04.39

13 Dic

Apro gli occhi in un bagno di sudore, respiro fino in fondo, non riuscendo a finire il respiro per una fitta alla spalla. Ci metto sempre qualche istante a rendermi conto di dove sono. 

Merito del cocktail delle 20.00, con antidolorifici, antispastici e benzodiazepine. Sono l’invidia di tutte le casalinghe depresse, con quello che mi fanno buttare giù per dormire. 

Ci metto sei minuti contati ad alzarmi dal letto. Sei minuti. Prima bisogna far scendere le gambe, segue il tronco, arrivano le spalle. In quel momento, puntuali, arrivano due dolori precisi come chiodi. Chiudi gli occhi e provi a respirare. E stai seduto, occhi chiusi, respiro spezzato, aspettando. 

Ecco, in ospedale puoi permetterti il lusso di aspettare. Nessuno ha fretta, se non i dottori che corrono veloci al mattino da una stanza all’altra. 

Dal letto al cesso sono due metri. Dieci minuti. Mi hanno detto che sarebbe sfato impegnativo. 

Impegnativo mella lingua dei dottori è che il piede destro non segue il sinistro, che la testa si appanna, che le braccia tremano per un male che arriva tutto dalla schiena.

Due metri, dieci minuti. 

Nel silenzio dlle quattro di mattina. Ti ritrovi a invidiare gente che fa cose molto normali come camminare o ridere. Entrambe le cose ti mozzano il respiro. 

Piscio sangue, rosso e denso. Dicono sia normale. Io guardo e tengo il respiro. Fa male anche pisciare. 

Ma il lungo è il ritorno verso il letto. Altri dieci minuti. 

Mezz’ora per pisciare. 

 E ti ritrovi a letto, alle 4.39, a guardare il giornale per recuperare un po’ di rspiro.

Ridi, sentendo inesorabile lo stimolo di pisciare. Ancora. 

Ripetere la procedura. 

Il giovane chirurgo che mi ha operato ha gli occhi svelti e le mani ferme. 

Dieci giorni fermo a letto. Due mesi di piccoli passi. E poi, ricominciare. 

Ha detto.

Certo, ricominciare, questione di un anno, o quasi. 

Ho riso, con una smorfia di dolore. 

E gli ho detto: andiamo, io mi alzo. 

Prova, mi ha detto.

Ho provato, e sono svenuto dal dolore. 

Per tutto il pomeriggio ci ho riprovato. 

Fino a quando la sera, seduto sul letto, lo ho chiamato.

Sei matto davvero, mi ha detto.

Si.

Ma questo lo sapevamo. 

Non devi avere fretta di ricominciare. 

Non ho fretta, è che non accetto ordini da nessuno.

E abbiamo riso ancora. 

Così, sto correndo bruciando le tappe. 

Rifiuto l’antidolorifico, procedo, cammino, piscio. 

Per farmi la barba, il primo giorno, ci ho messo due ore. 

Per farmi la barba.

Per scrivere, adesso, sto sudando. È questione di muovere le braccia. 

Che arrivano le fitte.

Voglio fare il mio fottuto natale. 

Seduto, a leggere il giornale.

Come ogni anno.

Perchè da un letto d’ospedale, anche le abitudini più stupide ti sembrano stupendi avvenimenti. Ecco, sto imparando a guardare il mondo da un letto d’ospedale. 

Questa cosa credo che non la dimenticherò.

Come molte altre.

2 Risposte to “04.39”

  1. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 13 dicembre 2015 a 09:22 #

    A leggerti vien voglia di essere lì accanto a te solo per aiutarti, abbracciarti e starti vicino.
    Non so cosa ti sia accaduto, spero nulla di grave.
    Si capisce quanto sforzo e fatica tu debba fare anche solo per respirare.
    Si capisce e fa male.
    Forza sei un grande scrittore!
    E sei il protagonista di tutti i tuoi racconti.
    Sarà bellissimo leggerti quando ne sarai venuto fuori!

  2. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 13 dicembre 2015 a 12:31 #

    Stavo rileggendo alcuni dei tuoi pezzi.. e mi è venuto questo pensiero.
    Tu vivi la tua vita come fossi davvero il protagonista di un bellissimo romanzo.
    Il protagonista di un libro meraviglioso, il libro della tua vita.
    La maggior parte di noi non sarebbe capace di farlo.
    Questo credo sia uno dei modi più belli di vivere la propria vita. Da protagonisti.
    Raccontandola dal punto di vista del protagonista.
    Con uno stile da protagonista.
    Continua così!
    Non mollare mai.
    Per chi ti sta leggendo sei importante.

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