Presente (a me stesso)

Ecco.Mi spaventano più le fini che gli inizi. So far bene, non fraintendermi, in entrambi i casi. 

Ho davanti un tramonto pacifico, l’Adriatico è un mare strano per me, non mi sento a casa qui, guardo la pineta, i bambini che giocano. Mi è venuto da scrivere, mentre guardo in silenzio. 

Ho paura della fine, mi è già successo, e del dolore che porta con se. Il vento di ieri agitava la pineta e sollevava polveri gialle di sabbia, mentre facevo la statale, ascoltando la moto borbottare nervosa. Come un cavallo, si ricordava di questo posto, della fine che ha portato anni fa. 

In un certo senso, siamo tornati sul luogo del delitto. E siamo nello stesso delitto. Si può morire due volte? 

Si.

Passa, la morte dell’anima, come passa l’acqua sui dubbi che come sassi si levigano.

Ecco perché si può morire due volte. Si può anche uccidere due volte. Poco male.
Penso alle cose che ho, oggi. E scrivo guardando il sole cadere annoiato dentro una pineta. Mi sento ospite, su questo lato della costa, come mi sento ospite, nella vita che sto facendo adesso.

L’ospite è piacevole fino a un certo punto. Per questo domani inforcheremo la lunga autostrada, Hernest che borbotta nervoso, io che conto le ore guardando cartelli che scorrono veloci.

Per questo mi fa paura la fine, perché per un inizio è sempre necessaria una fine prima. 

C’è un tempo, dell’amore e della vita, in cui si coniuga al presente, quasi il futuro fosse vietato, che il passato è bandito come un brutto ricordo. In questo tempo, vivi. Preghi. Sorridi. Come fosse solo oggi.

Allergico al futuro, ti spaventa quanto ti fa male il passato. Un prezzo che paga chiunque abbia vissuto.

Per raccontare qualcosa, ci pensi osservando un tramonto, hai bisogno di qualcosa da raccontare, hai bisogno di un passato da cui scappare per avere un futuro da sperare.

In mezzo un presente da fare.

Piano.

Che quando ti sentì ospite, fai quello che i buoni ospiti fanno.

Torna in un posto che chiami casa.

Che sia una casa, che sia un bar, che sia uno sguardo.

I posti dove tornare, quando vivi al presente, sono rarissimi.

Per questo, è meglio tornarci.

Senza dire ritornerò.

Filastrocche

Vento sottile, vento del mattino
vento che scuoti, la cima del mio pino
vento che canti, che danzi
la gioia tu mi porti, vento sottile.

Aria fresca, fredda ad essere sinceri, inaspettata per esser maggio. Città deserta, sabato mattina, ancora presto per il traffico, mente vuota come un cesto pronto per la raccolta nei boschi, una filastrocca, cantata da un bambino, che risuona in testa.

La Lombardia è piatta nella pancia, come le donne belle, si dice, e nel suo ombelico, la grande città, è ancora più piatta, così il vento dal mare diventa un soffio continuo e deciso che batte sulla barba.

La forcella traballa appena, le gomme nuove sono uno sballo, ah la vita fosse come la moto, ci cambi le gomme e ci puoi correre di nuovo, riprendi sicurezza, dimentichi quella fastidiosa sensazione di precarietà, ti senti più deciso.

No, la vita non è un viaggio in moto, le gomme non sono la soluzione, ma per questo sabato possono bastare. C’è un limite, lo conosco, adoro sapere di poterlo sorpassare, la forcella vibra decisa, quasi a dire che le gomme nuove non bastano davvero, la tangenziale deserta, le nuvole panciute e il sole. Freddo per esser maggio. Forte, per esser un limite.

Mi viene in mente una storia, un inciso, che mi accompagna per qualche kilometro, quasi la testa si volesse riprendere da una lunga anestesia cercando storie belle in un passato che, come uno stagno malsano, fa venire a galla solo cadaveri.

L’inciso è lei, nuda nel letto. Il letto non è mio, nemmeno suo. Precarietà domestica. Lei ha le gambe che tremano, gli occhi coperti da un foulard, le mani che stringono appena le lenzuola. Io, sopra di lei, osservo nello specchio il suo corpo andare al ritmo che decido io.

Sono spezzoni, come fossero ricordi lontani, immagini, dettagli, respiro a fondo, scalo due marce, me lo ha insegnato mio padre, di scalarne sempre due alla volta, lo scarico urla, sento gli pneumatici forti sulla curva, mi sento sicuro, cambio pensiero.

Come fossi leggero, non lo sono da un pezzo, voglio tornare ad esserlo, guardo il cielo.

Vento sottile, vento del mattino
vento che scuoti, la cima del mio pino
vento che canti, che danzi
la gioia tu mi porti, vento sottile.

Ho questa filastrocca in testa, cantata da mio figlio, e il suo sorriso mentre la canta. Ho in testa tutta la paura di non poter vedere queste piccole cose, tutta la noia delle inutili parole di chi mi racconta come interpreta il mio dolore, tutta l’assordante e chiassosa discussione di chi vuole parlare del mio dolore, quando sarebbe semplicemente da prendere e tenere appoggiato al cuore.

Prendo strade statali, quasi volessi un po’ allungare questo viaggio, questo freddo, questi pensieri.

Non ho ricordo di una donna che mi abbia preso davvero in braccio, se non mia madre. Lasciandomi addormentare.

Mi viene in mente una storia, un inciso mentre mi fermo per fare benzina.

Di me e di lei che torniamo dal mare, doveva essere estate, dopo aver fatto l’amore in mezzo alla gente, in mezzo alla spiaggia, in silenzio in macchina, di tutta la soddisfazione dei viaggi di ritorno in silenzio, scottati dal sole, bruciati dalla confusione della passione e dell’amore, che troppo vicini si avvelenano.

E di lei che mi abbraccia, mentre guido, come fosse naturale, come sapesse di questo bisogno.

Arrivo schivando furgoni che scaricano, la moto borbotta, il freddo è pungente, ho la testa ancora vuota.

Mi fermo, scendo, spengo la moto. Annuso l’aria, adoro annusare l’odore di gomma bruciata, questa moto mi da poesia cazzo, cazzo se me ne da.

Mi siedo, un secondo, a pensare.

Io non scrivo più, mi dico.

Io non penso più, mi dico.

Sorrido, guardando il cielo, sapendo che sta tornando tutto normale.

Non chiedermi la definizione di normale, adesso.

 

Anniversari vari

Ricordo perfettamente del sole, caldo, della finestra aperta, della mia maglietta con Charles Bukowski, della mia sigaretta appesa al labbro inferiore e della magia di fare una cosa che non si capisce molto, ma la si fa, come tutte le grandi cose.

