Racconto di Natale (He Man) 

24 Dic

Natale 1978

Milano, fredda, un velo di nebbia attanaglia la Circonvallazione mentre Lorenzo, imbottito in un cappotto pronto per i 70 quando sono invece gli 80 che stanno ormai bussando alla porta del fashion, cammina con passo spedito verso Pannarello per comprare la crostata alle albicocche. La crostata di Pannarello è la mia preferita, ma io non ci sono ancora. Sono un felice feto, particolarmente sviluppato, discretamente fastidioso nei movimenti, dentro il pancione di Anna, mia mamma, allora splendida quarantenne con dei boccoli abbondanti, una signora permanente, e degli spessi occhiali anni sessanta. A casa con Anna ci sono Sara e Luisa, le due figlie di Anna e Lorenzo, che stanno per sbocciare nell’adolescenza nel pieno degli anni ottanta, quando si dice culo. Questo significherà Moncler, Timberland, ridicole calze Barlington, pettinature a schiaffo e noiosi pomeriggi da Wendy in Santa Sofia o da Burgy in San Babila. E meno capelli per mio padre, una ciocca per ogni fidanzato di Sara. E niente, il mio primo Natale. La crostata di Pannarello, comunque credo di aver iniziato ad amarla da li. Anche Milano con la nebbia.
 Natale 1985
Siamo tutti seduti davanti al mobile della camera dei miei. Funziona che davanti al presepe apriamo i regali. Che per me, in qualità di bambino di sei anni, è uno dei momenti più belli dell’anno. Indosso un dubbio dolcevita, credo di amianto e fustagno, eredità di un’influenza con febbrone, pantaloni a coste e ciabatta protettiva da piscina. L’outfit mio, fino ai diciassette anni, è stato una delle principali ragioni per le quali sono stato deriso da tutti i miei amici. Insieme alla riga di lato, pettinata con incredibile ostinazione da mio padre, forse per nostalgia dei suoi capelli. Ricevo He Man, il mio eroe. Il mondo mi sembra un posto migliore. Abbraccio mia madre e le mie sorelle, che stanno affrontando le loro adolescenze a colpi di lacca e rossetto, come previsto. Mio padre osserva il suo presepe, il grande orgoglio di un progetto di cascate, pastori e muschio. È bello, penso. La mia famiglia è un bel posto, probabilmente per via di He Man. La nonna, con la cinquantamila in una busta riciclata, arriva poco dopo. Il Natale è bello. 

Natale 1996
Seduto alla mia scrivania, ascoltando Rock FM, scrivo riempiendo tutti i quadretti di una pagina Monocromo. Le struggenti lettere d’amore che scrivo da sei mesi a questa parte non sono nulla a confronto di quella che sto per scrivere. Ho comprato un braccialetto e degli orecchini, ho pagato anche per il pacchetto, sono l’uomo più felice del mondo. Sogno il momento, finita la messa di mezzanotte, in cui lei aprirà i due pacchetti. Valore economico trentamila lire. Valore emotivo svariati milioni. In casa ci si prepara per la cena di magro della vigilia. Non sapevo che essere innamorati fosse così bello. Non sapevo nemmeno che le tette fossero un palliativo così importante nella mia vita. Finisco la lettera giurando amore eterno, molti figli, fatti tassativamente dopo il matrimonio, e una vita perfetta. Sono fiero delle mie lettere. Anche delle mie basette a punta e del bananone che ho al posto del ciuffo. Sui vestiti, lei mi ha rettificato le magliette rosa delle mie sorelle, adesso giro in camicia e Levis 501 chiari, Clarks testa di moro. Ma sulle basette non transigo. Non vedo l’ora che sia mezzanotte. È bellissimo l’amore. Ho la certezza matematica che questo amore durerà per sempre. Come è giusto che sia. Per questo rispondo male a mio padre, che mi chiede di aiutarlo. Devo scrivere la lettera di natale. Non mi capisce nessuno. Meno male che ci sono i Guns And Roses e i Pearl Jam. Fanculo.

