I Motel della mia vita

27 Nov

L’altro pomeriggio mi è venuto un pensiero fico sui Motel, e un grande desiderio di scriverci sopra un pezzo. Poi, come succede ultimamente, il tempo mi ha ingoiato le ultime energie, facendomi correre e dannare. E finisce che arrivo a sera che ho solo voglia di leggere, per fare una pausa tra tutte le cose che dico, scrivo, penso, di giorno. Ma era un pensiero divertente, quello sui Motel. Mi aveva fatto venire in mente l’America, l’Amore, la gente che urla, l’odore di tabacco sulla moquette, il mio difficile rapporto con i distributori automatici, la Florida, e anche un paio di belle notti che mi sono state regalate, quasi senza che me lo aspettassi.

Inutile che lo neghiate, la nostra generazione è stata protagonista, nella difficoltosa relazione con questi non luoghi. Insomma, che ci siate finiti per scopare con una conosciuta sei minuti prima o con la vostra futura moglie, madre dei vostri figli, conosciuta peraltro sei minuti prima, la cosa importante è che ci siete finiti.

Come me. Come tutti.

Ma è un po’ come votare Berlusconi. Si faceva, ma per carità non si diceva. Retaggio di un ritardo culturale efferato, scopare al caldo su un letto è visto molto peggio che scopare al freddo, chiusi in un’utilitaria, in un parcheggio. Sono anni che mi chiedo perché. Non ho risposte. Ma è così. Tolta la scontata risposta sul costo. In macchina è gratis. Questo è vero. Spesso lo squallore è gratis.

Ho frequentato moltissimi motel. Ma, sorprendentemente, la maggior parte da solo. Ho dormito intere settimane in motel americani, lungo le statali, litigando, appunto, con i distributori automatici, per avere della fottuta acqua.

In un motel in Florida, avevo la porta della stanza direttamente sulla strada, e la mattina, quando aprivo per uscire, salutavo la mia vicina che stendeva i panni dentro al parcheggio. Faceva la puttana, ma stava direttamente in motel. Avevamo grandi televisori, e la notte ero troppo stanco per ascoltare i rumori che provenivano dalla stanza vicina.

Un giorno mi ha prestato il ferro da stiro, e portandolo in dietro ho visto uscire furtivo un cliente. Lei mi ha aperto, in mutandine, fumando.

Il più brutto è stato un motel di Los Angeles, con una orrenda piscina corredata di barbone ubriaco e un via vai di scarafaggi degno di un documentario sulle invasioni animali.

Il regalo meno gradito mi è stato fatto a Long Island, dove ho passato una serata a scovare peli pubici, ricci e neri corvini, sparsi tra il letto, il bidet, la vasca da bagno, convenendo che la depilazione integrale sia un gesto quantomai civile, come anche le pulizie della stanza.

A Parigi mi è toccato dormire in un motel nella prima periferia, a due passi dall’aeroporto, dove il via vai impressionante delle camere vicine mi ha reso impossibile chiudere occhio. Però mi sono fatto una cultura su come godono i francesi. E sul freddo. E sulle televisioni dei motel francesi che danno solo la BBC e i porno. Che non sai cosa sia peggio, per un uomo stanco e solo, tra la BBC e i porno.

I motel italiani sono molto diversi.

Io li trovo luoghi magici. L’umanità in calore, il forsennato via vai di rispettabili padri di famiglia, conosciute madri, la promiscuità dei corridoi deserti, i rumori soffocati, le urla, i discorsi fatti appoggiati a pareti di cartongesso dalle quali tutti possono ascoltare tutto. C’è più poesia in un motel che in molti altri posti, fidatevi.

Si scopa davvero, in quelle stanze, facendo cose che non si ha il coraggio di chiedere al proprio partner. Si piange davvero, in quelle stanze, trovandosi davanti alla realtà, che richiama alla vita normale. Si vive davvero, in quei quadrati messi in ordine per metterli in disordine.

Ci sono inizi, mezze stagioni, e fini dolorose, tutte in una stanza, tutte alla stessa tariffa. Molto democratico, il motel.

