Testardo come il legno del mare

30 Nov

Freddie è un testardo. Lo è sempre stato. Vuole avere sempre ragione. E’ così da quando lo conosco. E lo conosco da quando aveva i calzoni corti. Che è un modo di dire con il quale i vecchi dicono di conoscere qualcuno da quando era piccolo. E’ così. Nel senso che io conosco Freddie da quando eravamo piccoli e nel senso che Freddie aveva davvero i calzoni corti. Una sorta di roba da proto punk, o più semplicemente da skaters di Los Angeles primi anni novanta. Freddie è buono. E’ uno degli uomini più buoni che io conosca. E’ anche bello, a detta delle donne. E’ molto meno misogino di me, questo rappresenta un vantaggio. Per lui. Siamo stati compagni di banco. Ma è stato, soprattutto, compagno di cose.

Le cose che due ragazzi fanno insieme, a una certa età. Che non starò qui certo ad elencare. Ma, considerando il temperamento, potete tranquillamente suppore l’enorme quantità di cazzate che abbiamo fatto. Niente di eccessivamente preoccupante. Siamo, perlomeno siamo stati, due bravi ragazzi. Freddie nella mia vita ci è entrato con quel suo fare dinoccolato, quasi da pugile sorridente, quasi che sembra che disturbi, che poi capisci solo che è un delirante mix tra educazione e timidezza. E ci è restato, prendendosi il meglio e il peggio dei miei anni. I nostri figli potranno parlare di questo. Di quello che i loro padri hanno vissuto.

Noi non ne parliamo spesso. Ma un giorno ci siederemo insieme, e ricorderemo.

Freddie è un testardo, e la sua testardaggine fa bene alla mia anima. Lui vuole capire le cose. Testardamente. E fino a che non le capisce, chiede. Faceva così anche a scuola, quando non dormiva appoggiato sul diario con le mani giunte. Era l’unico, a scuola, a non mettersi in divisa. Lo invidiavo un po’ per questo.

Comunque, il suo fare domande è un balsamo che agisce sulla mia anima, rilassando e riprendendo il filo di discorsi che avevo lasciato in sospeso. Mi perdo i pezzi, lo faccio come fanno i bambini, che a volte dimenticano le paure e le sofferenze. E lui, e la sua fottuta testardaggine, me li recuperano, li riprendono, facendo domande e aspettando risposte.

A questo servono i fratelli, credo.

Per questo  non potrei mai fare a meno di uno come lui. Tutti dovrebbero averne uno, di Freddie. Per certi versi, poi, meglio che ce ne sia uno solo.

Mi porta al mare. Guida come una vecchia zia, ma non puoi dirlo, perché è permaloso. E mentre guardo l’alba fuori dal finestrino congelato, penso di aver fatto bene. Ad aver amato così tanto Freddie. E ad essere partito per il mare con lui.

 

Giorno dopo giorno mi rendo conto di avere un anima davvero complessa. E difficile da gestire. Chi mi ama lo sa. Chi mi ama ha scelto di amarmi senza nessun dubbio. Non potrebbe essere altrimenti.

Prendersi cura della mia anima è un gesto molto nobile. Negli ultimi anni è un affare. Non divertente, ma alla fine dolce.

 

A volte, dopo la testardaggine di Freddie, ho bisogno di qualche ora, per riprendere le risposte e le domande, e pensarci, come fossero regali. Mozziconi di conversazione, dai quali tiro fuori il poco tabacco rimasto, e lo rimetto insieme.

Ne escono sempre pensieri lucidi, taglienti, come le onde di ieri al mare, ripidi, difficili, molto freddi.

 

Alla fine, pigramente, rimetto a posto tutte le domande di cui non trovo le risposte. In quel cassetto che sta per esplodere. Dal quale, prima o poi, dovrò tirare fuori qualche domanda, per far posto a qualche domanda nuova.

 

E’ bello andare al mare con Freddie.

 

E’ bello, per me, il mare.

 

Ho camminato sulla spiaggia, da solo, costeggiando la palude, a ridosso del canneto, seguendo le impronte di un cinghiale. E’ un posto bello per pensare, ho pensato. C’è anche un sole caldo e rosso. Ci si potrebbe sedere, senza parlare, senza dire nulla. Come quando sei fidanzato, e prendi le cose come vengono. Una domenica di novembre, che diventa una domenica di primavera.

Perché lo hai deciso tu.

 

Mi sono preso degli appunti, ho raccolto dei legni levigati, delle conchiglie.

Porto sempre a casa cose molto preziose dal mare. Preziose per me.

 

Ho messo i miei legni sulle pareti in ufficio.

Mi ricordano la resilienza.

Sono passati dentro enormi tempeste. E sono ancora qui, levigati dal mare.

Certo, le cose, dentro le tempeste, cambiano forma.

Non puoi aspettarti di uscire dal tempo o dalle tempeste, senza segni. Ma la nuova forma che prendi, quei solchi duri, quelle rughe, forse sono le cose più belle che puoi avere in mano.

 

I legni mi ricordano questo. Nessuno lo sa.

Ma li guardo spesso per questo.

Ne avevo preso uno in Provenza, molti anni fa, per ricordarmi di come si sopravvivesse al mare in tempesta.

 

E ho fatto la stessa cosa ieri.

 

Mi sono rimaste le parole di Freddie e i legni levigati. Che a ben guardare sono testardi entrambi.

 

Mi piace avere vicino cose testarde.

 

A volte mi fa bene davvero

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