Gianni

25 Set
Io e Gianni ci siamo conosciuti nel 99, sul Ticinese, di notte.
Regista di teatro, mi aveva risposto, al che lavoro fai.
Tu? Vendo ferramenta, studio scienze politiche, forse vorrei fare lo scrittore, avevo risposto io.
E ci abbiamo bevuto sopra.
Era bello il 99. Perchè in fondo, sapevi con certezza matematica che nel 2000 sarebbe tutto finito. Quindi davi tutto, come un pugile alla terza ripresa.
Gianni mi ha fatto conoscere il teatro. Il sottobosco del teatro, il sottoscala della cultura, quell’inferno di serate in case di ricchi, con attrici povere, registi spiantati, idee fulminanti, progetti faraonici di riportare il teatro ai vecchi fasti.
Di buono c’è statto che ho letto molto di teatro. E’ affascinante il teatro.
Di buono, in effetti, c’era anche che ho smesso di voler fare lo scrittore. A stare con Gianni e la sua carovana.
Ho anche vinto un giro con una attrice, depressa da benzodiazepine, lievemente alcolista, bella come un regalo inaspettato.
Sono anche andato a un festival di teatro, in un paese della Brianza, d’estate, per vederla recitare. Teatro contemporaneo. Roba per stomaci forti o per paesini brianzoli. La sera dopo, mi ricordo, c’era la serata LatinoAmericana.
Con Gianni ho scritto l’adattamento teatrale di un bellissimo libro, perverso e malato, francese, turbolento.
Lo spettacolo è andato in scena in un teatro del centro, vicino all’Università. Gianni era felice.
Era venuta anche la sua ex moglie a vedere lo spettacolo, e avevo scoperto che Gianni aveva una figlia della mia età.
Mi aveva promesso dei soldi.
Poi mi aveva chiesto un prestito per pagare la cena dopo lo spettacolo. Ci ho rimesso il pieno settimanale del Generale Buendia, che non ho potuto usare per una settimana.
Ci siamo ritrovati tre anni dopo. Nel mezzo di una mostra di public art. E’ roba figa, la public art. Mi ero divertito un sacco ad organizzare quella roba. Di soldi, anche quella volta, non se ne erano visti. Ma uno, lentamente, si prepara a queste cose.
Ci siamo incontrati nei chiostri della Memoria, una sera di settembre, al cocktail d’inaugurazione della mostra. Mi aveva presentato la sua nuova compagna, una giornalista con la faccia da monumento greco e la simpatia di un bidone dell’umido.
Mi aveva parlato della rinascita del teatro. Era il momento buono, mi aveva detto.
Così ci siamo dati appuntamento a casa di lei, dall’altra parte della città. Era anche il periodo in cui il Generale Buendia aveva bruciato uno dei due carburatori Bing, per cui mi toccava andare in giro con un cacciavite e un sacco di pazienza, attraversando la città a trenta all’ora.
C’era una ex attrice porno, molto famosa, perlomeno per me, che nel teatro stava vedendo la rivincita della sua vita.
C’erano due spiantati che parlavano dei costumi neo moderni.
C’era la figlia di Gianni. Bionda, con i ricci.
C’erano tre o quattro attori. Li riconosci dai denti gialli, quelli che dicono di fare gli attori ma che poi mica è così vero.
Citavano Baricco e la Scuola di Holden, e parlavano di un sacco di libri noiosi, prevalentemente francesi.
Finito il vino, pessimo, ho preso la figlia di Gianni e me ne sono andato, pregando che il Generale Buendia ci portasse fino ai prati vicino all’aeroporto.
Non ho più saputo nulla di Gianni. Sua figlia fa la tata a tempo pieno per una ricca famiglia di ebrei del centro.
La vedo ogni tanto, con i bambini.
Forse Gianni è stato una cosa buona per me. Me lo dico ogni volta che ripenso a quante volte ho sfiorato il fallimento da vicino. Quello del vino cattivo, delle benzodiazepine e dei denti gialli. E ho pensato: no.

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