Racconto di Natale (He Man) 

Natale 1978

Milano, fredda, un velo di nebbia attanaglia la Circonvallazione mentre Lorenzo, imbottito in un cappotto pronto per i 70 quando sono invece gli 80 che stanno ormai bussando alla porta del fashion, cammina con passo spedito verso Pannarello per comprare la crostata alle albicocche. La crostata di Pannarello è la mia preferita, ma io non ci sono ancora. Sono un felice feto, particolarmente sviluppato, discretamente fastidioso nei movimenti, dentro il pancione di Anna, mia mamma, allora splendida quarantenne con dei boccoli abbondanti, una signora permanente, e degli spessi occhiali anni sessanta. A casa con Anna ci sono Sara e Luisa, le due figlie di Anna e Lorenzo, che stanno per sbocciare nell’adolescenza nel pieno degli anni ottanta, quando si dice culo. Questo significherà Moncler, Timberland, ridicole calze Barlington, pettinature a schiaffo e noiosi pomeriggi da Wendy in Santa Sofia o da Burgy in San Babila. E meno capelli per mio padre, una ciocca per ogni fidanzato di Sara. E niente, il mio primo Natale. La crostata di Pannarello, comunque credo di aver iniziato ad amarla da li. Anche Milano con la nebbia.
 Natale 1985
Siamo tutti seduti davanti al mobile della camera dei miei. Funziona che davanti al presepe apriamo i regali. Che per me, in qualità di bambino di sei anni, è uno dei momenti più belli dell’anno. Indosso un dubbio dolcevita, credo di amianto e fustagno, eredità di un’influenza con febbrone, pantaloni a coste e ciabatta protettiva da piscina. L’outfit mio, fino ai diciassette anni, è stato una delle principali ragioni per le quali sono stato deriso da tutti i miei amici. Insieme alla riga di lato, pettinata con incredibile ostinazione da mio padre, forse per nostalgia dei suoi capelli. Ricevo He Man, il mio eroe. Il mondo mi sembra un posto migliore. Abbraccio mia madre e le mie sorelle, che stanno affrontando le loro adolescenze a colpi di lacca e rossetto, come previsto. Mio padre osserva il suo presepe, il grande orgoglio di un progetto di cascate, pastori e muschio. È bello, penso. La mia famiglia è un bel posto, probabilmente per via di He Man. La nonna, con la cinquantamila in una busta riciclata, arriva poco dopo. Il Natale è bello. 

Natale 1996
Seduto alla mia scrivania, ascoltando Rock FM, scrivo riempiendo tutti i quadretti di una pagina Monocromo. Le struggenti lettere d’amore che scrivo da sei mesi a questa parte non sono nulla a confronto di quella che sto per scrivere. Ho comprato un braccialetto e degli orecchini, ho pagato anche per il pacchetto, sono l’uomo più felice del mondo. Sogno il momento, finita la messa di mezzanotte, in cui lei aprirà i due pacchetti. Valore economico trentamila lire. Valore emotivo svariati milioni. In casa ci si prepara per la cena di magro della vigilia. Non sapevo che essere innamorati fosse così bello. Non sapevo nemmeno che le tette fossero un palliativo così importante nella mia vita. Finisco la lettera giurando amore eterno, molti figli, fatti tassativamente dopo il matrimonio, e una vita perfetta. Sono fiero delle mie lettere. Anche delle mie basette a punta e del bananone che ho al posto del ciuffo. Sui vestiti, lei mi ha rettificato le magliette rosa delle mie sorelle, adesso giro in camicia e Levis 501 chiari, Clarks testa di moro. Ma sulle basette non transigo. Non vedo l’ora che sia mezzanotte. È bellissimo l’amore. Ho la certezza matematica che questo amore durerà per sempre. Come è giusto che sia. Per questo rispondo male a mio padre, che mi chiede di aiutarlo. Devo scrivere la lettera di natale. Non mi capisce nessuno. Meno male che ci sono i Guns And Roses e i Pearl Jam. Fanculo.

Natale 1997
C’è un’aria strana in casa, nessuno ha veramente voglia di festeggiare. Anna, mia madre, è morta da due mesi, mio padre non ha ancora buttato via niente. La casa è paralizzata nelle sue emozioni, io e mio padre ci misuriamo con lunghi silenzi, mia sorella piange di continuo e come se fosse un destino bastardo, la gatta si sta lasciando morire. Ho davanti una maturità scientifica da preparare e molta rabbia da sfogare. A questo serve la birra, penso mentre bevo guardando Mamma ho Perso l’aereo. Ho un unico compito, andare a prendere la nonna per il pranzo. Divertente tenendo conto che sono l’unico in casa senza patente. Ma non è il momento di fare opposizione ai programmi di mio padre. È già un successo ce ne sia uno. 

Natale 2001
Io e Silvia abbiamo deciso che le feste di Natale sono un ottimo periodo per non festeggiare. Abbiamo le nostre battaglie personali da fare, misuriamo due brucianti delusioni d’amore, le nostre famiglie sono li ad aspettare dei segnali di ripresa, la mia Vespa brucia più olio del previsto, facciamo l’amore da questa estate. Per conquistarla ho portato dodici tulipani fino alla fine della città, sorridendo. Prendiamo tutti i turni dell’ambulanza durante le feste. Io faccio la vigilia con Jerry e Tony, con mio padre che passa dalla sede con una bottiglia di Moscato. Poi insieme facciamo il 26 e il 27. Potremmo andare avanti all’infinito. Io ascolto in silenzio la sua rabbia e lei mi bacia il collo per curare il mio dolore. In ambulanza ascoltiamo il DiscoLetto, una specie di tortura romantica. A Capodanno pensiamo di andare a Camogli. Decideremo all’ultimo momento. Lo abbiamo fatto fino alla fine. Durante il turno del 24 entro ed esco da cene natalizie, portando via gente, e un po’ mi dispiace. In fondo lo faccio per mia madre. Sono bravo. A guidare l’ambulanza, a improvvisare l’amore. Un po’ meno a vivere. 