Ecco, a chi mi dovesse mai chiedere come sia nato Il Bradipo questo è quanto.

Ricordo più di quanto io voglia raccontare, questo succede sempre. I racconti sono dei pezzi, piccoli pezzi, di un puzzle molto più grande, molto più complesso.

Scrivo racconti, ne decido la forma e la sostanza, ne decido la lunghezza e l’intensità, è creta, quella nuvola di parole, che modello con le mani che veloci scorrono sulla tastiera. Sono vasi, i miei racconti, che possono contenere amore, vino, poesia, odio, rancore, sincerità, sesso. Chi beve, leggendo, beve quello che vuole. E’ il potere della parola. Chi la scrive non ha potere su chi legge.

Ricordo perfettamente di aver voluto molto per me, di aver scritto molto, di aver amato molto, di aver pensato molto.

Vissuto, si direbbe, per semplificare. Semplicemente vissuto.

Ho un’anima libera, sia dannato chi mi imprigiona, e per la mia libertà ho combattuto battaglie dure e dolorose.

Ho perso il conto degli anni, da quel pomeriggio di maggio in cui ho iniziato questa avventura, per questo, perchè ho vissuto molte vite, tutte in una, la mia.

Ho avuto certezza di morire due volte, eppure sono qui, sicchè non sono morto. Ma, comunque, ho lasciato un pezzo, di me, di noi, di tutto, in quelle morti.

Ho pianto molte volte, da quel pomeriggio. Le lacrime, come il vino, migliorano con il tempo. Si diradano, diventano meno, ma pesano di più. Ogni lacrima è un passo in meno verso la libertà, per questo piango poco, conto le lacrime per contare i passi che ho perso, le occasioni che ho lasciato, le vite che non ho vissuto.

Ero felice, quando ho iniziato. Sono felice anche adesso.

E’ solo che è una felicità diversa, la trama dello spettacolo cambia in corso d’opera, solo i grandi artisti sanno recitare a braccio, la fine è sempre la stessa, me la auguro lontana, in silenzio, e con grande soddisfazione.

L’anniversario di questo blog, l’anniversario di questo scrivere, coincide con il mio compleanno. C’è una ragione segreta. C’è anche un bel ricorrere. Siamo sempre, io e il blog, in quest’occasione, sbronzi. Verso le undici. Adoriamo sbronzarci alle undici.

Prima è prematuro, poi è noioso. Perchè il domani, il giorno dopo l’anniversario della mia nascita e della nascita del blog, è sempre un giorno come un altro.

Ci si prepara, nei giorni come gli altri, a grandi dolori, a grandi amori, a grandi stupori. Bisogna essere lucidi per farlo, per questo mi sbronzo alle undici.

Ero solo, quando ho iniziato a scrivere.

Prima scrivevo fitto su quaderni a quadretti, li tengo tutti.

Sono solo, adesso che festeggio questo anniversario.

Felice di esserlo.

Sapendo di non esserlo del tutto.

Ho chi mi ama.

Volevo lasciarvi con una cosa che ho scritto, pochi giorni fa, seduto sulla moto, rotta, in mezzo a un incrocio.

Io scrivo.

E’ la mia vittoria.

Impossibile sconfiggere uno che vince scrivendo.

Se non ammazzandolo.


E’ solo un giorno normale, io seduto sulla moto, la mia quarta moto, la mia terza vita, oggi quasi piove, mi viene in mente l’estate, i piedi scottati dalla sabbia, il giornale che rumoreggia nel vento, aspettando di essere letto, la sdraio bagnata, il rumore dolce del mare e delle voci del mondo, che ascolto ma senza attenzione. Ho questo adesso. Quello che vedi. Queste mani, i loro calli, stringono manubri senza imbrogliare, se questa moto potesse parlare, ti racconterebbe di come sfogo la rabbia e la solitudine, di come la terza si allunga, diventando una marcia infinita, bruciando semafori, rischiando stupide cadute. Ho questo adesso. Quello che vedi, i miei occhi. Che osano, non riesco a fermarli.

Mi resta da vivere il pezzo più importante, dicono. Quello dei quaranta, quello della maturità,quello delle sfide vinte, quello delle grandi soddisfazioni. Eppure, io sento di dover vincere ancora molto, e di volere ancora molto.

E se sembro fermo, è perchè non guardi gli occhi muoversi e seguire le cose che amo. Resto fermo, perchè muovendomi ferisco, ma seguo con gli occhi, per non perdere la direzione. Al momento giusto saprò dove andare a prendere le cose che amo.

Facciamo un gioco, mi ha detto la mia anima, qualche tempo fa. Dimmi, le ho risposto. Facciamo i conti. Mi ha risposto.

Non pensavo facesse questo effetto.

Eppure, sono qui.

 


 

Ciao! vediamoci al solito posto, a bere le solite cose, noi, i soliti. Questo è quello che io chiamo amore.

 

 

