Nebbia

Ho questa idea fissa di voler scrivere qualcosa sulla nebbia, o anche un racconto con la nebbia dentro. Invece niente. E mi sale l’invidia. Ho conosciuto Pinketts a Le Trattoir, come quasi tutti quelli che lo hanno conosciuto. Ero giovane, indifeso, e molto affamato di storie fighe, di alcool, di torbide situazioni, di sigarette, di orari infelici. Le Trattoir calzava a pennello. E anche Pinketts. Non conoscevo il noir, ne come genere ne come scuola di vita. E Pinketts, quando si tratta di insegnare a giovani affamati di fama, preferibilmente con donne sedute al tavolo, è il migliore. 

Lo è stato, per un periodo, perlomeno. 

Le sue storie mi hanno aperto un mondo. Era doveroso mi si aprisse un mondo del genere. Era anche pericoloso. Diciamola così, è stato perfetto, e sono grato a Dio di essere sopravvissuto al mio periodo a Le Trattoir. 

Le storie noir milanesi, quali che siano, incontrano nelle loro pagine, per forza di cose, la nebbia. 

La nebbia è un ingrediente scontato, ma fondamentale, come lo zucchero nelle torte. 

Esistono scuole di pensiero che offrono la crostata senza zucchero. Perchè esistono diabetici. 

Non esiste un noir milanese senza nebbia. Perchè in letteratura non esistono diabetici. 

Solo che io la nebbia non la so usare. Non ci sono abituato. Ne ho vissuta poca, da bambino. Perchè tra i palazzi del centro la nebbia non si intrufola. È una timida foschia che appanna i lampioni. La nebbia è una questione di periferie e quartieri popolari, di Naviglio o di prati. 

Ho conosciuto la nebbia densa come la panna montata, che scivola dalle colline intorno a San Francisco al mattino. Spettacolo unico. Ho respirato la nebbia umida, fredda come il mare, che arriva nei giorni di bassa pressione a Biarritz. Ho mangiato la nebbia della bassa padana, le nebbie dei mattini di primavera sul Tirreno. Ma la nebbia del Giambellino, quella che nascondeva le calibro 9, quella che bagnava i pastrani, gialla di lampioni e pavè, quella me la sono persa. 

Adesso che vivo ai bordi della città, ho una certa dimestichezza con la nebbia. Ci ho fatto il callo, come uno dei tanti limiti del quartiere. 

Ma è inevitabile pensare all’invidia. Quando cala la nebbia fitta, come oggi, che non si vede nulla, che tutto sparisce in confini indefiniti di luci e ombre. E tu, che sei un novellino della nebbia, non hai un cazzo da scriverci sopra.

Nemmeno una storia. 

La nebbia mi disordina, mi annoia, mi delude, mi lascia pensieroso. 

E invidioso. 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...