 

E i cessi tirati a lucido, con il marmo che invade il buon gusto, come in una partita di Risiko dove però il marmo vince facile, cazzo.

E le vasche da bagno, grandi. E i monodose mai usati. E quei letti troppo ordinati. Che sembra quasi brutto e maleducato, finirci dentro a peccare contro il buonsenso.

E gli armadi piccoli, che tanto gli armadi non servono. E gli specchi, quelli sembra che servano, ma per me è sempre finita che mi osservavo i capelli.

E l’aria sospesa di un luogo che vorrebbe essere familiare ma che finisce per essere quasi fastidioso. Tanto che, quando ti rivesti, pensi sempre come cazzo ci sei finito li dentro. E ti guardi intorno, disperato, per trovare un senso. In motel ci si spoglia di corsa e ci si riveste ancora più in fretta. E nudi, in motel, non si ha freddo, non si ha fretta, non si chiede per favore.

 

Costruiti secondo una logica bigotta, negli angoli delle periferie, ai bordi della città quasi fossero i bordi della decenza, diventano luoghi squallidi per forza e per destino. Ma nulla, nemmeno la più becera e bigotta delle nazioni, può scalfire l’affanno e la fame di un popolo di amanti.

Sono gli amanti a ridare poesia ai motel. Le loro storie, nascoste.

 

Le mie volte in motel con una donna sono state tutte prime volte. Sono un uomo molto fortunato. Ho avuto molte prime volte. Lo penso spesso, che sono fortunato. Sono stato molto fortunato, in amore, perché ho potuto soffrire molto, dare molto, ed avere indietro molte prime volte.

Ho questo patto con Dio, che soffro molto, così il Diavolo mi ridà sempre una prima volta da giocarmi. Mi va bene così, per le mie donne. Fosse normale, sarei già morto. Di noia e di stenti.

 

Avrei voluto scrivere tanto, di queste prime volte. Sono quattro. Quattro racconti per quattro momenti della mia vita. Quattro donne diverse, molto diverse. Quattro colpi al cuore, due anche allo stomaco.

Sono uno di quegli uomini che in motel non ci va spesso. Anzi.

Però quando ci vado, esco sempre senza parlare, perché in qualche modo ho fatto a pugni con la mia vita.

 

Ma non sono le storie, di me nudo, della vita, delle donne nude che ho affrontato, che voglio raccontare. Quelle sono storie che ho capito di non essere bravo a raccontare. Me le racconto da solo, qualche volta, respirando tutto come fossi ancora lì.

Sono i destini, incrociati per caso, di queste donne, che se scorri sulla mia schiena attentamente ci trovi quattro cicatrici splendide, le cicatrici di queste quattro donne.

Sono le quattro cicatrici, che controllavo nel grosso specchio della piscina, che vedo solo io, di questi quattro destini, che sarebbero un bel racconto.

 

Bruciano, le cicatrici, prima di diventare un segno del tempo, prima di smettere di far male.

Come brucia il ricordo, la storia, il profumo.

 

Con una di loro ho fatto l’amore, pensando di morire dopo. Invece non sono morto. E’ stata la mia prima volta. La prima volta che pensi che davanti a tutto quel desiderio, a quei tacchi, a quel consumarsi a vicenda muori, invece non muori mica. Quando lo sai, non smetti più. Credo succeda la stessa cosa ai paracadutisti.

 

Con una di loro ho sentito, forte e chiaro, il cuore smettere di battere. Nel momento preciso in cui ho guardato nel grande specchio a bordo del letto, e ho visto i suoi occhi incrociare i miei, mentre la mia pancia incrociava la sua schiena. Ha smesso di battere, Cristo, ho pensato. Aveva smesso per davvero. Perlomeno, batteva solo con lei. Solo per lei. Solo di lei. Lo sapeva, lo sa ancora.

Un cuore come il mio, ci mette un bel po’ a riprendersi da una cosa del genere.