Guardando una cattedrale bombardata

Guardo il cielo, mi sia concesso, senza avere gli occhi al cielo, semplicemente guardando il cielo. Lo faccio senza un motivo. Osservo nuvole, fili d’aria, cirri, scossoni d’azzurro, il sole, ammetto di farlo senza un motivo.
Sono seduto su un capitello, dev’essere del colonnato destro, quello più rovinato dall’ultimo bombardamento. Lo riconosco dalle bruciature di candele.
Mi suona il telefono, nel silenzio assoluto.
Dice, tu ultimamente scrivi poco e quando scrivi sei pieno di rabbia.
Dico di si con la testa, fa ridere, perchè siamo al telefono, e non credo veda la mia testa dirle di si.
Ma resto senza voce, come avessi finito le parole, il fiato, la voglia, tutto insieme.
Posso raccontare da dove sto rispondendo, ma non servirebbe.
Non scrivo.
Quando mi resta tempo, quando resto solo, torno sul piazzale, sul sagrato, e mi siedo su questo capitello. Che piova, che ci sia il sole, che sia giorno o che sia notte.
Non so se sia normale, non so se sia giusto o sbagliato. Mi interessa poco, il normale, il giusto e lo sbagliato.
Ho il cuore che butta acqua da tutte le parti, bisogna tenere duro e lavorare di secchio per svuotarlo, prima di capire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.
La sofferenza è un fiume in piena, come l’amore. Tanto che qualcuno li scambia, per potenza e irruenza, l’uno per l’altro. Stessa acqua, stessa potenza. E’ differente il destino.
Seduto, guardo la cattedrale bombardata. Sono l’architetto, il costruttore, sono stato il committente, ne sono stato il vescovo, adesso seduto tra le rovine sul sagrato, guardo cosa hanno combinato le parole di troppo, il disprezzo, l’odio, il non amore.
C’è silenzio intorno a me, non invito molte persone a stare seduti sulle rovine, insieme. Per educazione, perchè capisco che non sia un grande programma, perchè molti di quelli che conosco hanno paura della guerra, dei bombardamenti e della vita dopo. Sarebbe stupido spaventarli ancora di più
E’ un posto dove dovrò stare per un po’, penso ogni tanto.
Dovrò portare via qualcosa, prima di ricostruire, prima di sognare un progetto migliore, indistruttibile, dovrò camminare nelle rovine, cercando le cose che mi interessano, scavando, recuperando pezzi.
Non costruisci una cattedrale pensando alla fine, ai bombardamenti, alla guerra.
Costruisci una cattedrale per celebrare la fede, infinita, la fiducia, che illumina come la luce che passa nelle vetrate, costruisci una cattedrale pensando sia il progetto della tua vita.
Quanto durerà, chiedono tutti.
Perchè è come se le tue rovine dessero fastidio al resto della città.
Il fuoco, amico, ha distrutto pezzi importanti, la struttura portante è minata. Resti affascinato e immobile nel guardare le rovine, quasi quasi le lasceresti li, a memoria, per te e per chi passa a guardare.
Eppure, eppure, eppure le crepe, le rovinose crepe dei primi colpi di fucile, i vetri rotti, i quadri caduti, avevano portato presagio da tempo delle imminenti rovine. Nessuno immagina una fine così tragica, ma le crepe le osservano tutti, le vedono, le accarezzano, ci si abituano.
La cattedrale, appena costruita, è un miracolo a cui credevano in pochi. Ci sono voluti anni per definire il progetto, per trovare i marmi, per lavorare il legno.
Eppure in un solo momento sono arrivate le crepe del tempo.
No, il tempo non crepa il marmo.
Sono gli scossoni, i colpi, l’incuria di portare la guerra fin sul sagrato.
Il tempo non ha colpe, in queste cose.
E poi le bombe, una guerra rapida, una guerra vera, con il rumore, il crollo, le rovine.
Seduto sul capitello della navata destra, adesso ricordo perfettamente di aver voluto la navata destra con questi capitelli, perchè il sole, entrando al mattino ne potesse illuminare le forme, dando bellezza alle colonne. Perchè quando costruisci stai attento ai dettagli, è quando distruggi che non ci pensi.
Seduto sul capitello osservo i danni.
Quantifica, mi chiedono.
Non è un danno quantificabile.
Non ho nessuna intenzione di ricostruire dove ho costruito.
Voglio portare via le cose rimaste intatte, perchè con il tempo mi serviranno per costruire di nuovo.
Quelle che sono rimaste dopo i saccheggi.
E le piogge.
Non scrivo perchè sto osservando questa cattedrale. Da qualche tempo resto seduto su questo capitello, osservo le rovine, tocco il marmo, a volte la sera quando vado via, chiudo il portone anche se una breccia a sinistra lo rende un gesto inutile, ma è l’abitudine.
Ascolto voci in sottofondo, chi passa mi chiede, quanto durerà, ma che cosa è successo, chi è stato, e io dove posso stare, io posso stare qui con te, io posso venire con te.
Non rispondo, perchè a fatica sento le voci, coperte dall’assordante silenzio delle rovine.
Sono bellissime da guardare, per me. Perchè ci trovo tutte le premesse del crollo, tutte le promesse della costruzione, tutte le notti passate e i giorni.
Non scrivo, perchè sto seduto a guardare una cattedrale distrutta dalla guerra.

Primaveroso

Tuttavia, prima di desistere, tengo a far presente due cose, saranno poi coloro che vedranno, coloro che mi accompagneranno, coloro che ci saranno, a dire se sono cose importanti, se si tratti davvero di due cose che valeva la pena dire.
In ogni caso, dicevo, prima di desistere, prima di andarmene, prima di dover ammettere, se si tratta di ammissione, di aver sbagliato, voglio dire due cose.
La prima è che noi, e con noi intendo la mia famiglia da almeno quattro generazioni, fino al bisnonno che ricordo per i suoi baffi, noi non desistiamo. Sembra secondario, ma è di fondamentale importanza. Noi non desistiamo, mai. Siamo una famiglia così. I maschi della famiglia tendono, nel non desistere, a lamentarsi di più, come i pesci rossi fuori dalla boccia di acqua che si agitano per qualche minuto. Noi, maschi della famiglia, tendiamo a sbattere la coda, ancheggiare, boccheggiare, annaspare, ma poi mica desistiamo. Ci deve uccidere, la vita, per farci desistere. E questo mi sembra parecchio importante, ma non sono io a poterlo dire. Per curriculum, sappi, sappiate, che io personalmente non desisto da almeno sei anni.
Davanti ai suoi occhi, verdi come la speranza del mare, belli come i campi a primavera, profondi come il cielo, che mi imploravano di desistere, io ho sentito tutto il peso del mio cognome, della storia della mia famiglia, e un sordido mal di pancia, che confondo spesso per acquisito cinismo per colite, ma che in una vita romantica verrebbe subito riconosciuto come innamoramento precoce. Davanti a quegli occhi, che mi guardavano dal basso verso l’alto, innamorati più dei miei, ma impossibilitati a dirlo e, figuriamoci, a farlo, io non ho avuto dubbio. Desisti, mi dissero. Quegli occhi parlano forbito, ho pensato. E’ una donna dalle mille sorprese. Ha occhi forbiti, acculturati, bellissimi, chiacchieroni. Ha gambe e anche che, detto terra terra, possiedono e sbraitano come scaricatori del terminale marittimo. Ma è un piacere, di fondo, esser l’oggetto del possesso di due gambe così. Lievemente increspate, come il mare, da una pelle d’oca dovuta a un vento primaverile inaspettato e a tratti fastidioso.
Mentre senza parlare, seduta a guardarmi, lei mi implorava di desistere ho pensato a delle cose. Io, quando sto con lei, penso a delle cose. Non sempre riesco poi a dirle.
E non sempre, direi, è necessario che vengano dette.
Lei, seduta, sembrava una donna senza tempo, con una gonna adatta alla Florida degli anni sessanta, una scollatura casta da anni quaranta, un sorriso perfetto per un ritratto contemporaneo, e quei dannati occhi.
A salvarmi sono state le scarpe, color pelle, color carne, color infinito.
A distrarmi sono state le scarpe, che immagini in un letto, insieme a lei, per diana, ma senza vestiti a crear noia.
E gli occhi che, implorando, dicevano: desisti.
Ma da cosa, ho risposto, appoggiandole sulle labbra un bacio che voleva essere una risposta, invece è stato una domanda.
E qui, per dovere di cronaca, devo anche dire la seconda cosa importante.
Non sempre riesco a fare quello che penso.
La nostra famiglia è così. Specialmente da parte di padre. Siamo uomini che vengono dalle colline che anticipano il mare. O vivi in montagna o sul mare, gli uomini delle colline stanno in mezzo nella vita. Non è un bene, diceva un vecchio parroco di montagna, molto ascoltato anche dalla gente del mare.
Comunque siam fatti così. Pensiamo molte cose, molte cose facciamo. Ma non è detto che seguano una logica.
O, per lo meno, una logica c’è. Ma è difficile da spiegare.
Insomma, non per rassicurare o preoccupare, ma faccio cose che hanno un senso logico ben preciso. E’ che faccio fatica a spiegarlo.
Ad esempio, ai suoi occhi che mi dicono di desistere, mi implorano, per il bene suo, per il bene mio, non esiste ancora un bene nostro, io ho risposto lasciando scivolare la mano sinistra tra le sue gambe.
Per sentirle, al mio passaggio, aprirsi delicate.
Delle sue gambe dovete conoscere le strade. Non tutte portano al ventre. E’ un territorio pericoloso.
Io lo conosco per pratica, sono scivolato in parecchi burroni.
Sentirle, appena, aprirsi, è stata la risposta che cercavo.
Saranno poi quelli che hanno visto, quelli che hanno ascoltato, quelli che ci saranno, a poter dire, la gente adora parlare degli altri, se quegli occhi avevano ragione a chiedere di desistere a un uomo che, per destino, obbligo, famigliarità e amore, non desisterebbe mai.
Saranno poi quelle gambe, che quello stesso uomo amano prenderlo e tenerlo dentro con forza, nude e disperate, a scegliere di farlo ancora.
Questa, dannazione, è la primavera.
L’amore è come il tempo in primavera, incerto,  diceva un vecchio parroco di un paese sul mare, a Ponente.
Certo, è una delle definizioni migliori che si possano dare.
Per uno che sa molto bene che, per quanto incerto, è sempre l’anticipo dell’estate.
Desisti a chi?

