Try or cry

18 Dic

Osservo spazientito l’ennesima garza inzupparsi di sangue. Osservo il mio sangue. Lo pensavo più chiaro. Credevo di avere un sangue decisamente più rosso. La garza, bianca e pura, si colora di un rosso scuro, denso, difficile da immaginare.

Oggettivamente non soffro.

Ho una soglia del dolore molto alta. Lo sapevo da me. Ma una puntigliosa dottoressa, piombata nel mezzo di una noiosa mattina d’ospedale, usando criteri a me sconosciuti, ha misurato il mio reggere al dolore.

Bravo. Ha detto.

Come se sopportare il dolore fosse una bravura.

Grazie, ho risposto.

Fanculo, avrei risposto volentieri, ma mio padre, mia moglie e una delle mie sorelle mi hanno vietato di dire quello che penso, perlomeno in ospedale. Speventati da misteriose ritorsioni.

Grazie, ma due cose mi preme di dirle. La prima è che con i fianchi così larghi, sarebbe opportuno puntare su pantaloni meno fascianti. I fianchi larghi sono difficili da portare in giro, lo capisco. Andrebbero nascosti come si fa con le scenografie a teatro. Morbide tende rosse. Morbidi pantaloni, ecco.

Ma non lo dico.

La seconda è che sopporto il dolore perchè ne ho provato molto. Il dolore è una droga pericolosa. Un poco di dolore cambia gli uomini e le donne. Li spaventa.

Poco di più e gli uomini si fermano, si paralizzano.

Ancora, e gli uomini fanno cose molto stupide.

Ho provato molto dolore. Ovunque. Botte da orbi, al cuore, al naso, all’anima.

Forse per questo mi sono assuefatto.

A me l’eccesso di dolore mi fa un effetto strano. Mi fa stare zitto, e mi fa venire nostalgia.

La nostalgia.

Il dolore del distacco.

Il troppo dolore mi fa sentire il distacco. Il distacco da un periodo della mia vita nel quale non c’era dolore. C’era altro. Mi vengono in mente odori, ricordi precisi, sensazioni, rumori, canzoni.

Quasi a volermi proteggere dal dolore.

Oggi è uno di quei giorni.

Non ho paura del dolore. Andiamo, tutti hanno paura del dolore. Anche io. Ma non ho paura di sentirlo. Ho solo paura di viverlo.

Oggi.

Ho sofferto.

Troppo.

Un infermiera stanca, sgraziata, grassa, con due occhiaie mastodontiche, mi chiama.

Sentire il mio nome pronunciato prima con odio e rabbia, in una macchina.

Poi con distacco e deferenza, in un ospedale.

Mi viene in mente una canzone, che canticchio alzandomi a fatica, tenendo premuta la garza sulla pancia.

Molto del dolore che ho avuto, me lo sono cercato.

Fa parte del gioco.

Molto mi è arrivato gratis, misterioso dono della vita.

Non rifiuto niente della vita, ho imparato a non farlo.

Respiro stringendo i denti, mentre osservo due dottori che si impegnano con bisturi, aghi e fili.

No, non voglio nessuna anestesia.

Non ne ho bisogno.

Chiudo gli occhi, per non vedere. Poi, finisce che associo i colori, le forme, le cose che vedo, al mio dolore.

Trafficano parecchio, laggiù.

Non ho mai avuto così tanto impegno sulla mia pancia, sul pube, in mezzo alle gambe, come in questo periodo.

Sorrido pensandoci.

Credo di ricordare una dozzina di donne e altrettanti uomini, che nel corso di questo periodo hanno passato del tempo facendo cose o chiaccherando davanti al mio cazzo.

C’è gente che aspetta una vita, momenti del genere.

Questa mattina la macchina correva, rabbiosa come chi la guidava. Sono due giorni che ho smesso di guidare. La macchina e la vita. Lascio che altri guidino. Mi fa troppo male. Guidare e vivere.

Io davanti a così tanta rabbia provavo un dolore mai provato prima. Arrivavano parole, come lame, lanciate da un lanciatore molto attento, metodico, disposto a tutto per provocarmi il massimo dolore.

Restavo fermo, come quelle fedeli assistenti dei lanciatori di coltelli del circo. Restano ferme, si fidano. Spesso per amore. Lo stesso uomo che le ama, potrebbe ucciderle.

Faccio lo stesso.

Resto fermo, in silenzio.

Anche il silenzio, in queste situazioni, può essere interpretato. Come fosse un discorso.

Il mio silenzio è semplicemente l’unico modo per non piangere.

Mi sembra un buon modo. Funziona. Viene sempre male interpretato, ma funziona.

Esco vivo per miracolo, dalla macchina.

Non ci avrei scommesso. Raramente scommetto su me stesso. Oggi non lo avrei fatto di sicuro.