Natale 2003
Ho voglia di dirlo al mondo, mentre guido la macchina sui tornanti che portano alla nostra casa. Abbiamo preso una villa, con camino e travi a vista. Odio la montagna, ma adoro le persone che ho in casa. Insomma, sto bene. Tutte le mattine mi alleno, la boxe non conosce feste. La sera bevo. Anche la mia sete non conosce feste. Una sera la incontro, per caso. E ci baciamo. Rubando felicità a una notte stellata. Scrivo tutte le notti, su un computer che due settimane dopo cadrà dal tavolo. Perdo tutto quello che ho scritto a gennaio. Perdo un pezzo d’anima a dicembre. Ho voglia di dirlo al mondo, che perdere l’anima non è poi così male. Anzi. Non mi ricordavo così felice da tempo. Bevo per ricordare questa felicità. Ritrovo in uno zaino He Man, e lo preparo per una degna sepoltura davanti all’albero, il mio albero. Nel frattempo, lo porto con me in montagna. Vino, libri, He Man e un sacco di neve. Merry Christmas, penso. Ho scoperto Frank Sinatra, con irrimediabile ritardo. Adesso ascolto solo Frank Sinatra. Diventando molesto. Sono, in fondo, molto molesto. 
Natale 2006
La casa è ancora vuota. Abbiamo un letto, un televisore appoggiato su degli scatoloni e un letto. È il primo Natale in questa casa. Nella mia casa. Nella nostra casa. Abbiamo del vino, una voglia matta di fare l’amore, e una grossa pila di biglietti aerei, che poi sono la ragione per la quale non ho tempo di comprare mobili. Immaginiamo la casa arredata. I nostri amici si accontentano, come noi, di mangiare seduti per terra. Beviamo e ridiamo. Mi sono riletto tutto Fante, durante dicembre. Mi sono innamorato della California, durante settembre. Abbiamo un fantastico futuro davanti e una casa vuota da riempire. Ho, difatti, in mente di comprare centinaia di libri. E bottiglie. La sera della vigilia, accendiamo una candela, scambiandoci regali che sanno di cannella. Ne ho portata a casa a tonnellate dall’America. La nostra casa sa di cannella, amore, e prospettive. È un Natale strano. Penso. Il primo. O l’ultimo, dipende da dove lo guardi. Io sorseggio Passito mentre ascolto i rumori della notte. Il respiro di una donna che dorme con me è una cosa nuova. Anche il Passito. A oggi, lo ammetto, non adoro il respiro di qualcuno che dorme con me, e nemmeno il Passito, ma lo dico sottovoce, per non passare per stronzo. Le donne sono suscettibili sul Passito.
Natale 2010
Brindo con Champagne freddo, guardando fuori dalla finestra e allo stesso tempo il pancione teso e duro che mi sta accanto. Abbiamo annunciato a tutti, era impossibile non farlo, che saremo tre. Sembriamo sedici, dalla gioia rotonda che ci prende. Ho deciso di comprarmi un regalo, una moto. Mi sembra poco opportuno confondere gli annunci. Mio padre mi guarda sorpreso. Non riesco a decifrare lo sguardo. Sembra felice. Diventerai nonno. Diventerò padre. Sono cose a cui non ci si prepara troppo seriamente. Ho finito di viaggiare come un cane due giorni prima di Natale, il tempo di digerire il pranzo e riparto. Va tutto bene. Io, lei e la nostra pancia procediamo dentro il futuro. Abbiamo paure che non si possono dire e certezze che ci faranno sorridere, quando si sgretoleranno come fango secco. Tengo l’ultimo sorso di champagne per brindare con mia madre. Mi chiudo in bagno con il bicchiere, tiro fuori la foto dal portafoglio, sorrido, e brindiamo. Esco dal bagno tirando sul con il naso rimettendo la foto nel portafoglio. Mia sorella dice che non gliela racconto giusta. Pensa che io mi droghi. Lo pensa da sempre. Non lo ho mai fatto. Fa niente. Sorrido a mio padre e esco a fumare. 

Natale 2011
Il Piccolo ha preso molto seriamente il fattore sorpresa. È un bambino molto sveglio, ridicolo nelle tutine che sua madre gli compra, che apre voracemente i suoi pacchetti. Uno zio gli regala una macchina telecomandata. A un bambino di otto mesi, cazzo. I regali sono tutti per lui, come le attenzioni. Ho imparato ad avere un figlio. Sono felice. Penso. Lo guardo ridere. È bello. Il sorriso di un bambino illumina le notti. Non si impara ad avere un figlio. Con un figlio si impara di nuovo l’amore. Tutto cambia, anche il Natale. Figuararsi l’amore.  La sorpresa è una febbre da cavallo. Una delle tradizioni che porteremo avanti sempre. Ho comprato una bottiglia di Champagne che costa come un motorino. Me la bevo da solo. Egoista. Ho comprato un diamante. Mi sentivo emozionato nel farlo. Sveniamo di sonno, tutti e tre, appena dopo cena. Forse lo champagne era troppo. Il diamante resta impacchettato sul mobile, vicino al presepe che mio padre viene a fare in casa mia tutti gli anni.  Al mattino di Natale mi viene un’idea malsana. Esco presto, con la carrozzina, respirando freddo e umido. Cammino spedito verso il prato. Non c’è in giro un’anima. Arrivo al mio albero e cerco un ramo caduto, o qualcosa per scavare. Riconosco il punto dove ho seppellito He Man, e un sacco di altre cose. Ma non c’è traccia del mio eroe. Peccato. La plastica dovrebbe avere tempi biblici per sparire nella terra. Forse He Man era davvero di muscoli e non di plastica, come mi era sembrato nel 1986. Sarebbe stato fico regalarlo a mio figlio. Glielo dico mentre cammino spingendo la carrozzina verso un bar aperto. Sorride. Sorride sempre. Che è un bene, con un padre così. 
Auguri
Surf it fritz! 

Lettera ai miei fratelli (da fucking brotherhood)

Quando sono nato, tecnicamente, ho avuto in dono, fin da subito, due splendide sorelle. Che uno quando nasce, e per un bel po’ non sa che cazzo farsene delle sorelle. Nemmeno dei fratelli. Succede. Poi, con il tempo, con la vita, uno impara.

Invece i miei fratelli mi sono stati dati in diversi momenti della mia vita. Uno alla volta. Sono arrivati nei modi più disparati.

Freddie mi si è seduto davanti a scuola. Dave è arrivato in un periodo punk nel quale facevo surf sul tetto della Panda 750 in Via Dei Missaglia. Renato è arrivato offrendomi una gita a cavallo. Cocco ci provava con quella che sarebbe diventata mia moglie. Jannella lo ho conosciuto che filosofeggiava sulla vita e sull’importanza di una corretta igene dentale. Modugno ci è stato portato in regalo dal Cocco. Insieme a una ridicola moto da ispanico spacciatore di metanfetamine.

Sembra ieri. Voi vi ricordate?

La storia, le più belle storie della vita, si scrivono un giorno alla volta. Vivendo.

Permettetemi però di scriverne. In fondo questo è il biglietto che accompagna i vostri regali.

Quest’anno ne scrivo uno solo. Non è da me. Adoro scrivere lunghe lettere. Ma, c’è un ma, e se per questo c’è anche un perchè, ma questo 2015 mi ha lasciato molte cose. Esperienza, cazzo. Un sacco di vita.

Quantificando, il sacco di vita, ho dei capelli bianchi, la barba mi fa lo scherzo che sembra bionda, ma se la guardi da vicino sta sbiancando anche lei, ho cinque buchi in pancia, un noioso mal di testa dovuto a tutti i casini che gestisco, metà dei quali, come ben sapete, me li creo da soli. Quantificando, insomma, è stato un anno intenso. Vivo molto, amo molto, lo sapete.

Mi sono reso conto, ma lo sapevo già, di essere molto fortunato. Molto.

Quantifcando, sono felice di avervi al mio fianco. Un po’ dietro, un po’ di fianco, un po’ davanti.

Chi mi trascina, chi mi spinge, chi mi accompagna.

Quello che fanno i fratelli.

Osservo le vostre vite, che vanno veloci, che rallentano, che amano, che soffrono, che ridono, che piangono, che fanno casino insieme alla mia. E sono felice di farne parte.

Ci sono stati dei giorni in cui non avrei avuto modo di uscirne, invece mi avete tirato fuori. Ci sono stati dei giorni in cui sono arrivato sul nostro angolo di marciapiede, affannato, stanco, nauseato, e mi sono sentito a casa. Una casa in cui bere e parlare, a volte fino a notte fonda.

Io sono molto fortunato. Ho il vantaggio di potervi osservare tutti. Lo pensavo mentre facevate la coda per il pollo a Saint Tropez. A dirla tutta, facevate la coda per la bionda che serve il pollo. Venti euro per un pollo. Vi osservavo, e pensavo, cazzo sono fortunato.

Vi osservavo, in un pomeriggio di gennaio, a Moneglia, con un’acqua congelata che mi distruggeva la fronte e le mani, mentre remavate per prendere onde. Guardavo il profilo della montagna, il sole rosso, l’acqua, e pensavo, Dio grazie.