Giusto o sbagliato (Ovest, Gamberi e Otarie)

A proposito ti devo confessare una cosa.
C’è un momento, c’è un calcolo alle spalle, come alle spalle di quasi tutte le piccole perfezioni della vita, un momento dicevo in cui il motore smette di tirare in modo ignorante, la moto vibra con una frequenza piacevole, riesci a sentire le piccole imperfezioni della strada che arrivano al manubrio di ghisa e ferro, e l’aria in faccia non è troppo forte. Un momento.
Tu cerchi momenti del genere per un sacco di tempo, da uomo annusi la perfezione, seppur piccola, e abitui il naso, il cuore in verità, a queste cose.
Ti ho già detto, l’estate sarà difficile.
Ho conosciuto un uomo, sulla costa pacifica, che si faceva chiamare Ovest. Diceva di aver fatto lo scrittore, e anche di aver suonato in un gruppo. Era scappato dalla Svizzera, insieme a sua moglie, nel 68. Era arrivato nel cuore di tutto, quando tutto stava succedendo. San Francisco bruciava, sotto i colpi del sole d’agosto e dei primi capelloni. Ferlinghetti, la City Lights Bookstore, il bar di fianco, la poesia di strada, i reading. E molta droga, lo ammette anche Ovest.
Passeggiavo, con quest’uomo, fino al luna park sulla spiaggia. Andavamo al noleggio di surf, per guardare le previsioni del mare sulla lavagna appesa fuori. Succedeva che avevamo un sacco di tempo libero. Succede così in California.
Prendevamo un caffè organico, da soli, nella caffetteria vicino, e poi tornavamo a casa.
Ovest mi ha sempre parlato dell’estate come del momento più difficile da affrontare nella vita.
Perchè, diceva, in estate ti aspetti cose.
L’estate è il culmine dell’attesa, uno si aspetta cose per tutto l’anno.
Poi arriva giugno.
Giugno sulla costa pacifica allontana le nuvole, sembra quasi scappino verso il Giappone, pensavamo ridendo. Le otarie giocano con i riflessi dell’acqua e con le alghe. Trovi degli spazi, tra la spiaggia e le prime ville, da cui non riesci a staccare gli occhi. Sembrano quadri, dipinti da una mano buona, di un uomo buono. Ecco, Dio è buono a giugno sulla costa.
A giugno ti accorgi dell’estate.
E tutto ti arriva addosso.
Come acqua fresca.
Ovest diceva che è questo a far sembrare bello giugno.
Ricordati i profumi che annusi, non le promesse che non mantengono, a giugno.
Mi diceva, con gli occhi che sconfinavano verso il molo.
Ovest poi tornava, quasi ciondolando, da sua moglie. Una donna minuta, ordinata, mora, con le mani curiose e veloci e gli occhi ancora vispi. Stavano seduti sulla veranda.
A luglio ho preso per la prima volta la statale 1.
Inizia uscendo dalla città, ti lasci alle spalle i quartieri, il ponte, i grattacieli, come se ti lasciassi alle spalle una vita. E’ una sensazione da provare. Scendi, attraverso fitti boschi verdi, fino al mare. La statale costeggia l’Oceano fino quasi al Messico.
Ovest mi aveva detto di provarci, una volta.
Fallo, mi disse. E’ il viaggio perfetto per luglio.
Sono quasi ottocento kilometri, ho risposto.
Ne ricorderai settecento. Tolti i primi cento, di boschi e città.
E così è stato.
La moto prendeva corpo dopo aver messo la terza, troppo motore, troppa coppia, troppi muscoli inutili.
Non c’era da dimostrare nessuna forza a nessuno.
Sono partito di martedì.
Al pomeriggio.
Sono tornato di domenica, al mattino, in tempo per la messa in centro, nella cattedrale di Little Italy.
Ho viaggiato solo, quasi sempre.
Io, il rumore della moto e il rimpianto di non avere una macchina fotografica.
Ho tutto l’oceano in testa. Mi fermavo, ogni tanto, a guardare a destra, l’oceano.
Ascoltavo il rumore, quando la strada scendeva sulla costa, oppure il vento, quando era tra le colline.
Ho incontrato contadini, turisti, poliziotti e camionisti.
Ricordo di aver pensato, alla fine, quasi al confine con il Messico: Dio prendimi pure. Ho visto il bene che hai fatto alla terra.
Non sapevo che viaggi come questo potessero davvero cambiare le cose nella vita di un uomo. Ho imparato ad avere sete e fame. Sonno e freddo. Tenere il polso destro duro sull’acceleratore.
Non mollare.
E guidare, seguendo la strada. Come se non ci fosse fretta ma come se non ci si potesse fermare.
Ricordo di essere sceso dalla moto solo per dormire, mangiare e pisciare.
Prendevo i motel più economici. Dormivo spesso con sbandati, puttane e camionisti.
A volte con malcapitati turisti. Ci si guardava davanti al tavolino delle colazioni, con la macchina per i pancake e la ciotola di plastica con la crema e il mestolo. Il succo d’arancia rancido, l’odore di moquette e di sigaretta.
Sotto Los Angeles ho perso la cognizione del tempo, viaggiavo dall’alba al tramonto, senza fermarmi più di tanto. Salutavo i surfisti, fischiavo alle ragazze in bikini, suonavo il clacson ai vecchi in coda ai centri commerciali.
Era la mia parata verso il destino.
Avevo portato un libro con me. Lo usavo per leggere e per prendere appunti.
Lo ho lasciato nella libreria di Ovest, vicino alla cucina.
Mi ha detto che lo avrebbe letto un giorno.
Sai l’italiano?
No.
E come lo leggerai?
Pazienza.
Mi sembrava una risposta buona. Niente da aggiungere.
Verso le pagine centrali c’erano gli appunti su Monterey, con una macchia di salsa per gamberi, una delizia mangiata davanti all’acquario. Ho passato tre ore dentro l’acquario a capire come funzionassero le lunghissime alghe.
Ho mangiato dei gamberi scrivendo appunti sulle alghe e sono ripartito.
Di notte dovevo bere birra per smaltire il male al culo. La sella, vecchia come la moto, non teneva tutto il giorno e al pomeriggio correvo seduto su un pezzo di lamiera bollente.
L’ultimo giorno mi sono seduto a dar da mangiare a degli scoiattoli, sul bordo di una scogliera.
Sapevo di essere arrivato, ma sapevo anche che sarei dovuto ripartire. Spesso. Non sapevo quando, ma sapevo che sarebbe successo.
Mi sono messo a guardare il mare.
Sapevo che questa cosa della moto come questa cosa del mare, non mi avrebbero lasciato in pace.
Tornato in Italia ho provato a controllarlo.
Senza riuscirci.
Avevo una moto più vecchia di me, molto più vecchia, un ordinato bicilindrico tedesco. Monumentale, squadrata, bellissima.
Bastarda, non correva, ma non smetteva mai di andare.
Abbiamo fatto l’Aurelia.
L’Aurelia è la cosa che assomiglia di più alla Statale 1.
E’ una statale infame, piena zeppa di paesi, città, zone industriali. Ma sempre più spesso, esplode nel mare, con la ferrovia di fianco.
Partivo senza avvisare, a metà di un pomeriggio di lavoro. Mi facevo sei ore di moto e tornavo a casa.
Senza spiegare.
Non c’era niente da spiegare.
Non c’è niente da spiegare nemmeno adesso.
Non ho paura, in moto.
Ho filtri, tabacco, un libro, i documenti e le chiavi inglesi. Dovessi partire adesso, potrei farlo.
Ecco la cosa che ti devo confessare è questa.
Non aspetterò giugno.
Maggio mi porterà via.
Ma torno sempre.
E torno felice.
Di solito.