Mangio.

Rido.

Scherzo.

Ho il cuore morto.

Un pugnale è arrivato dritto nel cuore. Una parola di troppo. La rabbia fa questo.

Ordino vermentino, per rimediare a un Prosecco.

Arriva vermentino. Ma è sardo.

La differenza, oltre che nel colore, è nella fine del gusto.

Bevo. Non dovrei. Ma devo farlo.

Ho dolore al cuore, un dolore che si cura, ma la cura è anche la causa.

E dolore a questa fottuta ferita. Che sanguina. Implacabile.

Riapro gli occhi.

Hanno finito.

Fatto male? Chiedono.

Non so, rispondo.

Mi alzo, ci provo.

Ci vogliono dieci minuti, cazzo.

Poi esco, mi siedo in un angolo. Mi accendo una sigaretta.

E canto, sottovoce, quella splendida canzone, malinconica come poche, che mi ricorda la voce di chi me la cantava.

Piango.

Finalmente.

A dirotto.

Di dolore.

Si piange di paura, di dolore, di sconforto.

Si piange per molte cose. Molte cose non meriterebbero lacrime.

Le mie lacrime sono meritate, per questo fiottano abbondanti.

Un signore, sessant’anni, cappotto elegante, viso stanco, mi avvicina.

– tenga

mi dice porgendomi un fazzoletto

– non mi serve

– su forza. Qui tutti hanno motivo di piangere. Ma poi bisogna smettere.

Non ho mai asciugato le mie lacrime con un fazzoletto. Lo trovo immorale.

Non ho mai deciso il quando smettere di piangere. Di solito pianifico il come. Con una bottiglia di vino, con una scopata, con una camminata. Smettere di piangere si può fare in tanti modi. Ma non a comando

– si faccia i beati cazzi suoi

rispondo tirando su con il naso.

Mi alzo e cammino verso la macchina. Per riflesso, annuso il sedile, come potessi trovare un profumo.

Guido imprecando. A ogni frenata, sento i punti tirare la ferita.

No, non fa male.

Fa male, ma ho altro a cui pensare, in verità.

Troppo.

A cui pensare.

Non c’è dolore che un sorriso non possa sconfiggere.

Lo diceva mia madre.

Ti fidi di cose del genere.

Mi sono fidato sempre.

Di me stesso, e di cose del genere.

Allora sorrido.

Per due ragioni: perchè sbaglio, a volte, a fidarmi di me stesso, e perchè un sorriso sconfigge il dolore.

Ho un pugnale nel cuore. Lanciato da una mano rabbiosa, che mi avrebbe ucciso.

Sorrido.

E piango.

E guido.

E canto.

Penso proprio di meritarmelo, questo cazzo di Natale.

Mi dico.

Che regalo vorresti per davvero?

A te stesso puoi dirlo, mi dico.

Perchè parliamo da soli, adesso, mi rispondo.

C’è una buona possibilità che sia schizofrenia, mi dico.

No, mi rispondo. Stiamo facendo squadra.

Per sopportare il dolore.

Bene. Siamo una squadra che può farlo, mi rispondo.

Certo, mi dico.

Ok, ma adesso basta parlare da soli.

Ok.

Promettilo!

Ok

Non mi fido.

Nemmeno tu!

Ovvio.

Ma non ti fidi di te stesso.

Dettagli.

Oh cazzo.

Ben detto.

Mettiamoci un punto.

A cosa? Alla ferita? A quale ferita? A quale causa?

Dicevo al fatto di parlare da soli, cazzo.

Ah, avevo frainteso.

Anche tu!

Si, non sei chiaro.

Cazzo, se non sono chiaro con te è preoccupante.

Eh.

Per questo sto zitto.

Per cosa?

Per non essere frainteso.

Ok.

Davvero?

Si, ok. Mi sta bene.

Bene.

Cosa fai, ricominci a piangere?

Mi viene così.

Mah

5 Risposte to “Try or cry”

  1. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 18 dicembre 2015 a 23:28 #

    …. Cry… Cry.. Cry..
    As I did tonight for Love.
    As I did, laying on my sofa, near my baby..
    She was sleeping… I was crying…

    Cry… Cry… Cry…
    And Try again.

    I want my Love.

  2. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 19 dicembre 2015 a 22:41 #

    Che regalo vorresti per davvero?
    Non hai risposto nel racconto..

    • Il Franz 19 dicembre 2015 a 23:19 #

      Ne voglio tre. Tutti dalla stessa persona

      • A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 20 dicembre 2015 a 10:22 #

        Se la persona da cui desideri i regali ti ama, sarà disposta a darti ben più di tre regali.
        Ti donerà la sua vita.. …

      • Il Franz 20 dicembre 2015 a 16:09 #

        se parli di sesso anale, beh, sfondi una porta aperta.

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