Vi ho visti tutti insieme, su quell’angolo di marciapiede, a gridare per il mio compleanno. E ho pensato, siete il regalo migliore che potessi chiedere.

Dio ci ha dato talenti, bellezza, fortuna, un bel pacchetto di casini, per avere poi un passato da ricordare.

Dio ci ha dato l’innata capacità di incasinare la nostra vita. E, lo ammetto, siamo stati parecchio bravi a farlo. Ma sono anche sicuro si possa migliorare, continuando a incasinarla, e a berci sopra.

Mi vengono in mente ricordi che mi fanno sorridere. Come ogni viaggio in moto, come ogni surfata, come ogni serata in cui, nel bene o nel male, stiamo insieme. Come i lavori, le famiglie, le nostre vite che urlano.

È bello doverlo ammettere. Ho bisogno di voi.

Ci penso spesso. E mi rendo conto di avere davvero bisogno di quello che fate per me.

Sarebbe una vita infame, senza di voi. Forse, anzi quasi di sicuro, sarei già morto.

Quest’anno ho avuto davvero bisogno di voi. E ci siete stati. Tutti.

Più che una lettera di Natale, è una preghiera per il 2016.

Per avervi ancora.

Perchè, davvero, senza di voi, sarebbe un casino insostenibile.

Grazie, fratellini.

Grazie Freddie. Perchè sei un testardo del cazzo, che vuole vivere o morire con me. So che non mi molleresti mai. E un po’ me ne bullo. Grazie perchè ti sento al mio fianco. Continua ad accompagnarmi come hai fatto a quella festa a giugno a Varese. 1996, fratello.

Grazie Rena. Ce lo siamo detti molte volte. Io senza di te non saprei davvero come fare. Abbiamo vissuto il meglio e il peggio di noi. Fico farlo insieme. Voglio lo stupore che avevamo finito il tunnel del Colle Tenda, la prima volta. Quante prime volte insieme…

Grazie Dave. Tu sei davvero quello che morirebbe per me. Per noi. Grazie perchè, piano piano, sei sempre dietro di me. Tranne che in moto, ma quello è un bene. Tienimi con te. Anche perchè mi fai un sacco divertire quando prendi sul serio i miei casini.

Grazie Cocco. Prima di tutto di aver smesso di provarci con mia moglie. Non era carino. Grazie perchè mi calmi, come una birra fresca, e mi riporti sempre sulla strada. Grazie perchè sei saggio, e ci dici cose belle, senza mai tirartela.

Grazie Modugno. Hai preso tutto Franz, senza lamentarti troppo. So di farti incazzare, mi piacerebbe farlo di lavoro. So anche di volerti davvero bene. È bello avere un fratello come te. Tolta la moto da filippino. Ma quello è il meno. Grazie per tutto.

Grazie Jannella. Sei l’unico che è riuscito a convincermi che Terzani andasse letto. Sei l’unico che prende le mie decisioni, le digerisce, e poi arriva, nel mezzo di una spiaggia deserta, e spara con amore su tutto quello che ho. Se anche l’unico che non si tira mai indietro. Non partire non lasciarci.

Grazie fratelli. Quest’anno va così. Grazie per esserci stati. Per aver portato in giro i miei segreti, i miei casini, le mie certezze, la mia vita, insomma.

Grazie, perchè so che non smetterete di farlo.

Grazie.

Fratelli.

Beleza!

Immagina

Immagina di essere un uomo, o una donna, momentaneamente felice. Percepisci il fattore momentaneo della tua felicità, l’estrema volatilità di questa sensazione, la pericolosa e traballante emozione che affiora dopo mesi di tensione. 

C’è il sole. Mattino d’inverno.

Sai benissimo che, per mantenere questo fragile algoritmo, devi muoverti con delicatezza, parlare il meno possibile, respirare piano, comportarti insomma come se questo corpo estraneo non dovesse muoversi troppo dentro di te. 

Lo sai perchè l’ultima volta che sei stato felice, hai fatto movimenti irragionevoli, chiamate spontanee al telefono, giocose conversazioni, e hai rotto tutto. 

Cammini con fare protettivo, come le madri con i loro piccoli. 

Osservi la città. La conosci bene, in fondo. Ne sei parte da sempre, e sempre ne farai parte. Ne conosci i peccati e le ambizioni, conosci il lento declino culturale, le piccole fiamme d’amor proprio che ritrovi in un giardino ben curato, in una chiesa restaurata, in una nuova libreria che con coraggio apre i battenti. 

Mentre cammini osservi anche gli altri. Che nelle domeniche prima di Natale sono un esercito. L’esercito degli altri, un insieme bovino di subumani che passeggia in luoghi di cui non conosce la storia, per comprare cose che non si potrebbe permettere di comprare, per celebrare una festa di cui non vogliono capire il significato. 

Avanti, vecchio stronzo, cerca di essere meno cinico. 

Osservi gli uomini e le donne che camminano. Sorridi. Questo, probabilmente è imputabile a quel picco di felicità che ti domina, come glicemia impazzita, dalla mattina. 

Ordini il solito caffè, nel solito bar, mentre tuo figlio fa le solite cose. Crea dei piccoli bacini di entropia totale, stando ben attento a non superare i confini del tavolino del bar. 

Sul tavolino c’è l’inferno. Fuori, la serentià. Tutti i fine settimana la stessa storia. Adora sbriciolare, speszettare, spalmare. 

Adora il disordine. Come il padre. 

Uscendo per fumare ascolti distratto tre ragazze che indicano una terrazza. 

– Quella deve essere la casa di Armani.

No. Non lo è. In quella casa abitano ricchi avvocati, cognome sconosciuto, reddito impazzito, terrazzo vista Duomo. 

Ma non correggi. 

Respiri l’aria densa del mattino. 

E pensi, che essere felice, quando sai di esserlo, e ne conosci tutta la tragica fragilità, è bello come lo era anni fa. Quando eri felice di più, meno consapevolmente, più selvaggiamente, con molte meno ragioni per esserlo. 

Dovresti comprare dei regali. Sai che non lo farai. Lo farai, lo sai perchè è così da anni, secoli, il pomeriggio della vigilia, insieme ai soliti quattro, bevendo vino nel bar sotto al Duomo, correndo pochissimo, parlando di vita e di massimi sistemi. 

Per questo non ti preoccupi molto dei regali. 

Oggi, non ti preoccupi di nulla. 

Respiri.

Pensando a cosa vorresti fare, in questi giorni di vacanza. Che vacanza non ne hai mai fatta. Ma quest’anno vuoi farla. 

Scrivere. Leggere. 

Ti viene in mente il perchè di tutta questa felicità.

Sentirsi amati. Per davvero. 

Hai sentito amore, come mai. 

Questo fa felici.

Scrivere, leggere, fare l’amore o anche solo parlare, seduti su un divano. 

Sembra un buon piano. 

Immaginane uno migliore. 

Try or cry

Osservo spazientito l’ennesima garza inzupparsi di sangue. Osservo il mio sangue. Lo pensavo più chiaro. Credevo di avere un sangue decisamente più rosso. La garza, bianca e pura, si colora di un rosso scuro, denso, difficile da immaginare.

Oggettivamente non soffro.

Ho una soglia del dolore molto alta. Lo sapevo da me. Ma una puntigliosa dottoressa, piombata nel mezzo di una noiosa mattina d’ospedale, usando criteri a me sconosciuti, ha misurato il mio reggere al dolore.

Bravo. Ha detto.

Come se sopportare il dolore fosse una bravura.