Con una, forse la più puttana, ho capito di essere l’uomo sbagliato, nel posto sbagliato, con la donna sbagliata. Andava bene a tutti e due. Poi ho anche capito che certe cose, tipo essere quelli sbagliati, non si discutono a letto. Si risolvono da sole, come i brufoli. Se li schiacci, fai solo più casino. Sarebbe saggio lasciarli passare. Lo impari con il tempo.

 

Con una avevamo questa cosa unica. Che i nostri cervelli facevano l’amore, scopavano, si divertivano da matti. Era un piacere vederli. Uno sballo. E allora ci siamo messi nudi anche noi, insieme ai nostri cervelli, per vedere l’effetto che fa, sembrava ci fossimo detti. E siamo finiti, nudi, a parlare seduti sulle scale della stanza. E sapevo che sarebbe finito tutto li. Che quello che pensavamo fosse uno splendido inizio, sapevamo essere una dolcissima fine. Lo rifarei, di travestire una fine da inizio. Fa male, ma è bellissimo.

 

E sono quattro storie stupende, come stupende sono le donne di queste quattro storie.

 

I motel della mia vita sono stati questi. Per questo non mi fanno paura.

E poi io vivo in uffici anonimi e hotel ancora più anonimi.

Sarà per questo che, per farci l’amore fino a perdermi, adoro gli uffici e gli hotel.

 

Queste quattro storie meriterebbero molto più tempo. I ricordi mi fanno sorridere, dovrei davvero scriverne. Ma è anche bello, questo è il bello dei motel, che le storie dei motel restino confinate dentro le periferie della memoria, dove mettiamo il peccato, proprio come confiniamo i motel nelle periferie delle città, dove hanno messo i grandi peccati che vogliono nascondere al centro città.

 

Tutti gli uomini, questo fanno finta di dimenticarlo, sanno benissimo come arrivarci, in queste periferie. E’ solo che, per comodità, fanno finta di dimenticarlo.

12 Risposte to “I Motel della mia vita”

  1. Dito 28 novembre 2015 a 11:56 #

    Come lo guardi, resta sempre un posto mitico, il motel.
    Per voi uomini.
    Per noi è diverso.
    Ma tanto non lo capirete mai

  2. Giulia 28 novembre 2015 a 12:36 #

    Io nei motel ci ho sempre trovato grande squallore.
    Ma mica ci andavo per le stanze.
    Se un uomo vale, vale anche in un motel

  3. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 28 novembre 2015 a 13:21 #

    Quoto Giulia.
    Squallore e un po’ di disagio..
    Ma se un uomo vale, vale ovunque.

  4. Anna 28 novembre 2015 a 13:24 #

    Sono stata fortunata. Nessun uomo me lo ha mai chiesto.
    Avrei detto no, probabilmente

    • Il Franz 28 novembre 2015 a 18:55 #

      Forse sei troppo brutta. O forse hai uomini noiosi

  5. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 28 novembre 2015 a 14:49 #

    Sai qual è la verità?
    Che in motel ci si sente un po’ puttane, vuoi perché le puttane vere lì hanno dimora fissa, vuoi perché in quei posti, se ci vai, è perché non puoi vivere la tua relazione alla luce del sole..
    È per questo che noi donne non li amiamo.
    Ci sentiamo meno sporche se capita in auto.. alla luce del sole, forse.

    • Il Franz 28 novembre 2015 a 18:55 #

      Mah. Bisogna, a volte, essere un po’ puttane. Ne converrete

      • A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 28 novembre 2015 a 21:29 #

        Mi tocca di darti ragione…

      • Il Franz 28 novembre 2015 a 21:31 #

        Beh.. A volte dico, è bello essere la puttana dell’uomo della tua vita

      • Il Franz 28 novembre 2015 a 21:38 #

        Ne ho da vendere. Di mio… Dammi qualcosa che non ho…

  6. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 28 novembre 2015 a 21:54 #

    La puttana dell’uomo della mia vita.
    È una bellissima immagine.
    Soprattutto se una, puttana, proprio non lo è nell’anima.
    Farlo per amore è un’altra storia.
    Bello essere puttana per amore.
    Poi bimba e poi madre.

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