Diario dei miei organi molli

30 Mar
I miei piedi si svegliano in ritardo, credo sia che non hanno molta voglia di camminare. C’è un grosso vetro infilato nella pianta sinistra, a memoria del fatto che al mare non si cammina a piedi nudi. Un ricordo di un pomeriggio di sole di luglio. Nella doccia, tastano le mattonelle, curiosando tra acqua calda e la sensazione di reggere tutto il corpo. Si sentono responsabili. Sono curiosi, i miei piedi, e affamati di superfici da toccare. Adorano lo skate, la superficie ruvida che gratta ad ogni falcata. Adorano il caldo dell’asfalto alle due del pomeriggio al mare, facendo lo slalom tra aghi di pino e vetri rotti.
Le mie mani, invece.
Invece, nel senso che invece definisce perfettamente le mie mani.
Accarezzano, invece vorrebbero stringere.
Toccano, curiose, invece vorrebbero sfiorare indifferenti.
Giocano, ma vorrebbero essere molto serie.
Sono adolescenti, le mie mani, hanno questo modo di fare spocchioso, finto indifferente, di più la sinistra a dire il vero, la destra si è dovuta abituare al suo ruolo professionale, a scrivere, a tener posate, a essere sempre scelta per prima per fare cose.
Hanno calli fin da quando ero bambino, perchè stringono manubri fin da quando ero bambino, e sono segnate e solcate da linee profonde, una volta una fattucchiera mi ha anche detto che sarei morto con un figlio che non volevo, guardando uno di questi solchi.
Io non credo alle fattucchiere, le mie mani credono nei loro solchi, perchè sono tutte storie bellissime.
La mia schiena è una mappa, infatti è solitamente l’ultima cosa che svelo. Dice di sapere, la mia schiena, dov’è il mio tesoro. A un tocco attento, la mia schiena ti racconta tutta la mia storia, con le vertebre incassate, le botte prese, i reni gonfi, le spalle larghe. Tra le spalle e il collo c’è un punto, preciso come uno spillo, con il quale mi puoi tenere tutta la vita con te. Lo sa bene la doccia, che ci mette il suo getto freddo sopra. Ho una schiena coraggiosa, perchè prende volentieri le botte per altri, si mette in mezzo, scherma, fa da scudo.
Protegge chi ama, la mia schiena. Lo fa da sola, prima ancora che io lo pensi o lo possa dire. Se fai il giro, quello turistico dettato dai nei e dalle scassature del tempo, trovi una cicatrice, che adoro imputare a un machete in uno scontro faccia a faccia in un passato remoto.
In verità è stata la piccola gatta di mia madre, unghie affilate, che si è presa la libertà di segnarmi proprio sotto al cuore, fin quasi alla schiena. Un solco profondo, una lama. Un ricordo.
I miei occhi sono quelli più strani. Io con gli occhi afferro molte cose. Prendono tutto, impassibili. I miei occhi.
Tutto. Indistintamente. Sono come api laboriose, i miei occhi, operai dell’anima rubano colori, smorfie, dettagli che sfuggirebbero a chiunque. Fanno un lavoro molto importante, perchè mi raccontano il mondo, dicendomi tutto, senza filtro. E’ la mente, dopo anni, a decidere cosa vuole vedere, e cosa vuole capire di quello che ha visto. Gli occhi son rimasti bambini, prendono tutto, curiosando per il mondo come farebbe un neonato.
Non amano gli occhiali, per questo, perchè vogliono vedere davvero le cose per quello che sono.
Nessuna lente in mezzo. Hanno visto tutto, sono testimoni, nei processi, quando sono colpevole, possono essere la prova invocata dall’accusa.
Stronzi.
E tutto ricordano, e tutto registrano, impietosi.
Le mie labbra sono secche, non baciano come dovrebbero, questo pensano. Permalose, sono due donne, gonfie e perfette.
Sono labbra abituate a vivere in città, si mordono, odiano il silenzio, andrebbero mantenute, come vecchie ereditiere, ancora belle, ma sempre vecchiotte.