Natale 1997
C’è un’aria strana in casa, nessuno ha veramente voglia di festeggiare. Anna, mia madre, è morta da due mesi, mio padre non ha ancora buttato via niente. La casa è paralizzata nelle sue emozioni, io e mio padre ci misuriamo con lunghi silenzi, mia sorella piange di continuo e come se fosse un destino bastardo, la gatta si sta lasciando morire. Ho davanti una maturità scientifica da preparare e molta rabbia da sfogare. A questo serve la birra, penso mentre bevo guardando Mamma ho Perso l’aereo. Ho un unico compito, andare a prendere la nonna per il pranzo. Divertente tenendo conto che sono l’unico in casa senza patente. Ma non è il momento di fare opposizione ai programmi di mio padre. È già un successo ce ne sia uno. 

Natale 2001
Io e Silvia abbiamo deciso che le feste di Natale sono un ottimo periodo per non festeggiare. Abbiamo le nostre battaglie personali da fare, misuriamo due brucianti delusioni d’amore, le nostre famiglie sono li ad aspettare dei segnali di ripresa, la mia Vespa brucia più olio del previsto, facciamo l’amore da questa estate. Per conquistarla ho portato dodici tulipani fino alla fine della città, sorridendo. Prendiamo tutti i turni dell’ambulanza durante le feste. Io faccio la vigilia con Jerry e Tony, con mio padre che passa dalla sede con una bottiglia di Moscato. Poi insieme facciamo il 26 e il 27. Potremmo andare avanti all’infinito. Io ascolto in silenzio la sua rabbia e lei mi bacia il collo per curare il mio dolore. In ambulanza ascoltiamo il DiscoLetto, una specie di tortura romantica. A Capodanno pensiamo di andare a Camogli. Decideremo all’ultimo momento. Lo abbiamo fatto fino alla fine. Durante il turno del 24 entro ed esco da cene natalizie, portando via gente, e un po’ mi dispiace. In fondo lo faccio per mia madre. Sono bravo. A guidare l’ambulanza, a improvvisare l’amore. Un po’ meno a vivere. 

