Cose da niente

26 Dic

Ho una certa esperienza a riguardo. Perchè mi conosco. Perchè conosco i miei limiti. E perchè il 26 dicembre mi cade addosso così fin da quando ricordo. È il giorno dopo la festa, tecnicamente ancora festa, ma realmente già pronto per il brodo convulso di giorni feriali che aspettano il Capodanno. È una settimana corta che ho sempre considerato nefanda, che inizia con i pranzi pallidi del 26, pallidi di luce riflessa del 25, di avanzi riscaldati, capponi, spinaci al burro e panettoni. Mi conosco, so di non tollerare questa settimana corta. Odio il Capodanno, e i giorni che lo precedono. Adoro il disordine assonnato della mattina del primo dell’anno. Adoro svegliarmi, accendermi una sigaretta, constatare che non ho smesso di fumare, e ricominciare a vivere. Odio i giorni prima. Pausa pagana tra feste comandate. Per questo, in questa manciata di mattine pallide e pomeriggi bui, leggo, scrivo, lavoro, penso. Tutto, meglio, da solo. Adoro stare con me, durante questa settimana, a godermi la mia attesa di un nuovo anno, a caricarmi di energia, a spettegolare su me stesso, con me stesso. 

Mi arriva, puntuale, ogni anno, un misterioso blocco mentale, non scrivo per qualche giorno. In compenso leggo il doppio. Parlo la metà, e quando parlo litigo volentieri. Ho voglie carnali folli, che si manifestano con urgenza, come fossero in scadenza con il finire dell’anno. Dormo pochissimo, mangio ancora meno. Non frequento posti troppo affollati, mi innamoro ogni anno della mia città e dei suoi vicoli deserti nella pancia del centro. 

Ammetto, senza neanche troppo vergognarmi, che sono difficile da frequentare in periodi così. Vivo in attesa, come se dovesse succedere qualcosa di tragicamente grande. Ogni anno. 

Poi, il primo gennaio risorgo a vita nuova, arrivando al sei, di buon mattino, carico e fresco. Ma dal 26 al primo io mi cancello. 

E faccio un gran pensare su cosa è successo, cosa avrebbe dovuto succedere, cosa avrei voluto succedesse, cosa vorrò che succeda. Un bilancio, spietata analisi cinica, più simile a un accorato discorso di chiusura, nel quale mi invito, per l’anno che viene, a far di meglio.

Adoro, in questi pomeriggi inutili, la tangibile possibilità di rimanere a letto, nudi, a oltraggiare il tempo e il pudore. Ma poi, non succede da anni. Eppure era una delle cose che mi piacevano del finire di dicembre. 

Adoro ritrovare libri lasciati a metà, riprenderli, e non finirli ancora. 

Adoro camminare, cercando la bellezza e la poesia, in un sorriso, in un palazzo, in un caffè o in una fermata del tram. 

È la mia settimana delle cose da niente. Adoro fare cose da niente, fermarmi pigro su un dettaglio, pensare a un racconto senza poi scriverlo, iniziare un discorso e lasciarlo li sospeso. 

Adoro stare solo, nella settimana delle cose da niente. 

E come sempre, adoro constatare che manca pochissimo.

A cosa, non si può sempre dire. 

Ma manca pochissimo 

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