Grazie, ho risposto.

Fanculo, avrei risposto volentieri, ma mio padre, mia moglie e una delle mie sorelle mi hanno vietato di dire quello che penso, perlomeno in ospedale. Speventati da misteriose ritorsioni.

Grazie, ma due cose mi preme di dirle. La prima è che con i fianchi così larghi, sarebbe opportuno puntare su pantaloni meno fascianti. I fianchi larghi sono difficili da portare in giro, lo capisco. Andrebbero nascosti come si fa con le scenografie a teatro. Morbide tende rosse. Morbidi pantaloni, ecco.

Ma non lo dico.

La seconda è che sopporto il dolore perchè ne ho provato molto. Il dolore è una droga pericolosa. Un poco di dolore cambia gli uomini e le donne. Li spaventa.

Poco di più e gli uomini si fermano, si paralizzano.

Ancora, e gli uomini fanno cose molto stupide.

Ho provato molto dolore. Ovunque. Botte da orbi, al cuore, al naso, all’anima.

Forse per questo mi sono assuefatto.

A me l’eccesso di dolore mi fa un effetto strano. Mi fa stare zitto, e mi fa venire nostalgia.

La nostalgia.

Il dolore del distacco.

Il troppo dolore mi fa sentire il distacco. Il distacco da un periodo della mia vita nel quale non c’era dolore. C’era altro. Mi vengono in mente odori, ricordi precisi, sensazioni, rumori, canzoni.

Quasi a volermi proteggere dal dolore.

Oggi è uno di quei giorni.

Non ho paura del dolore. Andiamo, tutti hanno paura del dolore. Anche io. Ma non ho paura di sentirlo. Ho solo paura di viverlo.

Oggi.

Ho sofferto.

Troppo.

Un infermiera stanca, sgraziata, grassa, con due occhiaie mastodontiche, mi chiama.

Sentire il mio nome pronunciato prima con odio e rabbia, in una macchina.

Poi con distacco e deferenza, in un ospedale.

Mi viene in mente una canzone, che canticchio alzandomi a fatica, tenendo premuta la garza sulla pancia.

Molto del dolore che ho avuto, me lo sono cercato.

Fa parte del gioco.

Molto mi è arrivato gratis, misterioso dono della vita.

Non rifiuto niente della vita, ho imparato a non farlo.

Respiro stringendo i denti, mentre osservo due dottori che si impegnano con bisturi, aghi e fili.

No, non voglio nessuna anestesia.

Non ne ho bisogno.

Chiudo gli occhi, per non vedere. Poi, finisce che associo i colori, le forme, le cose che vedo, al mio dolore.

Trafficano parecchio, laggiù.

Non ho mai avuto così tanto impegno sulla mia pancia, sul pube, in mezzo alle gambe, come in questo periodo.

Sorrido pensandoci.

Credo di ricordare una dozzina di donne e altrettanti uomini, che nel corso di questo periodo hanno passato del tempo facendo cose o chiaccherando davanti al mio cazzo.

C’è gente che aspetta una vita, momenti del genere.

Questa mattina la macchina correva, rabbiosa come chi la guidava. Sono due giorni che ho smesso di guidare. La macchina e la vita. Lascio che altri guidino. Mi fa troppo male. Guidare e vivere.

Io davanti a così tanta rabbia provavo un dolore mai provato prima. Arrivavano parole, come lame, lanciate da un lanciatore molto attento, metodico, disposto a tutto per provocarmi il massimo dolore.

Restavo fermo, come quelle fedeli assistenti dei lanciatori di coltelli del circo. Restano ferme, si fidano. Spesso per amore. Lo stesso uomo che le ama, potrebbe ucciderle.

Faccio lo stesso.

Resto fermo, in silenzio.

Anche il silenzio, in queste situazioni, può essere interpretato. Come fosse un discorso.

Il mio silenzio è semplicemente l’unico modo per non piangere.

Mi sembra un buon modo. Funziona. Viene sempre male interpretato, ma funziona.

Esco vivo per miracolo, dalla macchina.

Non ci avrei scommesso. Raramente scommetto su me stesso. Oggi non lo avrei fatto di sicuro.

Mangio.

Rido.

Scherzo.

Ho il cuore morto.

Un pugnale è arrivato dritto nel cuore. Una parola di troppo. La rabbia fa questo.

Ordino vermentino, per rimediare a un Prosecco.

Arriva vermentino. Ma è sardo.

La differenza, oltre che nel colore, è nella fine del gusto.

Bevo. Non dovrei. Ma devo farlo.

Ho dolore al cuore, un dolore che si cura, ma la cura è anche la causa.

E dolore a questa fottuta ferita. Che sanguina. Implacabile.

Riapro gli occhi.

Hanno finito.

Fatto male? Chiedono.

Non so, rispondo.

Mi alzo, ci provo.

Ci vogliono dieci minuti, cazzo.

Poi esco, mi siedo in un angolo. Mi accendo una sigaretta.

E canto, sottovoce, quella splendida canzone, malinconica come poche, che mi ricorda la voce di chi me la cantava.

Piango.

Finalmente.

A dirotto.

Di dolore.

Si piange di paura, di dolore, di sconforto.

Si piange per molte cose. Molte cose non meriterebbero lacrime.

Le mie lacrime sono meritate, per questo fiottano abbondanti.

Un signore, sessant’anni, cappotto elegante, viso stanco, mi avvicina.

– tenga

mi dice porgendomi un fazzoletto

– non mi serve

– su forza. Qui tutti hanno motivo di piangere. Ma poi bisogna smettere.

Non ho mai asciugato le mie lacrime con un fazzoletto. Lo trovo immorale.

Non ho mai deciso il quando smettere di piangere. Di solito pianifico il come. Con una bottiglia di vino, con una scopata, con una camminata. Smettere di piangere si può fare in tanti modi. Ma non a comando

– si faccia i beati cazzi suoi

rispondo tirando su con il naso.

Mi alzo e cammino verso la macchina. Per riflesso, annuso il sedile, come potessi trovare un profumo.

Guido imprecando. A ogni frenata, sento i punti tirare la ferita.

No, non fa male.

Fa male, ma ho altro a cui pensare, in verità.

Troppo.

A cui pensare.

Non c’è dolore che un sorriso non possa sconfiggere.

Lo diceva mia madre.

Ti fidi di cose del genere.

Mi sono fidato sempre.

Di me stesso, e di cose del genere.

Allora sorrido.

Per due ragioni: perchè sbaglio, a volte, a fidarmi di me stesso, e perchè un sorriso sconfigge il dolore.

Ho un pugnale nel cuore. Lanciato da una mano rabbiosa, che mi avrebbe ucciso.

Sorrido.

E piango.

E guido.

E canto.

Penso proprio di meritarmelo, questo cazzo di Natale.

Mi dico.

Che regalo vorresti per davvero?

A te stesso puoi dirlo, mi dico.

Perchè parliamo da soli, adesso, mi rispondo.

C’è una buona possibilità che sia schizofrenia, mi dico.

No, mi rispondo. Stiamo facendo squadra.

Per sopportare il dolore.

Bene. Siamo una squadra che può farlo, mi rispondo.

Certo, mi dico.

Ok, ma adesso basta parlare da soli.

Ok.

Promettilo!

Ok

Non mi fido.

Nemmeno tu!

Ovvio.

Ma non ti fidi di te stesso.

Dettagli.

Oh cazzo.

Ben detto.

Mettiamoci un punto.

A cosa? Alla ferita? A quale ferita? A quale causa?

Dicevo al fatto di parlare da soli, cazzo.

Ah, avevo frainteso.

