
In mutande e camicia, solo come un cane, ma insieme a tutta quella incredibile massa di ricordi che invadevano la stanza, sedendosi sul letto, disordinando il bagno, ballando vicino all’armadio.
Ovunque sono andato, ho portato dei ricordi con me. Dicono sia il prezzo da pagare quando si fanno certe scelte. Io lo trovo un dolcissimo peso, sono come le puttane tristi, i miei ricordi. Sono parte del mio centro, e qualche drink insieme è sempre un piacere.
Hai trovato quello che nessuna donna dovrebbe trovare, aprendo la porta della camera. Disordine, odore di fumo e profumo acre di pessimo rhum, un uomo in mutande e camicia, sbronzo, luci spente e il chiasso delle puttane dalla finestra aperta.
Hai fatto quell’espressione che ho visto fare ai gatti, prima di attaccare. Odio i gatti, ti ho detto.
Non incominciare, mi hai risposto.
Li mi sono accorto a cosa mi serviva la camera, sempre la stessa. Ad appoggiarmi sul bordo del piccolo mobile, quando il mondo traballava troppo. Per il troppo ruhm, a volte, per il troppo lavoro, altre, per quell’incredibile incastro di gambe e tacchi. Da cui bisogna uscire brillanti e veloci, per non finirci troppo sospesi.
Sei abbronzata, ho detto. Vengo dal mare, mi hai risposto, chiudendo la porta.
Accendi una luce, cazzo. Vivi come una spia.
Vuoi da bere?
Vodka.
Secca?
Ghiaccio, che cazzo hai combinato su questo letto? Sembra non venga rifatto da mesi.
Stavo scrivendo una cosa.
Tu stai sempre scrivendo quando arrivo io.
Possibile, visto che arrivi sempre di notte.
Facevi quella cosa di incrociare le gambe, che poi è una cosa che fanno tutte. Ma è nelle cose che fanno tutte che io ti ho visto farmi male.
Hai un livido sulla gamba
Sono scivolato in moto.
Tu ti ammazzerai prima o poi
Di moto o di rhum?
bella domanda.
Al mio funerale ricordati di bere molto rhum.
Io non verrò al tuo funerale. Ci annoieremo di noi molto prima.
Ti sei annoiata di me?
Non sarei qui a muovere le gambe che ti implorano: scopami.
Lo dici tu o le gambe?
Hai un difetto enorme, ubriacone, parli troppo.
L’altro grande pregio di una camera conoscita è la metrica misteriosa degli interruttori della luce, che ogni albergo appoggia in posti desolati e miseri e che tu conosci, perchè ci hai già sbattuto le mani.
Perchè scopare, correggimi se sbaglio, ma si scopa al buio.
Anzi non correggermi, non sbaglio. Hai quel genere di pancia che è perfetta alla luce, deliziosa al buio.
Quel genere di capelli che nel buio fanno rima con il cuscino e con la bocca.
E’ il tuo scappare, prendendo le scarpe in mano e scivolando via, che ho trovato sempre come il tocco finale.
Perfetto. Come le tue braccia.
Ti ho scritto diverse lettere. Una da sobrio. Seduto nel bar di fianco al negozio di valigie, lasciata al concierge, che te la lasciasse in camera.
Ho messo in quella lettera le cose che sapevo di noi due soli, e le cose che immaginavo di noi due insieme.
Rovesciando un po’ di cenere della sigaretta e due dita di caffè, quello orribile e lungo che si trova nei bar del centro.
Facevano, però, una brioches con la marmellata che sembrava finta da quanto era buona.
Ti può cambiare la giornata, un cornetto alla marmellata mentre annusi le dita della mano sinistra e ci ritrovi tutta la notte passata.
Da una come te, ti ho scritto, c’è il rischio concreto di non riprendersi più. Che lo pensavo veramente. Lo ho sempre pensato. Era più o meno così:
Oceano,
ti scrivo questa lettera per dirti due o tre cose importanti. La prima è che mi levo dai coglioni. In molti sensi. Nel senso che torno a Milano, domani sera, due giorni prima del previsto. Scusa. Mi sta stretto qui, ho finito il lavoro, sabato voglio essere in giro in moto. La seconda è che mi levo dai coglioni in senso generale. Direi basta. Anche se io non sono capace di dire basta. A robe come te, intendo. Però stamattina ho deciso che basta. Facile che, a non dire basta, si finisca in un grande pantano di cazzate. Io ci sono portato, fidati.
Volevo anche dirti che mi è rimasto il tuo odore sulle dita, e formalmente pensavo di non lavarmi più la mano. Per almeno due anni.
Avrei voluto regalarti la Versione di Barney, per me è uno dei cinque libri più importanti del mondo. Ma, se non sbaglio hai visto il film e non hai pianto. Ecco, cazzo. Io ogni volta che vedo la versione di Barney piango. Ogni volta. Non funzionerebbe tra noi. Anche se assomigli lontanamente alla prima moglie di Barney. Fisicamente intendo.
Non funzionerebbe nemmeno alla luce del sole. Perchè a me, così di notte, mi sembra di andare a puttane. E io a puttane ci voglio andare tra qualche anno. Lo pensavo ieri notte. Poi magari, che ne sai, ci finisco prima. Ma non adesso.
Ci sono cose di me che tu gestisci molto meglio di altre donne. Questo mi lascia ancora stupefatto.
Mi piace guardarti quando ti rivesti e credi che io dorma. Ti sbircio il culo. Lo farebbe chiunque. E penso che sei proprio una stronza, ad andartene sempre.
Me ne vado io. Non sono pronto.
Sono pronto, in verità. Ma poi mi scende, la prontezza necessaria, come quando hai finito di fare l’amore che per qualche istante pensi che finisca il mondo.
A proposito. Non abbiamo mai fatto l’amore. Un peccato davvero. Avremo occasione, penso, in un futuro prossimo.
Chissà se ti reggerà il culo, in senso propriamente meccanico. Tutto, lentamente, cade verso terra. Cadrà anche il tuo culo, anche se a vederlo così non sembrerebbe.
Hai lasciato le mutande bianche sul bordo del letto. Tecnicamente avrei voluto tenerle come cimelio. Ma le ho lasciate li. Anche perchè mettertele nella busta con questa lettera, sarebbe sembrato bruttino.
E’ stato bello sbronzarci insieme. Dovremmo rifarlo. Addio, per ora.
Una lettera, devi ammetterlo, con una sua logica. Anche bella da leggere.
Alla quale hai risposto con un SMS:
coglione, le mutande le avevo lasciate a te. Avevo capito che volevi scappare. La versione di Barney è un film del cazzo. Tu sei matto e bellissimo, e non capisci niente di donne. Addio.
Per coerenza e correttezza, non ho più ripreso quella stanza. Mi è capitato di rado di tornare in città. Sono sempre andato a mangiare tapas dietro alla grande piazza del teatro, e ho sempre aspettato che qualcuno bussasse. Questo perchè sono un inguaribile romantico. Oppure un matto.
Due donne, dopo avermi detto addio, sono davvero scomparse.
Tu sei stata la prima.
Credo sia irrispettoso, quando si dice addio, non farsi rivedere più.
Perlomeno per uno come me.
Ci pensavo oggi. Stavo prenotando i biglietti. Solito aereo. Solito orario. Ho preso la stessa camera.
Così, da sbronzo, mi riguardo la Versione Di Barney.

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