Liste primaverili

 

Cose che mi dimentico di dire, in questi giorni, ma che ritengo importanti.

Uno: è adorabile, il temporale di primavera, a Milano. Che piove in due vie, poi non piove più, che non fa caldo e nemmeno freddo, che abbiamo quasi paura a dire che si sta bene. Il pavè scivoloso, il traffico nervoso, l’orizzonte con il sole mentre ci si bagna. Poi, d’estate al caldo, d’inverno al buio, ti ricordi di questi momenti. I temporali di primavera sono adorabili.

Punto B: è escluso che una lista primaverile debba seguire per forza un ordine alfabetico o numerico. E’ giusto che segua il disordine, che nasconde l’importanza. Insomma, fattene una ragione, le cose vanno così, in primavera.

Punto terzo: i piccoli gerani alle finestre, rossi e bianchi, mi ricordano Parigi. A Parigi io camminavo molto, da solo, di notte, osservando i balconi, gli sbandati, il traffico, le puttane, le case, i panorami. I gerani rossi nei piccoli balconi del Ticinese, mi ricordano Parigi.

lettera C: inutile che la curiosa assistente del notaio mi osservi le sbavature di sudore sulla camicia. Ho corso per quasi un kilometro, e comprensibilmente ho sudato. Il colore sulla camicia è dato dall’alluminio, contenuto nei deodoranti che mi tocca di usare, unito al sudore. I deodoranti li metti per non sudare, non odorare e non macchiare. E finisce che ti macchiano. Alluminio bastardo. Provi a cancellare l’effetto, dimenticandoti della causa. Mi riprometto di occuparmi anche dei deodoranti, nei prossimi giorni. Adoro il bancone dei deodoranti per uomo. Sopra ci stanno gli anti rughe e le creme per le occhiaie. Sotto le schiume da barba. A volte, con la scusa di farle annusare al piccolo, apro quelle da barbiere alla vecchia maniera, con quel profumo acido e forte. E annuso. Io poi, di mio, non farei mai l’assistente di un notaio. Come lavoro. Finisce che poi ti fissi sulle macchie di sudore della gente, essendo il tuo un lavoro che prevede l’inserimento di fotocopie in faldoni e lo smistamento di telefonate dall’oscuro senso. In un libro, qualsiasi, l’assistente di un notaio finisce per essere una di quelle donne meschine che vengono scopate e poi lasciate. Apprezzo lo sforzo del mini abito e delle gambe depilate.

Punto sette: perchè di fondo non è che abbia perso l’occhio. Osservo il mini abito, la depilazione ordinata, le scarpe di buona fattura e anche le unghie curate. Osservo. Ecco, io osservo molto. Da sempre. Questa primavera è la prima, è una cosa da ricordare, nella quale osservo, distaccato. Come i vecchi che guardano i cantieri, o forse come i pescatori che cercano segni di tempesta nell’orizzonte.

Secondo punto: Adoro stupirmi della bellezza. La vita brucia e pulsa, mi fa fare cose che fanno male, e cose che mi faranno bene. Mi fa capire la differenza, me lo ricorda, mi fa dormire male, mi fa correre. Mi fa finire cose, iniziare cose, interrompere cose. La vita. E sembrano, i miei occhi stanchi, stanchi appunto. Ma non smettono di osservare.

Ho visto un unghia dipinta di rosso spuntare da una scarpa di pelle bianca. Ho sognato di vedere quel piede a penzoloni, in un disordine di fame e desiderio. Una gamba, dio la benedica, che si fida, si lascia andare, un piede che la segue. Dettagli.

Mi stupisce la bellezza. Ho trovato, passeggiando per i cortili del Ticinese, della lavanda selvatica. Di quella che cresce in Provenza.