Anche tu!

Si, non sei chiaro.

Cazzo, se non sono chiaro con te è preoccupante.

Eh.

Per questo sto zitto.

Per cosa?

Per non essere frainteso.

Ok.

Davvero?

Si, ok. Mi sta bene.

Bene.

Cosa fai, ricominci a piangere?

Mi viene così.

Mah

Per Amare la Vita (la lista)

Per amare la vita, bisogna tradire le aspettative.

Per amare la vita, bisogna provare a morire a piccoli passi, ma poi tornare.

Per amare la vita, bisogna togliersi di dosso le paure, gli orari, i progetti, i sogni, i ricordi. Nudi, bisogna stare, davanti alla vita, per lasciarsi amare.

Per amare la vita, bisogna non dirlo a nessuno.

Per amare la vita, bisogna metterle una divisa che ti piaccia, vestirla bene, che poi alla fine deve uscire con te la tua vita.

Per amare la vita, devi amare la tua faccia al mattino, con le lacrime della notte, quelle che lasciano il segno.

Per amare la vita, dovresti fare delle liste delle cose che ami, delle cose che odi, delle cose che vorresti, delle cose che potresti, delle persone che hai, delle persone che vuoi, della persona che sei, della persona che vorresti essere.

E poi, questa lista, la devi tenere bene attaccata al cuore. Tutti i santi giorni. Immagina cose, sogna misteri, disegna progetti, corri incontro a destini che ti sei ritagliato addosso. Sempre con questa lista.

Incontra nuove anime. Fallo sempre. Le anime nuove si incontrano per caso o per desiderio. Meglio incontrarle per caso. Che il desiderio, a volte, offusca la tua lista, come una sottile nebbia.

E trova un’anima che la tua lista la sappia leggere. Capirla no. Quello lo puoi fare solo tu.

Ecco, a quell’anima, prima di dire tutto, prima che capisca che tu assomigli vagamente a un trattore polacco, di quelli fatti prima della Grande Guerra, che vanno a diesel, bevono un sacco per fare pochissima strada, e che sulla strada poi si trovano male, e quando devono arare, sembra che soffrano solo loro, che quando trasportano annaspano, un trattore del cazzo insomma, prima che capisca che tu sei un trattore del cazzo, e come tutti i trattori del cazzo hai la maledizione di tirare avanti, ma a un prezzo altissimo, prima di tutto questo, dille grazie.

Perchè trovare un’anima che ti stia vicino per davvero, senza che mi sbilanci, ma quello è la cosa più vicina al paradiso che potrai provare nella vita.

Solo, per Dio, sarai sempre solo. Pur volendo contornarti con persone che chiamerai amici, amori, amanti, sarai solo.

No, non è una cosa brutta. Nasci solo. Muori solo. La solitudine è stupenda.

E in mezzo a tutto quel tuo perder tempo dando nomi alle persone che incontri, non perder tempo, non farlo, quando avrai trovato l’anima che ti sta vicino per davvero.

La riconoscerai. Non chiedere come. Le cose importanti nella vita si fanno, senza chiedere come si possano fare.

I manuali li hanno inventati gli uomini, per sentirsi più sicuri.

Ingialliscono, le pagine dei manuali, mentre tu tenti di leggere le istruzioni del tuo cazzo di trattore. Va così. Il trattore. Inutile parlarne troppo. Direi che ce ne possiamo fare una ragione.

Per amare la vita, butta i manuali, abbandona le scialuppe, scarica il salvagente, togliti i pesi inutili come tutte le sicurezze che ti sei messo addosso.

Per amare la vita, queste cose non servono.

Ci saranno giorni in cui la tua lista peserà. Dicono sia il peso dell’anima. Dicono. Può pesare, dannata anima, tanto da non farti respirare. Come, ma di quello non te ne vuoi accorgere, può essere leggerissima nei giorni di felicità.

Il peso non misurarlo mai. Oppure fallo a mezzanotte, ubriaco, fertile come la terra che tenti di arare.

Tieni la lista. E la mano dell’anima che hai trovato.

Non giurarle amore infinito.

Non fare passi falsi.

L’amore infinito è come la promessa di un venditore di limoni, il primo del mercato, che ti dice che i suoi limoni sono più buoni degli altri.

Non fare promesse da mercante. Le anime non ne hanno bisogno.

Fallo.

L’amore infinito.

Fallo.

E’ una cosa che va fatta tutti i giorni. Piano, senza esagerare. Ma tutti i giorni che la vita ti da, usali per amare.

L’anima che ti ha scelto per camminare con te risponderà, come fiori che rispondono al sole, come fuoco che risponde alla notte, come acqua che risponde alle nubi. Cadendoti addosso, proprio come acqua, l’amore ti nutrirà.

Bagnerà la tua lista.

Asciugala e rileggila.

Per amare la vita, in fondo, devi fare tutto il contrario di quello che stavi facendo.

Esci, in un mattino di dicembre, con passo incerto, nel freddo, assicurandoti di aver spento le luci di casa, esci.

Cammina, respira. Senti l’aria?

Ripassa la tua lista.

La vita è proprio bella.

 

 

Rise, again

L’alba temporeggia, ci mette un sacco di tempo. Non sapevo fosse così lunga, la nascita del sole d’inverno. È un crescere di luce, che lotta con la foschia, cerca di filtrare tra i rami spogli, combatte con i lampioni. Sembra una cosa facile, per te che ti alzi al mattino, a battaglia finita. Sembra una cosa scontata. Niente lo è. Niente di bello è scontato.

Guardo fuori, nella penombra, godendomi la battaglia, tifando per il sole, ovviamente. Ascolto la voce della Merini, ho messo una lunga playlist di poesie, visto che mi stanco di leggere subito. 

Qui arriva la parte migliore. 

Mi stanco di leggere, mi stanco di parlare. 

A leggere mi viene sonno, complice il cocktail di robaccia che con incredibile puntualità mi viene sparato nel braccio sinistro. A parlare mi si ferma il respiro. Con una stanchezza enorme. Non posso sostenere conversazioni che vadano oltre le quattro parole. 

E ho scoperto una cosa fantastica. Mi piace ascoltare. 

No, non fraintendetemi. Il rumore di fondo delle vostre vite, il chiacchierio dei vostri piccoli problemi, quello ancora mi ammazza. Non sono cambiato. 

Mi annoia a morte, sentire l’uomo che si lamenta di sofferenze che nella maggior parte dei casi si è procurato da solo.

Però adoro ascoltare cose belle. Una poesia della Merini, un vecchio discorso della Nanda, rubato a un intervista, le parole di Tiziano Terzani sull’amore, un discorso di Kennedy. C’è molta poesia, a portata di dito, oltretutto. 

Così ascolto, isolandomi.

E scrivo.

Scrivere di notte, appena arrivato il mattino, è uno sballo da provare prima o poi.

È come quando da ragazzo andavi a rubare l’alba in spiaggia. 

Ti senti forte, complice di qualcosa di meraviglioso.

È una bella sensazione. 

Scrivo una lunga lista di cose che vorrei fare nel 2016. Ho un vantaggio, nel farlo. Ovviamente scrivo sapendo che avrei potuto non fare un cazzo nel 2016. Nemmeno respirare.

E allora è una lista con un sapore un po’ diverso. 

Non tanto, solo più speziata. Ho sempre avuto fretta. Ho sempre avuto la certezza di essere di passaggio. 

Ecco. 

Non è cambiato molto. 

