1954 (90 bpm)

4 Gen

Ho storie strane, nate accartocciate nel plesso di una manciata di giorni, i primi di questo anno bisestile, che mi fanno supporre si tratti di una grande annata. Le rivivo di notte, queste storie, sconfinano nei sogni che stanco morto, davvero morto, mi portano all’alba. È dal fottuto ospedale che mi sveglio all’alba, con i primi rumori, con i primi pensieri. E in questi giorni porto le cose che mi stanno succedendo dritte nel letto, le bagno di un sudore malsano, covandole insieme ai sogni, fino alle albe buie di gennaio. Scrivo meglio, quando vivo tanto. È solo questione di trovare tempo per scrivere. 
Bevo Passito freddo gelato, rimasuglio delle gozzoviglie natalizie, su un tavolo che sembra aver fatto una guerra alimentare, con avanzi di bresaola secca, cereali incrostati, una cannuccia rosa, e non si sa perchè un campanello da bici con un cuore. 
Osservo compiaciuto il mio nuovo orologio. E questa è una storia. Replica fedele di un orologio del 1954, con una storia incredibile, scivolosa come tutte le leggende, di surf, California, battaglie tra gang, costumi stretti, muscoli acerbi, alcool, sesso, falò sulla spiaggia. A dire il vero questa storia, che è il valore dell’orologio, la conosceremo in sei, forse sette, al mondo. Uno di questi è il collezzionista che me lo ha venduto. Facendoselo pagare, giustamente, una follia. Ma tanto è un regalo. Io non mi sono mai comprato un orologio da solo. Lo trovo triste. Come trovo tristi gli orologi senza una storia alle spalle. E gli uomini che comprano orologi costosi, per misurare il tempo, che poi non ha prezzo. 
Lo palpeggio, soppesandone la consistenza, immatura latta anni 70, i piccoli segni del tempo, il ticchettio preciso delle lancette, l’assenza del datario, il quadrante nero, perchè in origine era nero opaco. Adoro quando il mio cuore si ferma sugli oggetti, amandoli per le storie che evocano. 
Mi viene quasi da raccontarla, questa storia. Me la dico, sottovoce, come una ninna nanna, sorseggiando Passito e osservando l’orologio. 
Mi vengono in mente canzoni di fine anni novanta. Strani collegamenti. Di grunge e protesta, Seattle, merda in vena, maglioni larghi, capelli unti, puttane bionde strafatte, vite distrutte. 
Per questo non scrivo come Hornby. Non ho le sue mani, quando scrive di musica. Me ne dolgo. 
Fottuti british del cazzo. 
Mi viene anche in mente una notte in motel a Long Island. Doveva essere agosto, dal caldo umido fottuto. Insonnia, paura, squallore. Ricordo che leggevo Fante, che Bandini mi dava un senso di disperazione assurdo, che insieme alla birra e al caldo e a Long Island, pensavo fosse troppo. E non riuscivo a dormire. Fottuta California. Sei tutto e sei niente. 
Sono giorni, dal crepuscolo del 2015 a oggi, che gorgeggio fantasie di motel, reggicalze strappati, baci rubati a labbra che sanno di mojito, sudore. Fantasie, ecco un’altra storia, che non ho mai vissuto ma che accadono in posti che conosco, che ho vissuto. L’altra notte ho scopato sulla ruota panoramica del luna park di Milano, ubriaco fradicio, senza nemmeno spogliarmi, tenendo con forza i capelli e spingendo con altrettanta forza la schiena. Poi è successo al mare, tra le cabine di legno del bagno 89, piedi nudi sulla sabbia, appena scostato il costume, ansimando e sperando qualcuno ci vedesse. 
Non sto bene, su questo fronte. So di cosa ho bisogno. So di non poterlo avere. Impazzisco. Ormoni maledetti. Questa è una storia pulp, Tarantino, ma anche triste, Muccino, con un finale tutto da scrivere, dirigo io. 
Ho trovato alcune vecchie foto, mentre sgombravo una tonnellata di libri, per far posto ad altri libri. Foto che, con il senno di poi, andavano tenute meglio. Ero giovane, cazzo. Inteso come piccolo, cazzo. Un’altra storia. Eravamo giovani. Andavamo spesso a vedere gli aerei. Io, a dire il vero, sarei andato ovunque con lei. Lei, a dire il vero, si scopava un mio amico. Tecnicamente, credo fosse lui a scoparsi lei. Adorava presentarsi con camicie aperte fino quasi all’ombelico. Mettermi le tette in faccia non è mai stata una buona idea. Poi, un pomeriggio, avevamo fatto queste foto insieme. Io, lei e le sue tette. Due mesi dopo mi confessò di essere innamorata del mio amico. Che di contro mi confessò che aveva in progetto solo di scoparsela. Io confessai, a tutti e due, che ero troppo giovane per morire di una morte brutta come quella d’amore. E me ne andai, senza far altro che cercare in tutte le donne un pezzo di lei. Lei adesso pubblica foto su Instagram con i suoi figli e il suo splendido marito. Lui, adesso, lavora in una banca e ogni tanto ci incontriamo in skate. Sono meglio di lui in skate, come ero meglio di lui a letto. Ma sono magre consolazioni. Le foto le ho rimesse in un libro, di quelli che sono sicuro di non riaprire. Tecnicamente, credo di essere stato innamorato. E inculato. Poi, credo, di aver imparato ad evitare almeno una delle due cose. Perchè insieme non vanno bene. Fanno male. 
Niente, tolto un orologio davvero stupendo con la sua storia che sappiamo in sei o otto, sogni sconci che ho urgenza diventino prassi, fatti di motel e reggicalze strappati, e tolte delle vecchie foto, non è successo nulla di memorabile. 
Per me si tratta di un grande anno. Le premesse ci sono tutte. Solitamente, lo dico per esperienza, anni del genere li vivo a 90 bpm. 
Fanculo, mi tocca di pulirlo questo tavolo. La bresaola seccata assomiglia troppo a budella spappolate. Pulp si, ma sempre con stile.
Surf it fritz, life is short and dirty

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