Sarei rimasto.

Punto H (perchè punto G pareva scontato): mi piace ascoltare. E’ un po’ che mi dicono che non ascolto. Sbagliano. Io ascolto moltissimo. Solo le cose che mi interessano. Arrivo velocemente alla conclusione di un discorso banale, per questo lo interrompo. Ma mi perdo volentieri in una bella storia. Ho ascoltato una storia bella, di Africa, di navi, di viaggi di padri. E mi sono perso. Erano giorni che non respiravo belle storie.

Punto 34: Hernest mi chiama, ogni sera, quando passo dal box. Mi chiamano i viaggi lunghi, senza meta e senza fretta. Ha bisogno di gomme nuove e di un occhio attento alla frizione, prima che mi lasci per strada, bastardo. Ma mi chiama. E’ un richiamo a cui non so resistere. Ci stanno due magliette, un paio di mutande, delle calze e due libri, nella borsa. Insomma, ci sta di voler partire.

e) Non sono quel tipo di uomo che si da per vinto. Adoro le sfide, per forza adoro le sconfitte. Ho la percezione della precarietà della vittoria. E l’ostinazione dei grandi giocatori. Ho solo bisogno di tempo.

p: ho un nuovo racconto in testa. Parla di una donna e di un uomo. Che mica finisce facile. Ho pezzi chiari. Immagina lei, nuda, in una macchina, di notte. E lui. Nudo, in una camera, in un pomeriggio. Immaginali vivi. E spaventati. Talmente spaventati da sembrare coraggiosi. Immagina che scappino da qualcosa. Immagina che possano fermarsi solo insieme. Che lo sappiano, che lo vogliano, ma che ne abbiano paura.

Solo che non ho voglia di scrivere. Sono pigro, o forse sto vivendo troppe cose.

punto q: ho molte cose in testa. E’ primavera

Più

E’ un racconto un po’ triste. Andrebbe letto di sera, da soli, seduti, appunto, su uno sgabello. Andava scritto da soli, di sera, o forse non c’è un modo esatto in cui scrivere racconti così. C’è solo un tempo, per farlo. Andava fatto, come molte cose, prima. O, come diceva mia nonna Laura, per tempo.
Lo sgabello è coperto da un centrino fatto all’uncinetto. La nonna quando non sapeva cosa fare, si metteva china su se stessa, ad armeggiare con il piccolo uncinetto blu cobalto. Non ho mai capito se alla mamma piacessero veramente, le creature di buchi e cotone che uscivano dalle mani della nonna. Ma ne eravamo pieni. Copri cuscini, piccole coperte, centri tavola e centrini per sedie e sgabelli. Lo sgabello è quello vicino al forno, dove in effetti uno sgabello non servirebbe per niente.
Serviva alla gatta che ci si arrampicava per annusare le cose che bollivano nelle pentole. Una volta ci si è anche bruciata i baffi, annusando i fornelli. Serviva a mio padre, a volte, per appoggiare cose. Serviva a mia madre per sedersi, quando voleva ascoltarmi.
Come molte cose nella casa, morta mia madre, è rimasto tale e quale, immobile, quasi che a spostare cose si potessero spostare, e magari crepare o peggio rompere, ricordi.
Mio padre ci si siede spesso, adesso. Seduti sullo sgabello si vede il terrazzo, dove ha messo una ciotola di riso. I passeri arrivano verso metà mattina, prima controllando e poi avventurandosi fino alla ciotola per beccare il riso. E’ una delle soddisfazioni di mio padre, che compra apposta delle buste di riso che tiene nella credenza.
Il centrino è ingiallito, viene lavato per pietà due volte l’anno, e lo sgabello ringrazia il cielo e la moda degli anni settanta, per essere di sano ferro, a dirla tutta arrugginito sulle gambe e rovinato nelle giunture.
A volte, d’estate al tramonto, trascinavo la poltrona sul terrazzino, insieme allo sgabello.
Mi sedevo nudo, protetto dalla tenda, a bere ascoltando la città. C’è uno strano silenzio, in centro d’estate.
Appoggiavo da bere sullo sgabello, magari un libro, e aspettavo che arrivasse la luna, godendo del fresco sulla pancia.
Ripensandoci, mio padre usa lo sgabello per prendere tutte le notizie della vita, quelle che fai fatica a restare in equilibrio.
Capisce il tono della conversazione, si siede, appoggiando la schiena mezza al muro e mezza al forno, e aspetta.
Lo sgabello, quasi, lo aiuta.
Una notte di settembre, sono corso a casa, in Vespa, per dargli una notizia di cui, pensavo io, sarebbe stato molto fiero.
Mi sposo.
E’ quel genere di conversazioni che tra padre e figlio non si preparano molto. Siamo, dopotutto, maschi.
Distratti.
Ma ricordo che, con la coda dell’occhio, si è messo a cercare una bottiglia. Si è alzato a fatica e ha deciso di aprire un rosso, vecchio e corposo, adatto a bistecche e inverni.
Abbiamo bevuto. Si beve, in queste occasioni.
Un giorno gli ho portato un piccolo ciuccio. Ancora confezionato. Senza dirgli nulla, gli ho messo tra le mani la confezione.
Seduto sullo sgabello, mi ha guardato.
Di quegli sguardi che non si preparano molto.
Ma poi succedono. Perforanti.
Mio padre prende la vita da uno sgabello.
Chiamalo stupido.
Bisogna sempre pensarci bene, sul come dargli certe notizie, complice il cuore debole e la testa troppo dura, si rischia sempre qualche imprevisto.
Ho ereditato il cuore debole, la testa dura, e vorrei ereditare lo sgabello.
Ci ho pensato, è parecchio comodo.
Mi ci siedo io.
E inizio un discorso. Mio padre nota tutto. Nota gli inizi, gli accenti, le pause, i sorrisi e gli sguardi.
Sembra che questo renda difficili le cose, ma in verità è tutto molto più semplice, senza la possibilità di mentire.
Mi ci siedo io, e inizio un discorso.
Che avrei dovuto fare molto prima.
Ma che poi non ho mai fatto.
Per il vizio di voler sempre dare una seconda possibilità, al cuore e alla vita.
Le seconde possibilità, quando valgono la pena, il cuore se le prende da solo.
E’ un discorso fatto sottovoce, con calma. Ho bisogno di dire tutto.
E ho modo e tempo per farlo.
Lo sguardo di mio padre, questa volta seduto sulla poltrona, è diretto sulle mie labbra, quasi ad aspettarsi un finale che non vuole.
Si ferma sui dettagli, proprio come faccio io.
E sul quel non amo più.
Non amo più.
Non chiede chi.
Non chiede perchè.
Si ferma sul Più.
Lo colpisce il più.
Non so perchè.
Ma si ferma li.
Le nostre di chiacchiere, tra padre e figlio, assomigliano a un delicato origami, uno splendido animale di carta e fantasia, che a vederci parlare uno si chiede come possa esserci anche solo un piccolo risultato.
Magie, le nostre chiacchiere sono magie, di due uomini che non sanno parlare tra loro, che sanno ascoltare i dettagli ma non capire le ferite, che sanno valutare i rischi, ma non prendono posizione.
Da sempre.
Origami delicati e complessi, frutto di anni di silenzi e rimbrotti.
Ne usciamo sempre senza finire l’ultima frase, come fosse una promessa non detta, sediamoci ancora a finirlo questo dannato discorso, quando avremo deciso chi dei due abbia ragione, chi ha torto, chi deve pagare il conto.
Come fosse importante.
Mi alzo dallo sgabello, cercando di guadagnare la finestra, per fumare, e lo vedo con la coda dell’occhio occupare di corsa il suo sgabello.
Quasi a riprendersi una, l’ultima forse, certezza.
Accendo la sigaretta, in silenzio guardo fuori, il tram, il traffico della sera. Mi ricordo che da bambino restavo a guardare da questa finestra per ore.
Mi piacerebbe farlo ancora.
O forse mi piacerebbe quella sicurezza ovattata che hanno i bambini, che avevo io, a guardare il mondo dalla finestra di casa loro.
Lui non parla.
E’ fermo su quel Più.
Non chiede.
Il silenzio, lo abbiamo imparato bene noi due, è complice di chi ha rabbia.
Il silenzio di questi momenti, purtroppo, rimane più di tutte le parole.
Mi giro, buttando la sigaretta in un vaso.
Osservo la cucina, lui sullo sgabello.
Non sono venuto a chiederti un silenzio, ne una mano.
Sono venuto a dirti una cosa che avrei dovuto dirti prima.
Avresti dovuto dirmela per tempo, risponde quasi sottovoce.
E me ne sono andato, nel silenzio, osservandolo rimanere immobile sullo sgabello.
Pensando, scendendo le scale, a cosa cazzo volesse dire per tempo.
A volte, la vita, andrebbe vissuta da uno sgabello.