Vorrei:

– fare il bagno d’inverno, in un pallido mercoledì pomeriggio, con un pescatore che mi guarda perplesso. Sentire l’acqua congelata entrarmi ovunque, come la rabbia, come la passione. E scappare, congelato, verso l’asciugamano. 

– fare un paio di viaggi in moto. Quelli in cui senti che non torneresti. E poi torni, con il broncio come i bambini.

Ma è una lista molto privata. Non posso andare avanti. 

Dovresti farla anche tu, questa lista. Senza alibi. Come me. 

Se vuoi ti presto un paio di cavi di quelli che mi escono dalla pancia. 

Sono una formula abbastanza efficace per sedare la tentazione di produrre liste false o troppo buone. 

Resterai ancora a lungo con lei? Pur sapendo che non è la donna della tua vita?

E ti accontenterai ancora per molto del lavoro?

Poi, rileggi la lista come uno che nel 2017 non c’è. Immaginati un bel funerale, con i tuoi amici e anche la tua ex del liceo che piangono a dirotto e un rinfresco al bar tabacchi davanti al cimitero con del buon Vermentino fresco. 

Ma tu, il 2017 non te lo fai. Era l’ultima lista. Ci aggiungiamo della poesia?
Sorgere, come il sole d’inverno, sembra così scontato. 

Come esserci per sempre. 

04.39

Apro gli occhi in un bagno di sudore, respiro fino in fondo, non riuscendo a finire il respiro per una fitta alla spalla. Ci metto sempre qualche istante a rendermi conto di dove sono. 

Merito del cocktail delle 20.00, con antidolorifici, antispastici e benzodiazepine. Sono l’invidia di tutte le casalinghe depresse, con quello che mi fanno buttare giù per dormire. 

Ci metto sei minuti contati ad alzarmi dal letto. Sei minuti. Prima bisogna far scendere le gambe, segue il tronco, arrivano le spalle. In quel momento, puntuali, arrivano due dolori precisi come chiodi. Chiudi gli occhi e provi a respirare. E stai seduto, occhi chiusi, respiro spezzato, aspettando. 

Ecco, in ospedale puoi permetterti il lusso di aspettare. Nessuno ha fretta, se non i dottori che corrono veloci al mattino da una stanza all’altra. 

Dal letto al cesso sono due metri. Dieci minuti. Mi hanno detto che sarebbe sfato impegnativo. 

Impegnativo mella lingua dei dottori è che il piede destro non segue il sinistro, che la testa si appanna, che le braccia tremano per un male che arriva tutto dalla schiena.

Due metri, dieci minuti. 

Nel silenzio dlle quattro di mattina. Ti ritrovi a invidiare gente che fa cose molto normali come camminare o ridere. Entrambe le cose ti mozzano il respiro. 

Piscio sangue, rosso e denso. Dicono sia normale. Io guardo e tengo il respiro. Fa male anche pisciare. 

Ma il lungo è il ritorno verso il letto. Altri dieci minuti. 

Mezz’ora per pisciare. 

 E ti ritrovi a letto, alle 4.39, a guardare il giornale per recuperare un po’ di rspiro.

Ridi, sentendo inesorabile lo stimolo di pisciare. Ancora. 

Ripetere la procedura. 

Il giovane chirurgo che mi ha operato ha gli occhi svelti e le mani ferme. 

Dieci giorni fermo a letto. Due mesi di piccoli passi. E poi, ricominciare. 

Ha detto.

Certo, ricominciare, questione di un anno, o quasi. 

Ho riso, con una smorfia di dolore. 

E gli ho detto: andiamo, io mi alzo. 

Prova, mi ha detto.

Ho provato, e sono svenuto dal dolore. 

Per tutto il pomeriggio ci ho riprovato. 

Fino a quando la sera, seduto sul letto, lo ho chiamato.

Sei matto davvero, mi ha detto.

Si.

Ma questo lo sapevamo. 

Non devi avere fretta di ricominciare. 

Non ho fretta, è che non accetto ordini da nessuno.

E abbiamo riso ancora. 

Così, sto correndo bruciando le tappe. 

Rifiuto l’antidolorifico, procedo, cammino, piscio. 

Per farmi la barba, il primo giorno, ci ho messo due ore. 

Per farmi la barba.

Per scrivere, adesso, sto sudando. È questione di muovere le braccia. 

Che arrivano le fitte.

Voglio fare il mio fottuto natale. 

Seduto, a leggere il giornale.

Come ogni anno.

Perchè da un letto d’ospedale, anche le abitudini più stupide ti sembrano stupendi avvenimenti. Ecco, sto imparando a guardare il mondo da un letto d’ospedale. 

Questa cosa credo che non la dimenticherò.

Come molte altre.

Prosecco

A far entrare le emozioni non è mai stato un problema. A farle uscire, a volte, ci vuole maniera, tempismo, tecnica e coraggio. 

Oppure Champagne.

Il barista fa proseliti agitandosi per servire improbabili minestroni da villaggio turistico, davanti a una piccola folla di persone. La surreale vita dei bar degli hotel. Mi mancava, in effetti. 

Grandi travi a vista, morbide coperte di pelo, divani bassi, una noiosa musica lounge con pianista che improvvisa scale armoniche. 

Come fossimo sul mare.

Questo mi sta sul cazzo della montagna.

Fanno di tutto per farmi sentire al mare.

Ma il mare, di fondo, non c’è.

Il paesino vive dello struscio infreddolito sulla via centrale, delle luci delle baite che come punti in un nero infinito provano a far finta di essere stelle. 

Ha una sua poesia, forse, la montagna. Più una metrica che una vera e propria poesia. Ma riconosco che possa essere qualcosa di piacevole.

Escono allegre donne rilassate dalla piscina coperta. Sorridono e vanno nelle camere. A farsi belle per la cena.

Io, è un limite, lo ammetto, odio i riti della montagna, più che la montagna.

I vestiti di marca, le borse scintillanti, il trucco e quelle ridicole Timberland che non ho ancora capito perché i cittadini si mettano le Timberland appena scollinano.

Le mie Vans sono ancora piene di sabbia del mare, sono fredde e inadatte. Come me. Che adoro cenare a piedi nudi, a torso nudo, mangiando pesce freddo e bevendo vino.

Poco male.

Ordino champagne. È forse l’ultima bevuta dell’anno.

Non hanno champagne.

Prosecco, dice il cameriere.

Ho già sostenuto questa discussione troppe volte. Tra i tifosi del Prosecco e gli amanti dello Champagne.

Io la metto così, ma non posso dirlo a tutti.

Ho visto champagne scendere lungo schiene nude, rincorrendolo per assaggiarne il dolce sapore, proprio alla fine di una schiena. Ho bevuto champagne da una scarpa, e da una coscia. La sbronza di champagne è melodia, che accompagni con cacao, carne e fragole.

Ho morso caviglie e seni che sapevano di champagne.

Non certo di Prosecco.

Ho bevuto prosecco per festeggiare dozzinali traguardi di vendita. 

Ho sempre pensato: finché posso, voglio champagne.

Prosecco. Dice.

Pazienza, rispondo.

Bevo guardando la vita che scorre vicino al bancone.

Ho emozioni grandi da scrivere, cose uniche, storie stupende.

Lo farò.

Mi avvicina una cameriera.

Il signore alloggia da noi?

Si, rispondo con il primo sorso di Prosecco che mi ricorda che non siamo al mare.

Sorride e se ne va.

Controllano.

Di non aver possibili guardoni, gente comune, nessuno deve vedere il lusso da dentro.

Mi piace, questo protezionismo. Mi ricorda le tende dei motel.

Devo scrivere.

Di cose stupende.

