Immagina

Immagina di essere un uomo, o una donna, momentaneamente felice. Percepisci il fattore momentaneo della tua felicità, l’estrema volatilità di questa sensazione, la pericolosa e traballante emozione che affiora dopo mesi di tensione. 

C’è il sole. Mattino d’inverno.

Sai benissimo che, per mantenere questo fragile algoritmo, devi muoverti con delicatezza, parlare il meno possibile, respirare piano, comportarti insomma come se questo corpo estraneo non dovesse muoversi troppo dentro di te. 

Lo sai perchè l’ultima volta che sei stato felice, hai fatto movimenti irragionevoli, chiamate spontanee al telefono, giocose conversazioni, e hai rotto tutto. 

Cammini con fare protettivo, come le madri con i loro piccoli. 

Osservi la città. La conosci bene, in fondo. Ne sei parte da sempre, e sempre ne farai parte. Ne conosci i peccati e le ambizioni, conosci il lento declino culturale, le piccole fiamme d’amor proprio che ritrovi in un giardino ben curato, in una chiesa restaurata, in una nuova libreria che con coraggio apre i battenti. 

Mentre cammini osservi anche gli altri. Che nelle domeniche prima di Natale sono un esercito. L’esercito degli altri, un insieme bovino di subumani che passeggia in luoghi di cui non conosce la storia, per comprare cose che non si potrebbe permettere di comprare, per celebrare una festa di cui non vogliono capire il significato. 

Avanti, vecchio stronzo, cerca di essere meno cinico. 

Osservi gli uomini e le donne che camminano. Sorridi. Questo, probabilmente è imputabile a quel picco di felicità che ti domina, come glicemia impazzita, dalla mattina. 

Ordini il solito caffè, nel solito bar, mentre tuo figlio fa le solite cose. Crea dei piccoli bacini di entropia totale, stando ben attento a non superare i confini del tavolino del bar. 

Sul tavolino c’è l’inferno. Fuori, la serentià. Tutti i fine settimana la stessa storia. Adora sbriciolare, speszettare, spalmare. 

Adora il disordine. Come il padre. 

Uscendo per fumare ascolti distratto tre ragazze che indicano una terrazza. 

– Quella deve essere la casa di Armani.

No. Non lo è. In quella casa abitano ricchi avvocati, cognome sconosciuto, reddito impazzito, terrazzo vista Duomo. 

Ma non correggi. 

Respiri l’aria densa del mattino. 

E pensi, che essere felice, quando sai di esserlo, e ne conosci tutta la tragica fragilità, è bello come lo era anni fa. Quando eri felice di più, meno consapevolmente, più selvaggiamente, con molte meno ragioni per esserlo. 

Dovresti comprare dei regali. Sai che non lo farai. Lo farai, lo sai perchè è così da anni, secoli, il pomeriggio della vigilia, insieme ai soliti quattro, bevendo vino nel bar sotto al Duomo, correndo pochissimo, parlando di vita e di massimi sistemi. 

Per questo non ti preoccupi molto dei regali. 

Oggi, non ti preoccupi di nulla. 

Respiri.

Pensando a cosa vorresti fare, in questi giorni di vacanza. Che vacanza non ne hai mai fatta. Ma quest’anno vuoi farla. 

Scrivere. Leggere. 

Ti viene in mente il perchè di tutta questa felicità.

Sentirsi amati. Per davvero. 

Hai sentito amore, come mai. 

Questo fa felici.

Scrivere, leggere, fare l’amore o anche solo parlare, seduti su un divano. 

Sembra un buon piano. 

Immaginane uno migliore. 

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