Il ladro di conversazioni

Io in primavera ascolto più di quanto parli, mi succede così. Origlio conversazioni, che poi incollo. Mi hanno chiesto di scrivere, sul serio, una storia. 
Non so come sia, scrivere sul serio. Ma so che per scrivere una storia bisogna impegnarsi parecchio. 
A me anche vivere, di questi tempi, mi impegna parecchio.
Allora incollo i pezzi di conversazione che ho rubato. Chi sa mai che mi servano. 
Facciamo un casino, iniziamo una battaglia, una rivoluzione che sia per sempre.
Facciamolo, D., per noi, che siamo due, ben divisi ma che poi sembra che possiamo davvero stare insieme.
Quando vuoi farlo?
Uno di questi giorni. Approfittiamo della primavera. Del tempo incerto, del primo caldo, dei tuoi piedi gonfi, della tua lingua lunga, e dei tuoi occhi.
A cosa ti servono i miei piedi, la mia lingua e i miei occhi, per la tua rivoluzione?
Difatti, ci sono cose che ti vorrei spiegare.
Ad esempio come io faccio le rivoluzioni, quelle di primavera.
Sono come le pulizie.
Ci vuole voglia e tempo.
Hai voglia e tempo?
E poi è sempre bello fermarsi per qualche istante su un ricordo, incedere pigri, tralasciando il grosso ancora da fare e sedersi a leggere una vecchia lettera d’amore.
Le lettere d’amore non scadono se non quando cadono dalle mani di chi le legge. L’amore finisce, ma le lettere restano bellissime e pure.
L’amore può essere una rivoluzione?
Credo sia solo una rivoluzione.
Credo il resto sia la noia degli affetti, confusi per sentimenti, appesi e stirati come comportamenti, ma che poi appassiscono come piantine in un vaso.
Credo che l’amore sia un posto scomodo dove stare, un confine conteso, uno strappo alla regola.
Ma sappi che le cose che sapevo sull’amore si sono bruciate, in un grave incendio.
Nell’incendio si è bruciata tutta la parte del palazzo dove custodivo le memorie sull’amore.
Doloso.
Per mano amata, non armata, amata.
E adesso, devo ricominciare un discorso senza ricordarmi dove fossi rimasto.
Per quello ogni tanto mi perdo, mi fermo e guardo da un’altra parte.
Ricordo di averlo già fatto, mi torna in mente.
Fanno male i ricordi, a volte.
Quindi non vuoi più farne niente di noi?
Uno di questi giorni, come durante le grandi esplosioni, il tuo orologio si fermerà alle 16.23, come il mio si è fermato sulla stessa ora, nel vedere penombra, pelle, capelli.
Sarà lo stesso per te.
E capirai che queste domande sono inutili.
Vuoi prendere davvero una moto nuova?
Io non cambio volentieri le cose.
Anzi.
Girano voci tu voglia lasciare la città.
Forse.
Per quanto?
Quanto può durare una rivoluzione?
Io vorrei un giardino.
Non so che farmene di un giardino. Ma so che potrei perdermi appoggiando la testa alle tue gambe.
Per questo lo fai il meno possibile?
Smettila.
Sto scrivendo. Dio mi abbia in gloria, sto vivendo. 
E’ tutto così fottutamente bello che sarebbe un peccato che il mio cuore si fermasse proprio adesso.
E lui lo sa.
Le mani, invece, sono ferme. 
Giunte. Pregano. 