Testardo come il legno del mare

Freddie è un testardo. Lo è sempre stato. Vuole avere sempre ragione. E’ così da quando lo conosco. E lo conosco da quando aveva i calzoni corti. Che è un modo di dire con il quale i vecchi dicono di conoscere qualcuno da quando era piccolo. E’ così. Nel senso che io conosco Freddie da quando eravamo piccoli e nel senso che Freddie aveva davvero i calzoni corti. Una sorta di roba da proto punk, o più semplicemente da skaters di Los Angeles primi anni novanta. Freddie è buono. E’ uno degli uomini più buoni che io conosca. E’ anche bello, a detta delle donne. E’ molto meno misogino di me, questo rappresenta un vantaggio. Per lui. Siamo stati compagni di banco. Ma è stato, soprattutto, compagno di cose.

Le cose che due ragazzi fanno insieme, a una certa età. Che non starò qui certo ad elencare. Ma, considerando il temperamento, potete tranquillamente suppore l’enorme quantità di cazzate che abbiamo fatto. Niente di eccessivamente preoccupante. Siamo, perlomeno siamo stati, due bravi ragazzi. Freddie nella mia vita ci è entrato con quel suo fare dinoccolato, quasi da pugile sorridente, quasi che sembra che disturbi, che poi capisci solo che è un delirante mix tra educazione e timidezza. E ci è restato, prendendosi il meglio e il peggio dei miei anni. I nostri figli potranno parlare di questo. Di quello che i loro padri hanno vissuto.

Noi non ne parliamo spesso. Ma un giorno ci siederemo insieme, e ricorderemo.

Freddie è un testardo, e la sua testardaggine fa bene alla mia anima. Lui vuole capire le cose. Testardamente. E fino a che non le capisce, chiede. Faceva così anche a scuola, quando non dormiva appoggiato sul diario con le mani giunte. Era l’unico, a scuola, a non mettersi in divisa. Lo invidiavo un po’ per questo.

Comunque, il suo fare domande è un balsamo che agisce sulla mia anima, rilassando e riprendendo il filo di discorsi che avevo lasciato in sospeso. Mi perdo i pezzi, lo faccio come fanno i bambini, che a volte dimenticano le paure e le sofferenze. E lui, e la sua fottuta testardaggine, me li recuperano, li riprendono, facendo domande e aspettando risposte.

A questo servono i fratelli, credo.

Per questo  non potrei mai fare a meno di uno come lui. Tutti dovrebbero averne uno, di Freddie. Per certi versi, poi, meglio che ce ne sia uno solo.

Mi porta al mare. Guida come una vecchia zia, ma non puoi dirlo, perché è permaloso. E mentre guardo l’alba fuori dal finestrino congelato, penso di aver fatto bene. Ad aver amato così tanto Freddie. E ad essere partito per il mare con lui.

 

Giorno dopo giorno mi rendo conto di avere un anima davvero complessa. E difficile da gestire. Chi mi ama lo sa. Chi mi ama ha scelto di amarmi senza nessun dubbio. Non potrebbe essere altrimenti.

Prendersi cura della mia anima è un gesto molto nobile. Negli ultimi anni è un affare. Non divertente, ma alla fine dolce.

 

A volte, dopo la testardaggine di Freddie, ho bisogno di qualche ora, per riprendere le risposte e le domande, e pensarci, come fossero regali. Mozziconi di conversazione, dai quali tiro fuori il poco tabacco rimasto, e lo rimetto insieme.

Ne escono sempre pensieri lucidi, taglienti, come le onde di ieri al mare, ripidi, difficili, molto freddi.

 

Alla fine, pigramente, rimetto a posto tutte le domande di cui non trovo le risposte. In quel cassetto che sta per esplodere. Dal quale, prima o poi, dovrò tirare fuori qualche domanda, per far posto a qualche domanda nuova.

 

E’ bello andare al mare con Freddie.

 

E’ bello, per me, il mare.

 

Ho camminato sulla spiaggia, da solo, costeggiando la palude, a ridosso del canneto, seguendo le impronte di un cinghiale. E’ un posto bello per pensare, ho pensato. C’è anche un sole caldo e rosso. Ci si potrebbe sedere, senza parlare, senza dire nulla. Come quando sei fidanzato, e prendi le cose come vengono. Una domenica di novembre, che diventa una domenica di primavera.

Perché lo hai deciso tu.

 

Mi sono preso degli appunti, ho raccolto dei legni levigati, delle conchiglie.

Porto sempre a casa cose molto preziose dal mare. Preziose per me.

 

Ho messo i miei legni sulle pareti in ufficio.

Mi ricordano la resilienza.

Sono passati dentro enormi tempeste. E sono ancora qui, levigati dal mare.

Certo, le cose, dentro le tempeste, cambiano forma.

Non puoi aspettarti di uscire dal tempo o dalle tempeste, senza segni. Ma la nuova forma che prendi, quei solchi duri, quelle rughe, forse sono le cose più belle che puoi avere in mano.

 

I legni mi ricordano questo. Nessuno lo sa.

Ma li guardo spesso per questo.

Ne avevo preso uno in Provenza, molti anni fa, per ricordarmi di come si sopravvivesse al mare in tempesta.

 

E ho fatto la stessa cosa ieri.

 

Mi sono rimaste le parole di Freddie e i legni levigati. Che a ben guardare sono testardi entrambi.

 

Mi piace avere vicino cose testarde.

 

A volte mi fa bene davvero

I Motel della mia vita

L’altro pomeriggio mi è venuto un pensiero fico sui Motel, e un grande desiderio di scriverci sopra un pezzo. Poi, come succede ultimamente, il tempo mi ha ingoiato le ultime energie, facendomi correre e dannare. E finisce che arrivo a sera che ho solo voglia di leggere, per fare una pausa tra tutte le cose che dico, scrivo, penso, di giorno. Ma era un pensiero divertente, quello sui Motel. Mi aveva fatto venire in mente l’America, l’Amore, la gente che urla, l’odore di tabacco sulla moquette, il mio difficile rapporto con i distributori automatici, la Florida, e anche un paio di belle notti che mi sono state regalate, quasi senza che me lo aspettassi.

Inutile che lo neghiate, la nostra generazione è stata protagonista, nella difficoltosa relazione con questi non luoghi. Insomma, che ci siate finiti per scopare con una conosciuta sei minuti prima o con la vostra futura moglie, madre dei vostri figli, conosciuta peraltro sei minuti prima, la cosa importante è che ci siete finiti.

Come me. Come tutti.

Ma è un po’ come votare Berlusconi. Si faceva, ma per carità non si diceva. Retaggio di un ritardo culturale efferato, scopare al caldo su un letto è visto molto peggio che scopare al freddo, chiusi in un’utilitaria, in un parcheggio. Sono anni che mi chiedo perché. Non ho risposte. Ma è così. Tolta la scontata risposta sul costo. In macchina è gratis. Questo è vero. Spesso lo squallore è gratis.

Ho frequentato moltissimi motel. Ma, sorprendentemente, la maggior parte da solo. Ho dormito intere settimane in motel americani, lungo le statali, litigando, appunto, con i distributori automatici, per avere della fottuta acqua.

In un motel in Florida, avevo la porta della stanza direttamente sulla strada, e la mattina, quando aprivo per uscire, salutavo la mia vicina che stendeva i panni dentro al parcheggio. Faceva la puttana, ma stava direttamente in motel. Avevamo grandi televisori, e la notte ero troppo stanco per ascoltare i rumori che provenivano dalla stanza vicina.

Un giorno mi ha prestato il ferro da stiro, e portandolo in dietro ho visto uscire furtivo un cliente. Lei mi ha aperto, in mutandine, fumando.