La mia pancia si è trasformata, le cicatrici l’hanno segnata, ci sono solchi e segni profondi. La mia pancia è il mio secondo cervello, se vuoi sentire cosa sto pensando, basta appoggiarci l’orecchio.
Sono anni che nessuno lo fa, a parte mio figlio.
Anni, davvero.
La parte alta mi traina quando sono nell’acqua, è il motore del nuoto. La parte bassa pensa e si muove.
La mia pancia aspetta, paziente, di sentire il dolce peso di una testa, la seta di dei capelli.
Se volete chiedere quanto valga un’attesa, chiedetelo alla mia pancia. Il cuore, il mio cuore, non ne voglio nemmeno parlare, in fondo è un muscolo allenato, che prima o poi mollerà il colpo davanti a tutto questo casino, non sa reggere l’attesa. Palpita, corre furioso, si fa sentire.
La mia pancia invece sa godere dell’attesa molto più che qualsiasi altra cosa.
La mia pancia sa anche fare all’amore meglio di me.
Poveretta, bucherellata senza pietà in nome di una cura.
Le mie ginocchia, restano quelle.
Cigolano, troppo stress, lo dicevano da giovane, prenditi cura delle ginocchia. Povere bestie.
Costrette a lavorare sempre.
In ginocchio ci sto volentieri, lo ammetto.
Raramente è per chiedere scusa.
Prego, in ginocchio.
Lo farei in ogni caso, lo faccio più fuori dalle chiese che sulle panche calde e morbide.
Prego bene, con le mie ginocchia.
Non sono le mani che pregano. Sono le ginocchia che si piegano.
Amo in ginocchio.
Il mio sesso.
Che con il passare degli anni resta un mistero di carne e sentimento.
E’ la capitale morale di questo continente alla deriva, il mio corpo, sede dei ministeri più importanti, motore economico, inguaribile affarista.
Si ubriaca di desiderio, divorato dalla fame, ma è capace di morire di noia davanti a spettacoli in cui uomini saggi e savi hanno perso dignità e onore.
E’ umorale, pessimista di natura, coraggioso, molto volubile.
Chi non lo capisce, il mio sesso, non capisce la mia testa ne tantomeno il mio cuore.
E’ un dato di fatto, difficile da spiegare.
I miei organi molli sono collegati da un filo, desiderio, fame, conferma, sazietà, fondamentale.
Lasciarne indietro uno, anche per un solo giorno, è pericoloso come tirare un filo che, miracolo della seta, prima o poi si spezza sotto il peso del tempo.
Inciampare nel cuore, tira spontaneamente il filo, il medesimo sottile filo che tiene tutti i miei organi molli.
Inciampare nel mio sesso, raramente succede, non è così invadente, porta mente e cuore.
Un disastro, direbbero.
Un amore, dico io, che ci ho fatto l’abitudine e che mi consolo pensando che, trovato il bandolo, la matassa è molto più semplice da gestire di altre.
Adoro il mio sesso, perchè adoro il mio cervello e il mio cuore.
Non hanno nomi, non sono personificati, sono parte di un tutto. Che adoro.
Mi guardavo i piedi, prender le misure di una piastrella, nudi sul marmo freddo.
Abbiamo fatto tanta strada, portatemi ancora in giro.
Portate questi organi molli con voi.
Abbiamo imparato, da pochissimo, a conoscerci, abbiamo imparato ad amarci.
Di quell’amore divertente, siamo un bel gruppo.
Sarebbe un peccato, fermarsi proprio adesso.
L’afa strozzante, il caldo che sentiamo, è semplicemente tutta la vita che ci sta soffiando addosso la sua sete e la sua fame.
Da grandi tragedie, un corpo così deve far uscire una piacevole commedia.
Abbiamo appena imparato a dire no.
Tutti insieme, facciamo qualcosa di talmente unico che sarebbe un peccato lasciar perdere.

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