Diario dei miei organi molli

I miei piedi si svegliano in ritardo, credo sia che non hanno molta voglia di camminare. C’è un grosso vetro infilato nella pianta sinistra, a memoria del fatto che al mare non si cammina a piedi nudi. Un ricordo di un pomeriggio di sole di luglio. Nella doccia, tastano le mattonelle, curiosando tra acqua calda e la sensazione di reggere tutto il corpo. Si sentono responsabili. Sono curiosi, i miei piedi, e affamati di superfici da toccare. Adorano lo skate, la superficie ruvida che gratta ad ogni falcata. Adorano il caldo dell’asfalto alle due del pomeriggio al mare, facendo lo slalom tra aghi di pino e vetri rotti.
Le mie mani, invece.
Invece, nel senso che invece definisce perfettamente le mie mani.
Accarezzano, invece vorrebbero stringere.
Toccano, curiose, invece vorrebbero sfiorare indifferenti.
Giocano, ma vorrebbero essere molto serie.
Sono adolescenti, le mie mani, hanno questo modo di fare spocchioso, finto indifferente, di più la sinistra a dire il vero, la destra si è dovuta abituare al suo ruolo professionale, a scrivere, a tener posate, a essere sempre scelta per prima per fare cose.
Hanno calli fin da quando ero bambino, perchè stringono manubri fin da quando ero bambino, e sono segnate e solcate da linee profonde, una volta una fattucchiera mi ha anche detto che sarei morto con un figlio che non volevo, guardando uno di questi solchi.
Io non credo alle fattucchiere, le mie mani credono nei loro solchi, perchè sono tutte storie bellissime.
La mia schiena è una mappa, infatti è solitamente l’ultima cosa che svelo. Dice di sapere, la mia schiena, dov’è il mio tesoro. A un tocco attento, la mia schiena ti racconta tutta la mia storia, con le vertebre incassate, le botte prese, i reni gonfi, le spalle larghe. Tra le spalle e il collo c’è un punto, preciso come uno spillo, con il quale mi puoi tenere tutta la vita con te. Lo sa bene la doccia, che ci mette il suo getto freddo sopra. Ho una schiena coraggiosa, perchè prende volentieri le botte per altri, si mette in mezzo, scherma, fa da scudo.
Protegge chi ama, la mia schiena. Lo fa da sola, prima ancora che io lo pensi o lo possa dire. Se fai il giro, quello turistico dettato dai nei e dalle scassature del tempo, trovi una cicatrice, che adoro imputare a un machete in uno scontro faccia a faccia in un passato remoto.
In verità è stata la piccola gatta di mia madre, unghie affilate, che si è presa la libertà di segnarmi proprio sotto al cuore, fin quasi alla schiena. Un solco profondo, una lama. Un ricordo.
I miei occhi sono quelli più strani. Io con gli occhi afferro molte cose. Prendono tutto, impassibili. I miei occhi.
Tutto. Indistintamente. Sono come api laboriose, i miei occhi, operai dell’anima rubano colori, smorfie, dettagli che sfuggirebbero a chiunque. Fanno un lavoro molto importante, perchè mi raccontano il mondo, dicendomi tutto, senza filtro. E’ la mente, dopo anni, a decidere cosa vuole vedere, e cosa vuole capire di quello che ha visto. Gli occhi son rimasti bambini, prendono tutto, curiosando per il mondo come farebbe un neonato.
Non amano gli occhiali, per questo, perchè vogliono vedere davvero le cose per quello che sono.
Nessuna lente in mezzo. Hanno visto tutto, sono testimoni, nei processi, quando sono colpevole, possono essere la prova invocata dall’accusa.
Stronzi.
E tutto ricordano, e tutto registrano, impietosi.
Le mie labbra sono secche, non baciano come dovrebbero, questo pensano. Permalose, sono due donne, gonfie e perfette.
Sono labbra abituate a vivere in città, si mordono, odiano il silenzio, andrebbero mantenute, come vecchie ereditiere, ancora belle, ma sempre vecchiotte.
La mia pancia si è trasformata, le cicatrici l’hanno segnata, ci sono solchi e segni profondi. La mia pancia è il mio secondo cervello, se vuoi sentire cosa sto pensando, basta appoggiarci l’orecchio.
Sono anni che nessuno lo fa, a parte mio figlio.
Anni, davvero.
La parte alta mi traina quando sono nell’acqua, è il motore del nuoto. La parte bassa pensa e si muove.
La mia pancia aspetta, paziente, di sentire il dolce peso di una testa, la seta di dei capelli.
Se volete chiedere quanto valga un’attesa, chiedetelo alla mia pancia. Il cuore, il mio cuore, non ne voglio nemmeno parlare, in fondo è un muscolo allenato, che prima o poi mollerà il colpo davanti a tutto questo casino, non sa reggere l’attesa. Palpita, corre furioso, si fa sentire.
La mia pancia invece sa godere dell’attesa molto più che qualsiasi altra cosa.
La mia pancia sa anche fare all’amore meglio di me.
Poveretta, bucherellata senza pietà in nome di una cura.
Le mie ginocchia, restano quelle.
Cigolano, troppo stress, lo dicevano da giovane, prenditi cura delle ginocchia. Povere bestie.
Costrette a lavorare sempre.
In ginocchio ci sto volentieri, lo ammetto.
Raramente è per chiedere scusa.
Prego, in ginocchio.
Lo farei in ogni caso, lo faccio più fuori dalle chiese che sulle panche calde e morbide.
Prego bene, con le mie ginocchia.
Non sono le mani che pregano. Sono le ginocchia che si piegano.
Amo in ginocchio.
Il mio sesso.
Che con il passare degli anni resta un mistero di carne e sentimento.
E’ la capitale morale di questo continente alla deriva, il mio corpo, sede dei ministeri più importanti, motore economico, inguaribile affarista.
Si ubriaca di desiderio, divorato dalla fame, ma è capace di morire di noia davanti a spettacoli in cui uomini saggi e savi hanno perso dignità e onore.
E’ umorale, pessimista di natura, coraggioso, molto volubile.
Chi non lo capisce, il mio sesso, non capisce la mia testa ne tantomeno il mio cuore.
E’ un dato di fatto, difficile da spiegare.
I miei organi molli sono collegati da un filo, desiderio, fame, conferma, sazietà, fondamentale.
Lasciarne indietro uno, anche per un solo giorno, è pericoloso come tirare un filo che, miracolo della seta, prima o poi si spezza sotto il peso del tempo.
Inciampare nel cuore, tira spontaneamente il filo, il medesimo sottile filo che tiene tutti i miei organi molli.
Inciampare nel mio sesso, raramente succede, non è così invadente, porta mente e cuore.
Un disastro, direbbero.
Un amore, dico io, che ci ho fatto l’abitudine e che mi consolo pensando che, trovato il bandolo, la matassa è molto più semplice da gestire di altre.
Adoro il mio sesso, perchè adoro il mio cervello e il mio cuore.
Non hanno nomi, non sono personificati, sono parte di un tutto. Che adoro.
Mi guardavo i piedi, prender le misure di una piastrella, nudi sul marmo freddo.
Abbiamo fatto tanta strada, portatemi ancora in giro.
Portate questi organi molli con voi.
Abbiamo imparato, da pochissimo, a conoscerci, abbiamo imparato ad amarci.
Di quell’amore divertente, siamo un bel gruppo.
Sarebbe un peccato, fermarsi proprio adesso.
L’afa strozzante, il caldo che sentiamo, è semplicemente tutta la vita che ci sta soffiando addosso la sua sete e la sua fame.
Da grandi tragedie, un corpo così deve far uscire una piacevole commedia.
Abbiamo appena imparato a dire no.
Tutti insieme, facciamo qualcosa di talmente unico che sarebbe un peccato lasciar perdere.