Il più brutto è stato un motel di Los Angeles, con una orrenda piscina corredata di barbone ubriaco e un via vai di scarafaggi degno di un documentario sulle invasioni animali.

Il regalo meno gradito mi è stato fatto a Long Island, dove ho passato una serata a scovare peli pubici, ricci e neri corvini, sparsi tra il letto, il bidet, la vasca da bagno, convenendo che la depilazione integrale sia un gesto quantomai civile, come anche le pulizie della stanza.

A Parigi mi è toccato dormire in un motel nella prima periferia, a due passi dall’aeroporto, dove il via vai impressionante delle camere vicine mi ha reso impossibile chiudere occhio. Però mi sono fatto una cultura su come godono i francesi. E sul freddo. E sulle televisioni dei motel francesi che danno solo la BBC e i porno. Che non sai cosa sia peggio, per un uomo stanco e solo, tra la BBC e i porno.

I motel italiani sono molto diversi.

Io li trovo luoghi magici. L’umanità in calore, il forsennato via vai di rispettabili padri di famiglia, conosciute madri, la promiscuità dei corridoi deserti, i rumori soffocati, le urla, i discorsi fatti appoggiati a pareti di cartongesso dalle quali tutti possono ascoltare tutto. C’è più poesia in un motel che in molti altri posti, fidatevi.

Si scopa davvero, in quelle stanze, facendo cose che non si ha il coraggio di chiedere al proprio partner. Si piange davvero, in quelle stanze, trovandosi davanti alla realtà, che richiama alla vita normale. Si vive davvero, in quei quadrati messi in ordine per metterli in disordine.

Ci sono inizi, mezze stagioni, e fini dolorose, tutte in una stanza, tutte alla stessa tariffa. Molto democratico, il motel.

 

E i cessi tirati a lucido, con il marmo che invade il buon gusto, come in una partita di Risiko dove però il marmo vince facile, cazzo.

E le vasche da bagno, grandi. E i monodose mai usati. E quei letti troppo ordinati. Che sembra quasi brutto e maleducato, finirci dentro a peccare contro il buonsenso.

E gli armadi piccoli, che tanto gli armadi non servono. E gli specchi, quelli sembra che servano, ma per me è sempre finita che mi osservavo i capelli.

E l’aria sospesa di un luogo che vorrebbe essere familiare ma che finisce per essere quasi fastidioso. Tanto che, quando ti rivesti, pensi sempre come cazzo ci sei finito li dentro. E ti guardi intorno, disperato, per trovare un senso. In motel ci si spoglia di corsa e ci si riveste ancora più in fretta. E nudi, in motel, non si ha freddo, non si ha fretta, non si chiede per favore.

 

Costruiti secondo una logica bigotta, negli angoli delle periferie, ai bordi della città quasi fossero i bordi della decenza, diventano luoghi squallidi per forza e per destino. Ma nulla, nemmeno la più becera e bigotta delle nazioni, può scalfire l’affanno e la fame di un popolo di amanti.

Sono gli amanti a ridare poesia ai motel. Le loro storie, nascoste.

 

Le mie volte in motel con una donna sono state tutte prime volte. Sono un uomo molto fortunato. Ho avuto molte prime volte. Lo penso spesso, che sono fortunato. Sono stato molto fortunato, in amore, perché ho potuto soffrire molto, dare molto, ed avere indietro molte prime volte.

Ho questo patto con Dio, che soffro molto, così il Diavolo mi ridà sempre una prima volta da giocarmi. Mi va bene così, per le mie donne. Fosse normale, sarei già morto. Di noia e di stenti.

 

Avrei voluto scrivere tanto, di queste prime volte. Sono quattro. Quattro racconti per quattro momenti della mia vita. Quattro donne diverse, molto diverse. Quattro colpi al cuore, due anche allo stomaco.

Sono uno di quegli uomini che in motel non ci va spesso. Anzi.

Però quando ci vado, esco sempre senza parlare, perché in qualche modo ho fatto a pugni con la mia vita.

 

Ma non sono le storie, di me nudo, della vita, delle donne nude che ho affrontato, che voglio raccontare. Quelle sono storie che ho capito di non essere bravo a raccontare. Me le racconto da solo, qualche volta, respirando tutto come fossi ancora lì.

Sono i destini, incrociati per caso, di queste donne, che se scorri sulla mia schiena attentamente ci trovi quattro cicatrici splendide, le cicatrici di queste quattro donne.

Sono le quattro cicatrici, che controllavo nel grosso specchio della piscina, che vedo solo io, di questi quattro destini, che sarebbero un bel racconto.

 

Bruciano, le cicatrici, prima di diventare un segno del tempo, prima di smettere di far male.

Come brucia il ricordo, la storia, il profumo.

 

Con una di loro ho fatto l’amore, pensando di morire dopo. Invece non sono morto. E’ stata la mia prima volta. La prima volta che pensi che davanti a tutto quel desiderio, a quei tacchi, a quel consumarsi a vicenda muori, invece non muori mica. Quando lo sai, non smetti più. Credo succeda la stessa cosa ai paracadutisti.

 

Con una di loro ho sentito, forte e chiaro, il cuore smettere di battere. Nel momento preciso in cui ho guardato nel grande specchio a bordo del letto, e ho visto i suoi occhi incrociare i miei, mentre la mia pancia incrociava la sua schiena. Ha smesso di battere, Cristo, ho pensato. Aveva smesso per davvero. Perlomeno, batteva solo con lei. Solo per lei. Solo di lei. Lo sapeva, lo sa ancora.

Un cuore come il mio, ci mette un bel po’ a riprendersi da una cosa del genere.

Con una, forse la più puttana, ho capito di essere l’uomo sbagliato, nel posto sbagliato, con la donna sbagliata. Andava bene a tutti e due. Poi ho anche capito che certe cose, tipo essere quelli sbagliati, non si discutono a letto. Si risolvono da sole, come i brufoli. Se li schiacci, fai solo più casino. Sarebbe saggio lasciarli passare. Lo impari con il tempo.

 

Con una avevamo questa cosa unica. Che i nostri cervelli facevano l’amore, scopavano, si divertivano da matti. Era un piacere vederli. Uno sballo. E allora ci siamo messi nudi anche noi, insieme ai nostri cervelli, per vedere l’effetto che fa, sembrava ci fossimo detti. E siamo finiti, nudi, a parlare seduti sulle scale della stanza. E sapevo che sarebbe finito tutto li. Che quello che pensavamo fosse uno splendido inizio, sapevamo essere una dolcissima fine. Lo rifarei, di travestire una fine da inizio. Fa male, ma è bellissimo.

 

E sono quattro storie stupende, come stupende sono le donne di queste quattro storie.

 

I motel della mia vita sono stati questi. Per questo non mi fanno paura.

E poi io vivo in uffici anonimi e hotel ancora più anonimi.

Sarà per questo che, per farci l’amore fino a perdermi, adoro gli uffici e gli hotel.

 

Queste quattro storie meriterebbero molto più tempo. I ricordi mi fanno sorridere, dovrei davvero scriverne. Ma è anche bello, questo è il bello dei motel, che le storie dei motel restino confinate dentro le periferie della memoria, dove mettiamo il peccato, proprio come confiniamo i motel nelle periferie delle città, dove hanno messo i grandi peccati che vogliono nascondere al centro città.

 

Tutti gli uomini, questo fanno finta di dimenticarlo, sanno benissimo come arrivarci, in queste periferie. E’ solo che, per comodità, fanno finta di dimenticarlo.