Natale 2003
Ho voglia di dirlo al mondo, mentre guido la macchina sui tornanti che portano alla nostra casa. Abbiamo preso una villa, con camino e travi a vista. Odio la montagna, ma adoro le persone che ho in casa. Insomma, sto bene. Tutte le mattine mi alleno, la boxe non conosce feste. La sera bevo. Anche la mia sete non conosce feste. Una sera la incontro, per caso. E ci baciamo. Rubando felicità a una notte stellata. Scrivo tutte le notti, su un computer che due settimane dopo cadrà dal tavolo. Perdo tutto quello che ho scritto a gennaio. Perdo un pezzo d’anima a dicembre. Ho voglia di dirlo al mondo, che perdere l’anima non è poi così male. Anzi. Non mi ricordavo così felice da tempo. Bevo per ricordare questa felicità. Ritrovo in uno zaino He Man, e lo preparo per una degna sepoltura davanti all’albero, il mio albero. Nel frattempo, lo porto con me in montagna. Vino, libri, He Man e un sacco di neve. Merry Christmas, penso. Ho scoperto Frank Sinatra, con irrimediabile ritardo. Adesso ascolto solo Frank Sinatra. Diventando molesto. Sono, in fondo, molto molesto. 
Natale 2006
La casa è ancora vuota. Abbiamo un letto, un televisore appoggiato su degli scatoloni e un letto. È il primo Natale in questa casa. Nella mia casa. Nella nostra casa. Abbiamo del vino, una voglia matta di fare l’amore, e una grossa pila di biglietti aerei, che poi sono la ragione per la quale non ho tempo di comprare mobili. Immaginiamo la casa arredata. I nostri amici si accontentano, come noi, di mangiare seduti per terra. Beviamo e ridiamo. Mi sono riletto tutto Fante, durante dicembre. Mi sono innamorato della California, durante settembre. Abbiamo un fantastico futuro davanti e una casa vuota da riempire. Ho, difatti, in mente di comprare centinaia di libri. E bottiglie. La sera della vigilia, accendiamo una candela, scambiandoci regali che sanno di cannella. Ne ho portata a casa a tonnellate dall’America. La nostra casa sa di cannella, amore, e prospettive. È un Natale strano. Penso. Il primo. O l’ultimo, dipende da dove lo guardi. Io sorseggio Passito mentre ascolto i rumori della notte. Il respiro di una donna che dorme con me è una cosa nuova. Anche il Passito. A oggi, lo ammetto, non adoro il respiro di qualcuno che dorme con me, e nemmeno il Passito, ma lo dico sottovoce, per non passare per stronzo. Le donne sono suscettibili sul Passito.
Natale 2010
Brindo con Champagne freddo, guardando fuori dalla finestra e allo stesso tempo il pancione teso e duro che mi sta accanto. Abbiamo annunciato a tutti, era impossibile non farlo, che saremo tre. Sembriamo sedici, dalla gioia rotonda che ci prende. Ho deciso di comprarmi un regalo, una moto. Mi sembra poco opportuno confondere gli annunci. Mio padre mi guarda sorpreso. Non riesco a decifrare lo sguardo. Sembra felice. Diventerai nonno. Diventerò padre. Sono cose a cui non ci si prepara troppo seriamente. Ho finito di viaggiare come un cane due giorni prima di Natale, il tempo di digerire il pranzo e riparto. Va tutto bene. Io, lei e la nostra pancia procediamo dentro il futuro. Abbiamo paure che non si possono dire e certezze che ci faranno sorridere, quando si sgretoleranno come fango secco. Tengo l’ultimo sorso di champagne per brindare con mia madre. Mi chiudo in bagno con il bicchiere, tiro fuori la foto dal portafoglio, sorrido, e brindiamo. Esco dal bagno tirando sul con il naso rimettendo la foto nel portafoglio. Mia sorella dice che non gliela racconto giusta. Pensa che io mi droghi. Lo pensa da sempre. Non lo ho mai fatto. Fa niente. Sorrido a mio padre e esco a fumare. 

Natale 2011
Il Piccolo ha preso molto seriamente il fattore sorpresa. È un bambino molto sveglio, ridicolo nelle tutine che sua madre gli compra, che apre voracemente i suoi pacchetti. Uno zio gli regala una macchina telecomandata. A un bambino di otto mesi, cazzo. I regali sono tutti per lui, come le attenzioni. Ho imparato ad avere un figlio. Sono felice. Penso. Lo guardo ridere. È bello. Il sorriso di un bambino illumina le notti. Non si impara ad avere un figlio. Con un figlio si impara di nuovo l’amore. Tutto cambia, anche il Natale. Figuararsi l’amore.  La sorpresa è una febbre da cavallo. Una delle tradizioni che porteremo avanti sempre. Ho comprato una bottiglia di Champagne che costa come un motorino. Me la bevo da solo. Egoista. Ho comprato un diamante. Mi sentivo emozionato nel farlo. Sveniamo di sonno, tutti e tre, appena dopo cena. Forse lo champagne era troppo. Il diamante resta impacchettato sul mobile, vicino al presepe che mio padre viene a fare in casa mia tutti gli anni.  Al mattino di Natale mi viene un’idea malsana. Esco presto, con la carrozzina, respirando freddo e umido. Cammino spedito verso il prato. Non c’è in giro un’anima. Arrivo al mio albero e cerco un ramo caduto, o qualcosa per scavare. Riconosco il punto dove ho seppellito He Man, e un sacco di altre cose. Ma non c’è traccia del mio eroe. Peccato. La plastica dovrebbe avere tempi biblici per sparire nella terra. Forse He Man era davvero di muscoli e non di plastica, come mi era sembrato nel 1986. Sarebbe stato fico regalarlo a mio figlio. Glielo dico mentre cammino spingendo la carrozzina verso un bar aperto. Sorride. Sorride sempre. Che è un bene, con un padre così. 
Auguri
Surf it fritz! 

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